Cuba Libre

Chi è stato a Cuba ed oltre alle sue spiagge ha visitato almeno l’Avana, non può immaginarla senza la sua musica. Dovunque si balla, si ascolta son, rumba, salsa, dovunque si ci sente catapultati nel famoso film “Buena Vista Social Club”.
Dopo una serie infinita di mete immaginarie, quest’anno scegliamo proprio lei, la più grande isola caraibica e soprattutto la più autentica. L’unico momento in cui l’embargo non fa rabbia è quando si pensa che questo abbia contribuito enormemente a mantenere salde le radici culturali ed artistiche cubane.
E’ luglio, le tariffe sono più basse ma è anche il periodo in cui i cubani vanno in vacanza, per cui si prevede folla sulle spiagge ed il tutto esaurito negli alberghi alla mano.

Il 21 luglio, all’alba, partiamo in direzione Roma. Sul raccordo incontriamo il solito traffico che per un istante ci fa immaginare di perdere l’aereo, ma alla fine si tratterà solo di ansia pre-partenza.
La compagnia è l’italiana Blu Panorama, curriculum non eccezionale, ma a noi va tutto bene, specie la cena a base di ravioli ripieni al pesto.
Atterriamo all’Avana nel pomeriggio, inconsapevoli della consuetudine cubana di prolungare i tempi di transito alla dogana, prima della quale oramai si è già formata una fila lunghissima. Rimaniamo in piedi più di due ore, siamo distrutti, svegli dalle quattro del mattino, assistendo inermi al controllo del doganiere, che guarda alternativamente il passaporto ed il volto del proprietario per almeno dieci volte, per controllare che ogni tratto somatico coincida; poi comincia a compilare dei moduli, controllando più volte il visto; infine comincia l’interrogatorio, rigorosamente in spagnolo: da dove vieni, quanto tempo ti tratterrai, in che albergo soggiornerai, etc. Intanto quasi sgomitiamo per non perdere il posto in fila, visto che un’altra consuetudine dei cubani è quella di cercare di sorpassare i turisti. Solo al ritorno scopriremo che con circa 25 euro (prenotando dall’Italia) è possibile evitare questo tour de force. Ma noi siamo tranquilli, aspettiamo, non ci importa, tanto siamo in vacanza in un posto affascinante.
Conquistata finalmente l’uscita, strappiamo il nostro primo voucher in terra cubana, che ci servirà per il trasferimento in taxi fino all’hotel Sevilla, situato al centro Habana, a due passi dal Paseo del Prado. Ci aspetta un itinerario individuale costruito da me e organizzato con un tour operator italiano: ho impiegato almeno un paio di settimane di studi per capire cosa volevo esattamente vedere nel mio primo viaggio a Cuba. Infatti è necessario tornare più volte sull’isola, data la sua vastità e la sua rete stradale, che consente spostamenti piuttosto brevi, vista la velocità con la quale si può percorrerla.

Il primo impatto con L’Avana è allucinante: ma allora è vero che qui circolano solo auto d’epoca, restaurate più volte e artigianalmente, è vero che in un paesaggio ricco di palme altissime, dove le baracche si alternano ai campi arati, questi veicoli dai colori vivacissimi quasi stonano? Piuttosto sembrano auto disneyiane, appena uscite dai fumetti di Topolino.
Entrando nella capitale le immagini si fanno più forti, le ho tutte impresse nella mente: è il crepuscolo, le strade non sono illuminate, i palazzi stanno per cadere a pezzi, gli intonaci si reggono grazie a equilibri instabili, i colori sono ormai sbiaditi, ma ricordano ancora il fasto degli anni ’20, quando Cuba, sotto il dominio americano, era considerata alla stregua di un bordello per alcolizzati e giocatori d’azzardo. I cubani per strada quasi non si vedono, tanto è scura la loro pelle. Sotto i portici le botteghe sono già chiuse, ma non riesco ad immaginare che sorta di commercio possa esser trattato sotto quei cunicoli bui. Mi domando cosa sono venuta a farci qui, che cosa ci sarà mai da vedere se tutto pare stia crollando e se a quest’ora fa già così paura. Forse mi sono fatta suggestionare da “il re dell’Avana” di Gutierrez, in cui le strade della capitale vengono descritte esattamente come io le vedo. Con il taxi attraversiamo Plaza de la Revolucion, simbolo della rivoluzione cubana, e quasi tutta la città, fino al limite con il centro storico.
Il nostro albergo conserva il fascino delle costruzioni andaluse, la hall è molto grande, in stile coloniale, con i tipici pavimenti a scacchi ed un cortile interno ornato di piante, dove consumiamo il nostro primo pasto in terra cubana. Anche se ormai non ci reggiamo in piedi, ho l’irrefrenabile desiderio di vedere cosa c’è fuori. Così, nel buio di una caldissima ed umida notte cubana, usciamo soltanto per una breve passeggiata. Appena svoltato l’angolo ci immettiamo sul famoso Prado, un lungo viale illuminato da fioche lampade ad olio. E, come per magia, la paura che avevo provato poche ore prima, svanisce ed a questa fa posto la curiosità: bimbi bellissimi e color cioccolato passeggiano mano nella mano con i genitori, giovani coppie camminano abbracciate, donne in cerca di un alito di brezza riposano sui muretti ai lati del viale. C’è tanta gente qui, forse d’estate si è soliti uscire dopo cena per fuggire all’oppressione delle piccole case decrepite. Improvvisamente mi sento bianchissima, di un colore estraneo, mi sento appariscente ma così non è perché qui nessuno mi nota, a parte un paio di gentilissimi procacciatori di clienti dei ristoranti al primo piano. Sono paladar, appartamenti privati, più o meno legali, trasformati in trattorie, dove assaggiare la tipica comida criolla. Ora mi sento meglio, forse l’idea che mi ero fatta all’arrivo in città era affrettata e annebbiata dalla stanchezza. Dopo una giornata così, nella nostra piccolissima stanza d’albergo, crolliamo immediatamente nel sonno profondo.

22 luglio
Appena svegli, facciamo colazione nella sala principale al piano terra: è piacevole stare a tavola con vista sulle strade dell’Avana, nel chiarore caraibico del primo mattino. Ci raggiunge il corrispondente che ci dà qualche utile consiglio sul comportamento da tenere in città: è bene non camminare con i documenti al seguito, anche se è improbabile essere fermati dalla polizia, in caso di controlli basterà il biglietto da visita dell’albergo con il numero della camera. Ovviamente ci raccomanda di stare attenti alle truffe: qui è un mestiere vendere rum e sigari contraffatti, così come offrire pesos cubani invece che convertibili ai turisti sbadati in cerca di cambio favorevole.
Percorriamo tutto il Prado fino al Parque Central, dove incontriamo i bellissimi hotel storici Inglaterra e Telegrafo, ristrutturati sembra di recente. Camminiamo lungo Obrapia, una delle poche strade illuminate di sera che collega il centro Habana con l’Habana Vieja. Qui è l’occidente capovolto, non c’è traccia di globalizzazione: le vetrine dei negozi sono praticamente vuote, è impossibile fare shopping, non si vedono Mc Donald’s né KFC. E’ strano, Cuba è molto turistica, praticamente vive di turismo, rum e tabacco, ma qui sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando il turismo era roba per pochi eletti e si riusciva veramente ad assaporare l’anima del luogo. Questo è il risultato dell’embargo.
Incontriamo i principali hotel coloniali ristrutturati di recente: palacio O’Farril, hostal los Frailes, hotel Raquel. Anch’essi fanno parte del patrimonio architettonico cubano e siamo lieti di visitarne le hall, visto che per noi turisti l’accesso è sempre libero. Sono bellissimi, con i pavimenti a scacchiera e i cortili ombreggiati da palme. Soprattutto c’è musica, musica per le strade, nei cortili, nelle piazze storiche. Il son nostalgico di Compay Segundo si spande per le vie della Habana Vieja. Camminiamo perdendoci tra vicoli angusti e sconosciuti, ricchi di residenze coloniali, attraversando le principali piazze habanere: plaza de la Catedral, plaza de San Francisco de Asis, plaza de Armas. Incontriamo la Bodeguita del Medio, noto locale cubano scelto da Hemingway quasi come seconda casa. Ovunque manifesti augurano buon compleanno a Fidel Castro, che quest’anno compie ottant’anni.
Fa veramente caldo, così decidiamo di fermarci a bere una Tukola seduti ai tavolini del famoso ristorante El Patio di plaza de la Catedral, ascoltando la musica di un piccolo complesso musicale ingaggiato dal locale: soltanto contrabbasso, maracas e voce. L’afa invade la piazza, l’umidità è altissima ed il sole picchia, ma mi sento bene, mi piace l’aria che si respira all’Avana, mi sembra di essere a casa, al sicuro in un posto conosciuto. In un angolo della piazza non posso fare a meno di notare un gruppo di anziani signori che suonano seduti sul marciapiedi: hanno il viso dolce e sorridente e la loro musica mi rimane nel cuore. Se dovessi scegliere solo due immagini di Cuba, una sarebbe certamente questa.
Più tardi percorriamo il labirinto del centro storico alla ricerca del famoso negozio di profumi artigianali Habana 1791, uno dei pochi dove è possibile acquistare un souvenir originale. Arriviamo fino a plaza de Armas, dove dimore coloniali appena ristrutturate o stuccate si alternano a palazzi fatiscenti dall’equilibrio precario, sorretti forse da travi improvvisate. Scegliamo un ristorante con patio per il pranzo, attirati dal fumo profumato proveniente dal barbecue. Mangiamo benissimo, con il sottofondo dell’immancabile musica di un gruppo di artisti locali.
Passiamo il resto del pomeriggio tra mercatini e bar, sorseggiando mojito e fumando cohiba. Passeggiamo mescolandoci alla folla della Feria de la Artesania, il mercato di articoli artigianali e quadri che si tiene dal mercoledì al sabato lungo il Tacon. Al tramonto prendiamo un coco-taxi per vedere il Malecon, il famoso lungomare habanero. E’ una strada larghissima, poco trafficata rispetto alle rumorose strade metropolitane, piuttosto sporca e malmessa. Gli edifici che si affacciano su di essa sono decrepiti, consumati dalla salsedine, che ha cancellato quelle che una volta dovevano essere tinteggiature colorate, ma lasciano ancora intravedere i passati splendori. Il cielo è grigio-azzurro, carico di umidità, forse tra poco pioverà. Sul muretto che costeggia la baia centinaia di cubani seduti stanno riposando, godendosi il tramonto, altri si stanno amando, baciandosi e abbracciandosi, altri ancora si stanno lasciando. Alcuni semplicemente stanno lì, aspettano. Questa è la seconda immagine di Cuba, l’altra che mi è rimasta impressa nella mente. Nella penombra del crepuscolo ritorniamo in albergo, affascinati da questa città ancora così autentica.
In serata ceniamo all’Hostal Valencia, noto per la buonissima paella, servita nel patio dell’albergo in tipici padelloni bollenti. Riprendiamo un taxi che ci riporta in cinque minuti al nostro hotel.

23 luglio

Stamattina decidiamo di visitare il Museo Nacional de Bellas Artes ed in particolare la Coleccion de Arte Cubano. La struttura è suddivisa in tre piani, dei quali sicuramente il secondo, quello dedicato all’arte moderna e contemporanea, è il più affascinante. Le opere sono di una bellezza struggente, traboccanti di passione e sofferenza. Ripercorriamo il familiare Prado fino ad arrivare al Capitolio Nacional, una volta sede del parlamento cubano, che ora ospita l’Accademia Cubana delle Scienze e la Biblioteca Nazionale della Scienza e della Tecnologia. La struttura, completamente rivestita di marmo, ricorda il Campidoglio di Washington, ma dicono che sia ancora più ricca di particolari. Gli interni sono caratterizzati da corridoi sontuosi ed imponenti, che arrivano fino all’enorme statua della repubblica, il terzo bronzo più grande al mondo conservato all’interno di un edificio. Incastonata nel pavimento, in corrispondenza della cupola del Capitolio, c’è la copia di un diamante da 24 carati. Le distanze tra L’Avana e le altre località dell’isola vengono calcolate a partire da questo punto. Pranziamo al bar sul balcone dell’edificio, ammirando placidamente la piazza con il suo viavai di auto, carretti e coco-taxi.
Ci lasciamo alle spalle la bellissima struttura del Capitolio per un breve giro in coco-taxi alla scoperta dei vicoli nascosti della città. Arriviamo fino al Cuchillo, la Chinatown habanera: sembra incredibile che anche qui, a Cuba, esista una consistente comunità cinese, con le sue botteghe ed i suoi ristoranti tipici. Scendiamo al Palacio de la Artesania, l’antico Palacio de Pedroso ora sede di un gruppo di negozi di sigari, artigianato locale, strumenti musicali e abbigliamento. Anche qui non manca un complesso musicale impegnato nel repertorio classico cubano.
Più tardi visitiamo l’affascinante Museo del Ron, presso la Fundacion Havana Club, con tanto di degustazione finale di rum più o meno invecchiato.
In serata ceniamo al paladar “la Fontana”, consigliatoci dal corrispondente del tour operator. Si trova a Miramar, un quartiere residenziale e prestigioso ad ovest del centro storico. Dal finestrino del taxi ammiriamo la bellezza delle sue dimore storiche, dai giardini ricchi di vegetazione traboccante, dove sembra che un soffio di vento sia passato per fermare il tempo.

24 luglio – 27 luglio
La sveglia suona poco dopo l’alba, abbiamo il taxi che ci aspetta per affrontare un viaggio di 320 Km fino a Maria la Gorda, località situata sulla punta occidentale dell’isola. Per noi europei 320 Km possono sembrare pochi, percorribili forse in due o tre ore, ma se pensiamo all’Autopista ed alle strade cubane, allora dobbiamo dilatare la durata del viaggio ad almeno il doppio del tempo. Lungo il percorso, appena imboccata quella che viene definita autostrada, vediamo centinaia di cubani fermi sotto i cavalcavia, in attesa di un passaggio fino alla loro destinazione. Alcuni si sporgono sulla strada sventolando un paio di biglietti di pesos tra le mani, altri addirittura la attraversano di corsa. Così, ogni paio di chilometri siamo costretti a rallentare bruscamente per evitare di investire qualcuno. Rimango sorpresa dalla pazienza con la quale questa gente aspetta sotto il sole, anche per ore, un autobus che non passerà mai o qualcuno che si fermi per offrire loro un passaggio. Vorrei aiutare tutti, vorrei far salire in taxi con noi bambini, mamme ed anziani, ma il tassista ce lo vieta in maniera assoluta.
Raggiungiamo la verde provincia di Pinar del Rio, entrando nella fertile regione del tabacco, attraversando piccoli centri pittoreschi e colorati. Verdeggianti colline si alternano a distese di altissime palme reali, fino alla città di San Juan y Martinez, nucleo di quello che a detta dei cubani è il miglior tabacco del mondo. Da qui il paesaggio comincia a cambiare: oramai non incontriamo più centri abitati da parecchi chilometri, la strada diventa stretta, a destra e sinistra ci sono solo alte distese di verde, non riusciamo a vedere oltre. Arriviamo a La Bajada, dove c’è il posto di controllo della guardia costiera, entrando così ufficialmente nella Peninsula de Guanahacabibes. Percorriamo gli ultimi 14 Km estasiati dal paesaggio che ci offre il lato destro della strada: distese di sabbia bianchissima lambite dal mare più turchese che abbia mai visto. L’asfalto è semidistrutto dal passaggio dell’ultimo uragano, così siamo costretti a rallentare ancora fino a percorrere la strada a passo d’uomo.
Ad aspettarci è l’hotel Maria la Gorda che, benché situato a poche ore di auto dall’Avana, è definito l’albergo più appartato dell’isola. In effetti quando il taxi ci lascia ci sentiamo quasi abbandonati su questo piccolo lembo di terra vicinissimo alle coste messicane. Il nome del luogo, che significa “Maria la grassa”, deriva da una donna venezuelana che, lasciata qui dai pirati, si diede alla prostituzione. Oggi è famoso per i suoi fantastici siti di immersione. La struttura è composta da appartamenti sulla spiaggia ed altri più arretrati, situati in un giardino abitato da strane lucertole e farfalle variopinte. Ci assegnano un piccolo bungalow a dieci metri dalla riva dello splendido mare, spartano ma pulito. Sapevamo che ad aspettarci non c’era un resort di lusso, ma piuttosto relax, solitudine, amache appese alle palme, mare caldo, trasparente, piatto. Ed il più bel tramonto che abbia mai visto.

27 luglio – 4 agosto

Dopo tre giorni di mare, sole, relax e mosquitos, ripartiamo in direzione Varadero, la più grande località balneare di tutti i Caraibi. Chissà che impatto, dopo tutta questa quiete! Ci aspettano 460 Km di strada e 7 ore di taxi. Dobbiamo ritornare all’Avana, superarla ed immetterci sulla via Blanca fino a Matanzas. Da qui, pochi chilometri e si arriva alla penisola di Varadero. Il nostro tassista sembra non accusare minimamente le distanze e macina chilometri come fosse nulla, alimentandosi esclusivamente con caffè e sigarette quando ci fermiamo alle rare stazioni di servizio adatte ai turisti. Arriva da Pinar del Rio, ed una volta arrivati a Varadero dovrà naturalmente ritornarci!
Stremati dal lungo viaggio e congelati dall’altissima aria condizionata regolata dal tassista, arriviamo al nostro albergo, la Villa los Delfines, situata al centro di Varadero. Anche questo non è un albergo di lusso, ma lo diventa se paragonato alla struttura di Maria la Gorda. Le stanze sono ampie, arredate con mobili dal gusto caraibico, dotate di un balcone che dà sulla piscina. L’all-inclusive lascia a desiderare, meglio optare per la cena al bar della piscina, da prenotare ma comunque inclusa. La spiaggia, che dire, è quella di Varadero! Lunga 20 chilometri, è anche molto larga, bianchissima e pulita. Anche se perennemente affollata, specie in luglio e agosto, quando i cubani vanno in vacanza, c’è sempre un pezzo di spiaggia dove rilassarsi in tutta tranquillità e privacy. Il mare è di un colore accecante, con sfumature che vanno dall’azzurro al turchese all’indaco. Si può camminare in acqua tranquillamente perché non c’è barriera corallina né quindi pezzi di corallo rotto.
La strada principale di Varadero, la Avenida 1, è un susseguirsi di ristoranti, alberghi e mercatini artigianali. Nei giorni che trascorrono lentamente tra mare e relax, visitiamo il Museo Municipal de Varadero, una bella struttura coloniale affacciata sul mare, che ospita lo scheletro di un piccolo esemplare di squalo a due teste; il Parque Josone, la più grande area verde di Varadero, che possiede un piccolo lago popolato da oche; il palazzo Dupont, sontuosa residenza una volta appartenente alla potente famiglia Dupont, oggi trasformata in elegante B&B e ristorante, con annesso campo da golf a 18 buche.
Visto che all’Avana non abbiamo avuto il tempo di assistere ad uno spettacolo del famoso club Tropicana, decidiamo di non mancare al Cabaret Continental, il cui spettacolo delle 22 ricalca le orme del club habanero. Musica, balli ed abiti scintillanti sono assicurati.
La mattina del 30 luglio partiamo da Marina Gaviota per l’escursione in catamarano fino a Cayo Blanco. Dopo circa mezz’ora di navigazione ci fermiamo in prossimità della barriera corallina per fare snorkelling, ma c’è così tanta corrente che siamo costretti a reggerci ad una cima per non allontanarci troppo dall’imbarcazione. La barriera è veramente bellissima, colorata e ricca di fauna. Più tardi ripartiamo in direzione Racho Cangrejo, dove in un’area recintata in mezzo al mare è possibile fare il bagno con i delfini. Ci dividiamo in due gruppi, siamo noi i primi ad immergerci con questi simpatici animali. L’istruttore fischia e così ordina al delfino di girare tra noi, distribuendo coccole e baci. Un secondo fischio ed un altro delfino si lascia così accarezzare. Che dolcezza! Ma quest’ultimo sembra un po’ nervoso, nuotando velocemente tra di noi e spaventando così un bambino francese, il quale commette l’inconsapevole errore di gridare ed agitarsi. A questo punto il delfino, innervosito od impaurito, comincia a mordere qualcosa, la prima cosa che gli capita a tiro: purtroppo il mio braccio! E non ha alcuna intenzione di lasciarlo! Lui morde, ed io agito il braccio per divincolarmi, a questo punto impaurita anch’io. La colluttazione dura qualche secondo, il tempo di far fuggire tutti gli altri turisti, fino a quando il delfino, scaricato lo stress, abbandona liberamente la presa. A tutt’oggi mi resta ancora una piccola cicatrice, il ricordo di un dolce animale che in quell’occasione tanto dolce non si è dimostrato, cicatrice comunque versatile, trasformabile facilmente ed a seconda dell’occasione in morso di squalo o altra bestia feroce. Superato il piccolo e tutto sommato divertente incidente, l’escursione continua con l’approdo alla deserta isola di Cayo Blanco, chiamata così per il colore accecante della sua spiaggia. Qui l’acqua assume tutte le tonalità del verde, dallo smeraldo all’acquamarina. Una delle più belle spiagge che abbia mai visto. Pranziamo all’ombra del pergolato dell’unica struttura dell’isola, un bel ristorante con tetto di paglia. Il pranzo è come da catalogo, a base di aragosta. La giornata si conclude con un ultimo bagno su questo splendido angolo di paradiso. Oramai il racconto del mio morso di squalo ha già fatto il giro dell’isola. Lo lasciamo lì, sulle rive di Cayo Blanco, e ripartiamo cullati dalle dolci onde del mare e dall’onnipresente musica cubana.
Il nostro albergo organizza alcune escursioni gratuite, così il 2 agosto decidiamo di partecipare ad una di queste. Al mattino partiamo per la grotta di Santa Catalina, praticamente una grotta sotterranea dove è possibile fare il bagno. L’acqua è veramente ghiacciata, ma è bellissimo immergersi visto che è così trasparente e soprattutto dolce! Nel pomeriggio ci dirigiamo in autobus fino alla playa del Coral, una bellissima spiaggia frequentata soprattutto dagli amanti dello snorkelling per la sua colorata e ricca barriera corallina.
L’ultima sera a Varadero ceniamo alla “Casa del Queso Cubano”, un ristorante specializzato in fonduta di pesce e crostacei. L’ultimo brindisi prima di lasciare questa magnifica terra.
Il pomeriggio del 4 agosto lasciamo Varadero alla volta dell’Avana. L’aereo per Roma parte fortunatamente in serata. Saliti a bordo guardo fuori dal finestrino, un velo di malinconia mi assale, ma è una sensazione piacevole, è la malinconia cubana, quella che si respira sul lungomare del Malecon, che si legge sui volti degli habaneri. Non mi dispiace tornare a casa, perché so che questo sentimento riaffiorerà in me ogni volta che ascolterò la voce di Compay Segundo.

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Ci sono 2 commenti su “Cuba Libre

  1. Un bellissimo racconto che ho letto tutto di un fiato perchè,nonostante le mie 3 visite alla “Isla Grande”,mi ha fatto tornare la voglia di riaccarezzare quei momenti stupendi vissuti insieme a quello straordinario e dignitoso popolo.E chissà se a Marzo………??
    Flavio

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