Kenya, per sempre nell’anima

“Dove andiamo quest’estate in vacanza, amore?” chiedo al mio ragazzo Davide. Lui propone varie alternative, tra cui il Kenya, al quale non avrei minimamente pensato. Non perché non fossi affascinata dall’Africa, ma mi ero abituata all’idea di viverla dal di fuori, attraverso i documentari, le fotografie, le esperienze degli altri. E poi le solite paure di una come me che pensa che niente capita perché prestabilito, quindi, perché andare proprio in Africa dove ci sono disordini sociali, malattie, e così via? Da un lato, quindi, le mie paure, dall’altro, un fortissimo desiderio di andare. E così ci siamo ritrovati sul volo “Eurofly” per Mombasa. Partenza 20 settembre 2007 da Roma.
Nelle 7 ore di viaggio ripensavo a quello che avevo letto sulle vacanze in Kenya. Eh sì, perché, da quando avevamo deciso di fare questa vacanza, non avevo smesso di documentarmi, come è il mio solito. Prima di tutto, come evitare o sperare di evitare le malattie più diffuse ed insidiose – malaria e febbre gialla -, per cui abbiamo fatto il vaccino per la febbre gialla (almeno 2 settimane prima della partenza per una durata di 10 anni) e la profilassi antimalarica con il Lariam. Perché il Lariam e non il Malarone che, a differenza del primo, ha molti meno effetti collaterali? Perché mentre il Lariam va preso solo 1 volta a settimana, il Malarone occorre prenderlo tutti i giorni, con il rischio di dimenticarsene e vanificarne gli effetti. Altra piccola differenza: il Lariam è fornito dal Servizio Sanitario Nazionale, mentre il Malarone è a pagamento e piuttosto costoso (più di 100 euro).
L’altro pensiero che mi ronzava in mente erano le varie escursioni che avremmo fatto sul posto. Ovunque, su internet, avevo letto che le escursioni proposte dai resorts erano le stesse dei famosi beach boys, in quanto organizzate dalle medesime agenzie turistiche. Allora why not rivolgersi ai beach boys? Alla fine abbiamo deciso di affidarci proprio a loro, innanzitutto per aiutarli economicamente e poi per stare a contatto con loro, conoscere un po’ la loro vita, le loro abitudini e tradizioni, il loro modo di vedere il mondo, così diverso dal nostro. E poi con i beach boys sicuramente si risparmia.
Mentre sorvolavamo una parte di mondo, tra un biscottino e un film, pensavo, inoltre, a quello che avevo letto sulla “contrattazione” per fare acquisti. Eh, sì, perché in Kenya il prezzo di qualunque cosa varia a seconda della voglia e della capacità che si ha di negoziare. Da un lato, quindi, sorridevo, tra me e me, pensando “ma che cosa simpatica”, dall’altra, però, “che pizza, sto andando in vacanza per rilassarmi e non ho nessuna voglia di stressarmi”…
Pensavo, però, soprattutto, alla povertà che avrei trovato. Ed il solo pensiero mi stringeva il cuore…
E così, tra una riflessione e l’altra, dopo 7 ore più o meno esatte di volo arriviamo all’aeroporto di Mombasa. Espletiamo le formalità per il visto di ingresso (50 dollari o 40 euro) e, dopo aver “corrotto” con 5 euro un poliziotto per non farci aprire la valigia, usciamo dall’aeroporto. E lì abbiamo dato il nostro primo dollaro di mancia ad un uomo che ci ha sistemato le valigie sul furgoncino, “fantozziano”, che ci avrebbe portato al Barracuda Inn di Watamu.
Del Barracuda avevo letto che un era resort molto carino e, soprattutto, che si mangiava bene. Di proprietà del signor Ennio, un Italiano trasferitosi in Kenya molti anni fa, posso dire che è davvero stupendo: non eccessivamente grande, molto curato però in tutto (stanza molto accogliente in stile Shawili, ristorante e bar deliziosi), pochi animatori ma davvero simpatici (la maggior parte delle serate si sono svolte con spettacoli di varie tribù, come Masai e Giriama, seguiti da sfiziosi mercatini allestiti al termine degli spettacoli), una cordialità e familiarità unica, e, dulcis in fundo (in tutti i sensi), una cucina a dir poco spettacolare. Ovviamente, essendo un villaggio Italiano e per Italiani, non si poteva pretendere di trovare menù tipici del luogo tutti i giorni. Sappiamo benissimo quanto noi Italiani siamo intransigenti riguardo al cibo. Tuttavia, abbiamo mangiato davvero benissimo, molto meglio che in tanti ristoranti in Italia. Il tutto, in un’atmosfera unica, magica, così lontana dal nostro tanto amato life style europeo.
Siamo rimasti a Watamu una sola settimana; una vacanza relativamente breve ma comunque intensa.
E cosa dire del mare? Spiagge bianche, sole, un po’ di vento quanto basta e, purtroppo, un po’ di alghe Il periodo migliore per andarci è infatti da dicembre a febbraio (stagione secca) in cui non dovrebbero esserci affatto alghe.
Il primo giorno abbiamo subito conosciuto i beach boys che ci avrebbero accompagnato nelle varie escursioni che avremmo fatto nel corso della settimana: safari, Malindi e Sardegna 2. Siamo veramente riconoscenti a questi ragazzi per averci fatto vivere delle esperienze uniche e in una maniera talmente organizzata che non ci saremmo sicuramente aspettati. Sono stati davvero molto carini, gentili e disponibilissimi alle nostre esigenze.
Le escursioni, tutte molto belle ed estremamente interessanti, ci hanno fatto conoscere la vera anima del Kenya, nel suo modo di essere così selvaggio, ingenuo ed allo stesso tempo, estremamente affascinante.
La prima escursione è stata il safari di 2 giorni allo Tsavo Est, dove abbiamo visto quasi tutti gli animali della savana: branchi di elefanti (a distanza di 2 metri), gazzelle, zebre, leonesse (che avevano appena catturato un bufalo e si stavano gustando il loro appetitoso pranzetto), bufali, etc. E poi giraffe, dik dik e molti altri animali, più o meno conosciuti.
Di ritorno dal safari, anche se saremmo tornati a Watamu con un paio di ore di ritardo rispetto al nostro programma (molto tempo dopo il tramonto del sole) il beach boy che ci accompagnava ed il nostro bravissimo autista (che noi chiamavamo Schumacher) hanno preferito farci percorrere la famosa strada dove hanno girato il film “La mia Africa”. Dovete sapere che il beach boy (come molti della costa orientale dell’Africa che hanno subito l’influenza araba) è musulmano e dall’alba al tramonto in quel periodo rispettava il Ramadan. Quel giorno però ha preferito farci vivere una esperienza unica (tale è stata) sacrificando le sue personali esigenze. Per rendere l’idea: ”Quanto manca alla fine del Ramadan oggi?” e lui “23 minuti”. Comprendete bene come il suo sia stato un gesto di forte umanità.
La via de “La mia Africa” è stata qualcosa di commovente, estremamente emozionante in cui, non lo nego, ho pianto svariate volte, di fronte alla vera povertà, ai gruppi di bambini che ci correvano dietro per avere una caramella o una penna, alle donne che avevano fatto chilometri per prendere un po’ d’acqua dal fiume. Come si fa, di fronte a tutto questo, a non riflettere sul senso della vita?
Durante tutto il tragitto abbiamo distribuito penne, quaderni, colori, caramelle ed ancora farina, sapone e tè che avevamo comprato lì lungo la strada…con l’aiuto delle nostre guide, abbiamo distribuito questi prodotti a donne e bambini, che ci ringraziavano con un semplice (ma che al tempo stesso esprimeva tutta la loro riconoscenza e felicità) sorriso, che ho impresso nella memoria.
Ci siamo anche fermati a visitare un villaggio Masai: molto commerciale ma interessante.
Tornati a Watamu (e sollevati dal vedere che la gente lì non era in condizioni così disperate come quella della via de “La mia Africa”, perché magari non abitava nelle capanne ed aveva di che vivere), nei giorni seguenti abbiamo visitato il parco naturalistico di Malindi, la Falconery (con vari animali: coccodrilli, tartarughe, serpenti, ecc, però non liberi, ovviamente) e la fabbrica del legno; della fabbrica in realtà c’era ben poco però in compenso un enorme negozio con una infinità di oggetti in legno, anche se piuttosto costosi.
Il mio ragazzo Davide ed io abbiamo visitato anche Gede, una antica città araba (quasi del tutto distrutta), oggi popolata di simpatiche scimmiette che facevano enormi salti per afferrare, con una tale precisione, le banane che normalmente i turisti Italiani, come anche noi, portano.
Il giorno successivo, in mattinata, ci sarebbe stata la bassa marea, per cui dal villaggio di Watamu abbiamo raggiunto a piedi l’Isola dell’amore…una sensazione stupenda…un panorama surreale…e poi, dopo qualche ora, doversi sbrigarsi a tornare a riva per non essere travolti dalla potenza del mare!
La nostra ultima escursione è stata la famosa Sardegna 2: con un gruppo di una quindicina di persone, sempre in compagnia degli stessi beach boys, abbiamo innanzitutto fatto un po’ di snorkeling nel parco marino di Malindi (quasi di fronte la villa di Briatore, che ha dato il nome a questa isola-fantasma) e poi abbiamo raggiunto Sardegna 2. Con la bassa marea il mare tra questa e la spiaggia si era ritirato e noi eravamo praticamente su un isolotto, davvero paradisiaco, di spiaggia bianca, con il nulla intorno…che sogno bagnarsi nelle piccole “piscine” naturali di caldissima acqua azzurra…il bianco della sabbia, l’azzurro del mare e del cielo…e poi, grigliata di aragoste e polipi su quello che solo un’ora più tardi, da isolotto sarebbe diventato mare.
Si conclude così in bellezza la nostra vacanza da sogno in Kenya, con il cuore colmo di gioia, malinconia, ed indimenticabili emozioni che, ogni tanto, come Sardegna 2, riaffiorano.

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Ci sono 3 commenti su “Kenya, per sempre nell’anima

  1. Bel diario,mi hai fatto ricordare della mia vacanza indimenticabile in kenya, stesso hotel stesse escursioni…mi manca gia tanto tutto quanto, ma gia si pensa a un ritorno, sempre nello stesso periodo,sempre con lo stesso Beach boy e sempre nello stesso resort dove spero di poter ritrovare tutti quanti. Quindi per adesso anche se difficile posso solo vagare con i ricordi aspettando che arrivi il prossimo dicembre…jambo!

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