India: Capitolo Terzo

India: capitolo terzo.
Questo è il mio terzo racconto di viaggio in quel paese meraviglioso che è l’India. L’itinerario esce, per la maggior parte, dai circuiti turistici di massa, toccando la parte nord occidentale del Rajastan, il nord del Gujarat e il Madhya Pradesh.
Il viaggio l’ho organizzato da sola, ho acquistato un volo Emirates per me e mio marito a 560 euro a/r Milano/ Dubai / Delhi e per il tour ci siamo appoggiati all’agenzia di Karni Singh, India Popular Vacations. L’organizzazione è stata ottima e dopo una breve trattativa ci siamo accordati sul prezzo che comprendeva: auto con autista, benzina, tasse statali, parcheggio e hotel con prima colazione.
Questa è la mia storia.

3 marzo
Partiamo da Malpensa in perfetto orario, buono il servizio a bordo e alle 19,30 atterriamo a Dubai. Le ore di attesa sono quasi tre, ma il tempo scorre velocemente; l’aeroporto è molto grande e in ogni caso, ci sono delle comode poltrone con poggiapiedi dove potersi stendere e riposare. Da Dubai partiamo con 45 minuti di ritardo che però recupereremo in volo.

4 marzo (Delhi/ Mandawa km 242, ore di viaggio 8)
Atterriamo a Delhi e riannodo il filo spezzato con l’India lo scorso ottobre. All’uscita troviamo ad attenderci Mahesh, l’autista che ci aveva già scorrazzato nel nostro primo viaggio. Il saluto è festoso, non c’è bisogno di rompere il ghiaccio, carichiamo i bagagli in macchina e si parte. Le strade indiane sono regno dell’anarchia più assoluta, ognuno guida come gli pare, ma l’esperienza di viaggiare di notte ci mancava … Uno può pensare … beh non ci sarà lo stesso traffico che di giorno … ! Errore! E’ identico, caotico e col buio da cardiopalma, la maggior parte degli indiani guida coi fari abbaglianti sparati e perciò quando si sorpassa c’è questo momento in cui non si capisce bene chi si deciderà a lasciare spazio all’altro veicolo, ma poi, come sempre, tutto si risolve all’ultimo momento e si va avanti. Per completare l’opera dopo un po’ foriamo una gomma e qui la pila tascabile di mio marito è stata davvero utile perché nel buio pesto sarebbe stata una bella impresa … Fa freschino, dobbiamo infilarci la felpa. Alle 7 la strada è pessima, si va a rilento, ci sono tanti carri trainati da dromedari che trasportano immensi carichi di foraggio per animali, il panorama è desertico.
Alle 11 siamo a destinazione, alloggiamo all’Hotel Desert Resort Mandawa, è carino. Ci sono dei bungalow molto spaziosi, un bel bagno grande ma bisogna prestare un po’ di attenzione ai gradini che separano la zona letto dall’ingresso e i servizi. C’è anche una piscina, ma tenuta malissimo, l’acqua è sporca e difatti non c’è nessuno. Peccato! Sul soffitto ci sono degli anelli ai quali una volta si appendevano i ventagli, ora sono riconvertiti come appendiabiti.
Ci riposiamo fino alle 16,30 e poi partiamo per la visita alla città. Mandawa è famosa per le sue Haveli, le antiche residenze dei mercanti, splendidi edifici, pieni di magia, di una decadenza e bellezza toccante. Sembra,di primo acchito, una città fantasma dove qualcuno si è però divertito a mescolare case deserte a edifici regolarmente abitati. In effetti molte Haveli sono disabitate, altre no, ci vivono interi nuclei famigliari che si occupano di tenere pulite e in ordine queste antiche case e all’interno del cortile vendono manufatti della zona e souvenir. La città ha molti antichi acquedotti , i più sontuosi erano destinati ai ricchi mercanti, i più semplici alla popolazione, uno era per i soli musulmani.
Ceniamo in hotel, sarà la cena più cara del viaggio (10 euro a testa) penso che i gestori sappiano che non ci sono alternative in città e perciò applicano i prezzi che vogliono. In ogni modo mangiamo molto bene.

5 marzo (Mandawa / Bikaner km 242, ore di viaggio 3,45)
Partiamo alle 8,15 e il panorama è desertico. Passiamo di fianco a una scuola, i ragazzi sono tutti seduti all’esterno dell’edificio, per terra a gambe incrociate. Maschi e femmine stanno separati tutti hanno le divise scolastiche pulite, capelli ben ravviati e stanno scrivendo su un quaderno, è tempo di esami finali.
In ogni villaggio ci sono grandi bacini per raccogliere l’acqua tanto preziosa in queste zone dove la siccità è di casa. La usano per lavarsi e per i lavori domestici.
A mezzogiorno arriviamo a Bikaner, facciamo una sosta in hotel. Siamo al Lallgarth Palace, una residenza del maharaja della città riconvertita in hotel. Ci danno una suite da 80 mq., un trionfo di marmi, mobili d’epoca, il solito lettone king size (quanto sono comodi i letti indiani!…). Alle 13,30 partiamo per la visita al forte della città, il Junagarth Fort, una volta tanto non è arroccato in cima a una collina, ma sul piano. La visita è guidata, siamo una decina di persone e noi gli unici stranieri. La guida ci tallona, spiega in hindi e poi da la spiegazione a noi in inglese misto a qualche parola di italiano. Questo signore adora fotografare, ci chiede la macchina ogni due minuti e Clik! io e mio marito non abbiamo mai avuto tante foto scattate insieme come a Bikaner! Alla fine del tour ci mette pure in posa … Il forte è molto bello e grande, non ha nulla da invidiare a quelli più rinomati del Rajastan.
Ora ci aspettano i templi Jain, il più importante è il Bhandreshvar costruito da due ricchi fratelli mercanti. Solitamente non è consentito fotografare nei templi gianaisti, ma qui il divieto non c’è. All’interno, su un tavolo, è sdraiato un bramino, è lui a darci il benestare per fare le foto, ma ha davanti un bel piatto per le offerte … mentre gironzoliamo per il tempio squilla un cellulare al massimo volume, il bramino, da sotto la tunica arancione, estrae il suo telefono e si fa la sua bella chiacchierata. Beh ora ci attende il tempio Desnok meglio conosciuto come quello dei topi. Dista 30 km da Bikaner. Che dire? Pensavo peggio, certo l’odore c’è ma i topolini sono piccoli ed è divertente vederli scorrazzare senza temere l’uomo. Ci sono grappoli di topini che dormono tutti allacciati lungo le inferriate, ma l’andirivieni più frenetico è in un grande stanzone dove ci sono le ciotole di latte e altre leccornie per topi che vengono offerte dai fedeli. La devozione è tantissima e anche il nostro Mahesh si stende per terra col viso sul pavimento e prega. Vediamo anche il topo bianco che dicono porti fortuna! Noi ci eravamo portati dei calzini vecchi da indossare per questa visita, (che poi abbiamo buttato via) ma tanti turisti non si sono fatti i nostri scrupoli e sono entrati a piedi scalzi.
A cena decidiamo di andare in un ristorante che ha una terrazza all’aperto, il locale è molto carino, ci sono anche dei musicisti e ballerine, ma è poco illuminato. Mio marito non vede l’ultimo gradino e atterra a pelle di leone tra le urla di due ragazze spagnole … non si è fatto niente per fortuna, poteva rompersi un osso e avere un mare di guai … che sia stato il topo bianco a dargli una mano? Mangiamo molto bene e spendiamo 1000 rupie in tre.

6 marzo (Bikaner / Jaisalmer km 332, ore di viaggio 7)
Siamo in viaggio verso Jaisalmer, la mitica città sulla via della seta, partiamo alle 8 e mezza. La prima sosta la facciamo in un villaggio chiamato Kheechan, rifugio naturale per gli uccelli Kurjan che vivono qui fino a primavera inoltrata quando poi partono per la Siberia. Veniamo raggiunti da alcuni bambini, sono poverissimi, camminano a piedi nudi su alcuni vetri di bottiglia che ci sono sul sentiero che percorriamo, come piccoli fachiri … gli diamo qualche penna, caramelle e poche rupie per comperare la cioccolata in un bugigattolo poco distante dal nostro parcheggio. Lungo la strada verso Jaisalmer, ci fermiamo a Ramdeora per visitare il Tempio di Baba Ram Devji, un appartenente alla famiglia reale che a 33 anni entrò in santità. E’ veneratissimo in tutto il Rajastan e ad agosto c’è un festival a lui dedicato che dura un mese. I pellegrini devono arrivare a piedi e da Jaisalmer sono 120 km poi, una volta visitato il Tempio possono tornare alle loro case coi mezzi pubblici. Diversi chilometri prima di giungere al tempio vengono approntati degli alloggi di fortuna, le persone arrivano a migliaia. L’accesso al Tempio è tra due ali di negozi che vendono articoli religiosi, ma anche dolci e souvenir di vario genere. Lasciamo una offerta a due bramini che mi legano un laccio colorato di cotone al polso.
A Jaisalmer arriviamo alle 3 e mezza e ci sistemiamo all’hotel Rangmahal. Dopo un’ora siamo di nuovo in strada e ci dirigiamo al Cenotafio di Bada Bagh, una serie di cenotafi reali dei Rajiput Bhatti, molto belli. Il cenotafio reale ha un crematorio ancora oggi usato dalle famiglia dei Rajput e di fianco una zona è riservata alla cremazione dei bramini. E’ un posto magnifico, siamo nel silenzio più totale e di fronte ai cenotafi si staglia l’imponente fortezza di Jaisalmer. Assistiamo al tramonto davvero suggestivo, peccato che abbiano innalzato due pali della luce giganteschi e altri due pali di ripetitori telefonici che rovinano in pieno il panorama. Per scattare le foto ho il mio da fare a evitare questi mostri metallici. Andiamo a cena fuori città, ottimo vitto e 15 euro in tre, birra compresa.

7 marzo Jaisalmer
Alle 9 siamo pronti, aspettiamo nel nostro bell’hotel la guida che ci accompagnerà a visitare la città. Segnalo il suo nome perché è una guida validissima, parla un ottimo italiano, è una persona colta, conosce benissimo la sua città e nelle 5 ore passate con lui ci ha raccontato davvero tantissime cose della vita e della società indiana. Si chiama Prakash Shripat (cellulare: 9414291033).
La città è spettacolare e mi ricorda Sanaa nello Yemen. Prima di accedere alla porta di ingresso vediamo tre uomini travestiti da bramini, il look è perfetto, ma a tradirli sono gli occhi che saettano in lungo e in largo per avvistare i turisti in arrivo. Si offrono per una foto ricordo con mancia, naturalmente … Fuori delle mura c’è anche l’unico negozio della città autorizzato alla vendita di marjuana che viene consumata , come anche l’oppio, durante i tre giorni di festeggiamenti nuziali. Nel negozio vendono biscotti e torte alla marjiuana. Jaisalmer vive solo di turisti e solo per pochi mesi all’anno perché, da maggio, la temperatura sale vertiginosamente raggiungendo anche i 50 gradi e fino a ottobre non ci viene più nessuno (record due anni fa di 54°).
Ogni edificio di questa città è un lavoro di cesello, le facciate sembrano dei pizzi. E’ bellissimo girare negli stretti vicoli dove lo spettacolo sono le facciate delle case, tutte diverse una dalle altre. Ci sono donne che si affacciano curiose e molte porte sono aperte. Ci sono diverse case nuove in costruzione, per realizzare una finestra ci vogliono 3/ 4 mesi di lavori e 800 euro che in India sono una cifra ragguardevole. Con la guida andiamo a vedere un negozio statale dove vengono venduti manufatti realizzati a mano dalle donne della città che cosi’ hanno uno stipendio sicuro. Compriamo un bellissimo pachword realizzato con vecchi sari delle spose, dei veri capolavori. Ma il vero colpo gobbo è l’acquisto di una vera pashmina, la pago 90 euro! La lana della gola delle pecore arriva dal Kashmir e viene barattata con lana di dromedario, è soffice e leggerissima ….
La visita alla città termina alle 15, siamo stanchi e torniamo in hotel a riposare, c’è una bella piscina nel giardino e ce la godiamo.
Ceniamo benissimo al Juntion palace restaurant in Achal Vanshi Colonely (9214312349), solo 650 rupie in tre.

8 marzo (Jaisalmer / Jodhpur, ore di viaggio 5)
Partiamo alle 8 alla volta di Jodhpur, vediamo tante donne che vanno a prendere l’acqua ai pozzi che possono essere lontani anche 4 o 5 km … Portano le anfore sopra la testa e camminano con un passo da fare invidia a qualsiasi indossatrice. Ho notato come in India tutti abbiano la schiena dritta, difficile vedere scogliosi o cifosi!
La strada è buona tranne negli ultimi 50 km dove sembra un gruviera. In ogni caso il traffico è sostenuto. Decidiamo di fermarci da un sarto per fare le camicie su misura. Nel primo emporio hanno solo tessuti in seta o lino pesante per giacca e allora torniamo nel medesimo negozio dell’anno scorso. Il sarto, che stava accucciato per terra a cucire, appena vede mio marito salta in piedi e si precipita a salutarlo, l’ha riconosciuto forse dalla camicia che indossava e che lui stesso aveva tagliato e cucito un anno fa. Sono le tre del pomeriggio e il sarto dovrà stare parecchie ore al lavoro per realizzare tre camicie per mio marito, due completi Kameez salwar per me e due pantaloni. Si merita una sostanziosa mancia. Tutto ciò che è stato ordinato verrà poi recapitato al nostro hotel distante ben 35 km quella stessa sera alle 21,30.
Vicino a questo negozio c’è un mall locale, niente a che vedere coi nostri, molto più spartano. E’ una serie di merce esposta su scaffali, è come andare in un bazar al chiuso. Compriamo una bella valigia nuova di marca indiana (la vecchia si era rotta) a un prezzo buonissimo e poi andiamo a pranzo in un ristorante della città dove mangiamo bene.
L’hotel Rohetgarh Fort è una meraviglia, una parte dell’edificio storico è ancora residenza privata del maharaja mentre l’altra è stata adibita ad albergo. Ci danno una suite bellissima con salottino e vista lago. Il giardino è pieno di pavoni e; tè e caffè con dolcetti sono offerti gratuitamente agli ospiti. A cena il maharaja scende personalmente a dare il benvenuto ai suoi clienti. C’è anche un maneggio, ci sono 4 cavalli di pura razza Marwari personali del padrone di casa e altri che vengono noleggiati per passeggiate in campagna. I cavalli Marwari hanno delle orecchie davvero buffe, sono rivolte all’interno e le punte di toccano.

9 marzo (Rohetgart / Mt. Abu, ore di viaggio 2,30)
Partenza alle 9. La strada è spesso a una sola corsia, ci sono donne che lavorano trasportando ceste di terra o di sassi sulla testa. Ci sono anche degli alloggi per i lavoratori, consistono in un telo montato su quattro pali e sotto ci vive la famiglia, in mezzo a polvere, terra e su un fondo di sassi. A Mt. Abu arriviamo all’una e mezza, siamo a 1200 metri di altitudine, ma fa caldo. Visitiamo i templi jain di Dilwara, spettacolari, tutti in marmo bianco, la filigrana sembra sia stata realizzata da intagliatori d’avorio con la lima e non a colpi di scalpello. Peccato non si possa fotografare ….Facciamo un giro nel centro e in riva al lago c’è il noleggio dei pedalò. Io e Mahesh ne prendiamo uno per mezz’ora (che faticaccia!) per scattare foto dal lago e con mio grande imbarazzo veniamo fotografati da moltissimi indiani.
Un’ altra attrattiva di Mt Abu è in Sunset Point, ci sono tre modi per arrivare: a piedi con una breve camminata, a cavallo o a bordo di carrellini metallici montati su quattro ruote con un manubrio tipo passeggino che viene spinto da una o due persone. Noi andiamo a piedi, ma devo dire che molte persone preferiscono essere trasportati. I cavalli sono sottoposti a un lavoro massacrante che per fortuna dura un’ora e mezza, non di più. In salita portano in groppa una, ma anche due persone e quando tornano giù scendono al galoppo sfrenato col loro padrone che cerca in tutti i modi di recuperare tempo e clienti. I cavalli galoppano sull’asfalto, cosa pericolosissima per uomini e animali. I carrellini portano due adulti o un adulto e due bambini messi uno di fronte all’altro. Una volta portati i clienti in cima i manovratori scendono anche loro di corsa. Quando si avvicina l’ora del tramonto sono decine le coppie pronte a godersi lo spettacolo, molte sono coppie in luna di miele. Sui crinali del monte sono stati realizzati dei terrazzi e balconate e ci sono fotografi che mettono in posa le coppie con la mano tesa dove si adagia, sullo sfondo, il sole che sta morendo all’orizzonte.
Il nostro hotel è un Heritage, (The Jaipur House) ma a parte la bellezza dell’edificio e il panorama mozzafiato perché, è in cima alla collina che domina il lago, non è poi sto granchè.. Ceniamo maluccio e anche la colazione è misera.

10 marzo (Mt Abu / Dasada, km 217 ore di viaggio 4)
Partiamo alle 8 e alle 9,15 siamo in Gujarat, dobbiamo pagare la tassa d’ingresso e il nostro autista attraversa la strada per andare nell’ufficio. Mio marito ne approfitta per un bisogno fisiologico alla moda indiana, girando le spalle alla strada, scendo anche io per scattare delle foto e dal nulla compare una famiglia di musicanti che in un battibaleno mi circonda. Ci sono tre generazioni, nonni, genitori e bambini. Tutti allungano le mani verso di me chiedendomi soldi tra qualche colpo di tamburo e una pifferata, mio marito è “impegnato” così devo cavarmela da sola. Cerco d’entrare in auto, ma anche quando ci riesco le mani, piccole e grandi si infilano dentro l’abitacolo e quando con grande fatica riesco a chiudere la portiera mi accordo che il finestrino è abbassato. Così le mani entrano di nuovo in azione e la mia ansia cresce. Paino piano alzo il finestrino elettrico e lancio caramelle e così come dal nulla sono comparsi i musicanti così nel nulla scompaiono, ma che fossero nascosti nella folta boscaglia a lato della strada?
Le strade del Gujarat sono stupende, ben asfaltate, un vero sogno! Oggi si celebra la più importante festa induista dedicata a Shiwa, ci sono tantissimi mendicanti. Facciamo una sosta a Modera per vedere il meraviglioso pozzo, è pieno di ragazzi in gita e come al solito siamo i soli stranieri.
A Dasada arriviamo alle 13,30. L’hotel Rann riders è in un posto incantevole, ha dei bei cottage in pietra, puliti , arredamento etnico, un bagno spazioso e sono immersi in un ampio giardino. Ci accordiamo subito per il safari. Ci sono due possibilità di escursione: il safari naturalistico oppure di tipo etnico con la visita ai villaggi tribali della zona dove si realizzano bellissimi manufatti. Chi desidera fare entrambe le escursioni è meglio che si fermi a Dasada per due giorni. Le jeep dell’hotel infatti, possono essere prenotate anche da persone che non alloggiano li ed è comunque meglio prenotare le escursioni all’atto della prenotazione. Noi scegliamo il safari naturalistico perché, vogliamo vedere gli asini selvatici. Per due persone ho pagato 1100 rupie. Dico subito che sono soldi spesi bene perché è molto bello. Si possono vedere abbastanza da vicino gli asini mentre antilopi e uccelli da lontano. Vedo per la prima volta nella mia vita la terra del deserto spaccata dall’arsura. Ci sono delle saline, ma il momento più bello e una di quelle esperienze che mi porterò dietro per tutta la vita è stato il tramonto su questo piccolo lago dove vivono intere colonie di uccelli. Mentre il sole calava c’era una atmosfera di pace assoluta, si udivano i richiami degli uccelli che si alzavano in volo nelle luce dorata, una moltitudine di fenicotteri e due pellicani che galleggiavano placidi sull’acqua. Eravamo soli in questo mondo fermo nel tempo, un attimo indimenticabile di questa India! Poi di colpo quando il sole si è abbassato completamente tutti gli uccelli si sono alzati in volo e sono scomparsi nel cielo.
Ceniamo in hotel, benissimo, unico neo: le zanzare, ce ne sono a battaglioni. In hotel bruciano delle strane misture di erbe che dovrebbero accoppare gli sgraditi ospiti, ma l’effetto non dura in eterno ! Ci da la sveglia il gallo intorno alle cinque del mattino, un chicchirichi ogni dieci minuti …

11 marzo (Dasada / Ahmadabad km 95, ore di viaggio 1,30)
Stamattina ce la prendiamo comoda e si parte per Ahmadabah alle 9,30. La strada è bella, ma ci sono continui rallentamenti per via delle greggi di pecore o di bufali che camminano in autostrada occupando una delle due corsie. A lato ci sono campi coltivati a cotone, anice o cumino. Alle 11 siamo in città. Alloggiamo all’hotel Metropole e ci danno un suite che sembra un appartamento con cucina, soggiorno, camera, due bagni di cui uno con vasca jacuzzi. Decidiamo di partire subito per la visita alla città vecchia. Il centro storico lo si può raggiungere solo un tuk tuk, non esistono parcheggi e circolare con una vettura nelle strette stradine piene di gente è una vera impresa … In centro c’è un bel tempio Jain che si chiama Hatheesing, ingresso libero, ma anche qui niente foto. Il guardiano ci apre una porta per accedere a una terrazza sul tetto del tempio e ovvio casca la mancia. Ci accordiamo con un guidatore di tuk tuk che ci accompagna alle due moschee più importanti della città che è quasi totalmente musulmana. Di donne in burqa se ne vedono poche e in moschea si entra senza velo.
Per attraversare la strada stiamo tutti per mano e ci lanciamo nel traffico caotico avanzando a zig zag e sperando nella compassione di qualche autista disposto almeno a rallentare un pochino … Il traffico è micidiale. Molto più caotico che non a Delhi o Jaipur e con un tasso di inquinamento alle stelle.
Il bazar è carino, i venditori sono simpatici e cordiali, in tanti ci chiedono di essere fotografati, stringiamo la mano a tante persone che ci danno il benvenuto. Pranziamo al The green House Restaurant, molto bene, fanno cucina vegetariana del Gujarat. Ci facciamo portare un mix di stuzzichini al semolino, verdure e con una polenta molto speziata ma deliziosa. Il piatto è cosi’ abbondante che non riusciamo a finire tutto il cibo. Giracchiamo ancora in centro per fotografare le vecchie case e poi nel tardo pomeriggio rientriamo in albergo.

12 marzo Ahmadabad
Oggi terminiamo la visita alla città e alle nove siamo in auto verso l’Ashram di Gandhy, chiamato Satyagraha che dista 7 km dal centro città. Qui Gandhy visse dal 1917 per quindici anni. L’ho trovato un posto commovente … è pieno di sue foto che lo ritraggono a tutte le età. Si vede un Gandhy bambino, coi suoi genitori, studente e poi avvocato in Sud Africa fino al suo ritorno in India, le marce ecc. C’è la lettera che Gandhy lesse a Londra, nel Parlamento inglese, della durata di un minuto e mezzo e che fece poi il giro del mondo. Proprio oggi si celebra la giornata a lui dedicata e c’è una rappresentanza di scolari, militari e di alcune personalità tra cui due occidentali vestiti di bianco. Sono presenti le troupe di tutte le tv indiane che riprendono la cerimonia. E tanto per cambiare siano i soli turisti. C’è una grossa biblioteca e tenuto conto dell’epoca davvero ricca di volumi.
La città non offre molto di più da vedere di significativo e decidiamo di andare al Kankaria lake costruito nel 1451 da un sultano. Oggi ci sono scolaresche in gita, coppie di innamorati , qualche famiglia e..noi. Poca gente, ma penso che nei fine settimana sia brulicante di gente che viene qui a passare l’intera giornata. All’interno dell’area c’è un lunapark, un trenino che fa il giro intorno al lago e una mongolfiera attaccata a un cavo d’acciaio che va su e giù, da li si può godere della vista dell’intera città dall’alto. Perciò si va in mongolfiera, spendiamo la cifra di 1,50 euro in due..
Su alcuni muri della città ci sono dei murales davvero belli. Ritraggono la vita di Gandhy o attività agresti del Gujarat. Penso siano stati realizzati da artisti locali o studenti d’arte perché, sono davvero ben fatti. Pranziamo molto bene in hotel e spendendo meno di ieri poi alle 16,30 andiamo a vedere l’Askhardam, un edificio storico a circa 35 km dalla città. E’ un mausoleo dedicato a un Maharaja morto nel 1955 a 86 anni e che visse in santità. Era anche filosofo, studioso e una persona che per tutta la sua vita fece del suo meglio per migliorare le condizioni di vita della sua gente. E’ veneratissimo, ma di religione jain perciò niente foto. I controlli all’ingresso sono severissimi, bisogna mollare tutto anche la borsa. Un vero peccato non potere scattare foto, siamo arrivati all’ora che precede il tramonto, la luce era soffusa, il tempio bianco pieno di donne coi sari al vento di tutti i colori. Si accede al tempio camminando tra giardini curatissimi con tutte le tonalità del verde e pieni di fiori stupendi. Ho cercato di memorizzare tutto questo splendore nella mia testa.
Ahmadabad è una città molto pulita, ma nel rientrare al nostro albergo sfioriamo in più occasioni bidonville terribili, l’India dei poveri più poveri è sempre in agguato …. C’è una folta rappresentanza anche di zingari.

13 marzo (Ahmadabad/ Janbugodhoda, ore di viaggio 4)
Siamo diretti a Jambughoda, ultima tappa del Gujarat, partiamo alle 8. La strada è buona, ma con un traffico bestiale, ci sono rallentamenti e code a ogni centro abitato che incontriamo e tanti greggi che attraversano la strada e bloccano le due corsie di marcia. Di vacche se ne vedono poche ma siamo in uno stato prevalentemente musulmano. Le tante ragazze che vediamo sfrecciare in motorino sono tutte col volto coperto, ma non è detto che siano tutte mussulmane. Lo fanno per ripararsi dalla povere, ma anche dal sole perché in India il bello è “ bianco ”. Tutti gli attori di film o pubblicità sono rigorosamente di pelle chiara!
A un distributore l’attrazione diventa mio marito, ci sono 4 ragazzi stupito dal suo volto glabro e insistono che si faccia crescere due bei mustacchi. Il traffico è sempre sostenuto, ma siamo sull’autostrada che collega il nord con Mumbai. A mezzogiorno raggiungiamo Champaner Pavagadh, parco archeologico, patrimonio dell’Unesco dal 2004. E’ meraviglioso ed è un vero peccato che sia snobbato dalla maggior parte dei viaggiatori, un gioiello sconosciuto al turismo. La città, antica capitale del Gujarat, risalente al XVI ma con edifici risalenti fino all’VIII secolo, è cinta da mura con al suo interno tre meravigliose moschee, una più bella dell’altra! Consiglio vivamente a tutti coloro che viaggeranno nella regione del Vadodara di fare una sosta in questo sito, non vi deluderà!
Janbughoda dista pochi km da Champaner e il nostro albergo è un Eritage, “ A home of nature lovers “, all’interno della vasta proprietà appartenente alla famiglia reale. Al nostro arrivo, la proprietaria, viene a salutarci e a darci il benvenuto caloroso nella sua casa. Le camere sono semplici, arredate in stile country e affacciate sul giardino, molto gradevoli. Abbiamo pranzato e poi cenato pasti di cucina casalinga tradizionale della regione, molto buoni, a prezzo modico. Alle 16 andiamo a visitare il villaggio e il suo bazar, abbiamo addosso gli occhi di tutti, la popolazione è cordiale e si fanno fotografare con piacere. In questo villaggio durante la festa dei colori (Holi) organizzano varie manifestazioni e arrivano tanti turisti. Ci sono escursioni nelle campagne per visitare i villaggi. Al bazar compriamo per 100 rupie due etti di pepe nero. Noi cerchiamo invano di arrivare alla casa di una artista locale. Chiediamo a un sacco di persone e quando alla fine troviamo la persona che ci da la giusta indicazione scopriamo che l’artista vive nel fitto della boscaglia e che la sua casa si può raggiungere solo a piedi. Perciò desistiamo. Qui c’è anche una scuola primaria costruita dai Salesiani di Don Bosco, ma è chiusa, non vediamo nessuno.
Domani ci attendono 300 km di strade orrende, si entra in Madhya Pardesh.

14 marzo JAMBUGODA / MANDU ( ore di viaggio 8)
Partiamo alle 7 e mezza. La strade non sono differenti dalle aspettative, sono dissestate e si procede a rilento. A lato della strada vendono, in bottiglie di plastica, un liquore ricavato dal cocco che, non so il nome, si presenta biancastro e pare sia molto apprezzato dai locali. La strada indiana è sempre fonte di sorprese. Sorpassiamo una moto, il passeggero seduto dietro tiene ferma sotto il sedere una canna di bambù lunga due metri e con un diametro di dieci cm che ondeggia paurosamente. Poco più avanti i passeggeri sono tre, quello di mezzo è un caprone, vivo e vegeto! Attraversiamo villaggi miserevoli, i mercanti stendono un telo sulla strada e vendono a volte solo uova o ortaggi. Fino alle 12,45 la strada è orrenda poi finalmente migliora … Per percorrere 150 km ci mettiamo cinque ore.
Alle 15 si rompe l’aria condizionata, ci fermiamo , la macchina non da segno di vita e partiamo a spinta. La spinta ci viene da quattro baldi giovanotti, ma io sono preoccupata perché la prima officina autorizzata è a Indore dove arriveremo tra due giorni. Così viaggiamo capelli al vento e abbiamo il nostro da fare coi finestrini elettrici che vanno su e giù quando incrociamo un altro veicolo per il polverone che si alza. Prima di arrivare al nostro albergo parte da terra una minuscola tromba d’aria che vortica in mezzo alla strada e ci passa davanti. Il nostro autista è impietrito, al suo villaggio dicono che porti rogna, così sparo una paio di corna senza farmi vedere, non si sa mai …
Mezz’ora più tardi arriviamo a Mandù, siamo in un resort, Hotel Malwa Resort ed è in una posizione incantevole. La struttura è vecchiotta e andrebbe risistemata, ma è il meglio che offra la città. La stanza è comunque grande così il bagno dove però non esce l’acqua dal microfono doccia. Ci facciamo la doccia all’indiana, accucciati sotto il tubo che sta a mezzo metro dal pavimento. Alla nostra età non siamo più così atletici e rialzarci è stato un po’ comico. C’è un frigo bar del tempo jurassico e l’aria condizionata va e viene come la luce. Davanti al nostro cottage c’è un piccolo lago, mezzo asciutto di questa stagione.
Il nostro autista intanto confabula coi suoi colleghi autisti e ci da la buona notizia che l’auto parte, ma l’aria condizionata deve stare spenta. Pazienza! Ceniamo e poi siamo invitati ad assistere a una manifestazione di danze popolari della zona che rientrano nel pacchetto di un gruppo di turisti francesi. I ballerini sono tutti teen ager, otto maschi e una sola femmina. Vengono dalle foreste intorno a Mandù e sono chiamati col termine generico di Adivasi che in India si usa per tutti coloro che vivono nella boscaglia.

15 marzo Mandù
La colazione qui è pessima, i toast sono stati preparati un secolo prima, sono freddi e mollicci, non c’è succo di frutta, le omlette hanno un’aria stantia poco appetitosa. Alle 8 siamo già in macchina per cominciare la visita alla cittadella fortificata che si stende per 20 km quadrati. I monumenti sono sparsi un po’ ovunque, alcuni ridotti a poche pietre, ma quello che si è mantenuto è davvero magnifico. Il Palazzo di Rupmati sorge in posizione panoramica e si domina la vallata. Qui incontriamo una decina di turisti indiani che ci salutano con calore. Vicino c’è il palazzo di Bazbahadur, al momento stanno restaurando alcuni muri. Da qui c’è una bella vista sulle campagne dove alcuni contadini, uomini e donne, stanno lavorando.
Anche quelle definiti templi minori meritano una visita. Molto bella la moschea di Malik Mughith Masjid del 1432, di fronte si trova un grande caravanserraglio e il Mausoleo di Darya Khan dove si possono ammirare alcune piastrelle colorate che si sono conservate fino ad ora. Stupefacente è la Royale Enclave, un sito conservato molto bene. Il Jahaz Mahal ospitava l’harem di 1500 donne e relative guardie del corpo. Ci vogliono un paio d’ore per visitare tutto, il turismo anche qui è quasi inesistente e solo di indiani. Vediamo una scena che riporta al medioevo. Ci sono due buoi che girano in tondo trascinando una macina che frantuma e riduce a polvere della pietra. Il nostro autista che ci aspettava di fuori era intento a scacciare le scimmie che dagli alberi si divertivano ad atterrare sul tetto della nostra macchina. Ne mandava via una e ne arrivavano tre, come si sa sono molto dispettose. I passanti ci avvertono, come al solito, di stare attenti agli occhiali particolarmente amati da tutte le razze di scimmie.
Dopo pranzo decidiamo di riprendere la visita alla città alle 16,30 quando c’è meno caldo. Sento arrivare una musica da un parco giochi che intravedo dal nostro cottage così vado a curiosare. Sono i partecipanti a una gita parrocchiale, tutte donne e ragazze di varie età e due padri che arrivano subito a stringermi la mano, mi danno il benvenuto e mi invitano a sedermi con loro. Alcune ragazze fanno una bella esibizione di danze tradizionali, penso facciano parte di una scuola perché, sono dirette da una signora, molto brave. La musica finale coinvolge tutte le donne che arrivano a ballare divertendosi un mondo. Faccio un bel po’ di foto che poi manderò a questo Padre Abraham.
Scattiamo foto bellissime al tramonto quando andiamo a visitare la Moschea di Jama Mashid e il Mausoleo di Hoshang Shah.
Di notte va via la luce e sul soffitto del nostro cottage compare un cielo stellato come quelli che a volte noi mettiamo nelle stanze dei bambini. Mi piace è divertente.

16 marzo (Mandù/ Maheshwar / Omkareshwar/ Indore, ore di viaggio 6 comprese le soste)
Sveglia alle 6,30 e alle 7 siamo in marcia verso Maheshwar. Saltiamo la colazione tanto non perdiamo niente, decidiamo di comperare in viaggio delle banane e poi fermarci a bere un tè da qualche parte. Siamo su un altopiano, la strada è sterrata, non c’è anima viva, ma ovvio si va a passo di lumaca. Sfioriamo villaggi dove ormai gli abitanti sono tutti svegli, sono per lo più seduti fuori di casa. La miseria è nera, le case sono più simili a capanne col tetto di lamiera o di paglia, le porte sono bassissime. Scatto delle belle foto dalla macchina usando la “mitraglia” come la chiamo io, sono istantanee molto belle, scene di vita di villaggi al loro risveglio. Davanti a tre capanne ci sono dei bagni ecologici!! sono due, dipinti di giallo sole, c’è l’orinatoio per gli uomini con la scritta Gent e quello alla turca, Madame, per le donne, hanno le porte spalancate e mi chiedo se vengano usate o meno. Da qui si gode la vista della gola sottostante, molto arida con solo qualche pianta scheletrica dai fiori arancioni, c’è un ragazzino sui 10 anni che fissa immobile l’orizzonte con la maglietta sollevata dal vento. Scatto una foto per me bellissima, da un senso di immensa solitudine. I bambini sono tutti scalzi, sporchi, scarmigliati eppure si lanciano verso la nostra auto per salutarci, tendono le loro manine spalancando i grandi occhi scuri che così bene sanno esprimere gioia o dolore.
Dopo un’ora di sobbalzi siamo in autostrada, che bello! e non faccio in tempo a godere della cosa che è terminata, eh si è lunga tre km!! A Maheshwar arriviamo alle 8 e mezza, è una cittadina stupenda, sulle rive del fiume Marmada. Siamo fortunati, non abbiamo l’aria condizionata in macchina, ma il tempo è variabile e ventoso, non ci saranno più di 25 gradi. Il tempio e imponente ed è a ridosso dei gat. A quest’ora sui gat c’è molto andirivieni di persone che vengono a lavarsi o a lavare i panni. Sono ancorate delle barche dipinte a colori vivaci , evidentemente vengono organizzate delle gite sul fiume. Dobbiamo scappare perché, di colpo il cielo si scurisce e arriva un violento temporale, con tuoni e lampi, rarissimo di questa stagione. Facciamo appena in tempo a raggiungere la macchina, ci saremmo lavati! E allora via! Di nuovo in viaggio verso Omkareshwar che raggiungiamo alle 11. Ormai il cielo si è schiarito, ma si è rinfrescato, direi una temperatura perfetta per fare il turista. Appena arriviamo in questa cittadina e scendiamo dall’auto siamo circondati da un gruppo di bramini giovanissimi, intorno ai 18/20 anni. Si spintonano e tutti si offrono di farci da guida, ma adottiamo la collaudata tattica del: mi dispiace noi non capiamo l’inglese e l’italiano non lo parla quasi nessuno, almeno nelle località poco turistiche come questa. La cittadina è meno bella di Maheshwar, ci sono due ponti che collegano la città e mi ricordano molto vagamente Rishkikesh. Sui ponti sono seduti i mendicanti, non tendono la mano né implorano, hanno solamente un piatto di metallo davanti alle loro gambe incrociate. Molti sono anziani o bramini. Su uno dei ponti trionfa una bella tigre di dimensioni ciclopiche in peluche, è legata al parapetto e dal collo pendono diverse ghirlande di fiori gialli, penso sia la tigre maschio. Poco più in là, infatti, c’è la versione femminile, identica, ma con due cuccioli legati in sequenza dopo di lei, sempre in peluche e anche loro inghirlandati. Godono dell’ammirazione di tutti, piccoli e grandi. Come a Maheswar ci sono persone intente a lavarsi o a lavare nel fiume. Qui vediamo 4 o 5 occidentali forse ospiti di un Ashram locale.
Siamo in Madhya Pradesh, uno stato poverissimo, ma qui la miseria è meno toccante di stamattina. Alla una siamo a Indore, Hotel Radisson, lussuoso e la cosa stride con ciò che abbiamo visto poche ore prima, ma siamo in India ….Pranziamo in hotel poi Mahesh va alla concessionaria a riparare l’aria condizionata della macchina e noi andiamo in piscina, all’ultimo piano dell’albergo. Ci ritroveremo all’ora di cena per andare in centro a mangiare in un ristorante indiano. Arriva ancora un temporale e la temperatura cala di colpo a 22° gradi. Domani viaggiamo al fresco, l’auto è a posto.

17 marzo Indore
Ci alziamo e quando scendiamo per fare colazione ci troviamo in mezzo agli indiani, scesi anche loro per mangiare ma, in pigiama e ciabatte! Ci sono famiglie al completo, coppie e single, sono tutti allegri e perfettamente a loro agio nei loro pigiamoni, sciabattano senza problemi nell’area buffet. Gli unici ” vestiti “ siamo io e mio marito.
E’ una bella giornata di sole, ventilata sui 25 gradi e partiamo per la visita alla città. E’ domenica e il centro è pieno di cittadini, tutti uomini, molto cordiali. Vengono a chiedere da dove arriviamo, stringiamo mani e rispondiamo ai saluti. Peccato che tutti i negozi del bazar siano chiusi. Il centro storico è decadente, le case costruite dagli inglesi non penso siano mai state restaurate e quindi le facciate sono scolorite, i balconi sbrecciati, ma ci sono edifici che cadono letteralmente a pezzi. E’ anche molto sporca, ci sono sacchetti ovunque soprattutto nella zona del bazar. C’è la via dei gioiellieri, quella degli artigiani, dei commercianti di spezie ecc. Dello storico Palazzo Rajwada c’è solo la facciata, molto bella e ben conservata almeno quella … Vistiamo il tempio Kanch Mandire, in assoluto il tempio jain più bello che io abbia mai visto. Realizzato tutto con vetri colorati è un vero capolavoro! Ovvio: niente foto. All’interno è in atto una funzione, ci sono dei bassi tavolini dove ci sono persone che leggono libri sacri o chi recita orazioni passando chicchi di riso misto a nocciole da un piatto all’altro. C’è una bella balconata al piano superiore, ma noi non siamo ammessi, vediamo un andirivieni di persone che vanno su e giù ma non capiamo cosa succeda di preciso.
L’ultima cosa da vedere è la casa reale costruita a fine dell’800 dagli inglesi, c’è un bel parco e oggi è pieno di famiglie che fanno il pic nic e di squadre di ragazzini che giocano a cricket.
Indore è piena di vacche ben pasciute, amorevolmente nutrite dai bramini. Oggi si mangia all’americana, andiamo in un centro commerciale dove c’è una nota catena di pizza USA, la gustiamo, non è come la nostra, ma passabile.

18 marzo ( Indore / Ujjain, un’ora di viaggio)
Alle 9,30 siamo diretti alla città sacra di Ujjain bagnata dal fiume Shipra. Al primo casello dell’autostrada sono in tre ragazzi al lavoro: c’è il cassiere poi c’è il ragazzo che prende i nostri soldi e li passa al cassiere e c’è il terzo che si occupa di motorizzare a “mano” la sbarra. Ha un gran da fare ad alzare e abbassare la pesante sbarra di ferro, diventerà a breve un Mister Muscolo! Il cassiere in ogni modo non ha il resto da restituirci di 5 rupie e allora rimedia coi biscotti, un bel pacchettino formato pocket …
La strada da Indore è perfetta, scorrevole e in un’ora siamo a Ujjain. L’hotel, Shipra Residency è il top della città, ma bisogna dare fondo allo spirito di adattamento. La camera è grande, c’è l’aria condizionata, tv, bagno spazioso, ma la pulizia è sommaria. L’armadio e gli stipiti andrebbero sottoposti a un trattamento di sgrassatore e olio di gomito, ed è meglio evitare l’escursione nel balcone …. Però il personale è disponibile e cordiale e si mangia molto bene. Nel pomeriggio andiamo in città e noto subito e terrificanti motocarri, in versione Tuk Tuk indiano che già avevamo visto a ottobre nello stato dell’Haryana. Sono orribili, sembrano degli enormi scarafaggi metallici che avanzano emettendo un frastuono assordante e possono essere usati sia come mezzo di trasporto umano che per il carico merci. Sono tutti rigorosamente vecchi e ridipinti col pennello, alla buona, neppure quelli decorati a motivi floreali o religiosi riescono a ingentilire le fattezze tozze da insettone metallico.
Andiamo ai gat, sono sempre suggestivi e qui regna una grande calma, al tramonto facciamo delle belle foto. Alle 18,30 andiamo al tempio Hardiddhi Mandir, ci sono due pilastri alti circa 20 metri e con 1100 lanterne che vengono riempite di olio e accese appena viene buio. Questa operazione di accensione è compiuta da tre uomini, salgono agili come scimmie fino in cima, non guardano mai dove mettono i piedi e in un battibaleno il Tempio si illumina come una enorme albero di natale! Siamo gli unici stranieri e siamo oggetto di attenzione perciò stringiamo mani e scattiamo foto con gli indiani.

19 marzo Ujjain
La notte scorsa è stata movimentata, l’insonorizzazione della stanza è inesistente e fino alle 11 ci godiamo gli schiamazzi di strada e degli altri ospiti dell’albergo. Mi sono addormentata da un paio di ore quando emergo dal sonno sentendo una sinfonia di latrati e ululati: un branco di cani ha deciso di passare la notte sotto le nostre finestre. Ogni dieci minuti il coro canino ci dava la sveglia unito a volte a un muggito…solo sul fare del mattino ho capito che era il suono di un corno! Alle 4 e mezza la sveglia è stata data dal muezzin che ha iniziato quella che sembrava una schermaglia col collega bramino che all’invito alla preghiera musulmana rispondeva spolmonandosi col suo corno. Passa anche la ferrovia vicino all’hotel e dato che la stazione è vicina il macchinista del treno ci tiene a farsi sentire ….
La colazione è buona tenuto conto dell’hotel 3 stelle indiano. Stamattina ce la prendiamo comoda e cominciamo la visita della città alle 10. Andiamo al Tempio di Gansh e dopo mezzo minuto siamo circondati da mendicanti e bambini che vendono i fiori da offrire al Tempio. All’interno ci sono dei bramini che ci benedicono, ci mettono il cordoncino di cotone al polso e ci danno in dono i minuscoli dolcetti allo zucchero. Lasciamo una offerta di 100 rupie. Torniamo in centro, visitiamo il Tempio Mahakalesh War Mandir (vietate le foto e si entra senza borsa) è molto bello con una grande vasca dall’acqua smeraldina, è pieni di fedeli che arrivano in pellegrinaggio da tutta l’India. Se si vuole evitare la coda è meglio fare la visita dalla metà del pomeriggio in avanti. E’ possibile, pagando 1100 rupie, prenotarsi a uno sportello apposito e assistere alla puja (la preghiera induista che dura due ore) del mattino successivo. Piccolo particolare: ci si deve alzare alle 3 e mezza del mattino. Le donne vengono ammesse col sari o il kameez salwar (il completo pantalone e casacca al ginocchio), gli uomini con una tunica bianca, larga e che arriva sotto il ginocchio, in vendita in tutti i banchetti del bazar. Noi la puja l’abbiamo seguita nei viaggi precedenti a Varanasi e Rishkikesh perciò preferiamo dormire, almeno si spera …. Dalla città vecchia dobbiamo fuggire perché tallonati da frotte di venditori, mendicanti, finte guide ecc e ci dirigiamo verso il ponte che porta ai gat. Sul ponte vivono quelli che sono ancora considerati gli intoccabili, i miseri tra i più miseri. Si accampano per terra e il tetto della loro “ casa” consiste in un telo di plastica appoggiato a pali per proteggersi dal sole, dai monsoni non so … Corrono verso di noi tanti bambini, i maschietti indossano solo una sbrindellata maglietta, le femminucce un abitino tutto strappato e sporco. Vogliono essere fotografati e poi ridono come matti quando, mostrando loro la foto si riconoscono. Poi mi sento tirare la camicetta, un tocco leggero ed è una bambina, mi guarda timidamente e mi tende la mano che stringo subito tra le mie. Gli amichetti la imitano e così stringo tante piccole mani, tutte unte, sporche, appiccicose mentre mi vengono le lacrime agli occhi. Perché non mi hanno chiesto nulla, né una penna, né una caramella, né un soldo, solo di stringermi la mano …. Gli adulti intanto dalle loro case / tenda sorridono soddisfatti e a loro volta vogliono una foto. Vengo chiamata da una coppia che se ne sta seduta per terra poco più lontano, mi fanno capire che anche loro vogliono essere immortalati. Solo quando sono a un metro mi rendo conto che sono due uomini, vestiti da donna, di circa 35 anni, stanno fumando uno spinello. Sono perfettamente truccati, kajal intorno agli occhi, rossetto vermiglio alle labbra e unghie dipinte di rosa. Uno indossa in sari col velo sulla testa, il secondo è in Kameez salvar e tiene il velo attorno al collo. Chiedono carta e penna e mi scrivono un indirizzo lungo 6 righe!!! perché, vogliono la loro foto. Manca il codice postale che è essenziale se si vuole avere una minima speranza che la posta venga recapitata. Credo non sappiano cosa sia perché, prima mettono il loro numero di cellulare poi il numero di un amico. Mi dispiace davvero non potere esaudire un loro desiderio.
Come in tutte le città sacre che abbiamo visto nei precedenti viaggi, anche a Ujjain ci sono momenti di scoraggiamento dove, se potessi, scapperei a gambe levate. C’è la visione continua della sofferenza umana e della immensa povertà di tanta povera gente. Emotivamente sono città che impegnano.
Nel tardo pomeriggio torniamo ai gat, ma nella sponda opposta a quella di ieri per assistere alla puja serale, col rito del fuoco che è sempre suggestivo. Il tempo passa veloce perché, lo spettacolo viene dato dalla gente, c’è sempre qualche personaggio curioso o stravagante che attira la nostra attenzione e poi noi siamo il centro dell’attenzione per gli indiani che arrivano a darci il benvenuto. La puja avviene contemporaneamente su entrambe le sponde, dal nostro lato c’è un unico bramino, di fronte a noi sono in quattro. C’è il fragore dei tamburi e dei campanelli mentre i fedeli battono le mani. Siamo avvolti da nubi di incenso, siamo sempre affascinati dalla devozioni degli induisti.
Domani ci attende la tristemente famosa Bhopal.

20 marzo Ujjain / Bhopal (ore di viaggio tre)
La notte è stata movimentata come quella precedente, solo i cani non si sono fatti sentire. Partiamo alle 7,45, la strada è perfetta, direi la prima autostrada degna di questo nome, a due corsie. A un certo punto vediamo un sant’uomo vestito di una tunica arancione, torso nudo, ha in testa un turbante bianco ed è a piedi scalzi: Avanza sostenendo sulla spalla una canna di bambù piegata verso il basso a sostenere due ceste. Non crediamo ai nostri occhi, ma in una c’è la sua vecchissima madre …!! Nella seconda derrate alimentari, abiti ecc. Mahesh è emozionato e ci spiega che questo uomo ha fatto un voto ed è famoso in tutta l’India. Sta percorrendo alcuni stati indiani per portare l’anziana madre che non può più camminare nelle sette città sacre induiste. Immagino sia partito da Ujjain e chissà, forse è diretto a Haridwar o Varanasi. Posso solo immaginare la fatica di trasportare un peso simile su una sola spalla, ma l’uomo cammina a passo rapido. Per gli induisti chi compie questo durissimo pellegrinaggio poi, per tutto il resto della vita, avrà fortuna nel lavoro e tanta salute. A circa 50 km da Bhopal c’è un Luna park in miniatura nel senso che tutte le giostre sono piccolissime!
Alle 11 siamo in città. Alloggiamo all’Hotel Jehan Numa Palace, la meravigliosa residenza di un figlio di un Pascià tramutata in hotel di charme. C’è un bel giardino e una piscina di 25 metri tutta per noi, la sfrutteremo nel tardo pomeriggio di ritorno dalla visita alla città Mahesh spettegola coi colleghi autisti e così veniamo a sapere l’hotel è frequentato dai personaggi televisivi indiani, ora ci sono ospiti due tra i più famosi attori di Bolliwood che stanno girando un film fuori città.
Usciamo a pranzo perché qui i prezzi sono molto alti, ma si sa che il lusso si paga e troviamo in centro un ristorante davvero carino dove mangiamo benissimo e con la minore spesa di questo viaggio, solo 650 rupie in tre, si chiama Ristorante Filgora! Ci portano una deliziosa grigliata mista di pollo, agnello e pesce presentata con una delicata salsa allo yogurt. Poi partiamo per la visita della città, la popolazione è quasi totalmente islamica. Ci sono due belle moschee, la prima Jama Mashid ha annessa una scuola coranica per soli ragazzi, le ragazze vanno altrove. Come sempre mi viene concesso di entrare senza velo, ma siamo tallonati da un religioso che penso tema si voglia scattare delle foto. Vediamo la sua faccia severa spuntare qui e là da dietro le colonne. La moschea è molto bella con tre cupole e due minareti, poco distante c’è la Moschea di Moti Mashid in marmo bianco con due minareti scuri. Siamo i soli turisti e l’unica presenza umana è data da un himam che tiene un sermone a un ragazzino e non bada assolutamente alla nostra presenza. Intorno alle due moschee si sviluppa il bazar, ma non è nulla di particolare. Alle 16 abbiamo terminato di vedere quello che merita e decidiamo di non andare a visitare l’area della Carbide, fonte di tanto dolore agli abitanti di questa città. La sola idea di chiedere le informazioni stradali a qualche passante mi fa venire la pelle d’oca. Torniamo in hotel e ci godiamo la piscina tutta per noi. Dimenticavo di dire che la città è divisa da due laghi, c’è una breve passeggiata, ma dice poco.

21 marzo Bhopal/ Sanchi (km 50, 1 ora di viaggio)
Partiamo alle 8,15, la strada è scorrevole e dopo un’ora siamo a Sanchi. Oltre a noi ci sono un bus di turisti inglesi e una comitiva di buddisti con due monaci che fanno da guida. Il sito è stupendo, gli stupa sono molto interessanti e il numero 1 è conservato benissimo. Si accede allo stupa numero 2 per una sentiero la lastricato ed è vicino a una minuscola pozza d’acqua. Si possono vedere anche una profonda buca usata per deporre le offerte a Buddha e i muri di quello che era il monastero vero e proprio. Lo stupa 3 è vicino al numero 1. Per completare la visita completa ci vogliono almeno due ore e mezzo / tre.
Di ritorno da Sanchi ci fermiamo a vedere un mall , dobbiamo fare gli ultimi acquisti e in una bottega biologica prendiamo del tè, spezie e del sapone fatto a mano alla rosa e sandalo di una bontà infinita. Per 4 saponette spendiamo 1100 rupie, piuttosto care per i prezzi indiani, ma che valgono la spesa. Ci sono diversi negozi di abbigliamento da cerimonia, un vestito per partecipare a un matrimonio costa intorno ai 300 euro, ma tutto lavorato a mano. In una libreria acquistiamo album da colorare e libri in hindi per i figli del nostro autista. Trovare libri per l’infanzia in hindi è difficilissimo perché, appena un indiano se lo può permettere manda i figli alla scuola internazionale inglese. Chi manda il proprio alla scuola pubblica temo non possa permettersi di comperare dei libri in hindi. Non abbiamo neppure la possibilità di scegliere, ce ne sono solo due: la vita di Gandhi e la storia di Shiva e Parvati, sono ben illustrati, almeno quello …

22 marzo (Bhopal / Gwalior, ore di viaggio 8)
Alle 7, 30 siamo in strada perché il percorso che ci aspetta è lungo e tormentato dal traffico. Ci fermiamo a fare benzina e uno degli inservienti gira armato di fucile … inquietante … La strada che fino a cinque anni fa era orribile adesso è buona e ai lati della strada sono stati piantati degli alberi che creano un viale lungo per diversi km. Davvero bello e rilassante. Dopo due ore, in piena campagna, c’è una enorme bidonville, case miserevoli e un mare di bambini. Il traffico si da sempre più sostenuto e vediamo più camion e incidenti stradali in questo tratto di strada che nelle ormai tre settimane che siamo in India. C’è di tutto, carichi rovesciati, camion con l’asse rotto per il troppo carico. Tamponamenti di più veicoli e scontri frontali tra camion. Poi tanti, tanti cani morti ai lati della strada, una gran pena. Vediamo altre due persone armate di schioppo, sembrano degli archibugi dell’800, il primo è un motociclista e lo tiene a tracolla, il secondo è su un trattore, di fianco al conducente! La cosa divertente sono le motrici dei camion che viaggiano con solo l’intelaiatura della motrice, senza rimorchio ne carrozzeria. Sono nuovi e chi guida è seduto sulla struttura di ferro del sedile, l’imbottitura è data da una vecchia coperta. Mahesh ci da delucidazioni: chi compra un nuovo camion si vede recapitare a domicilio solo la motrice, non completamente assemblata. Solo quando l’acquirente avrà pagato il prezzo del camion, la motrice verrà portata in officina e completata di cassone, cabina e sedile imbottito a dovere.
A Gwalior arriviamo alle 16, sfatti, al nostro hotel Usha Kiran ci danno una bellissima suite con un bagno in marmo e pietra che vorrei avere a casa mia! Siamo all’interno della proprietà del maharaja locale, tutto è molto curato e il personale è gentilissimo. Gwalior è una grossa città, pulita nei quartieri dove vivono i politici, ma sporca nella periferia. L’abbiamo già vista nel nostro primo viaggio perciò il pomeriggio è di relax.
Ceniamo benissimo e a buon prezzo al ristorante con hotel annesso che si chiama Landmark. Il parcheggiatore è anche lui armato di schioppo.

23 marzo (Gwalior/ Delhi, ore di viaggio 7,30)
Il viaggio è lungo, lo sappiamo, ma le strade indiane sono sempre così pittoresche che il tempo passa senza troppi problemi. Oggi ci vediamo arrivare addosso un trattore, contromano e in corsia di sorpasso, ma in autostrada si vedono anche i risciò e i tuk tuk in questa zona sono con le sbarre, sembrano un trasporto detenuti … A un passaggio a livello chiuso si crea un ingorgo tale di auto, moto, biciclette, pedoni, vacche che ci mettiamo dieci minuti a districarci e ripartire.
A 90 km da Delhi, tra una corsia e l’altra, c’è una esposizione di merce in vendita dall’altro lato della strada: pizze secche di sterco di vacca. Il venditore ha creato dei covoni di queste pizze in modo artistico! I motociclisti sono i più fantasiosi e sui mezzi viene trasportato di tutto. C’è chi viaggia con una lamiera di ferro, tenuta dal passeggero cosi’ grande da impedire la vista della strada. Ma ho visto anche viaggiare due persone con una vetrata di due metri per due tra di loro, cosa che mi ha riempita di orrore al solo pensiero di un incidente! E poi un ambulante con pile di sedie di plastica grandi come il cassone di un camion da cui spuntavano le ruote della bici.
Alle tre siamo finalmente a Delhi, l’Hotel Florence è pulito e non manca nulla. Facciamo un giro nel bazar che ben conosciamo, siamo già stati qui due volte. Compriamo gli ultimi regali da portare a casa, spezie, incenso, acqua di rose, pashmine.

24 marzo Delhi / malpensa
Alle 8 siamo in viaggio verso l’aeroporto, salutiamo Mahesh, il nostro autista, grande compagno di viaggio con tanta commozione. Non sappiamo se le nostre vite si incroceranno di nuovo. Il volo di rientro è regolare.

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