Florida “on the road”

Si parte per un nuova avventura verso gli Stati Uniti con meta la Florida che, ci accorgeremo, non è rappresentata solamente da Miami, Disney World o Orlando; Giovanni ed io abbiamo invece trascorso dieci giorni meravigliosi spostandoci da sud a nord, da est a ovest lungo le coste e all’interno dello Stato scegliendo itinerari che i turisti in genere non percorrono potendo così apprezzare la Florida nelle sue varie sfaccettature. Esperienze intense e coinvolgenti.

Sabato 20 – Sveglia in piena notte e arrivo con largo anticipo all’aeroporto di Venezia; al check-in di Alitalia (scelta su suggerimento dell’agenzia che ci ha prenotato il volo) troviamo una lunga fila dovuta al servizio telematico in tilt per cui i biglietti devono essere scritti a mano. Per fortuna gli addetti sono veloci e cortesi e il decollo avviene alle ore 8,05 con un ritardo che sarà in parte recuperato all’arrivo a Roma. Qui lunga camminata a passo svelto per arrivare dal terminal 1 al terminal 3 (non pensavo che l’aeroporto di Fiumicino fosse così esteso) quindi imbarco e via verso Miami con rotta Parigi, Irlanda e nord oceano, New York e giù per 8.865 km. Piacevole sorpresa di Alitalia: posti comodi, servizio ristorazione buono e personale disponibile e gentile.
Arriviamo con un po’ di ritardo ma le pratiche di ingresso sono veloci comprese quelle all’Avis per il ritiro dell’auto che Giovanni aveva prenotato da Vicenza; mi ha impressionato il numero e la varietà delle agenzie di autonoleggio i cui uffici occupano un intero piano del terminal e il servizio navetta che ci porta, dopo un lungo tragitto, fino ai garage dove ritiriamo una Ford Focus ben accessoriata.
Fuori ci spetta un’aria caldissima di circa 24/25°, il traffico è caotico ma, seguendo le indicazioni, arriviamo in poco tempo al Redroof Motel che avevamo prenotato da casa tramite Internet. Giornata lunga e pesante per cui godiamo del meritato riposo.

Domenica 21 – Dopo la colazione un po’ misera, consultiamo le carte e decidiamo di cominciare il nostro viaggio dirigendoci a ovest verso il golfo del Messico; partiamo alle ore 9,00 con un bel sole caldo e una temperatura di 25° (aumenterà durante la giornata fino ai 30°) ed iniziamo a percorrere il canale Tamiami che collega Miami con Naples attraverso le famose Everglades per una lunghezza di 140 km. Percorriamo una bella strada dritta che costeggia questo canale artificiale e paludi dove vediamo parecchi alligatori allo stato selvaggio, uccelli di varie specie comprese le “aninghe” dai lunghi becchi con i quali infilzano le prede, piante acquatiche come felci di palude, palmette affilate e mangrovie. Non ci sono paesi lungo il tragitto ma sono segnalati alcuni punti dove si possono visitare delle oasi naturali ed effettuare giri nelle paludi con gli “air boat”.
Arriviamo sul golfo del Messico e percorriamo tutta la costa verso nord attraversando paesi e città densamente popolati dove è visibile la ricchezza rappresentata da un susseguirsi di residence, golf club, centri commerciali, banche, college e università, vie, illuminazione, costruzioni, giardini curatissimi con palme e fiori che fanno da cornice alla strada che seguiamo. Una gioia per gli occhi e per un rilassante viaggiare così, fra stupore continuo non ci accorgiamo di aver fatto tante miglia lasciandoci alle spalle Naples, Ft.Myers, Venice, Sarasota, Tampa e St.Petersburg, Seminole fino ad arrivare, per strade diverse con attraversamento di un ponte lungo quasi dieci km, alla cittadina di Indian Rocks Beach dove abbiamo la fortuna di trovare una bellissima suite presso il Great Heron Inn che guarda direttamente sul golfo.
Sistemati i bagagli esco su una spiaggia di sabbia bianca finissima e faccio una lunga passeggiata nel silenio rotto soltanto dal grido dei cormorani e assisto a un bellissimo tramonto che mi riempie di felicità.
Con Giovanni usciamo nuovamente a piedi per andare finalmente a cena in un ottimo locale dove servono a me una zuppa di pesce poi hamburger con ostriche impanate, granchio con cipolle, pomodori e patate fritte.
Piccola curiosità: ai lati degli attraversamenti pedonali si trovano dei contenitori con bandierine fosforescenti che vengono prese e tenute in mano durante il tragitto e riposte quando si arriva dall’altra parte; una trovata geniale.
Percorsi 504 km.

Lunedì 22 – Mi alzo alle sette e, dopo essermi preparata, vado a fare una lunga camminata sulla spiaggia che a quell’ora è quasi deserta; vedo il sole che sorge lentamente e rimango a contemplarlo a lungo immersa nei miei pensieri e un senso di pace e di allegrezza interiore. Noto che la sabbia è smossa in vari punti da cui emergono strane conchiglie giganti con dentro il mollusco vivo che i cormorani cercano di estrarre per cibarsi: saprò poi che si tratta di “paguri bernardi”; il guscio ha colori molto belli perciò ne raccolgo alcuni per portarli a casa ma dopo pochi giorni il mollusco è marcito ma non sono riuscita ad estrarlo così ho dovuto gettare via tutto! Incrocio una signora con la quale scambio qualche parola in inglese e vengo a sapere che i suoi genitori sono di origine italiana: il mondo è veramente piccolo.
Giovanni ed io ci rechiamo quindi a colazione in un locale vicino e alle dieci riprendiamo l’auto e ci dirigiamo a nord sulla “19” lungo la costa che attraversa ancora amene località come Clearwater, Spring Hill e Crystal River: 32 km con piste ciclabili, zone pedonali, i soliti centri commerciali e di attività professionali fra le quali mi hanno colpito i chiropratici, centri per vasectomia, avvocati, chirurghi plastici, psichiatri. Per quanto riguarda gli animali sono a loro riservati negozi specializzati, cliniche, ospedali e agopuntori!
Lasciata la costa e la flora marittima, incominciamo a vedere dei ranch molto estesi e piante dalle lunghe barbe bianche che, dopo Chiefland e Perry, diventano veri e propri boschi assieme a palmeti, larici e pini; dopo la sosta per il pranzo e per fare benzina, con una temperatura che varia tra i 25/29°, percorriamo la “19” fino ad incrociare la I-10 che conosciamo bene per averla attraversata in senso inverso durante il nostro precedente viaggio in Georgia. Ci dirigiamo quindi a est e alle ore 17,30 usciamo e ci fermiamo al motel “Days Inn”. Cena in un locale messicano poi subito a letto.
Percorsi 415 km.

Martedì 23 – Dopo una colazione abbondante e varia (frittata, bacon, frittelle con burro e sciroppo d’acero) troviamo dei depliant che illustrano la città di Madison situata poco lontano così decidiamo di andare a visitarla e partiamo alle ore nove. Arriviamo in dieci minuti, parcheggiamo quindi, a piedi seguendo la mappa visitiamo il centro storico che comprende molte belle costruzioni del 18° secolo in particolare la “court house”, il parco con il monumento delle “quattro libertà” e la “First Baptist Church”: la cittadina è anche ricordata per aver dato i natali al quarto Presidente degli Stati Uniti.
Ce la caviamo in quarantacinque minuti, il caldo si fa già sentire così acquistiamo acqua e bibite e riprendiamo il viaggio sulla “90” una bella strada che corre parallela all’autostrada ma che attraversa boschi e paesi: vediamo in lontananza due penitenziari circondati da filo spinato e torrette e guardie armate e mi restano impressi grandi cartelli che segnalano “prigionieri di stato addetti ai lavori stradali” ma noi non ne vedremo alcuno all’opera.
Nei pressi di Baldwin riprendiamo la I-10 fino alla periferia di Jacksonville, la maggiore città della Florìda che abbiamo già vista, e ci portiamo sulla “1” che costeggia l’oceano atlantico fino a Miami. Presso un distributore abbiamo trovato la rivista che segnala i motel, i prezzi e offre coupon con sconti sui pernottamenti: scegliamo un Super8 vicino alla città di St.Augustine quasi sull’oceano ad un prezzo invitante così ci fermiamo qui alle ore 14,45.
Dopo breve sosta per la sistemazione, riprendiamo la macchina e andiamo in centro per visitare questa bella cittadina fondata il 28 agosto 1565, giorno di san Agostino, dall’ammiraglio spagnolo Pedro Menendez de Avilès e che risulta il più antico insediamento europeo negli Stati Uniti continentali; conserva infatti molti belli edifici di architettura spagnola e su tutto domina la fortezza denominata “Castillo de san Marco” le cui mura e bastioni hanno la caratteristica di essere costruiti con un impasto di conchiglie e coralli rendendoli più resistenti alle cannonate. Parcheggiata la macchina, facciamo un lungo giro a piedi per il centro storico che ci porta ad ammirare il Flagler College (un tempo hotel di lusso per ricchi vacanzieri), la Grace Methodist Church, Government House, i raffinati negozi e a incrociare il trenino che accompagna i turisti nel tour della città che noi completiamo nel tempo di quasi due ore.
Vediamo già molti addobbi natalizi e notiamo che i pali della luce e quelli dei parchimetri sono avvolti con nastri colorati rossi e neri che danno una nota di allegria.
Rientriamo in motel alle 17,15 poi per la cena ci dirigiamo verso un locale caratteristico con menù a base di gamberoni per me panati dolci con salsa al cocco e per Giovanni fritti con verdure e patate: molto buono.
Appena entrati notiamo che ci sono parecchi tavoli occupati da famiglie munite di carta e penna e solo più avanti capiremo perché: si svolge infatti un gioco a quiz presentato dal vivo da una speaker che pone domande di cultura varia (riusciamo a capire abbastanza per riuscire a dare risposte giuste) le cui risposte devono essere presentate scritte entro un breve lasso di tempo; alla fine saranno totalizzati i punteggi e premiati i migliori. Una serata piacevole e diversa a coronamento di una giornata intensa ma interessante.
Percorsi 300 km.

Mercoledì 24 – Mentre Giovanni dorme ancora, io mi alzo e alle sette vado a fare una lunga passeggiata sulla spiaggia a quell’ora quasi deserta; ritorno dopo un’oretta e mi fermo a guardare le bancarelle del mercato che è già molto animato e noto che la merce esposta non è dissimile da quella che si vende anche dalle nostre parti.
Dopo colazione decidiamo di dirigerci verso sud percorrendo la parte centrale della Florìda; così partiamo alle ore 9,30 con un bel sole caldo, una temperatura sempre stabile tra i 26/29°, e ci immettiamo sulla “19” che attraversa campi coltivati, grandi farm e in breve siamo all’entrata della “Ocala National Forest” che vanta la più estesa concentrazione di pini marittimi e comprende 600 fra stagni e laghi naturali (il più grande è il lago George che misura 10×18 km), sentieri percorribili solo in fuoristrada, piste ciclabili per 35,4 km percorsi per escursioni a piedi e a cavallo e sport acquatici come canottaggio, pesca subacquea e altro.
Purtroppo il contratto di noleggio impedisce alla nostra auto di percorrere strade sterrate per cui dobbiamo rinunciare ad inoltrarci nei boschi
Durante una sosta noto un cartello che già mi aveva più volte incuriosito “hot boiled peanuts” e ne approfitto per chiedere a un signore molto gentile di cosa si tratta: sono noccioline americane bollite nel loro guscio in acqua salata poi aperti e mangiati normalmente: me ne offre alcuni per assaggio ma non mi piacciono.
Incominciamo ad attraversare ampie coltivazioni di arance di cui la Florìda è la maggiore produttrice degli Stati Uniti (le targhe delle auto riportano anche due arance) alternate a ville e residence chiusi in villaggi recintati che denotano un certo lusso; dopo una breve sosta per mangiare degli hamburger ci immettiamo sulla “27” che passa vicinissima a Disney World, noto parco di divertimenti, e attraversiamo Lake Wales grosso centro di raccolta e di lavorazione delle arance le cui piantagioni si susseguono per chilometri e chilometri mostrando i frutti dal colore più o meno intenso a seconda del grado di maturazione.
Incrociamo e seguiamo la 70 east fino a Okeechobee che si trova a nord del lago omonimo e ci fermiamo alle ore 17,45 al motel Budget Inn; dopo un breve riposo andiamo a cena presso un locale con buffet a prezzo fisso con sconto per gli over 60. Io mi servo di verdure cotte, fave, pesce gatto, gamberetti, manzo bollito per finire con crema di banane e biscottini vari: tutto squisito.
Percorsi 422 km.

Giovedì 25 – Giorno del Ringraziamento festivo in tutti gli Stati Uniti. Al risveglio approfitto della bella giornata per fare una lunga passeggiata nelle stradine che circondano il motel così posso vedere da vicino le abitazioni, i giardini ben tenuti e farmi un’idea della vita quotidiana; incrocio pochissime persone ma nei piccoli parchi noto la presenza di tanti scoiattoli che corrono qua e là fra gli alberi incuranti di chi passa.
Partenza sulla “78” per compiere il giro del lago Okeechobee che è il più esteso della Florìda: all’inizio vediamo molti camping con caravan, bei cottage con barche, palmeti lungo i canali, paludi con estesi canneti; approdi che offrono gite in air boat e a Moore Haven la possibilità di attraversare il lago con il ferryboat. Non ci sono molti paesi e gli abitati che incontriamo procedendo verso sud denotano la povertà della gente che è in maggioranza nera; vediamo cimiteri sui prati aperti con le lapidi messe a caso e più avanti, sulla “27”, campi estesi di canna da zucchero.
Le strade sono quasi senza traffico così arriviamo a Clewiston e South Bay dove si trovano i più grandi complessi per la produzione dello zucchero e ci fermiamo a Pahokee per una sosta e una passeggiata lungo il lago anche se il caldo si fa sentire. Riprendiamo la nostra strada e, dopo aver percorso circa 200 km siamo ritornati a Okeechobee avendo compiuto l’intero giro del lago. Dopo una breve sosta, ripartiamo alle 13,00 sulla “70 east” fino all’incrocio con la I-95 che percorreremo verso nord fino a Daytona Beach Sores e ci fermiamo al Days Inn che guarda direttamente sull’oceano.
Quando ho sistemato i bagagli esco sulla spiaggia per una breve passeggiata e scopro che è uno dei pochi posti al mondo in cui ci sono delle aree riservate per il parcheggio delle auto e delle moto. Cammino per mezz’ora su una spiaggia pulitissima senza mozziconi di sigarette o cartacce o altri rifiuti e, al ritorno quando il tramonto è ormai imminente, incrocio una pattuglia di vigilanti che invita tutti i mezzi ad abbandonare i luoghi di sosta ed uscire dalla spiaggia. Le postazioni dei bagnini sono su costruzioni in legno molto alte proprio come quelle che si vedono nei telefilm “Baywatch”. Grande!
Rientrata in motel mi siedo sul balcone per godere ancora del tramonto, della vista del cielo e dell’oceano accompagnata dai versi di decine di gabbiani che planano sulla riva in cerca di cibo.
Giovanni ed io usciamo in macchina per andare a cena: è tutto chiuso, non c’è traffico, non ci sono passanti e percorriamo tutto il centro di Daytona che sembra una città fantasma prima di trovare il “Marco’s Sports Diner” un locale caratteristico che offre un menù speciale per il giorno del Ringraziamento: Giovanni ordina tacchino ripieno con verdure, io braciola di prosciutto affumicato con salsa hawaiana e per finire torta di zucca.
Rientriamo contenti di quest’altra interessante giornata che termina con il meritato riposo in una stanza veramente confortevole e super!
Percorsi 480 km.

Venerdì 26 – Alle ore sette sono pronta e, anche se c’è un cielo molto nuvoloso che minaccia pioggia, scendo sulla spiaggia per una passeggiata di un’oretta poi mi siedo fuori sul balcone a leggere. Nel frattempo per fortuna esce il sole che ci permette di fare colazione (bacon, uova, patate, toast, pane francese con burro e sciroppo d’acero) restando all’aperto in zona piscine con vista sull’oceano.
Alle 10,30 partiamo con cielo sereno e temperatura stabile sui 26/29° e imbocchiamo la “1” verso sud lungo l’oceano con destinazione il Kennedy Space Center dove arriviamo circa a mezzogiorno; parcheggiamo gratis in un piazzale enorme dove ci sono già parecchie auto e ci dirigiamo alle cinque entrate dove lunghe file di visitatori attendono ordinatamente di acquistare i biglietti per accedere al complesso. Rimaniamo un po’ incerti se procedere poi decidiamo di fare questa esperienza che si rivelerà indimenticabile; anche qui per me “over 60” c’è uno sconto sul ticket dietro presentazione di documento idoneo.
Il complesso è formato da un’area molto estesa che comprende varie attrattive e servizi: il giardino dei razzi dove ne sono concentrati otto che svettano verso il cielo, il monumento dedicato agli astronauti deceduti in azione, aree di gioco per bambini, tre negozi di cui uno è il più grande al mondo dedicato agli oggetti e souvenir su tema dello spazio, cinque punti di ristorazione, sei servizi igienici situati in varie zone, ascensori per disabili, assistenza ipoudenti, sedie a rotelle e passeggini disponibili, recinto per animali e pronto soccorso; si visita anche una riproduzione a grandezza naturale dello shuttle Explorer.
Nel prezzo del biglietto è incluso un tour che si svolge a bordo di bus (in totale 44) che partono ogni quindici minuti e percorrono itinerari prestabiliti all’interno della base con soste alle varie stazioni; primo stop all’osservatorio sopraelevato di lancio del complesso 39 dedicato principalmente alle operazioni dello Space Shuttle. Appena entrati in una grande sala buia, una guida ci da’ il benvenuto e ci fa vedere un filmato introduttivo che ripercorre la storia delle conquiste spaziali partendo dalle competizioni dei primi tempi fra U.R.S.S e U.S.A. poi ci rechiamo a visitare l’area espositiva interattiva: tutto molto interessante.
Alla fine siamo liberi di salire in cima all’osservatorio per una vista a 360° sulle piattaforme di lancio,sulla Crawlerway e sull’edificio dove vengono assemblati i veicoli. Quando scendiamo ci fermiamo per un veloce spuntino e siamo quindi pronti a riprendere il bus per la prossima tappa al centro Apollo/SaturnV. Il tragitto è abbastanza lungo così abbiamo modo di verificare l’estensione di questa struttura: all’arrivo ci vengono indicate le gradinate all’aperto su cui prendevano posto gli spettatori importanti che assistevano ai lanci. Poi entriamo nel “Firing Room Theater” che riproduce esattamente la sala comandi (con consolle e strumenti vari) per ricreare il primo lancio dell’Apollo con uomini a bordo: l’attenzione e il silenzio sono totali e la tensione raggiunge il massimo quando si accendono i propulsori e la navicella entra nello spazio
Il mio cuore batte a cento, provo un’emozione incredibile pensando che sto rivivendo, nel luogo dove è avvenuto realmente, uno degli episodi basilari per la conquista dello spazio; mi sembra di essere entrata anch’io nella storia!
Usciamo in un enorme salone che ospita un restaurato Saturn V razzo lunare alto 111 metri e che sta appeso al soffitto: veramente impressionante. In mostra anche vari tipi di veicoli, una fetta di roccia lunare, un simulatore Lunar Module, una serie di tute spaziali, un pezzo di Apollo 13, un carro strumento come quello utilizzato sulla luna di Apollo 14, un furgone impiegato per trasportare gli astronauti sulla rampa di lancio e altro ancora. Bar, caffetterie, servizi e negozi il tutto gestito nel massimo ordine e pulizia: quanto abbiamo da imparare noi italiani!
Dopo questo giro già di per sé frastornante, attendiamo sette minuti (segnalati e scanditi da un dispay rosso) prima di entrare al “Lunar Theatre” dove assisteremo alla simulazione del lancio dell’Apollo 11 con atterraggio sulla luna. Scorrono sugli schermi i filmati d’epoca che scandiscono i momenti cruciali del lancio, dell’allunaggio e dello sbarco (in questo momento cala dall’alto una riproduzione fedele del Lem e di un astronauta a grandezza naturale): bellissimo!
Seguono interviste recenti ai tre astronauti protagonisti di quella memorabile impresa che ricordano le sensazioni di allora e le dichiarazioni storiche rese da un gruppo di bambini che avevano assistito in diretta all’evento. Ripeto che è stata veramente un’esperienza indimenticabile!
Usciti, ritorniamo al parcheggio, riprendiamo l’auto e ci dirigiamo a sud sempre sulla “1” e in pochi chilometri arriviamo a Cocoa dove troviamo un ottimo Best Western: sono le 17,30 e piove a dirotto, unica volta in tutto il viaggio ma cesserà quasi subito. Dopo un’oretta di rilassamento usciamo per andare a cena al “Kingstation” locale ricavato dall’unione di due vagoni ferroviari ai quali sono state tolte le pareti interne mantenendo inalterati i finestrini e altre strutture; cena molto appetitosa a base di ottimi gamberi fritti.
Percorsi 140 km.

Sabato 27 – Dopo la solita ricca colazione all’americana, alle 9,45 siamo pronti alla partenza sulla I-95 poi sulla “1” più interna lungo la baia e a Vero Beach prendiamo la “A1A” che corre parallela all’oceano Atlantico: è un susseguirsi ininterrotto di residence cintati con sbarre e sorveglianti alle entrate, prati con erba tagliata, fiori, palme ed esterni curatissimi, piste ciclabili e pedonali.
A Fort Pierce dobbiamo sostare una decina di minuti per attraversare un ponte mobile che è alzato pr consentire il passaggio di alcune barche, ritorniamo sulla “1” più interna quindi riprendiamo l’autostrada (6+6 corsie dove si può raggiungere una velocità di 120 km/ora) per variare un po’ il paesaggio. A Jupiter usciamo per mangiare dei tramezzini, fare benzina e sgranchire le gambe con una breve passeggiata.
La temperatura raggiunge i 30° e il cielo, che in mattinata minacciava pioggia, è completamente sereno di un azzurro intenso. Lasciamo l’autostrada e passiamo ancora sulla “1” che percorriamo fino a Fort Lauderdale lasciando sulla sinistra famose località come Palm Beach Shores, Boca Raton, Pompano Beach che presentano tutte le stesse caratteristiche di animate città sull’oceano. Dopo parecchi chilometri un po’ noiosi ritorniamo sulla “A1A” che percorriamo fino alla fine di Miami Beach Sud passando attraverso grattacieli, ville e residence con aiuole fiorite, centri commerciali, una moltitudine di gente in costante movimento (come si vede nei film), una teoria infinita di semafori e auto che mettono a dura prova la pazienza di Giovanni e la mia perciò, quando decidiamo di aver visto abbastanza della favolosa Miami Beach, attraversiamo il lungo ponte che la collega alla città vecchia e percorriamo la I-95 fino a quando termina e si congiunge con la “1 sud” verso le Key.
Siamo stanchi per la strada e le ore passate in macchina così alle 18,30 ci fermiamo al “Prince Inn” il primo motel che troviamo a Homestead anche se risulterà poco confortevole; un’ora dopo usciamo a piedi e raggiungiamo un ristorante cinese per la cena.
Giornata di trasferimento con bei paesaggi e scorci sull’oceano ma devo dire che Miami mi ha colpito soprattutto per i grattacieli e per il caos.
Percorsi 410 km.

Domenica 28 – Dopo colazione partenza sulla “1” verso le Florida Key arcipelago di 1.700 isole di origine calcarea corallina che si estendono da sud-est a sud-ovest della Florìda dividendo l’oceano Atlantico dal Golfo del Messico; c’è un’unica autostrada a due corsie che collega, attraverso 203 km e 42 ponti con lunghezze che variano dagli 11 km del più lungo ai 43 m del più corto, le cinque isole principali a loro volta formate da varie isole minori.
La prima che incontriamo è Key Largo pubblicizzata quale capitale mondiale delle immersioni ma non ha spiagge di sabbia naturale; la seconda Islamorada (isole di porpora per la massiccia presenza di chiocciole marine purpuree)rinomata per la pesca d’altura e i negozi di esche e attrezzature sportive quali armi e canne da pesca; la terza Marathon raccomandata quale luogo di villeggiatura per le famiglie; la quarta Big Pine and the Lower Keys santuario marino e rifugio della fauna selvatica in via di estinzione con possibilità di ecotours a piedi e con la bici; la quinta Key West la più conosciuta e magnificata e meta finale della nostra giornata.
Dopo una breve sosta a Marathon per fare benzina, con un cielo nerissimo che minaccia pioggia e una temperatura sui 24°, incrociamo una colonna di circa 100 Harley Davidson scortate dalla polizia (probabilmente si recano ad un raduno) e con i guidatori e passeggeri abbigliati con giubbotti e bandane colorate come ho visto più volte nei film.
Percorriamo la lunga strada attraversando paesi marinari quasi tutti uguali ma quello che mi colpisce è il paesaggio con l’oceano da un lato e il golfo dall’altro e l’attraversamento di tutti quei ponti che uniscono le varie isole; paralleli scorrono tronconi di vecchi tracciati stradali, ponti e spezzoni di ferrovia abbandonati e la mente immagina quanta fatica e lavoro sono stati necessari per realizzare tutte queste opere che si reggono su piloni piantati nell’acqua!
Seguiamo l’autostrada fino al chilometro “zero” che ci porta direttamente nel cuore della vecchia Key West dove troviamo un facile parcheggio a pagamento e incominciamo, a piedi, il nostro giro turistico. Sono le 12,45 e seguendo il viavai ci inoltriamo nelle strade principali e di maggiore traffico pedonale dove possiamo ammirare le antiche case in legno dall’architettura molto pittoresca: buona parte del legno per la costruzione è stato ricavato dal recupero di navi naufragate nei dintorni.
Percorriamo tutta la Truman Ave e la Duval street lungo le quali si aprono i tantissimi negozi di vestiti, sigari cubani, oggettistica e quant’altro possa attirare i turisti smaniosi di acquistare, bar, caffetterie e ristoranti all’aperto; affamati, ci fermiamo presso un locale caratteristico dove tutti gli spazi disponibili sulle pareti sono occupati da “un dollaro” semplice o firmato da chi l’ha lasciato per ricordo.
Si tratta del Willie T’s dove è anche esposta una targa che segnala i gradi della longitudine e latitudine e la scritta “qui è il Paradiso”; mangio un piatto di calamari fritti veramente ottimi con la compagnia di musica dal vivo.
Al termine del pranzo riprendiamo il nostro giro turistico ed arriviamo fino al punto più a sud degli Stati Uniti segnalato da una boa che indica una distanza di sole 90 miglia da Cuba: c’è una fila ordinata di persone che aspettano il loro turno per farsi fotografare ma riesco a scattare una foto veloce fra una messa in posa e l’altra. Passiamo davanti alla casa dove abitava Hemingway durante i suoi soggiorni qui ma non ci fermiamo a visitarla; c’è un caldo afoso e la fatica si fa sentire perciò ritorniamo verso il parcheggio nelle cui vicinanze mi fermo a curiosare dentro un negozio immenso che vende solamente conchiglie di tutti i generi, di tutte le grandezze, di tutti i colori, al centro del quale si trova una montagna di stelle marine.
Percorriamo il lungo molo dove sono ormeggiate delle navi da crociera in partenza per i Caraibi poi alle 15,40 risaliamo in macchina per il ritorno.
Ci stupisce che non ci sia molto traffico vista la giornata festiva ma a noi va bene così e viaggiamo tranquilli con l’intenzione di fermarci dopo un paio d’ore per trovare un motel dove passare la notte e riposarci; purtroppo, quando siamo ormai vicini alla meta, la circolazione prima rallenta poi di colpo si ferma e si forma una lunga colonna di auto mentre sull’altra corsia non ne vediamo passare. Dopo un po’ transitano macchine della polizia, vigili del fuoco e ambulanza da cui deduciamo che ci sia stato un incidente; il tempo scorre, il sole tramonta, viene il crepuscolo quindi il buio pesto dato che le auto hanno spento i fanali. Alcune persone scendono dalle macchine e percorrono tratti a piedi avanti e indietro, altri cantano o commentano ma sempre nel massimo ordine e tranquillità.
Rimaniamo così dalle 17,15 alle 18,45 quando finalmente pian piano la colonna si rimette in marcia e noi ci fermiamo al primo motel che troviamo a Islamorada: il lussuoso e anche costoso “Hampton Inn & Suites” con balcone sull’oceano; per la cena ci rechiamo presso un ristorante che fa parte del complesso e scelgo una tortilla con spinaci, carciofi, filetti di pollo e formaggio fuso che divoro con gusto.
Percorsi 340 km.

Lunedì 29 – La colazione all’americana offre un’ampia scelta compresa frittata, bacon, salsiccette, dolci vari, succhi, marmellate, frutta; in questo hotel mi hanno colpito la musichetta costante ai piani dell’ascensore, il negozio interno che espone merce particolarmente costosa, la palestra super attrezzata, tre postazioni internet gratuite, due piscine con istruttrice di acqua-gym, la pulizia e la gentilezza del personale. Ha una spiaggetta molto piccola formata non da sabbia ma da ghiaia sottilissima riportata mentre le palme sono vere e i fiori e le piante sono curate al massimo; dopo colazione mi siedo su una comoda poltrona di vimini proprio di fronte all’oceano e resto così in assoluto relax persa nei miei pensieri. Assieme a Giovanni valutiamo se sia il caso di fermarci fino a domani ma poi decidiamo di riprendere la nostra strada anche perché io spero sempre di poter ritornare alle Everglades e fare quel giretto in air boat che tanto mi affascina. Alle 11,45 saliamo in macchina e ripercorriamo l’autostrada che ci riporta in terraferma fino a Homestead che attraversiamo passando per il centro storico poi prendiamo la “997” indicata per i camion e passiamo in mezzo a estesi vivai con piante di tutti i tipi prevalentemente palme, manghi, viti e fiori in vaso che ci accompagnano per molte miglia.
Ci raccordiamo con la “41” che percorriamo per una cinquantina di chilometri finché notiamo un ristorante dal nome esotico “Miccosukee” vicino all’imbarco per i tour in air boat: ci fermiamo e chiediamo l’orario di partenza che avverrà tra dieci minuti; così acquistiamo i biglietti con i quali ci vengono consegnati dei batuffoli di cotone da mettere negli orecchi per isolarli dal rumore. Aspettiamo il pilota, un indiano della tribù, prendiamo posto in sei su questo strano veicolo che comincia a solcare sempre più velocemente l’acqua e gli arbusti della palude provocandomi all’inizio un leggero timore che si tramuta ben presto in una sensazione di completa libertà con il sole e l’aria in faccia. Il paesaggio è caratterizzato da paludi, savane e foreste vergini coperte di falaschi (piante erbacee usate per impagliare sedie, intrecciare sporte-stuoie e costruire il tetto delle capanne) che, innalzandosi fino a tre metri sopra la superficie dell’acqua, formano una boscaglia così fitta da rendere i luoghi pressoché inaccessibili, fatta eccezione per le vie d’acqua naturali.
Dopo una lunga corsa ci fermiamo per visitare una dimora utilizzata da una famiglia indiana fino alla fine degli anno ’70 costruita su palafitte; la guida ci racconta la storia del suo popolo e ci fa notare un unico grosso alligatore che, a suo dire, ha più di cinquant’anni (capisco il senso del racconto poi mi farò spiegare da Giovanni i particolari).
Riprendiamo la via d’acqua e sostiamo presso un isolotto habitat di una specie di uccelli che mangiano solamente serpenti; dopo circa un’oretta ritorniamo al punto d’imbarco molto soddisfatti di questa esperienza e ci dirigiamo, affamati, al vicino ristorante caratteristico per l’arredamento, il cibo e il personale del popolo “Miccosukee” che veste i colorati indumenti da loro prodotti. Io ordino un piatto tipico composto da pezzi di alligatore fritti, cosce di rana, polpettine e un panino caldo con salsa tartara: eccezionale!
Prima di salire in macchina per il ritorno entro al “tourist point” dove prelevo un dépliant in italiano che ripongo senza guardare; ritorniamo verso Miami percorrendo prima la solita “41” quasi deserta poi la “826” che si presenta a 6+6 corsie e con il traffico pazzesco delle ore di punta. Rimaniamo in colonna per parecchie miglia fino ad arrivare nelle vicinanze dell’aeroporto dove avevamo individuato, sempre tramite dépliant, un confortevole Best Western ma purtroppo non c’e una camera libera così dobbiamo ripiegare su un più modesto ed economico America’s Best Inn. Per la cena acquistiamo dei sandwich che consumiamo in camera.
Prima del meritato riposo faccio un riepilogo di quest’altra interessante giornata e guardo il dépliant che avevo preso: con grande rammarico leggo che, a quattrocento metri da dove ci eravamo fermati, si poteva visitare un autentico villaggio indiano ricostruito, il museo, il negozio dei manufatti, assistere allo spettacolo degli alligatori e tanto altro; forse domani ci possiamo tornare visto che non è molto lontano? Vedremo.
Percorsi 195 km.

Martedì 30 – Il programma della giornata prevede due scelte: o visita al centro di Miami per trascorrere il tempo fino al momento di andare all’aeroporto per il volo delle 16,45 o ritornare a Miccosukee; prevale la seconda ipotesi così riprendiamo la ormai nota e poco trafficata via del canale Tamiami fino a giungere al Miccosukee Indian Village. I Miccosukee sono una tribù indiana riconosciuta a livello federale nel 1962 ed attualmente è formata da circa 500 persone che hanno mantenuto la loro identità, la loro lingua, la loro bandiera e i loro usi e costumi ma sono ben integrati con il mondo moderno.
Entriamo nel villaggio attraverso il negozio di souvenirs dopo aver pagato il biglietto e preso la mappa per orientarci; per prima vediamo una stanza detta “chikee” che serve come casa per due famiglie, i tavoli sono usati come piani di lavoro durante il giorno e come zona per dormire la notte, i letti sono sopraelevati per protezione contro l’invasione di acqua, serpenti e alligatori. Un chikee uso cucina con fuoco sistemato all’aperto e utensili vari; un chikee dove gli uomini lavorano il legno di cipresso o di salice per fabbricare giocattoli, archi, frecce, canoe mentre le donne con perline di vetro colorato confezionano collane, accessori e monili o fabbricano bambole con fibre di palme nane e le vestono con tessuti colorati tradizionali.
Entriamo in un piccolo museo che attraverso fotografie, utensili esposti, vestiti coloratissimi, reperti storici e quadri dipinti da un artista della tribù, offre una rara visione d’insieme del passato di questo popolo, della sua cultura e del suo modo di vivere. Veramente molto interessante e suggestivo.
Percorriamo tutta la passeggiata in legno sopraelevata che offre una visione panoramica delle Everglades una riserva ecologica unica nel suo genere: le lunghe lame che tremano nella brezza sono di una specie chiamata “erba secca” a causa del filo tagliente come una lama di rasoio; il suolo sotto il passaggio è sommerso e fangoso e costituisce un aspetto vitale di questo luogo unico nel suo genere.
Ultima tappa alla fossa degli alligatori dove una decina di grossi bestioni sonnecchia in attesa che il loro ammaestratore, un possente indiano con il caratteristico gilè, li risvegli per offrire al pubblico uno spettacolo che conclude la visita al villaggio; noi guardiamo solo l’inizio poi dobbiamo andare perché il tempo è volato.
Dopo un veloce giro nel negozio di souvenirs dove sono in vendita giacche, gonne e camicie patchwork, collane con perline Miccosukee, mocassini Cherokee, gioielli in argento e turchese dei Navajo, riprendiamo la nostra auto per rientrare a Miami.
Non posso descrivere la mia felicità per aver fatto questa esperienza così coinvolgente in un mondo indiano che conoscevo solamente attraverso la visione di qualche film e che nei miei precedenti viaggi negli Stati Uniti non avevo avuto modo di approfondire.
Il ritorno verso l’aeroporto è stato rallentato da un incidente che ha bloccato la strada principale mettendo alla prova il mio senso dell’orientamento ( la strada viene completamente bloccata nei due sensi di marcia fino a quando tutto è ritornato perfettamente normale) per individuare un percorso alternativo: per fortuna tutto è filato liscio così alle 13,00 siamo arrivato all’aeroporto, abbiamo riconsegnato l’auto e atteso l’autobus che ci ha portato direttamente al nostro terminal per l’imbarco.
Percorsi 110 km.

Totale chilometri percorsi 3.300 Costo complessivo € 2.895
Costo dei voli € 1.075
Assicurazione medica € 160
Autonoleggio € 310
Benzina € 125 costo medio € 0,5814 al litro
Pernottamenti € 680 sempre due letti matrimoniali e prima colazione
Pasti-bevande-ticket ecc. € 545

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