Lo sciamano del Perù

Juan Caypa
Lo sciamano amico

“Juan Caypa ha vissuto un’esistenza onesta. Sempre attento verso gli amici, era vicino alle persone bisognose che aiutava volentieri e senza pretendere alcuna ricompensa. Grazie alle sue conoscenze nell’ambito della medicina naturale, don Juan alleviava le pene della gente e sconfiggeva le malattie che le moderne terapie non sapevano combattere. Egli comunicava con le forze della natura che, generose, gli svelavano i segreti delle piante medicinali. Ricordo con tenerezza- e ancora qualche brivido- quel giorno di novembre. Accoccolati sui talloni, stavamo consumando in silenzio le foglie di coca e un bicchiere di aguardiente. Le prime ombre della sera avevano portato con sé una lieve brezza che scompigliava i capelli ed io stavo ripercorrendo le tappe del mio incredibile viaggio che mi avevano condotto fin lassù, nell’alta puna interandina. Vicenza mi appariva come un ricordo remoto, una dimensione che non sentivo più mia. Era martedì. Da oltre lo steccato, ecco apparire due vecchi indios che avanzano piano, sorreggendo un bimbo che piange sommessamente. Ignorandomi, i due adulti prendono a parlare con don Caypa nella lingua degli Incas, esprimendosi con fare concitato. Pur capendo poco di “quechua”, posso seguire il filo del discorso, aiutato anche dagli sguardi preoccupati e dai gesti eloquenti dei nuovi venuti e dello sciamano mio ospite. “Maestro”, prega quello che pare il padre del piccolo, “aiutaci. Il ragazzo sta male e non sappiamo più cosa fare”. Senza dire una parola, don Juan scruta il volto pallido del giovinetto, gli accarezza lievemente i capelli e la fronte umida di freddo sudore. Poi, rivolge la propria attenzione verso gli ospiti, invitandoli a raccontargli l’accaduto. “Taita, piccolo padre”, riprende a parlare il genitore del bambino, “è da circa due settimane che mio figlio si trova in questo stato. Gli avevo chiesto di andare al pascolo a controllare i buoi e quando è tornato ha avuto solo il tempo di raccontarmi una strana storia, prima di cadere nell’incoscienza. “Il ragazzo si era accorto che il cielo andava oscurandosi e, intuendo l’arrivo di un temporale, stava radunando la mandria per ricondurla velocemente verso il corral. Malauguratamente, però, la tempesta è stata più veloce e ha colto il bimbo allo scoperto. Per ripararsi dalla pioggia, ha pensato di rifugiarsi sotto uno degli animali, ma un fulmine improvviso ha scaricato la sua ira a pochi metri da lui. Tornato a casa, confuso e impaurito, dopo avermi raccontato l’accaduto ha perso conoscenza. “Avrei voluto condurtelo prima, ma mia moglie ha deciso di portarlo in città e farlo visitare da un medico che gli ha diagnosticato una forma di paludismo. Per questa malattia è stato curato fino ad oggi, ma senza ottenere risultati. Mi sembra, anzi, che il ragazzo sia peggiorato. Siamo disperati”. “Avete fatto bene a portarmelo.”, annuisce lo sciamano, “Tutti quei farmaci lo hanno intossicato. Il giovanotto ha subito un grave trauma; è stato colto dalla terra e alla terra dobbiamo chiedere la sua restituzione”. Ormai è notte e un’inquietante silenzio tormenta i miei pensieri. Don Juan apparecchia una piccola tavola, disponendo su tutta la superficie ogni sorta di cose. Grasso di lama, incenso, sigarette, foglie di coca, piante sconosciute, la chicha- antica bevanda degli Incas-, candele ed altro ancora. Mette sul fuoco una pentola colma d’acqua, dentro la quale prendono a nuotare fiori e vegetali. Nell’attesa, il buon sciamano confeziona un fantoccio utilizzando parte degli indumenti del piccolo. Trascorso qualche tempo, utilizzato per intonare orazioni incomprensibili, don Caypa toglie il contenitore dal fuoco e lo passa più volte sopra il corpo del paziente, ripetendo l’operazione con il bambolotto di pezza. Al termine, il guaritore raccoglie il pupazzo e, raggiunto lo steccato al limite della proprietà, scava una buca entro la quale depone l’involucro, impregnato delle essenze negative del malato. “Ora preghiamo la madre terra e gli spiriti eterei delle montagne”, ordina don Juan alla fine. Attendiamo. Non so cosa possa essere successo. Solo ricordo il sorriso del giovane tornato alla vita- e risuonano ancora nelle mie orecchie i trilli argentini del piccolo paziente-, mentre l’aia riprendeva colore, il mattino successivo. Ora don Juan, sciamano, amico e confidente, riposa tranquillo, sepolto entro il recinto della sua fattoria, ricoperto dai fiori.”
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