USA e Canada, ospiti a casa di Madre Natura – parte prima

Il volo è prenotato da diversi mesi e la mail di Alitalia con i nostri biglietti giace dimentica nella mia posta elettronica.
Fingiamo quasi di non dover partire, non ne parliamo fino a un paio di settimane prima quando mi rendo conto che forse è il caso di cominciare a prenotare qualche albergo, una macchina, cose così.
Una settimana prima della partenza Paul si rende conto che il suo passaporto è scaduto. Sono cose che possono accadere solo a me, ma devo dare atto al mio compagno di viaggio che ha saputo gestire molto bene la situazione.

8 AGOSTO
Arriva il fatidico giorno, l’8 agosto. Non ho voglia di partire, lo ammetto. Non voglio lasciare la mia casina ma mi fingo entusiasta di alzarmi alle 3 di notte per dirigermi a Bologna.
Ci imbarchiamo e con grande fortuna ci vengono assegnati due posti in business class. Le 7 ore di volo che ci separano da Boston sono fin troppo corte, viaggiando così comodi.
L’itinerario improvvisato una settimana prima, ci impone di partire immediatamente da Boston verso nord, e come prima tappa c’è Portland, nel Maine.
Ritiriamo quindi la macchina alla Dollar e senza grande entusiasmo Paul si mette alla guida della nostra nuova Mazda 6.
Il Massachusetts e il Maine sono bellissimi, incredibilmente puliti ed ordinati. C’è un’afa terribile: acquazzoni si alternano al sole caldissimo rendendo l’aria irrespirabile. Sarà l’unico giorno di vero caldo in tutta la vacanza.
I paragoni con l’Ovest visitato nel 2006, si sprecano: nonostante lo stile di vita palesemente diverso, l’approccio differente degli americani verso il turismo e la concentrazione di attività commerciali, ci sembra comunque di essere tornati ad un anno fa quando la terra rossa e sole dell’ovest ci hanno fatto innamorare di questa parte di mondo.
Sulla strada ci fermiamo a Kittery, il paradiso degli outlet, e i negozi sono talmente tanti che adottiamo il metodo proprio delle gite scolastiche: ci dividiamo e ci diamo appuntamento alla macchina dopo 30 minuti. Io torno piena di borse, Paul invece….
Arriviamo a Portland e cerchiamo l’albergo. Sembra un impresa disperata, possibile che nessuno sappia dove si trova il Motel 6?
Impieghiamo 1 ora e quasi un pieno di benzina per trovare il nostro alloggio. Giriamo nel porto tra i negozi di souvenir e i ristoranti pieni di aragoste. Portland non ci sembra un granché in realtà. Andiamo a letto distrutti e non troppo soddisfatti della cena.

9 AGOSTO
Ci svegliamo presto e lasciamo la città, in direzione Nord che sarà il nostro obiettivo per altri 5 giorni.
Attraversiamo paesini bellissimi, dove la bandiera a stelle e strisce svetta in ogni giardino, all’esterno di ogni edificio e sopra ad ogni statua. Si respira America in ogni centimetro di strada e in ogni sorriso che ci viene rivolto. Ci sentiamo accolti, un po’ di nuovo a casa, come se fossimo a venuti a trovare lo Zio lontano, ma che per noi ha sempre la porta aperta.
Percorriamo un gran pezzo di costa, lungo la mitica Hwy-1, conosciuta anche come Atlantic Road, ma la strada è tantissima, perciò ci diamo il cambio alla guida per raggiungere Bar Harbor.
La cittadina è davvero bella, forse un po’ finta nella sua perfezione, ma la apprezziamo comunque. Troviamo un piccolo cottage libero e non ce lo facciamo scappare, anche perché sembra che le strutture libere non siano molte. D’accordo è piccolo, ha giusto 3 stanze un po’ retrò e non so nemmeno se si può chiamare cottage, ma ha anche un bellissimo barbecue nel giardino e una porta a zanzariera che cigola e sbatte proprio come nei film americani. In effetti sembra di essere in “Pomodori Verdi Fritti alla Fermata del Treno” e trovo ogni occasione per far sbattere quella porta fino ad essere fastidiosa.
Con la macchina percorriamo l’Acadia National Park, un verdissimo parco che meriterebbe una gita in bici per goderlo appieno. La Lonely Planet ci dice che con grande fortuna si possono vedere le balene dalla costa, ma oggi evidentemente è il nostro giorno sfortunato. Il giro del parco è breve e ci resta tempo per saccheggiare il supermercato più vicino, dove acquistiamo carne splendida e verdura fresca; solo quando le pannocchie si abbrustoliscono sulla griglia, realizzo che questo viaggio l’ho desiderato da sempre ed è ancora tutto lì, pronto per essere vissuto.

10 AGOSTO
Il mattino lo dedichiamo ancora a Bar Harbor e a una gigantesca colazione americana. E’ ora di partire e abbandonare, solo temporaneamente, gli USA. Viaggiamo parecchio e dopo un’interminabile coda raggiungiamo la dogana dove ci fermiamo per i dovuti controlli; ci sorprende subito l’incredibile numero di foto di bimbi scomparsi appese alla parete dell’ufficio doganale.
Scopriremo poi che questo è un problema a cui viene data una grande rilevanza, perché queste foto vengono mostrate in occasione di ogni telegiornale e appese in ogni ufficio pubblico.
L’impiegato ci ritira i passaporti e ci dice di attendere 5 minuti. Una telefonata arriverà e gli confermerà se possiamo passare il confine. Detto fatto, il telefono trilla e il doganiere ci comunica che il Canada ci sta aspettando. Fate attenzione e che Dio vi benedica, così ha detto.
La nostra avventura canadese inizia al primo turist office, 100 mt oltre il confine. Se c’è una cosa che abbiamo davvero apprezzato in Canada, è l’organizzazione e la precisione nel fornire informazioni. In ogni città o località turistica è presente un turist office aperto a qualunque ora del giorno che fornisce gratuitamente mappe stradali, cartine, info sugli alloggi e navigazione internet.
Usciamo carichi di materiale informativo che accumuliamo nei sedili posteriori e ripartiamo sulla Hwy-1, scorrevolissima anche se un po’ noiosa. Ci fermiamo giusto il tempo necessario per fare il pieno e comprare una tessera telefonica per telefonare a casa: ne chiediamo una adatta per l’Italia e visto che le tessere fanno riferimento al continente, ci vediamo offrire una tessera per l’Asia. Lasciamo la commessa in evidente stato confusionale, sconvolta per aver scoperto che l’Italia è in Europa, e ripartiamo.
Ci troviamo nella regione incontaminata del New Brunswick e mi stupisco nel trovarla così banale: me ne hanno parlato come un luogo incredibile, ma immaginavo qualcosa di più emozionante. In realtà ora porto un ricordo splendido di quei luoghi, perché solo dopo averli visitati con cura, si riesce a carpire la loro vera essenza. La natura ha completa padronanza di ogni angolo di terra, e sembra impensabile piegarla alla volontà umana. Nonostante questo, si percepisce il vero amore dell’uomo per la terra che abita, un equilibrio stabile e duraturo, accettato ed incondizionato.
Ce ne rendiamo conto arrivando ad Alma e attraversando il Fundy National Park. Una lunghissima striscia di asfalto penetra una delle foreste più belle che si possano immaginare e termina sul mare, in un minuscolo paesino di pescatori, nella Bay of Fundy.
Il fiume e la baia sono in secca, e le decine di pescherecci sono adagiati sul fondale melmoso. Mentre l’aria fredda e un velo di bruma si stendono su tutta la baia, porto la mia valigia dentro al delizioso BB scelto per la notte e noto che tantissimi colibrì volano ovunque, mi osservano dalla finestra, in stallo e perfettamente immobili mentre le loro ali si muovono a velocità inimmaginabile. Penso che questo, come tanti, è un esempio dei mille contrasti che si vivono in questa terra. Resto a bocca aperta e un mio impercettibile movimento mi fa ritrovare sola, a guardare il nulla dalla finestra. Penso di essermi immaginata tutto, ma dopo un secondo i colibrì tornano ad affollare la loro mangiatoia.
Visitiamo il paesino, assaporiamo la nostalgica sensazione di essere dispersi in un angolo remoto del pianeta e ci abbuffiamo di pesce freschissimo al ristorante del paese. Notiamo che al molo c’è fermento.. la marea si è alzata e le barche che prima giacevano 4 mt sotto ai miei piedi, ora galleggiano come se nulla fosse su un’incredibile distesa d’acqua. I pescatori si preparano a partire, in una fredda serata d’agosto, accompagnati da tutta la famiglia che come ogni volta, resta sul molo a salutare le barche che prendono il largo.
L’atmosfera è magica, incredibilmente vivace rispetto a qualche ora prima perché la high tide mette agitazione e subbuglio, e tutto ruota intorno a lei.
Andiamo a dormire confusi ed estasiati da questa giornata.

11 AGOSTO
Dopo un buon sonno ristoratore e una colazione adeguatamente calorica, partiamo da Alma, ma non prima di aver fatto tappa da Kelly’s Bake Shop, il forno del paese, che sforna sticky bun caldi e deliziosi.
La strada ci porta in mezzo a splendide foreste incontaminate, strade sconnesse, laghetti di cristallo e piccoli paesini di campagna fino al Confederation Bridge, il ponte lungo 12 miglia che ci congiunge a Prince Edward Island, la nostra prossima meta. Al di là del ponte (attraversato tenendo a bada diversi attacchi di panico), ci fermiamo al turist office dove spediamo una mail a casa e facciamo di nuovo incetta di opuscoli informativi. L’isola sente l’influenza delle correnti calde che arrivano da sud perciò il clima è piacevole e finalmente possiamo toglierci la felpa e goderci il sole. Decidiamo di fare un loop in senso orario, passando da Summerside, Kensington, Cavendish e altri paesi dalla spiccata origine inglese. Notiamo infatti che qui, più che in altre regioni canadesi, è molto netta la separazione tra canadesi, inglesi e francesi, pardon, acadiani: ogni abitante ci tiene a far notare con molta chiarezza le proprie origini, utilizzando allo scopo, una bandiera o una targa sulla macchina.
Cavendish sarebbe una cittadina dimenticata, se non fosse che Anna dai capelli rossi è nata qui; ovunque si possono trovare cartelli e insegne che indicano la casa dove è cresciuta la scrittrice e ovviamente non mancano souvenir di ogni genere. Non ci fermiamo nemmeno, perché l’isola è grande e preferiamo azzardare un pomeriggio in spiaggia. La sabbia è bianchissima e pulita, ma il mare è mosso e abbastanza freddo quindi ci limitiamo ad una bella passeggiata sulla banchina. Il resto dell’isola è in gran parte agricolo, molto coltivato e curato; notiamo che stanno raccogliendo le patate, che in effetti sono coltivate in ogni angolo di terra, ed è curioso pensare che è esattamente quello che stanno facendo anche a Parma, a migliaia di chilometri di distanza.
Complice il profumo di pesce, diventa indispensabile fermarsi per uno spuntino. Scegliamo un locale di legno sul mare e ci godiamo il sole con panini all’aragosta e salmone. Lasciamo il faro bianco e rosso e le cataste di trappole per aragoste e scendiamo verso sud, alla capitale Charlottetown. E’ ora di cercare un posto per dormire e solo dopo ore e ore di telefonate, troviamo una B&B vista lago. Nonostante gli interni preguerra e le zanzare formato maxi che si aggirano in giardino, la famiglia ci accoglie con grande ospitalità illustrandoci tutte le attrattive della zona e consigliandoci qualche buon ristorante dove andare a cenare. Perdiamo 40 minuti ad ascoltare gli aneddoti del nostro padrone di casa, che ingrigito dagli anni della pensione e vittima della solitudine, non si decide a lasciarci andare.
La Lonely Planet ci consiglia la Pilot House e finalmente mi godo una cena fantastica a base di cozze locali (famose in tutto il mondo), pollo ripieno di aragosta e patate dolci fritte. Charlottetown non ci piace granché, ci ricorda un sobborgo periferico di Londra, e dopo un velocissimo giro in centro ce ne andiamo a letto.

12 AGOSTO
Il mattino successivo la famiglia logorroica ci racconta la storia dell’isola dalla preistoria ad oggi, senza omettere la vita e gli esami universitari dei loro due figli. Ce ne andiamo dopo un ora di chiacchiere, con in mano un giornale sulle corse di cavalli… Addio, Lucky!
Sulla strada, nei dintorni di una fattoria, notiamo che vendono sacchi di patate novelle. Decidiamo di portarne a casa un po’ (per instaurare un gemellaggio agricolo Canada – Italia) e semplicemente inseriamo 3 dollari in una fessura adibita a tale scopo e scegliamo un sacco tra i tanti appoggiati a terra, alla mercé di tutti. E’ evidente che qui esiste ancora la fiducia nel prossimo.
Ripassiamo sul ponte lunghissimo e ci troviamo di nuovo nel New Bruswick. Decidiamo che questo giorno sarà destinato quasi solo al trasferimento fino alla Gaspesie, una delle regioni da noi più attese.
Attraversiamo da sud a nord la regione e inconsapevoli, scegliamo la strada più solitaria che si possa immaginare. Per più di 150 km vediamo solo foreste fittissime a perdita d’occhio, nessun centro abitato, nessuna stazione di servizio, solo qualche tir carico di legna che viaggia su strisce di asfalto lisce e diritte come stecche di liquirizia. Viaggiamo in silenzio consapevoli della natura che ci recinge e di tutto quanto si nasconde oltre al bordo strada. Immagino gli orsi, i lupi, gli alci vivere senza barriere, senza esseri umani, e capisco di essere un’intrusa, un’ospite poco gradito. Dopo 4 ore di macchina arriviamo alle porte della Gaspesie e il paesaggio cambia immediatamente. Si avverte subito l’influenza francese, complice la vicinanza con il Quebec. Cominciamo a costeggiare questa penisola continuando a salire verso nord e subito ci rendiamo conto che la luce è diversa; ci stupiamo nel constatare che qui il sole si alza alle 3,30 del mattino e tramonta alle 21.30, generando giornate senza fine e quasi senza notte.
Dopo centinaia di chilometri nelle foreste, è il momento di cambiare elemento e viaggiamo a filo sull’acqua tra paesini minuscoli, fari di legno e aspre rocce rosse.
Arriviamo finalmente a Percé che il sole sta scendendo. Restiamo basiti a guardare il gigantesco Rocher Percé, il grande masso fossile che si alza imponente a circa 100 mt dalla costa, ma a noi sembra in mezzo al mare. Inutile dire che vediamo palese la mano del Creatore in un panorama così spettacolare.
Il paese è molto carino e ci facciamo una bella passeggiata, ma un freddo che a noi sembra degno di una giornata invernale ci fa scappare presto a nanna.

13 AGOSTO
Ci svegliamo che il sole è già alto da diverse ore e sfruttiamo la bassa marea per passeggiare fin sotto al Rocher Percé.. Vorrei arrivare oltre al grande masso, ma la marea mi frega e mi ritrovo con l’acqua quasi alla vita. Scappiamo letteralmente via e ci rimettiamo in viaggio. In un negozietto compriamo una piccola griglia che reputiamo fantastica per i barbecue che faremo una volta rientrati in Italia. Aggiungo la griglietta con i suoi 5 kg di peso, al sacco di patate già deposto in valigia.
Percorriamo centinaia e centinaia di chilometri su una tranquillissima N132, con il mare perennemente incollato al finestrino e vecchie canzoni francesi trasmesse dalle radio locali. Paesini in legno, fari e nient’altro oltre al mare.
Paul ha smesso di sentirsi a casa, qui siamo in proclamata terra franco-canadese, perciò ci penso io a comunicare con i gaspésienne.
Ci fermiamo a dormire a St. Flavie. Troviamo un B&B splendido, con un bel parquet antico e deliziose finestrelle bianche.
Per cena scegliamo un ristorante sul mare che ci riserva uno stranissimo spettacolo.
Dalla spiaggia verso il mare parte una processione di una cinquantina di statue di cemento, illuminate da sterili e forti luci bianche che contrastano con il nero della notte. La marea e le onde scoprono lentamente le teste e poi i corpi di queste splendide statue, dando luogo a un magnifico teatro naturale e in movimento. E’ lo spunto per pensare di nuovo che perfino nell’arte, i canadesi sono riusciti a trovare un equilibrio con la Natura, spesso inclemente, che li circonda.

14 AGOSTO
Ci troviamo già sul grande San Lorenzo, il fiume che voleva essere un mare.
Mi accorgo che la cartina mi ha tratto in inganno: siamo sulla parte opposta del fiume, perciò se vogliamo raggiungere Tadoussac dobbiamo prendere un traghetto. Corriamo a Rimouski, ma nulla da fare, il traghetto è già pieno. Attendiamo un paio d’ore a Trois Pistoles e finalmente veniamo imbarcati. Purtroppo la mattina se ne va tra attese varie e chiacchiere con due simpatiche giornaliste canadesi.
Siamo ufficialmente in Quebec.
Impossibile non notare le pinete e i laghi sparsi ovunque, gli splendidi chalet che sorgono sull’acqua, perfetti per una vacanza di puro relax a contatto con la natura. Mi riprometto di tornare qui un giorno, con un barbecue, una scorta di cibo italiano e tanti libri.
Incontriamo tir carichi di tronchi di legno, segherie, grandi fabbriche di sciroppo d’acero, cartelli che ci avvertono del possibile attraversamento di alci.
Aceri, aceri, aceri si susseguono fino a Tadoussac, che raggiungiamo con un altro traghetto.
Lasciamo tutto al B&B e partiamo per una bella e lunga passeggiata in paese. Arriviamo fino al molo e seguiamo un trekking di circa 4 km intorno al promontorio.
Finalmente eccole là.. tante balene e balenottere che saltano e giocano vicino a riva. Restiamo un’ora a congelarci e a osservare le protagoniste indiscusse di questa giornata.
Ottima cena québécoise e via a nanna.

15 AGOSTO
Il mattino successivo ci svegliamo alle 4.00. Indosso quasi tutta la valigia: due maglie, un maglioncino, la felpa, il kway, la sciarpa e il cappello di lana. Fa un freddo terribile e so che presto farà ancora più freddo. Incredibile, oggi è ferragosto!
Corriamo al porto e ci imbarchiamo sul gommone che ci aspetta, non prima però di aver indossato una orrenda tuta rossa impermeabile e l’assurdo salvagente. Se dovessi cadere in acqua morirei congelata, ancor prima di affogare!!
Dopo 40 minuti di navigazione nel fiordo di Saguenay cominciamo a goderci lo spettacolo.
Le balene sono decine, ci accerchiano, sbuffano, si prodigano in mille esibizioni. Ovunque spuntano dall’acqua le testoline delle foche e dei bellissimi beluga.
Peccato per il rumore dei motori, per la gente che avevo intorno. Avrei dato qualunque cosa per essere lì solo con una barchetta, con il silenzio del mattino, a godermi quello spettacolo unico.

Salutiamo i nostri connazionali che arrivano da Vancouver e dopo una meritata colazione e una doccia calda, ripartiamo per la visita del fiordo, stavolta via terra.
E qui avviene un cambio nel nostro itinerario: decidiamo di non fermarci una seconda notte a Tadoussac ma procediamo per la tappa successiva. Evviva, guadagniamo un giorno!
Il fiordo è suggestivo, forse la costante nebbiolina o forse saranno i paesini apparentemente abbandonati ma ci sembra che tutto assuma un’aria un po’ sinistra. Arriviamo fino a Chicoutimi e torniamo indietro, in direzione Quebéc.
Scegliamo un B&B lussuosissimo con meravigliosa vista sul San Lorenzo.
La città è davvero bella, probabilmente la migliore di tutto l’itinerario. Curata, pulita, super organizzata e carica di storia e fascino.
Incontriamo un ristoratore langhiranese che sembra conoscere tutti i nostri parenti e amici. Quanto è piccolo il mondo! Ridiamo fino a star male del nostro assurdo connazionale che ci intrattiene con inascoltabili storie sconce. Au revoir Luigi!

16 AGOSTO
La mattina se ne va visitando la città, sfruttando la funicolare che ci porta alla parte vecchia di Quebéc. I vicoli e le scalinate sono magnifici, sembra di essere in una piccola Parigi.
Ci facciamo tentare da un negozio che vende addobbi natalizi. Usciamo carichi di pacchi, sentendoci un po’ sciocchi ma molto soddisfatti, d’altronde con questo freddo è un attimo sentire il Natale alle porte.
Mi accorgo di essere ormai senza vestiti, perciò perdiamo 2 ore in una laundry, la lavanderia a gettoni più triste che si possa immaginare.
E’ tardi perciò via verso la nuova tappa: Montrèal, la prima traditrice della vacanza. Ma questa è un’altra storia….

[RIGHT]..continua.[/RIGHT]

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