Kenya: Diani/Ukunda: I bambini in Kenya ti vengono incontro di default

E’ il 26 dicembre 2007.
Sono di ritorno da una delle mie solite passeggiate lungo la spiaggia di Diani Beach quando vedo venirmi incontro Sara con in braccio la piccola Queen. Sara l’ho conosciuta a dicembre 2006. E’ capitato per caso. Queen le era sfuggita dalle braccia, mi era corsa incontro concludendo agitandosi come solo i bambini sanno fare e mi ha abbracciata così, di punto in bianco. I bambini in Kenya lo fanno spesso. Ti vedono e decidono che meriti un abbraccio. Senza alcuna ragione.

E dietro la piccola è apparsa Sara, strappandomela dalle braccia e chiedendomi scusa. Io le dissi che Queen aveva fatto una cosa bella per me e che non c’era motivo di scusarsi. Un abbraccio non te lo regalano mica tutti i giorni.

Nei giorni a seguire, e anche al mio ritorno per tutto il mese di agosto le chiacchierate con Sara non potevano mancare. E ora, sono di nuovo qui per ripetere il nostro rituale. Nei giorni scorsi non ero riuscita a incontrarla. Non sapevo che fine avessero fatto lei e Queeny. Nessuno poteva darmi loro notizie perché Sara non è conosciuta da tante persone.
Ma eccole, tutt’e due, mescolate tra la folla di gente venuta sulla spiaggia, davanti al Kim4Love, a festeggiare il Natale. Anche l’anno scorso era stato così. Nei giorni di festa tutta la popolazione locale si era riversata sulla spiaggia a mostrare gli abiti belli e le speranze per l’anno nuovo che si stava avvicinando. Sara e Queeny non potevano mancare. Le riconosco, mi sorridono da lontano e mi vengono incontro. La piccola credo mi venga incontro di default, senza realmente riconoscermi, sempre per quella curiosità innata che hanno i bambini e quella fiducia incondizionata che ripongono sul prossimo. Ha solo due anni. Non può ricordarsi di me. Penso.

Chiedo subito a Sara che fine avessero fatto, come sta Queen e come va la vita. Saluti che in Kiswahili durano la solita mezz’ora in cui le nostre risate echeggiano davanti al Kim4Love. Sara mi dice subito che lei sta bene, ma che Queen ha qualche problema di salute da tre giorni. Sulla pelle le sono comparse delle bolle. E le noto immediatamente appena rivolgo lo sguardo alla piccola peste.
Sara mi dice che non sa cosa siano, che Queeny non riesce a dormire, che si gratta sempre e che dalle bolle perde spesso sangue. Io mi spavento un po’. I miei pensieri vanno subito a quella malattia che è flagello del Kenya e di tanti paesi africani. Penso possa essere Aids. Penso che forse Sara gliel’ha passata. Penso al papà di Queeny che le ha abbandonate dopo aver usato sessualmente Sara senza curarsi di proteggerla dalle proprie malattie.

Sapevo che il papà di Queeny aveva l’HIV e che non mi era mai stato chiaro se Sara l’avesse contratta. Fatto sta che vedendo Queeny in quelle condizioni mi si è spaccato tutto dentro. Dico immediatamente a Sara che dobbiamo andare all’ospedale. Lei mi dice che non ha soldi per pagare l’ospedale. Io le dico che chi se ne frega. Che ce li ho io. Sapevo che visita e prime cure non sarebbero costate più di 30 euro per esagerare.

Sara si lascia andare a qualche lacrima e comincia a ringraziare “mungu” (Dio) per averci fatte ritrovare. “Roberta, è un miracolo che oggi ci siamo incontrate di nuovo. Mungu akubariki (che Dio ti benedica). Non sapevo cosa fare con Queen e le sue bolle.” E continua a piangere e io prendo in braccio Queeny e le dico che domani andremo dal dottore. E comincia a piangere pure lei. Non erano certo lacrime di gioia come quelle della sua mamma. La parola Dawa (medicina) non riscontra successo neanche tra i bambini del Kenya.

Ci diamo appuntamento alle 11 del mattino a Ukunda all’angolo dove c’è l’African Pot, il BookShop e l’internet point.
Le dico di aspettarmi alla fermata del matatu, sotto la tettoia, dove non farà troppo caldo.
Domani è giornata di elezioni qui in Kenya, e noi andremo all’ospedale.

Ritorno all’albergo e incontro Francis e Stefania. Dico loro che il giorno dopo sarei andata all’ospedale e racconto loro del mio incontro con Sara. A volte credo proprio che nelle menti delle persone con cui parlo in albergo, echeggi la frase “ma chi te lo fa fare? Sei in vacanza”.
Chiariamo subito questo fatto. E’ vero, sono in vacanza. Ho preso le ferie dai miei lavori e sono partita per il Kenya. Ma essere in vacanza per me non significa chiudere gli occhi e lasciare che la vacanza scorra senza di me, come per quelli che passano tutto il tempo sul lettino a rigirarsi ogni mezz’ora, senza ricordarsi che sono in un paese africano di cui non stanno conoscendo niente.

Io voglio esserci. E io ci sono.

Io sono curiosa. Io voglio incontrare questo paese, non voglio solo conoscere quelli dell’animazione dell’albergo e poi finire col dire che ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio fare infinite passeggiate con i ragazzi della spiaggia a dire che non sono qui per cercare un uomo e poi dopo due giorni mi dichiaro innamorata persa e ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio andare sulla spiaggia a regalare quei vestiti che mi sono portata dall’Italia a bambini e adulti, insegnandogli che è bene stare li a aspettare il turista generoso italiano piuttosto che andare a lavorare o a studiare, e poi dire che ho preso il mal d’Africa perché i loro visi si sono illuminati d’immenso.
Io non voglio regalare soldi e caramelle ai bambini perché che cosa ne sanno i bambini di come si spendono i soldi, e come possono decidere di conservarli per usarli poi per il dentista?

Mi sono trovata a discutere con diversi turisti per l’atteggiamento spesso ingenuo, spesso lava-coscienza, spesso superficiale che mostravano verso bambini e adulti. “cosa vuoi che faccia una caramella? Ai bambini piacciono i dolci”.
Complimenti. Complimenti, perché ti ho appena spiegato che una caramella gliela dai tu, una quello che verrà dopo di te, e così via, e poi avranno carie grosse così e nessuno che gliele potrà curare, e tu cosa fai? Decidi di dargli una caramella perché non puoi rinunciare a vedere quei sorrisi? E quelli che verranno dopo di te vedranno sorrisi cariati. Complimenti.

Complimenti a quelli che tornano in Italia con un mal d’Africa fatto di vita in villaggio turistico.
Complimenti a quelle donne che parlano di mal d’Africa contagiato dall’animatore o beach boys di turno.
Complimenti a quelli che non mettono il naso fuori dall’albergo quando è in atto un cambiamento enorme nel paese e non si interessano neanche alle aspettative della popolazione locale sul risultato elettorale.
Complimenti all’ignoranza e all’incuranza.
Complimenti a quelli che non hanno mai acquistato un quotidiano locale perché è scritto in inglese.
Complimenti a quelli che si sono lamentati con l’edicolante perché non hanno trovato un quotidiano italiano da sfogliare.
Complimenti a quelli che sono venuti in Kenya per Natale e Capodanno e non sapevano che ci sarebbero state le elezioni.

Vergognatevi. Posso dire solo questo, mentre penso anche che non ho ancora incontrato Moddy da che sono qui. Dato che sarò a Ukunda domani, posso chiedergli di vederci prima del mio appuntamento con Sara. E così dopo uno scambio di sms, ci diamo appuntamento alle 9.30 allo Shopping Center.

Ci siamo. E’ il 27 dicembre e i matatu sono pieni di persone che vanno a votare. Alcuni di loro hanno preso la mattinata libera dal lavoro per andare a Mombasa, a Likoni, a Maweni, a Kwale. Insomma, nei luoghi che hanno lasciato per venire a Diani a lavorare. C’è emozione forte nell’aria e la si respira a pieni polmoni. Tutti sono sorridenti e sanno che finalmente arriverà un grande cambiamento per il paese. Raila Odinga, di etnia Luo, verrà eletto presidente e per il Kenya inizierà una nuova era. Tutti parlano di lui, sui matatu, per strada, ovunque. Sulla costa a sud di Mombasa è praticamente certo che il vincitore di queste elezioni sarà Odinga e che Kibaki andrà a casa senza sedia.

Nei giorni scorsi ho chiesto a tante persone cosa si aspettano da queste elezioni e tutti, con enorme ottimismo, hanno risposto che aspettano un Raila Odinga pieno di energie che porterà al paese la realizzazione di parecchi sogni. In cuor mio so che ogni grande cambiamento ha bisogno di tempo per attuarsi, e anche se sto Odinga verrà eletto, per poter attuare il suo programma elettorale avrà innanzitutto bisogno di risanare la situazione che il signor Kibaki gli lascerà sul groppone. E questo generalmente, ovunque nel mondo, comporta tasse e spese per i piccoli risparmiatori. Ma qui la gente è troppo felice che il paese si trovi a una svolta, non posso permettermi di rovinare le aspettative di nessuno con il mio cinismo.

E così aspetto Moddy allo Shopping Center chiacchierando con gli uomini della sicurezza che stanno di pianta stabile vicino al bancomat. Parliamo in Kiswahili. Oramai ho acquistato una certa padronanza della lingua e posso sostenere una conversazione più o meno lunga con chiunque. E anche le guardie fanno il tifo per Raila. Hanno già votato al mattino presto. I loro mignoli della mano sinistra sono macchiati d’inchiostro. E’ così che votano qui. Lasciando anche l’impronta digitale. Ma c’è poi qualcuno che controlla a chi appartiene quell’impronta? O lo fanno solo perché così, se hai la mano macchiata d’inchiostro, non potrai tentare di votare due volte?

Sono molto emozionata insieme a loro. Auguro il meglio per l’intero paese e concludiamo con “mungu akipenda”. Se Dio vuole.

Parlo con Luo, digo, kikuyu, kamba, samburu e giriama, e tutti mi raccontano di un Kibaki che ha deluso l’intera popolazione e che la necessità di un cambiamento è avvertita da tutti, anche da quelli della sua stessa etnia. Siamo tutti ottimisti. Raila stasera sarà seduto su quella sedia e la grande svolta arriverà, pole pole.

Arriva Moddy con la macchina di un suo amico. Gli spiego il mio programma per la giornata, le parlo di Sara. E mi dice che aspetteremo insieme all’African Pot, così lui farà anche colazione.
Anche il suo mignolo è viola. Segno che ha fatto il suo dovere pure lui. Mi mostra orgoglioso la sua tessera elettorale. Gli chiedo se tutti in Kenya hanno la tessera elettorale. Mi dice che non tutti ce l’hanno, ma che anche se non ce l’hai, ti fanno votare lo stesso. Mi chiedo se sia legale o corretto, ma forse mi faccio sempre troppe domande. Mi chiedo cosa potrebbe succedere se gli iscritti ai seggi sono 100 e vanno a votare in 200.

All’African Pot ci aspettano le solite mosche. Sembra che sapessero che saremmo arrivati. Circondano subito la mia solita Fanta. Non la ordino neanche. La cameriera me la porta perché sa che io bevo o acqua o Fanta. Anche lei ha il mignolo sul bluastro. Inchiostro importante, che segna l’inizio di una nuova era. Io, Moddy e lei scambiamo due chiacchiere sulla giornata che cambierà la storia del paese e ridiamo scherzando su un Kibaki troppo vecchio ormai per reggere le redini del paese.

Ai tavoli vicini ci sono altri ragazzi che ascoltandoci, si uniscono a noi e manifestano lo stesso entusiasmo sulla fine dell’era Kibaki e kikuyu. Noto una cosa che non avevo mai notato prima. Si parla dei kikuyu come fossero la parte marcia del paese. Non era mai successo. Ho sempre visto kikuyu, digo e luo trattarsi come fratelli qui sulla costa. Brindiamo alle 10 del mattino, io con la mia Fanta, Moddy col suo caffè e loro con il passion juice.
Finita la colazione, Moddy mi dice che deve andare al garage di Ukunda perché il pulmino della sua agenzia ha qualche problema e è fermo da un po’ di tempo. E così saliamo di nuovo in macchina e andiamo verso la parte di Ukunda che ancora non avevo mai visitato. A destra dell’African Pot, Ukunda non si chiama più Ukunda, ma Diani. Non lo sapevo. Io fino a oggi sono sempre stata in quella Ukunda che si chiama Ukunda e che all’angolo dell’African Pot sta a sinistra. Felice di esplorare una nuova zona, mi sento quasi in gita scolastica.
A quell’ora la gente è più che attiva in paese. Tutti che camminano e che sicuramente vanno a votare. Anche a Ukunda i seggi elettorali sono ospitati dalle scuole e da qualche altra struttura. Incontro Federico che con orgoglio mi mostra il suo mignolo. Ne avevamo parlato nei giorni scorsi di quanto fosse importante andare a votare se realmente si desiderava esprimere la propria volontà su chi dovesse essere il nuovo presidente. E mi aveva giurato che sarebbe andato a votare. Da lontano vedo anche Ali che sta per prendere un matatu per la spiaggia. Ci salutiamo di corsa e ci diamo appuntamento al pomeriggio per una chiacchierata con Mbete, il direttore della Little Roots Academy, la scuola privata presso la quale, grazie a alcune donazioni ricevute, ho iscritto Ali.

Arriviamo al garage e il meccanico ci offre un chai (tea). Ci sediamo sotto il sole cocente, io sudata come al solito, a bere un chai caldissimo. Tutto in clima con quel che sta accadendo nei seggi. L’esito dello spoglio dei voti avrebbe scaldato in qualche modo gli animi nei giorni a seguire, qualunque sarebbe stato il risultato.

Sono felice di essere qui proprio ora che nel paese che amo forse le cose cominceranno a migliorare. Non si può fare a meno di parlare di politica con tutti. E anche con il meccanico è inevitabile. Il pulmino passa in secondo piano.

In tutto questo parlare non ho dimenticato Sara e chiedo a Moddy di riaccompagnarmi al luogo del mio appuntamento. Salutiamo, ringraziamo per il chai e andiamo.
Sono quasi le 11 e Sara ha ancora tempo per arrivare. Spero abbia fiducia in me e abbia creduto che io sarei venuta a aspettarla. D’altronde, perché avrei dovuto mentirle e prometterle di aiutare la piccina se non ne avessi avuto reale intenzione? Che scherzo crudele sarebbe stato?

Aspettiamo sotto al sole perché sotto la tettoia è pieno di gente che aspetta il matatu.
Sono le 11.20 e tempo e persone continuano a scorrere senza grosse novità. Infinite dita blu e violastre passano davanti ai miei occhi. Di Sara ancora nessuna traccia.
Ma eccola che corre con Queeny legata a sé dal solito kanga. Ci abbracciamo. Siamo tutte e due sudatissime. Non perdiamo tempo a salutarci. Lascio Moddy con la promessa di sentirci presto e corriamo verso l’ospedale.

A volte il pole pole va a finire chissà dove. Mentre corro mi dico che potrei crepare per il caldo che fa. Rallentiamo e parliamo un po’. Sara continua a ringraziare Mungu e mi dice che non ha fatto colazione. E neanche Queeny. E che è un po’ di tempo che Queeny non mangia. O meglio, accetta solo il seno della mamma e non riesce a mangiare il resto. Ha già due anni e Sara oramai non ha più latte da darle. Sono mortificata. Cosa si fa in questi casi?
Mentre chiacchieriamo e camminiamo a passo svelto, di fianco a noi si ferma una macchina. Sara e l’autista parlano in kidigo e io non capisco molto. Ma in pochi secondi mi ritrovo seduta sul sedile posteriore con le mie due compagne. Mi chiedo cosa stia succedendo e chi siano quei ragazzi dentro quella macchina. Ma non oso proferire parola. Penso che sia un taxi e che alla fine dovrò sborsare qualche scellino. E mi dico, vabbé, Sara avrebbe dovuto dirmelo, o quanto meno chiedermi se fossi d’accordo.

E comincio anche a farmi una certa paranoia. E se Queeny non stesse poi così male e Sara si fosse messa d’accordo con questi per rapinarmi? Annamo bene annamo. E’ chiaro che per come conosco questo paese, tutto è possibile. Nella mia mente si consolida una certa forma di rassegnazione a quel che sta per accadermi, quando Sara, quasi a leggermi nel pensiero, mi tranquillizza e mi dice: “E’ mio fratello, ci accompagnano all’ospedale. Non devi pagar niente, stai tranquilla”. E Queeny mi sbava sulla spalla, quasi per tranquillizzarmi pure lei.
Arriviamo a quello che Sara fino a quel momento aveva chiamato ospedale. Risulta essere una piccola clinica privata. Detta così uno potrebbe pensare di trovare una certa igiene, un certo aspetto, una certa pulizia. Ma l’unica differenza tra un ospedale pubblico e questa clinica è che qui si paga, per cui c’è meno gente e si riesce a avere le cure nell’immediato. Se fossimo andate all’ospedale pubblico, forse avremmo dovuto aspettare l’intera giornata senza poi arrivare neanche alla visita per Queeny e a sera saremmo tornate a casa senza sapere nulla sulle bolle della piccolina.

Il dottore è molto gentile e è anche simpatico. Mi fa assistere alla visita. Chiede a Sara in Kiswahili se ha i soldi per pagare e rispondo io, sempre in Kiswahili. Mimi nikupe pesa, usijali. Ti do io i soldi, non preoccuparti. Si stupisce e mi sorride. Sara con un certo orgoglio gli dice che siamo amiche. Queeny gioca con i miei capelli, mentre il dottore spiega che bisogna farle un’iniezione. Quelle bolle sono dovute a una malattia che si prende tramite l’acqua che loro bevono. Ha detto il nome, ma era in kiswahili e non l’ho capito. Ma anche se me lo ricordassi, non saprei dire che malattia fosse. Ma chi se ne frega, l’importante è che il mio peggior timore fosse infondato.

Ad ogni modo, iniezione significa che bisogna distrarre Queen dalla vista della siringa, perché se la vedesse, sarebbe sicura lotta e opposizione, e il dottore avrebbe difficoltà a centrare il bersaglio.
Sara ha un’idea geniale. Tira fuori un seno, e la piccola, giustamente affamata, ci s’attacca a ventosa. E’ il momento giusto per colpire senza essere visti. Pic? Pic un corno. La bambina emette uno strillo acuto da spaccare i timpani. E’ chiaro che capisce di essere stata ingannata. Nel seno non ha trovato latte e per di più è stata attaccata alle spalle. I bambini sono intelligenti.

Io e Sara iniziamo una serie di “Pole” (mi dispiace) per calmare la bimba. Ma non riusciamo a trattenere le risate per quanto è stata buffa l’espressione di Queeny quando s’è resa conto d’avere un ago infilato sulla chiappa. Sara dovrà riportare la bambina nei tre giorni a seguire per altre iniezioni. E poi, su garanzia del dottore, starà bene. Paghiamo 2000 scellini. E andiamo via.
Sara prosegue una serie di ringraziamenti a Mungu e a me iniziati il giorno prima, e camminiamo alla ricerca di un matatu che mi riporti a “casa”. Decido di lasciarle qualche scellino per la colazione, per il pranzo, per i giorni a seguire, perché Sara è sola e Queeny ha bisogno di un’alimentazione regolare. Sara mi promette di portarmi la bambina quando starà meglio, così la farò giocare come al solito. Dice che Queeny si diverte molto quando è con me. E lo so, perché anche io mi diverto molto. Ci infariniamo come cotolette sulla sabbia e poi contiamo fino a 10 prima di correre a lavarci. Lei lava me, io lavo lei.

Il fratellino gemello di Queeny morì tra le braccia di Sara di malaria e di mancanza di soldi per le cure. Sara quella notte era da sola e pensava che non aveva neanche un posto dove seppellire il corpicino del suo bimbo. Questo è Kenya. Questa è Africa.

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Ci sono 11 commenti su “Kenya: Diani/Ukunda: I bambini in Kenya ti vengono incontro di default

  1. mamma mia…finalmente qualcosa che fa pensare oltre che sognare…anche a me piace vivere il paese dove vado…aprirmi ai 5 sentimenti e respirare l’anima della gente che in quel paese ci vive, non ci va in vacanza…complimenti per le emozioni che con poche righe hai saputo trasmettere!

  2. Non so se quando andrò in Kenya (finora non ci sono mai stata:() riuscirò a vivere questo paese e il suo popolo così come fai tu. Di certo ci proverò…vorrei tanto che dentro mi restasse qualcosa di più profondo, oltre al ricordo, pur piacevole, del comodo villaggio turistico, dello splendido mare, dei paesaggi mozzafiato dei safari…qualcosa di profondo…e penetrante…come gli occhi della gente del Kenya.
    Complimenti sinceri. :rose:

  3. JAmbo Tuppa………..asante sana per questo meraviglioso reportage!
    Ma perchè non scrivi un libro sul Kenya?????
    Il tuo è vero amore per l’Africa e soprattutto per la sua gente!
    Questo è viaggiare…..ed amare un paese…non starsene in un villaggio turistico!

    …..mamma Franca

  4. cara Tuppa,
    è davvero emozionante leggerti….
    Io sono nuova del sito, ma non lo sono del Kenya visto che vivo qui da 1 anno e mezzo, sposata con un africano e completamente assuefatta dalla vita che ho scelto con cuore e anima di passare qui….
    Non rimpiango nulla anzi….ammiro tanto tutto quello che scrivi, non solo qui ma anche in altri che ho letto, sono sentimenti veri e reali di qualcuno che finalmente si è reso davvero conto di come si vive e come vive la gente qui….
    Complimenti! E spero di poter scambiare, anche in privato se vuoi, qualche mail con te….
    A presto

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