Microdiario peruviano

12 novembre, partire o non partire? Ovvio, partire, dato anche che sto sorvolando l’oceano, è una vita che sogno il Machu Picchu, ma i sensi di colpa si fanno acuti solo sul volo Milano-Lima, via Francoforte, scalo a Caracas, 13 ore su un jumbo affollato di famiglie latine, le scarpe di ginnastica infarcite di borotalco per assorbire il sudore. La mia compagna ha scoperto da poco che diventerò padre, evviva!, sì anche lei, ma non vuole mica diventare vedova prima ancora che nasca il pargolo, i jumbo sono sicuri? Figurati! Mi sono anche dimenticato il testamento, sarà meglio che lo scrivo adesso e lo infilo in una bottiglietta di gazzosa, il tappo di sughero dove lo trovo? Sorry…some wine? No! Grazie, forse va bene anche un chewing-gum, non dovrebbe sciogliersi nell’acqua di mare, forse. Perché mi bruciano i piedi? Ah, il borotalco era mentolato, il connubio con la gomma delle scarpe da tennis è esiziale. Mai farne una giusta. Non so se i chicos della fila accanto strillano per la puzza di mentolo, ma almeno i miei piedi piagati respirano…leggo…dormo…leggo…i chicos dormono…le piaghe respirano…la bottiglietta di gazzosa riposa sigillata con il suo prezioso contenuto accanto alla sacca del salvagente.
13 novembre, stazione di Lima, militari in assetto da guerra, il treno per Huancayo è stato soppresso, danno la colpa a Sendero Luminoso, Ronny, il mio compagno d’avventura, soffre perché la ferrovia è una delle sue ragioni di vita, si adegua e propone un’alternativa soft, le Ballestas, così ci vediamo le foche e i leoni marini, sono solo 4 ore di pullman, parecchio affollato, finestrini aperti, i sobborghi di Lima sono uno squarcio di povertà assoluta, ettari di lamiere e di immondizie, e dentro gli esseri umani; la Carretera Panamericana è uno spettacolo e non assomiglia per nulla a una carrettiera; da Pisco l’escursione a bordo di un motoscafo approssimativo che pare stracolmo di magrebini in rotta verso Lampedusa, è un mordi e fuggi, giusto per immergersi in un fetore assai diverso dal mentolo, si sa che il guano non è acqua ma non è mai troppo tardi per imparare, fare tre foto sfuocate e dimenticare il binocolo a bordo.
14/15 novembre, Cuzco, i miei polmoni si lamentano che non li ho mai soggiornati a tremilatrecento metri sul livello del mare così li tranquillizzo con abbondanti sorsi di matè de coca, loro respirano meglio e anche il cervello ringrazia. Chique, l’amico peruviano di Ronny, ci porta in un ristorante con vista sulla cattedrale, come volete la carne? Rare! Fantastica, meglio di quella argentina, o forse è argentina? Parliamo di politica, di lavoro, di Pizarro, del cammino che ci aspetta, del figlio che verrà. Mastico foglie di coca ma la soroche non accenna a sparire, forse è meglio se ci acclimatiamo un altro po’ prima di fare il trekking, noleggiamo 2 moto da cross e scorrazziamo per El Valle Sacrado: buche fango e sassi, più che Steve Mc Queen nella Grande Fuga mi sento Ugo Tognazzi nel Federale , il mercato di Pisac è un tripudio di colori e di patate, pure le patate sono colorate, gli indigeni sono gentili e curiosi, noi anche. Contrattiamo, compriamo, ricontrattiamo, ricompriamo.
16/17/18/19 novembre, mercato di Cuzco in attesa del treno, sembra una Vuccirìa di arcobaleni, ingurgito un’anguria con i semi e la buccia e poi si parte. Carrozza per turisti, un po’ sono deluso, rimpiango i vagoni Ankara–Erzurum pieni di capre e di odori. Scendiamo al mitico Km. 88, solo noi! Ci guardiamo come per dire: che culo, l’Inca trail in solitaria! Non come alle piramidi che se scatti una foto con la reflex, sul negativo si impressiona anche: ma vah che meraviglia! Lo zaino non saprei dire, a volte è leggero, più spesso pesante, come racconta Stevenson (R.L.) non sono in grado di dire se provo più piacere a caricarlo o a liberarmene, superiamo un villaggio di tre capanne, i chicos e i cani ci abbaiano festosi, abbaiamo anche noi e ci accampiamo. Meglio fuori dalla tenda, solo al cinema con Giuliano Gemma avevo assaporato per tetto un cielo di stelle così stellato. Mi sveglio, “vado a ronzar come gl’insetti” secondo le istruzioni di Michelstaedter, contenute nel libretto di poesie che ho scelto per questo viaggio, la Nikon ultranuovaultracompatta di Ronny mi casca dal taschino della camicia mentre mi lavo nel ruscello gelato, Ronny si incazza come è giusto, io dico ma dai c’ho sempre la mia, lui dice ma se è un catorcio, va beh, ripartiamo. Si sale, eccome se si sale, aspettami Ronny, non l’ho fatto mica apposta. Ci mancherebbe altro! Si sale, ma quando arriviamo al passo di quattromila? Se continui di questo passo il figlio ti nasce prima che torni a casa. Dai Ronny, mica stiamo facendo una gara. Intanto mi godo cieli azzurri e colline e praterie, e anche il risotto che ha cucinato, mentre arrancavo, l’amico ritrovato.
18 novembre, è il mio compleanno, ma a Ronny non gli può fregare di meno, si continua a salire, poi a volte si scende ma soprattutto si sale nel silenzio di una solitudine irreale, tra rovine magiche e fatiscenti, anche un po’ inquietanti, nessuno ci segue, nessuno ci precede. All’improvviso, non ci posso credere, si scende, e si scende di brutto! Una scalinata di pietra tanto ripida che mi sento Indiana Jones, ogni tanto mi volto per assicurarmi che un pietrone non ci stia rotolando addosso, e poi, il Machu Picchu, è quasi meglio di come l’immaginavo. Pochi turisti, tanta storia, se ne vanno su ali dorate i pensieri, emozioni libere in onde fluide, Tupac Amaru in cima a tutte.
20/21/22 novembre, si torna a Cuzco, all’aeroporto, diretti a Puerto Maldonado. Senti come balla l’aereo, siamo sicuri? Sììì! Eppoi ho dimenticato la gazzosa sul jumbo! Ma non rompere! All’arrivo una motobarca ci accompagna lungo il Rìo Madre de Dios fino al lodge, scendiamo, una scimmia mi s’aggrappa al collo e non mi molla più, la chiamo Jane, come segno d’affetto condivide con me le sue pulci, tutta la notte non faccio che grattarmi. Jane al collo, ci addentriamo nella foresta amazzonica, siamo in tre più la guida, si chiacchiera, si ammirano le tortuosità delle radici delle palme e l’imponenza delle ceibe con sopra i ragni e i coleotteri, si spera che non ci zompino addosso, si curiosa tra farfalle, pappagalli, colibrì, scimmie: grazie abbiamo già dato. L’odore più pungente è quello dell’Autan. Sono semi di cacao, possiamo farci la cioccolata! Sì, ma al lodge ce l’hanno già pronta, e anche calda; lasciamo perdere. La notte continuo a grattarmi, Ronny mi chiede se voglio del borotalco mentolato, no grazie, apprezzo lo spirito, buonanotte. La mattina presto, se no scappa, alla ricerca di Fitzcarraldo, è un classico e non possiamo sottrarci, troviamo il battello in secca, è proprio lui? La guida giura di sì, le facciamo credere di crederci. I coccodrilli, di notte, escono allo scoperto, non abbiamo i raggi infrarossi, come facciamo a individuarli? Basta che partiate dai due fanali rossi che affiorano sul pelo dell’acqua, poi risalite piano piano ricostruendo la sagoma a cremagliera, un paio di sagome sfiorano la barca, io penso chi me l’ha fatto fare, il prurito diventa insopportabile, anche Jane si gratta. Quando partiamo, il giorno dopo, sembra dispiaciuta.
23 novembre, di nuovo a Cuzco, di nuovo nel Valle Sagrado verso Chinchero, i lama turistici sembrano addestrati a sputare e i nativi sembrano addobbati come a Orgosolo, ma molto più colorati, tentiamo qualche approccio linguistico con scarsa fortuna, te l’avevo detto che dovevi studiare lo spagnolo invece dell’inglese, e a te invece il francese cosa serve? Le terrazze assomigliano a quelle della Valtellina, patate invece di vigneti, ma parecchio più larghe.
24/25/26 novembre, prendiamo l’aereo per La Paz, l’aereo si alza tra folate di vento, oh Ronny com’è stretta questa valle, ce la fa? Tranquillo, non è mica un jumbo, sorvoliamo il Titicaca, ma questo lago non finisce mai? No! Perché è così blue? Perché non è antropizzato, ignorante! Non è che forse è triste? Ma smettila! Aeroporto, taxi, albergo, camera, oddio ho perso il portafoglio. Panico. All’ambasciata ci vai tu, e quando ti danno il visto vengo a prenderti a Linate, sussurra Ronny tra lo strafottente e il compassionevole, gorgoglio una specie di sì strozzato; lo squillo improvviso interrompe la mia disperazione, sì señor, scendo subito señor, il taxista ha riportato il portafoglio che ha trovato sul sedile, non vuole la mancia? No? Allora gracias muy obligado, forse mi ha inquadrato e ha deciso che non sono un gringo. Siamo in Bolivia e non c’è traccia del Che, peccato, neanche una foto, allora moto, niente buche né fango né sassi, fino al Valle de la Luna è tutto asfaltato, lì mi anfratto in una nicchia e penso a casa, fino a quando appare la luna vera, calcolo che ne mancano solo sei o sette, come lo chiamiamo? La Paz è una grande metropoli, sfavillìo di luci e insegne, bighellono mentre leggo, condivido il pensiero del narrabondo George Borrow: mai così felice come quando in compagnia di me stesso, domani si torna a casa, rimuovo il pensiero, continuo a leggere mentre bighellono.
27 novembre, aeroporto di Lima, saliamo sul jumbo, cerco il salvagente, trovato, la gazzosa non c’è più, dove l’avranno messa? ma non era il jumbo dell’andata? Sai quanti jumbo ci sono! No, non lo sapevo. Ce l’hai una bottiglietta di gazzosa? Ma non rompere!
28 novembre, Milano Linate, abbraccio Sarina e il pupo che si intravvede: “Oye, como va?”. “Non fare lo stupido, cosa c’entra Santana col Perù!”. “Come fai la difficile, piuttosto, come lo chiamiamo?”. “Non lo, la!”. “Come la??”. “Laaaa!!!”. “Ahhh! La! Allora……Estrella?”. “No! Carlotta!”. “ Llara?”. “Nooo, Carlotta!!!”. “Occhei, Carlotta, basta che ci sia una doppia, anche se non llalla”. “ Tra parentesi, come va il prurito?”. “ Insomma…”. “Come insomma?”. “……..….”. “Va beh, vuol dire che stanotte dormi sul divano!”

(carlo barlassina)

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