Vietnam

Sistemando le ultime foto cartacee pre digitale, mi trovo fra le mani quelle del viaggio in Vietnam, anno 2003.
Dopo 5 anni ricordo quel viaggio come uno fra i più belli fatti fin ora. Ho voglia di scriverne.
Non i dettagli di un diario, ma ricordi rimasti vivi, questi voglio imprimere sulla carta.

Ricordo:

L’impatto con Hanoi e il suo traffico assordante di motorini, la mia bocca spalancata per lo stupore e un pensiero nitido: “come farò a descrivere tutto questo”
L’attraversare la strada ad occhi chiusi, lentamente per dar modo a questa marea di due ruote di scansarti.

I piccoli volti di donna che spuntano dai cappelli a cono, corpi esili che danzano sotto bilanceri pesantissimi colmi di ogni tipo di mercanzia, la loro pelle è chiara e protetta…indice di bellezza.

I mercati dai colori e odori indescrivibili che espongono cose strane, occhi di pesci indecifrabili che guardano nel nulla da panieri appoggiati a terra. Cani cotti come porchette addobbati su un piatto come merce pregiata, che spalancano la bocca all’umido dell’aria. Qui esiste una via piena di ristoranti dove il piatto principale è il cane.

Il freddo e la nebbia della Baia di Halong che ha voluto rendersi visibile nella sua veste più triste.

La pioggia fine di Huè, antica capitale e la sua atmosfera malinconica e stupenda, il fiume dei profumi e la corsa in motorino dietro a dei driver approssimativi pur di vedere pagode e tombe di re sconosciuti.

Il pulman per attraversare la zona demilitarizzata (DMZ) e la voce femminile ma dura della guida che col suo inglese imperfetto fa capire la rabbia che ancora prova.
Tocco con mano e respiro l’aria di una terra martoriata dove ancora sulle colline non cresce erba causa l’effetto orange sparso dagli aerei americani.

Le sei dita dei piedi della donna che fuma la pipa, le stampelle dei bambini nati deformi e degli uomini mutilati, la povertà assoluta.

L’entrata alle gallerie di Vin Moc e la mia uscita veloce causa claustrofobia. Impossibile pensare a come si svolgeva la vita là sotto…ma la vita si viveva.

Le foto crude alle pareti della base militare di Khe Sanh, i sacchi di sabbia a protezione, i proiettili ancora sepolti e le mine ancora da scovare.
Il sentiero di Ho Chi Minh fino a sfiorare il Laos

L’imbarco nel mini aereo per l’isola di Phu Quoc nel giorno della vigilia del Tet (il loro Capodanno che nel 2003 era il 1 febbraio) e noi, unici occidentali fra ceste natalizie come bagagli a mano. Decolliamo pur non avendo il biglietto di ritorno. It’s full…è il Tet.
La mia ansia per non saper come risolvere il problema del ritorno. “Ci penseremo” dice mio marito.

I due giorni passati a vomitare e la dissenteria, su un gabinetto con il divieto di gettare dentro la carta igienica. La cura a base di riso appiccicoso di una donna vietnamita che unita al mio bimixin mi rimettono in piedi.

L’incontro con due occidentali…Europa…Italia…Romagna…Cotignola…3 km. da casa nostra. Incredibile!!

Un mondo pieno di occhi stupiti, di mani di bimbi che ci sfiorano il viso a toccare i nostri tratti, curiosi per la nostra diversità. Ci sentiamo scimmie, ad ogni passo qualcuno esce sulla soglia, sorride, ci indica. Finalmente tocca a noi essere un po’ derisi…non ho il coraggio di fotografare…

L’unica strada per la capitale percorsa a piedi nel buio della notte del loro Capodanno. La paura costante che per qualche km. mi annienta mentre veniamo affiancati da un gruppo di giovani ubriachi di birra…

E quel Francese…adagiato dentro un’amaca sospesa fra le travi di un ristorante sulla spiaggia…a raccontarci la sua storia mentre il mare si illumina a riva di piccole stelle fosforescenti…uova di medusa…sembrano lucciole sull’acqua.

E 100 dollari dati alla donna del riso che torna dal piccolo aeroporto dell’Isola con il sorriso e, guardandola capisco che ce l’ha fatta, ha trovato il biglietto di ritorno da Duong Dong a Ho Chi Minh. Qualcuno è rimasto a terra al posto nostro, mi dispiace per loro, ma finalmente mi rilasso.

Ricordo quest’isola a forma di lacrima, rivendicata dalla Cambogia, difesa dai Vietnamiti, usata dagli Americani come prigione per i viet cong, con solo 2 spiagge aperte e il resto occupata da basi militari e che fa parte di un paese che può raccontare tanto, molto di più di quel che si sa.

Ricordo questo paese stupendo, che spero sia cambiato poco e che conosce il perdono attraverso il sorriso.

Promettiamo di tornare, pur sapendo che non succederà.

Ma…chissà…..i ricordi a volte evocano ripensamenti…

 

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