Parigi cammina cammina

Sine die – Il Codice Michele.

Non mi chiamo Robert Langdon, ma Michele G.
Ho girato in lungo e in largo Parigi non alla ricerca degli indizi disseminati in città dal fantomatico Priorato di Sion, bensì per godere delle innumerevoli attrattive di questa incantevole capitale.
Non ho avuto al mio fianco Sophie; piuttosto una ben più nutrita compagnia formata da Maria, mia moglie, mio fratello Salvo e la sua ragazza Valeria, mia cugina Delia e suo marito Felice.
Se proprio si vuole trovare qualche punto in comune con “Il codice Da Vinci”, si potrebbe anche sostenere che la mia crudeltà è superiore a quella del monaco albino Silas, lo spietato killer che dava la caccia ai protagonisti del romanzo di Dan Brown. Solo una crudeltà simile, potrebbe sostenere qualcuno dei miei compagni di viaggio (oppure tutti e in tal caso si tratterebbe di una congiura, ve l’assicuro), può aver spinto il sottoscritto a spremerli come citronel, (diciamola alla francese, così per entrare in tema) per vedere ogni possibile monumento, chiesa, museo, persino cul de sac di cui, come uno scrigno immenso, Parigi è piena.
Fandonie, potrei ribattere, ma lascerò che siano le righe seguenti a dare ragione a me piuttosto che ai miei compagni di vacanza (“Vacanza? Quale vacanza? Tour de force: ecco di cosa si è trattato!”, replicherebbe Maria). Non saranno magari avvincenti come quelle del bestseller di Dan Brown, dico io; di certo, saranno più riposanti di come l’abbiamo vissuto noi, insisterebbe mia moglie.
Cosa sono i rumori che sento sullo sfondo? Applausi degli altri alle sue parole? Una standing ovation? Ingrati. Di chi sarà stato il merito di avervi fatto scoprire in appena otto giorni quello che spesso tanti altri viaggiatori non riescono a vedere nemmeno in due, tre viaggi?
A te, mio occasionale lettore, l’ardua sentenza. Mettiti comodo e, se hai tempo e voglia, leggiti tutto il diario che segue.
Il racconto (e il viaggio con esso) sta per avere inizio.

26/12/08 – Il brivido della partenza

L’attesa per la partenza è, di suo, carica di attesa, speranza e, non nascondiamocelo, specie negli ultimi anni anche di un pizzico di preoccupazione.
L’estate del 2005, quando facemmo rotta su Praga, fu funestata dagli innumerevoli incidenti aerei che precedettero la nostra partenza al punto che qualcuno dei nostri genitori arrivò a consigliarci di andare in treno o in autobus. In treno??? In autobus??? A Praga??? Aaarghhh…
Quest’anno, zac!, ad allietare l’attesa, ci arriva in dono (siamo in periodo, d’altronde: è Natale) un bel tentativo d’attentato ai Magazzini Le Printemps, in zona Opera, a un paio di fermate di metro dal nostro albergo.
Io e Maria, venuti a conoscenza della notizia, evitiamo diplomaticamente di farne notizia agli altri (sapete com’è: occhio non vede, cuore non duole) e facciamo gli scongiuri perché la notizia finisca sperduta, sepolta sotto quelle sulla recessione (anche dieci chili d’esplosivo costano troppo: risparmiare si può), sulle ultime tendenze relative ai regali (no, il pacco bomba non fa parte della lista), sulla politica mondiale (il presidente Sarkozy predica una risoluzione diplomatica dei conflitti. Ascoltatelo).
Incredibile ma vero; nessuno dei nostri parenti pare avere sentito la notizia. Arriva Natale, domani si parte. È fatta, mi dico, è fatta…
Mia cognata Rita, mentre siamo a pranzo dai miei suoceri: “E dell’attentato, Michele? Hai sentito? Questi magazzini Le Qualcosa li andrete a visitare?”.
Mia moglie si finge sordomuta.
Io: “Attentato? Ti sbagli? Questi magazzini Le Qualcosa manco so se si trovano a Parigi”. I miei reali pensieri, causa buona educazione e pericolo censura, sono ovviamente irriferibili.
Quasi a compensare questa beffa, il giorno dopo il volo diretto della Windjet da Catania a Parigi scivola via puntuale come con questa compagnia non m’accadeva da tempo. Che poi Valeria provi a lasciare nell’apposito sacchetto testimonianza del proprio pranzo di Natale causa decollo un po’ brusco è poco rilevante. Di questi tempi, in cui molti passeggeri della compagnia di bandiera restano a terra, è un ben misero dazio da pagare al fatto di riuscire a partire.
Il Terminal 3 del De Gaulle in cui i voli Windjet atterrano è uno scarso tributo alla magnificenza del principale aeroporto parigino. Piccolo, spoglio, deserto, mi appare come l’officina in cui il personale addetto a Mazinga Z (o a qualche altro robottone similare) provvede alle sue riparazioni dopo le battaglie che il nostro sostiene.
Mentre recuperiamo i bagagli, cerco invano Rio Kabuto per una foto ricordo con uno dei miei personaggi preferiti. Non ho fortuna: sarà al Lido per riposarsi dalle sue fatiche, suppongo. In compenso m’imbatto in un’addetta dell’ufficio informazioni al cui confronto il Dottor Inferno sembra un bonario curato di campagna. Non una parola d’inglese, refrattaria ai miei tentativi di barcamenarmi in francese, maldisposta. T’ho forse fatto del male in un’altra vita o sei davvero una collaboratrice del succitato cattivo e pensi che io lavori per il team di Mazinga Z?
Rimpiango che il mio vocabolarietto di francese non riporti qualche ruspante insulto e mi do verso da solo. Per fortuna la fermata del Roissybus è proprio davanti all’uscita dell’aeroporto. L’attesa nella frizzante aria parigina (antipasto delle temperature che ci accompagneranno nel corso della vacanza) dura poco: saliti a bordo, ci dirigiamo verso la città.
C’imbattiamo, lungo il tragitto, nello Stade de France, davanti a cui campeggia la formazione dei Blues campioni del mondo nel ’98. (“Ehilà, francesi, e del 9 Luglio 2006 a Berlino vi siete già scordati?”), nel Moulin Rouge che ci fa realmente percepire dove ci troviamo e delle coreografiche luci che addobbano i Magazzini La Fayette. Belli, sbottano le ragazze, ci andremo? Certo, come no? Tempo di trovare qualche robusto completo antimina, mi verrebbe da rispondere.
Il Roissybus ci lascia davanti all’Opera che ci delizia con la sua meravigliosa facciata. Come a Praga, mio fratello mette mano alla cartina di Parigi e diventa cartomante ufficiale della comitiva.
Ancora digiuni della metro, ci muoviamo a piedi e dopo una bella sgambata di un paio di chilometri (dietro di me sento già le prime avvisaglie dei mugugni), raggiungiamo il nostro hotel.
Il Modern La Fayette non è l’Hilton di Praga (ma intanto il capo comitiva ci terrà tutto il giorno in giro, osserva Valeria per consolarsi) ma un discreto hotel che si rivelerà senza infamia e senza lode.
Lasciamo i bagagli in camera e andiamo in giro alla ricerca di un ristorante in cui cenare. La mia Routard me ne segnala due attaccati l’un l’altro a una traversa appena dal nostro hotel. Il primo si rivela non esserci più; il secondo espone prezzi di gran lunga più alti di quelli indicati come medi sulla guida. Cominciamo bene, cara la mia Routard. Per le stesse ragioni non ho più acquistato le Lonely. Vuoi condividere la stessa sorte? (Per la cronaca, forse proprio causa la mia minaccia, nei giorni a seguire non fallirà quasi più).
Per fortuna, la zona pullula di ristoranti. Ne scegliamo uno e ci sediamo a cenare. Una bella entrecote, naturalmente. Risponde appieno alla definizione che ne ha dato Cristina, mia cognata di ritorno l’anno scorso dalla luna di miele in Francia: fuori cott, dentro crude. Ora ne sono certo: siamo a Parigi.

27/12/08 – Overture

Come da tradizione dei miei viaggi, la sveglia suona alle 7,30 del mattino. Per dormire fino a tardi ce ne saremmo pure potuti restare a casa nostra; qui, mon amies, c’è una città che aspetta di essere scoperta.
Scosto le tende dalla finestra e mi ritrovo a domandarmi se non abbia sbagliato a puntare la sveglia. Il cielo che sovrasta i palazzi prospicienti il nostro hotel è così buio da fare pensare a me e Maria che sia ancora mezzanotte. La luce del giorno, scopriremo nei giorni successivi, qui se la prende comoda. Solo intorno alle 9,00 pigri barlumi iniziano a rischiarare Parigi.
Colazione e via alla fermata della metro. Assieme alla Visit Paris (zona 1-3 per 3 giorni), ci consegnano la mappa della metro. Come per la cartina della città è sempre Salvo l’incaricato di dare forma al tragitto più breve per arrivare a destinazione sulla base degli itinerari che io ho costruito giorno per giorno (“Come? Chi ha detto tabella di marcia? Abbiate il coraggio delle vostre affermazioni!”). Mio fratello darà prova di averne compreso appieno i meccanismi nel corso della lunga notte da incubo del 31 ma a questo arriveremo più in là.
Quella che avrebbe dovuto rivelarsi una rapida capatina al Louvre per acquistare la Museum Pass si rivela un po’ più lunga del previsto. Salvo e Felice sguainano le loro videocamere e iniziano a immortalare tutto attorno. Come biasimarli? L’ingresso di Place du Palais Royal si spalanca sulla piramide di vetro che, assieme alle facciate dell’edificio attorno a sé, varrebbe già da sola la visita.
Dal canto mio, mi guardo in giro per vedere se da qualche parte, intento a prendere appunti, ci sia Dan Brown: considerato quanta fama e soldi gli hanno portato “Il Codice Da Vinci”, mica mi (vi) pare un’idea da trascurare, no?
La nostra prima visita, noblesse oblige, è per l’Ile de la Cité. Scendiamo a Point Neuf e intraprendiamo un percorso che attraverso la Conciergerie, le foto di rito alla Tour de l’Horloge con incastonato sopra il più antico orologio di Parigi e la Saint Chapelle (le vetrate della cappella alta costituiscono per me uno dei ricordi più belli non solo di questo viaggio ma di tutti: un’epifania di colori che la luce proveniente dall’esterno esalta in modo da rendere inadeguata ogni foto e/o descrizione), ci porta nei pressi di Notre Dame.
Quando la facciata della cattedrale fa capolino attraverso i palazzi, vedo concretizzarsi dinanzi a me un pezzo dei miei sogni cui Victor Hugo e tanto cinema avevano dato corpo nel corso degli anni. Dopo averne visitato l’interno, ci approssimiamo all’ingresso delle torri (“Quasimodo, ci sei? Stiamo arrivando”) ma scopriamo con disappunto che la Museum Pass non consente qui di evitare la fila, come invece scritto sulla brochure informativa. Ragioni di sicurezza, sostiene l’addetto quando glielo faccio notare.
L’attesa in fila lungo Rue de Cloitre ci fa però conoscere un altro protagonista della nostra vacanza parigina: il freddo. La giornata è tersa ma all’ombra della cattedrale i raggi del sole non ci riscaldano. Stare fermi diviene un tormento che nemmeno il nostro abbigliamento pesante pare lenire. Dall’altro lato della strada, un chiosco fa affari d’oro con le cioccolate calde (e ci credo!); la fila di cui facciamo parte pare una teoria di ghiaccioli semoventi che oscillano da un piede all’altro o di partecipanti alla maratona invernale di Helsinki intenti negli esercizi di riscaldamento.
Mi domando come faccia un mimo vestito solo con un maglioncino e con sul volto la maschera di Einstein a trovare la forza di intrufolarsi di soppiatto dietro o a fianco delle coppie che passano di lì, suscitando l’ilarità della gente che assiste, anche se non sempre quella di chi subisce lo scherzo. Io e Maria, ad esempio, vittime del burlone, non l’abbiamo presa bene. D’altra parte, immaginatevi di voltarvi verso vostra moglie e ritrovarvi tra il vostro volto e il suo una faccia mascherata con le mani pericolosamente vicine alla sua borsa: sicuri che vi verrebbe da ridere?.
Tra il rumore dei denti che battono e i mugugni di Salvo che si lamenta di aver indossato “solo” due paia di calzini, riusciamo dopo poco più di un’ora a salire, venendo ricompensati da scorci di Parigi meravigliosi su cui, simili a custodi silenti, si protendono i gargoyles della cattedrale. Quasimodo, amico mio, ti ci sarà voluto un flacone di sciroppo al giorno, ma quanti ricordi indelebili avrai acquistato da quassù.
Torniamo tra i comuni mortali che s’è fatta ora di pranzo e dirigiamo verso il Quartiere Latino. Al posto della Routard sfrutto una dritta pescata su Internet e porto la ciurma da Gyros: ottimo kebab; prezzi onesti. Persino un discreto caffè all’italiana, a detta di Felice che nel corso di tutto il viaggio cercherà sempre ma mai con piena soddisfazione un locale capace di non fargli rimpiangere l’Italia nella preparazione di un buon espresso.
Satolli, passiamo il pomeriggio tra il quinto e il sesto arrodissment, tra la visita al Pantheon (splendido il monumentale esterno; nulla d’indimenticabile l’interno), le foto alla facciata della celeberrima Sorbona, una passeggiata lungo il Boulevard Saint Germain (solo un tratto del viale, beninteso; il resto in metro: e poi mi danno del negriero) fino all’omonima chiesa che visitiamo e qualche provvidenziale fermata in negozietti per quietare con lo shopping i pericolosi focolai di rivolta delle ragazze (e qui Salvo pesca i suoi calzini da neve che diverranno protagonisti nei giorni seguenti).
È scesa la sera e non trovo posto migliore per celebrarla che Place de l’Etoile. L’Arc de Triomphe dal basso è un inno alla grandeur di cui i parigini vanno orgogliosi; gli Champs Elysèes un baluginare di luci che si rincorrono lungo i rami degli alberi. E poi, una volta saliti sulla sommità dell’Arco, lei, la Premier Dame de Paris, la silhoutte che più di ogni altra rende inconfondibile la capitale francese: la Tour Eiffel.
Siamo stati fortunati: sono da poco passate le 18,00 e come ho letto da qualche parte nei primi dieci minuti di ogni ora la Torre viene illuminata in un tripudio di luci turchesi cui fanno da pendant le stelle dorate dell’Unione Europea (nel semestre che si concluderà l’ormai prossimo 31 Dicembre la Francia è presidente di turno dell’Unione Europea: mica pensavate che i cugini transalpini non gonfiassero i muscoli?).
È l’ultima splendida immagine di una primo giorno che migliore non avrei potuto immaginare e pazienza se, causa stanchezza della comitiva, lo conclude una poco romantica cena a base di affettati comprati in un marchet sotto l’albergo e consumati nella poco suggestiva cornice della camera di Felice e Delia. Mica si può sempre avere tutto, no?

28/12/08 – Diapositive parigine

Il mattino dopo, entrando in metro faccio per la prima volta conoscenza con Rachel.
Rachel è Miss Francia 2007. Campeggia in assai ridotta lingerie nera sulla copertina di un giornale di pettegolezzi la cui pubblicità è piazzata in diverse stazioni della metro (le appesta, rettificherà Maria e le altre ragazze le daranno ovviamente ragione). La saluterò ogni mattina e, puntuale dopo il mio saluto, arriverà il tentativo di mia moglie di assestarmi un calcione. (Ma come?, ribatterò io. Non eri stata tu davanti allo Stade de France a dirmi che dovevo socializzare coi francesi e non deriderli? È quello che cerco di fare: da qualche francese dovrò pur cominciare, no?).
In metro scendiamo davanti alla Chiesa della Madeleine cui dedichiamo una rapida visita. Lapidario il mio giudizio su di essa: troppo pomposa.
Siamo a due passi da Place de la Concorde, nel cuore della Parigi che trasuda ricchezza e charme dalla vetrina di ogni negozio, dall’androne di ogni edificio, dall’aria stessa che respiriamo, osserva a ragione qualcuno di noi.
E a proposito di aria: fa un freddo boia che neanche il sole di stamani riesce a temperare. Attraversare Place de la Concorde con i suoi immensi spazi aperti si trasforma in un calvario, mitigato dall’imponenza di quello che ci circonda: l’obelisco, la ruota panoramica, il Palazzo dell’Assemblea Nazionale sull’altra riva della Senna. Fare riprese e scattare foto diventa un diversivo per provare a non pensarci ma i piedi di mio fratello Salvo sembrano sostenere il contrario e neanche le sue nuove calze da montagna paiono riuscire a preservarli dai morsi feroci del freddo.
Provvidenziale giunge l’ingresso al Museo d’Orsay. Stavolta la Museum Pass funziona: la guardia a cui mi rivolgo per chiedere lumi solleva il tratto di cordoncino che delimita il passaggio della gente e ci fa entrare saltando la fila. Guardando quante persone ci sono in attesa e considerato il freddo che fa, è un enorme sollievo.
L’Orsay non sarà immenso come il Louvre ma è comunque pieno di opere d’arte. La mezza giornata che abbiamo stabilito di trascorrerci non sarebbe sufficiente per girarlo tutto. Per cui ci dirigiamo direttamente ai piani superiori, nelle sale dedicate agli Impressionisti e ai Postimpressionisti.
Se nomi come Degas, Cézanne, Renoir, Van Gogh per voi rappresentano l’Arte (la a maiuscola non è un refuso), allora il mio consiglio è di evitare queste sale per non scoprire il reale significato della sindrome di Stendhal. È quella in cui precipito io di fronte a quadri che hanno fatto la storia della pittura. Spendo le due ore o poco più che dedichiamo a queste sale, perdendomi di fronte ad essi. In particolare (ve lo confesso), mi sciolgo davanti ai Monet, i miei preferiti e rischio il colpo apoplettico davanti alle Ninfee. Signori, quest’uomo coi pennelli era un genio e riusciva a catturare la luce come neanche certe foto riescono a fare.
Tornato ai colori meno appassionanti della realtà, mi ricongiungo agli altri e dopo un altro breve giro delle altre sezioni, lasciamo il museo. Fuori il sole, sollevandosi stancamente in cielo, ha intiepidito l’aria.
Difficile, ragioniamo, trovare una giornata migliore in questo periodo qui. Di conseguenza decidiamo di raggiungere la Tour Eiffel per salirci sopra. Niente metro ma una tranquilla passeggiata attraverso il settimo arrodissment. Il Giardino di Champs de Mars ci si spalanca davanti con le figure astratte del Mur pour la Paix e gli alberi a fare da picchetto d’onore alla regina di metallo che, maestosa, s’erge alle loro spalle. Foto e filmati si sprecano. Non vinceranno alcun premio per l’originalità ma, dolcezza, questa è Parigi.
La fila per salire sulla torre è una brulicante fiumana umana in cui s’incrociano idiomi e razze di ogni angolo del mondo. Si sono già fatte le due e non è che la vista del ventre metallico della torre possa da sola placare i morsi della fame. Acquistiamo presso alcuni chioschi (considerati i prezzi, bagarini mi sembrerebbe una definizione più appropriata) delle piccole baguettes e le spazzoliamo via, tentando di ignorare il freddo che ci assalta mentre la fila lentamente procede verso le casse. La doppia coppia di calzini di Salvo (compresi quelli da neve, ricordate, no?) non riescono ad arginare il freddo e mio fratello comincia a odiare in maniera viscerale le file all’aperto (pensa all’Armata Napoleonica in Russia, cerco invano di consolarlo io).
Tutti i nostri mugugni cessano quando due ascensori ci portano fino al terzo piano della Torre. Sopra di noi solo le antenne terminali della Torre; tutto attorno una vista che abbraccia la città, regalando scorci che sono l’unico contrappeso che possa rendere sopportabile il freddo che, quassù, non dà scampo.
L’attesa davanti agli ascensori per scendere non è più confortata dal pensiero di quello che ci aspetta alla fine (vale per il ritorno di ogni viaggio, d’altronde) e Salvo inizia a maturare l’idea di tornare giù attraverso gli scalini. Almeno non dovrò stare fermo, argomenta; camminando qualche goccia di sangue dovrà pure tornare in circolo. Felice avalla l’idea; io, di solito entusiasta di fronte a queste iniziative che mia moglie definisce folli, stavolta dissento. Finire come le statue di Edison e Eiffel che sono state piazzate all’ultimo piano della torre non è una forma di gloria perpetua che alletti più di tanto il mio ego.
Sotto, la confusione è ancora regnante. L’abbandoniamo, allontanandoci in direzione del non distante Hotel des Invalides e della tomba del Bonaparte che esso custodisce. Ci arriviamo attorno alle 18,00 circa e scopriamo che di domenica, a differenza dei feriali, l’ultimo accesso è alle 17,30 e non alle 22,30. Ci consoliamo con una buona cioccolata calda in una caffetteria lì vicino e poi, in metro, torniamo in zona Opera.
All’omonima stazione provo a chiedere lumi presso l’Ufficio Informazioni circa il modo con cui raggiungere Versailles. In omaggio al loro conclamato sciovinismo, i francesi pensano bene di piazzare in uffici a cui di solito si rivolgono i turisti addetti che ignorano idiomi che non siano la loro madrelingua. Mentre mi arrabatto a gesti in un disperato tentativo di comunicazione, mi giunge in soccorso una signora.
Più sulla settantina che sulla sessantina, vestita con cura, dall’aria di donna che ha conosciuto il mondo si pone tra me e il funzionario e, destreggiandosi tra italiano e francese, mi fa avere uno stampato dei mezzi per arrivare sino alla destinazione. Avesse anni in meno e non fossi io sposato, la inviterei a cena da Ducasse. Mi limito a ringraziarla calorosamente, benedicendo la saggezza che le deriva dall’età (piccola nota a latere: altre due signore, una nel Marais, l’altra a Montmartre si offriranno, vedendoci in difficoltà con la cartina, di aiutarci. Che con gli anni le parigine capiscano che essere gentili non è un peccato oppure il mio fascino italiano funziona solo con le parigine in anta?).
Per cena (e stavolta la Routard ci azzecca alla grande) scegliamo un indiano, Gandhi’s Ji’s, all’ingresso di Rue La Fayette. Rapporto qualità prezzo strabiliante, servizio superbo (un cameriere veniva a spazzolarci la tovaglia tra un piatto e l’altro). Consigliatissimo.

29/12/08 – “Per me il Louvre è…”

Oggi è il gran giorno del Louvre, il museo per antonomasia.
E senza tanti preamboli, parafrasando il mitico Ragioniere Fantozzi, fatemi dire che “per me il Louvre è una ca…ta pazesca” (seguono ventidue minuti di applausi da parte di tutti gli altri componenti della comitiva). Non mi riferisco al patrimonio artistico conservato al suo interno, il cui valore è innegabilmente straordinario. Parlo del modo in cui l’organizzazione (?) del museo consente al visitatore di fruirne.
Noi ci giungiamo dopo aver prima visitato la Chiesa di Saint Eustache (poco nota ma d’impareggiabile bellezza: se avete tempo, andateci) e l’esterno del Centro Pompidou (d’impareggiabile bruttezza: sarò io che non comprendo l’arte moderna?). Dopo la visita d’obbligo allo sfarzo degli appartamenti di Napoleone III, nell’Ala Richelieu, ci avventuriamo nell’Ala Denon, quella che ospita di fatto tutti i pezzi forti del museo.
Mal ce ne incolga. Veniamo risucchiati in un vortice vociante di gente che ti spinge, ti strattona, si muove incessante da un posto all’altro, impedendoti di soffermarti a osservare le opere d’arte (signori, io ci vado per quello nei musei: per ammirare le opere d’arte; non solo e non tanto per scattare foto e poter poi dire “ce l’ho”, come fossero figurine di un album).
Non aiuta la guida che ti danno all’ingresso, le cui spiegazioni relative a percorsi e ubicazioni delle varie opere è più criptica del codice usato dal Priorato di Sion nell’opera di Dan Brown (“Professor Langdon, ci sei? Batti un colpo, ti prego”).
Sembra una sagra di paese; mancano all’appello solo i venditori di palloncini e i chioschetti delle frittelle. L’aura di sacralità che le opere d’arte esigono e che, compatibilmente con la folla, avevo trovato all’Orsay qui è un miraggio.
Il fenomeno poi si accentua di fronte alle tre opere più celebri: la Vittoria di Samotracia, la Venere di Milo e la Mona Lisa. Se la prima, trovandosi sulla sommità di un’ampia scalinata, gode comunque dello spazio necessario per poter essere ammirata (ed è uno spettacolo, diciamocelo), la seconda piazzata in una sorta di cul de sac, fa da spartitraffico a due corsie di visitatori (una per ogni senso di marcia), con solerti funzionari che sollecitano la gente a muoversi per non trasformarle nella tangenziale di Catania all’ora di punta.
Per non parlare poi della Gioconda, affissa a un pannello che taglia in due il salone in cui è prigioniera e che col suo sorriso enigmatico si fa beffe della ressa di persone che convergono sulle transenne poste dinanzi alla teca per fotografarla e/o filmarla. Al sicuro dietro di esse, due funzionari fungono da arbitri, gestendo la mischia e concedendo in media tra i sette e i dieci secondi a chi raggiunge le transenne per poter godere (?) del dipinto prima di essere spazzato via dallo tsunami umano che sopraggiunge da dietro. Ve lo confesso: negli ultimi due anni di partite a calcetto ho preso meno pedate e gomitate di quante non me ne siano toccate in quei cinque minuti là dentro. E lei, Mona Lisa, continua a dispensare, ineffabile, il suo celeberrimo sorriso. Vi dico la mia su di esso: quel geniaccio di Leonardo ne aveva previsto la fama e secoli fa aveva fatto sorridere la Mona Lisa della barbarie umana di cui sarebbe stata eterna spettatrice.
Va meglio, sulla parete opposta della sala con “Le nozze di Cana” del Veronese che posso godermi in maniera un po’ più degna, con i vari Giotto e Cimabue che chiaramente il popolo delle foto ignora bellamente e, dall’altra parte dell’ala, con I prigionieri di Michelangelo oltre che con le sculture del Canova.
Dopo un rapido spuntino ristoratore (con annessi massaggi ai lividi che abbiamo subito), spendiamo il resto del pomeriggio a visitare la sezione riservata ai gioielli dei sovrani e a quella egizia (di straordinaria ricchezza e ve lo dice uno che è stato al Museo del Cairo).
Alla fine di questa, Delia rivela di avere un terribile mal di testa: maledizione del Faraone o commozione celebrale per i troppi *****tti ricevuti? A coadiuvare l’effetto di un analgesico decido di mettere l’azione corroborante dello shopping: opto per i Magazzini La Fayette (hanno provato a farci un attentato una settimana fa. Shhh, non ditelo in giro…).
Giusta una pausa fuori dalla piramide del Louvre (e Salvo ne approfitta per sfilarsi uno delle tre paia di calzini che ha indossato stamani nella sua vana lotta contro il freddo) e raggiungiamo questo tempio dello shopping. Carine le vetrine animate (ma sempre in tema di paragoni, quelle di Macy’s erano di un altro pianeta), spettacolare l’albero che all’interno pende dalla volta della galleria, convenzionali i souvenir che acquistiamo per amici e parenti. Non amo lo shopping nei mega centri commerciali: troppo caos per i miei gusti. Non vi sembrerà allora significativo che, a paragone del Louvre, la Galleria La Fayette mi appaia come un oasi di serenità?

30/12/08 – I giardini dell’Eden

Oggi è l’ultimo giorno di validità della Museum Pass e il primo della Visit Paris di cinque giorni per le zone 1-6. La combinazione delle due cose dà per risultato Versailles come meta.
L’ingresso della reggia troneggia all’estremità di un viale che percorriamo di metà mattina, assieme a centinaia di altri turisti.
La notte deve esserci stata una gelata: il pavimento stradale è viscido; camminare è un complicato esercizio di equilibrio che ognuno affronta con circospezione e varia abilità.
Il mistero della Museum Pass continua. Cerco lumi chiedendo ai funzionari addetti alla sicurezza. Spiegazioni da parte loro in francese, ovvio; nessuna signora anni Trenta ad aiutarmi.
No tickets, bofonchia esasperato il mio interlocutore (Ma non mi dire! E io che pensavo di aver comprato la Pass come souvenir); laba, chiosa, indicandomi un punto indistinto che potrebbe trovarsi all’inizio come alla fine dell’enorme fila di gente che pattina verso l’ingresso. Felice taglia la testa al toro, interpretando a proprio vantaggio la vaghezza delle indicazioni dell’ormai accigliato addetto alla sicurezza (lui? E noi come dovremmo essere?): si sposta assieme a Delia lungo la fila di un paio di metri; aspetta che la fila stessa, a seguito del movimento di chi entra, si scomponga e s’infila nel varco, guadagnando un’ottima posizione nel gruppone di testa. Noi ci accodiamo a loro, pregando che quelli in fila dietro di noi non vogliano reinterpretare in maniera personale la Rivoluzione che pose fine alla monarchia, con loro nei panni dei rivoltosi e noi in quelli degli aristocratici da decapitare (contento, signor funzionario? Grazie alla tua chiarezza mi hai fatto fare quello che di solito biasimo vedendolo fare agli altri).
Mi scordo di questo spiacevole contrattempo iniziando con gli altri il percorso attraverso le varie stanze della reggia, che culminano nella Sala degli Specchi e in quella del Re, un tripudio di arredi e sfarzo palpitanti di storia e d’intrighi, in cui riecheggiano momenti di vita vissuta che partendo dal privato sono poi sfociati nella storia di un’intera Nazione e di un popolo tutto.
Cerca di rovinarci la mattinata una “simpatica” signora che funge da guida di un gruppo organizzato cui illustra in italiano il contenuto e la storia dei vari saloni. Noi, incapaci di attraversare luoghi così carichi di dettagli senza sapere cosa stiamo realmente vedendo, abbiamo acquistato all’interno della reggia una guida in italiano. All’ingresso di ogni sala, ci raggrumiamo in un angolo fuori dal percorso e ascoltiamo Maria che legge la guida e ci illustra significato e storia dei vari saloni.
Al terzo, dopo aver proceduto parallelamente a noi, la simpaticona converge su me e mia moglie sostenendo che è proibito comportarci come stiamo facendo noi (ma allora, ribatto io, perché nessun cartello lo vieta? La domanda viene ignorata), che gli addetti ci avrebbero rimproverato (finora nessuno di essi l’aveva fatto) e chiosa, allontanandosi, che non avremmo dovuto comportarci come i soliti italiani (e a quest’ultimo commento devo sforzarmi per non scadere nella maleducazione).
Dal canto suo, la signora, non contenta, raggiunge l’addetto alla sicurezza della stanza e confabula con lui, additandoci a più riprese.
Indovinate un po’ cosa accade subito dopo? Esatto, bravi: il (fino ad allora poco) solerte funzionario ci raggiunge, dicendoci che (d’improvviso) era (diventato) proibito leggere a voce alta il contenuto della guida.
Non ci vedo più. In inglese (non potrei farlo in francese), vomito addosso all’addetto tutta la mia ira. Perché prima no e dopo l’intervento della %&”=a sì? Perché non mi mostrava il regolamento dove era indicato tale divieto? E in tal caso, che senso aveva vendere le guide?
Mi accorgo che il nostro acceso dibattito ha deviato l’attenzione dei visitatori dalla stanza al confronto tra me e il funzionario. Non so dire se siano le motivazioni da me addotte o la luce omicida che scorge nel mio sguardo (il salone di Marte, in cui ci troviamo, sarebbe stato tramandato ai posteri come il salone dell’assassino) a convincerlo; fatto sta che rinuncia al compito ricevuto. Fortuna vuole che, nel resto della visita, non incroci più la gentilissima guida: avrei saputo rispondere delle mie azioni? Interrogativo inquietante.
Dopo un frugale spuntino a base di baguette e affettati, dedichiamo il pomeriggio ai giardini. Fuori, un leggero nevischio vortica a tratti nell’aria; il cielo è una zavorra plumbea che grava sulle statue ricoperte con dei teli e sulle acque ghiacciate delle fontane che si susseguono fino al Grand Canal.
Avevo sempre sentito dire che i giardini di Versailles esprimono il massimo del loro splendore in primavera. Non dubito che, coi fiori a ravvivarli e le acque delle fontane a zampillare in giochi regali, siano bellissimi. Eppure vi assicuro che così come sono apparsi a noi rappresentano uno dei momenti più indimenticabili della nostra vacanza.
La foschia a incorniciare le distese lontane dei boschi; cigni e anatre a ravvivare la superficie gelata del canale; sentieri innevati che s’intrufolavano tra file d’alberi, svanendo verso destinazioni che parevano appartenere più a mondi fiabeschi che al nostro: in quel paesaggio algido c’era una nota di bellezza immutabile che io e gli altri continuiamo a serbare nei nostri cuori tutt’oggi, commovendoci quando ne parliamo.
Mentre ci addentriamo tra quei percorsi, diretti al Grande Trianon, la proprietà riservata alla regina, ci perdiamo per strada Felice e Delia (per telefono conveniamo che ci ritroveremo all’uscita). Maria e Valeria, che di solito ci arrancano dietro maledicendo il nostro passo troppo svelto, si trasformano in guizzanti guide che marcano il passo con me e Salvo a fare da retrovia. Il paesaggio è sempre più spoglio di visitatori e sempre più carico di magia; le barrette di cioccolato che Salvo trae dal proprio zaino per rifocillarci ci ricordano che non siamo lungo un sentiero della Terra i Mezzo, ma nella realtà; non ci imbatteremo in qualche agguerrita pattuglia di orchi, al massimo – sdrammatizzo io – in qualche branco di lupi.
Il Trianon si rivela meno sfarzoso della reggia, di un’eleganza più delicata e più raffinata, commentano le ragazze, giusto per sottolineare il maggiore rilievo del tocco femminile nell’arredo dei locali. Io e Salvo ci guardiamo bene dal contraddirle, aprendo una dibattito in merito. Maria e Valeria hanno in mano la mappa dei giardini: mica vogliamo rischiare di farci abbandonare qua, specie adesso che il sole s’avvia al tramonto e, mentre le ombre si addensano ai margini dei sentieri, l’idea dei lupi diventa molto meno peregrina di prima?
Senza fretta torniamo indietro e salutiamo questo posto incantato che ci ha fatto comprendere appieno come la natura sia capace di risultare sempre più elegante e maestosa di qualsiasi salone, gioiello o arredo che la mente dell’uomo potrà mai concepire e la sua mano realizzare.
Tornati a Parigi, Delia e Felice decidono di rientrare in albergo per riposare. Noi invece puntiamo la tomba di Napoleone. Stavolta la troviamo aperta e ci entriamo, scoprendo che l’interno rivaleggia in maestosità con l’esterno dell’edificio e con la sua inconfondibile cupola dorata. La scarsa luce c’impedisce di trasporre nelle foto e nei filmati la grandeur che regna là dentro. Di fronte a un sarcofago che sembra ospitare la salma di un Titano, a statue imponenti che ne custodiscono l’accesso, a sculture gigantesche che riportano le numerose vittorie del Corso, mi trovo a chiedermi se non si tratti del modo in cui un uomo, che grande nelle imprese ma piccolo di statura, non abbia voluto offrire ai posteri un’immagine di possanza fisica che non gli apparteneva. Parafrasando il Manzoni e restando in tema, è questa vera gloria? Ai posteri ecc ecc…
Contattati Felice e Delia, conveniamo d’incontrarci davanti all’Opera, comodo punto d’incontro per entrambi i gruppi. La Routard mi piazza a due passi da lì Chez Clement. Ancora una volta fa centro (brava, continua a guadagnarti la pagnotta): locale dagli arredi originali, personale divertentissimo, cucina francese originale e gustosa.
Cosa si può volere di meglio a coronamento di una giornata che – passatemi il banale gioco di parole – si è dimostrata regale?

31/12/08 – Viaggio al centro della terra

Stamattina la compagnia lascia l’albergo decimata in partenza.
Delia e Felice, complice desiderio di riposare e necessità di ultimi regali da acquistare, non si uniscono alle nostre peregrinazioni mattutine.
Stasera si farà tardi, ragione per cui decido di non forzare la mano con gli altri (i superstiti, chiosa Maria) e limitarmi a una passeggiata nel Marais. D’altra parte, finora ho rispettato in pieno il programma di visite che avevo stilato prima della partenza (“Programma?”, sbotta ancora mia moglie. “Tu lo chiami programma. Per me è sempre ruolino di marcia”. Vabbé, sofismi, lasciamo perdere).
Il Marais si rivela una splendida sorpresa. Non dico che non ci siano turisti; di certo, però, ce ne sono di certo meno di quanti ne abbiamo sinora incontrati nelle zone battute nei giorni precedenti. Non è una Parigi del tutto autentica ma è molto più autentica di una Rive Gauche o di un Jardin des Tuileries. Ci si respira aria di tempi andati. La percepisci nelle strade che s’incuneano in vicoli spesso silenziosi; la scorgi nelle facciate di edifici d’antan, ornate da inferriate che sono la celebrazione di un’arte antica.
Ci godiamo la deliziosa Place des Vosges (bellissima; andateci: ne vale davvero la pena); visitiamo l’attigua abitazione di Victor Hugo e per strada pranziamo a base di crepes e kebab prima di rientrare in albergo. Salvo e Valeria (la seconda soprattutto) sono raffreddati e necessitano di sonno. Oggi pomeriggio di riposo (col senno di poi, mezza giornata buttata via); stasera è la notte più lunga dell’anno.

Ci riuniamo verso le 20,30. Salvo e Valeria non stanno affatto meglio, tutt’altro. Tuttavia per nessuna ragione al mondo si perderebbero l’arrivo dell’anno nuovo in piazza. E non in una piazza qualsiasi, ovvio; si va all’Etoile, ai piedi dell’Arc de Triomphe.
Le linee della metro, abbiamo scoperto, non saranno tutte operative. In compenso i treni viaggeranno tutta la notte così come alcuni autobus e l’accesso sarà gratuito. Ci siamo procurati un paio di cartine col dettaglio della viabilità straordinaria di stanotte; saranno fondamentali, scopriremo poi.
Raggiungiamo la zona dell’Opera e cerchiamo un posto che non sia riservato dove potere cenare. Alla fine la nostra scelta ricade su Leon de Bruxelles, catena di ristoranti dove si mangia a base di cozze e patatine fritte, nella tradizione belga. Tra una scodella di moules al curry e un’ottima scura fiamminga, si fanno le 23,30.
È ora di muoversi: la mezzanotte incombe.
Un mio caro amico che era stato a Parigi per il Capodanno del 2000 mi aveva avvertito sulla confusione che avrei trovato in metro, decidendo di trascorrerlo per strada. Quando scendiamo le scale e attendiamo l’arrivo del treno che ci dovrebbe portare fino agli Champs Elysèes le sue parole diventano una terrificante realtà. La fermata è stipata come un uovo e non va meglio col convoglio in arrivo. Cerchiamo invano di pescare una carrozza meno affollata, dove sia materialmente possibile entrare ma davanti alla porta dell’unica che si avvicina seppur lontanamente a un concetto simile due nerboruti ragazzi di colore sembrano non avere problemi a ricorrere alle maniere forti con mio fratello che apre la nostra fila.
Mentre ci tiriamo dietro, le porte del convoglio si richiudono e il treno riparte. Leggo delusione negli occhi di Salvo: sono circa le 23,45; arrivare in tempo per la mezzanotte sembra impossibile.
Tuttavia, a distanza di pochi secondi sopraggiunge un nuovo treno, molto meno affollato del precedente. Saltiamo su e iniziamo la nostra corsa contro il tempo.
A onor del vero, il mio iniziale entusiasmo è in parte scemato di fronte a quello a cui ho assistito prima. Sapevo sin dall’inizio che avremmo potuto anche imbatterci in situazioni simili; viverne una di persona però è tutta un’altra storia. Perdo anche quel residuo quando a una delle prime fermate sugli Champs Elysèes quattro giovani si salutano davanti a noi prima che due di loro scendano e gli altri si allontanino attraverso il convoglio. Scena di ordinario scambio di augurio di fine anno se non fosse per il non trascurabile dettaglio che il movimento della giacca di una rivela la pistola infilata nella cintura e quello del braccio destro dell’altro un pugnale fissato all’altezza dell’avambraccio. Lo sguardo atterrito che Maria, accanto a me, mi rivolge è la tacita conferma che non s’è trattato di una mia suggestione. Siamo precipitati in un incubo, freddo come l’acciaio di una lama e opprimente come il convoglio su cui viaggiamo.
Benché non me ne freghi più nulla, giungiamo lo stesso a destinazione e usciamo all’aperto a un paio di minuti dalla mezzanotte. Grida, scambi d’auguri e tappi di champagne che schizzano in aria suggellano l’inizio del 2009.
Non ci sono i fuochi d’artificio che ci saremmo aspettati (la recessione bussa anche qui), né illuminazioni particolari a rendere indimenticabile la Tour Eiffel e unico il momento. Con la lucidità che la paura riesce talvolta a dare ai nostri pensieri, mi dico che è lo stesso spettacolo a cui avevamo assistito qualche sera prima in condizioni meno pericolose.
La mia delusione è anche quella degli altri: Salvo e Felice effettuano qualche ripresa con le rispettive videocamere prima di metterle via. Attorno a noi parecchia gente ride, grida e balla: saremo noi a non avere capito nulla?
Alle 12,20 do voce al pensiero che traspare dal volto di tutti: torniamocene in albergo.
E qui ha inizio un’odissea che, a suo modo, resterà indelebile nella mia memoria, ma in modo diametralmente opposto alla bellezza di tutti gli altri ricordi che a tutt’oggi ancora serbo di questo viaggio.
Alla seconda fermata della metro, Salvo ci fa scendere. In quella stazione, ci spiega, incroceremo la linea che ci porterà fino alla Madeleine. Da lì, a piedi, tornare in albergo non dovrebbe risultare problematico.
Superiamo i passaggi obbligati d’uscita e seguiamo le indicazioni verso la rampa d’accesso all’altra linea. Davanti alle porte però troviamo disteso in orizzontale un nastro rosso e bianco; dietro di esso una manciata di poliziotti.
Un turista (lo deduco dal fatto che parla in inglese) si rivolge alla poliziotta che pare comandare la pattuglia, chiedendole se lui e i suoi quattro compagni possono passare. Quella acconsente e solleva il nastro, facendoli transitare dall’altra parte. Sto per fare lo stesso quando sopraggiunge un gruppo di ragazzi di colore.
La poliziotta riabbassa il nastro e inizia a discutere in maniera animata con uno dei ragazzi. Non capisco le parole; il senso però è chiaro. Loro da lì non passano, ha stabilito la poliziotta. Perché quelli di prima sì, e noi no?, domanda il ragazzo.
Mentre i toni si fanno accesi, noi ci defiliamo. Proviamo a vedere se l’area ha altre uscite ma le porte all’estremità opposta sono chiuse. Saremo un centinaio tra turisti, ragazzotti dall’aria poco amichevole e poliziotti e siamo rinchiusi in questo asfissiante budello all’apparenza privo di sbocchi. Salvo riesce a mantenere il proprio sangue freddo. Mentre alcuni gridano, un bambino piange (sì, avete sentito bene: c’è stato chi ha avuto di portarsi appresso quaggiù un bebè), qualcun altro inveisce in italiano contro i francesi e la loro cattiva organizzazione dell’evento (per usare un eufemismo), mio fratello si studia la mappa e ricostruisce un percorso alternativo. È più lungo e prevede cinque scambi, imprevisti permettendo, ma dovrebbe portarci vicino alla meta originale. Non possiamo che affidarci a lui e, col senno di poi, non posso che rivolgergli un grandissimo plauso per come sia riuscito a tirarci fuori in un lasso di tempo relativamente breve da quella sorta di allucinato remake de “I guerrieri della notte” (in albergo, il giorno dopo, una coppia di ragazzi italiani mi confesserà di essere rimasta a girovagare per la metro fino alle 4,30 del mattino).
Torniamo sui nostri passi; risaliamo sulla metro e ripartiamo. Stiamo scendendendo verso il quindicesimo, deduco dal nome delle fermate e dalla vista – lungo uno scorcio in cui la metro passa all’aperto – della Tour Eiffel. Nessuno di noi ha più voglia di sorridere o fare dell’ironia. D’altra parte, i volti di molti dei turisti in cui ci imbattiamo esprimono in maniera palese il nostro stesso stato d’animo.
Tutto attorno a noi, sui convogli come nelle stazioni della metro, le risate di ragazzi brilli ci suonano aliene, le loro urla minacciosi inviti alla guerra.
Alla fine, alla stazione Pyramides, Salvo ci dice che la nostra corsa in metro è finita e, parafrasando il sommo poeta, usciamo a rivedere le stelle.
È da poco passata l’una e trenta. Siamo rimasti in metro per poco più di un’ora e un quarto ma paiono secoli.
Lungo Avenue de l’Opera un autista schiamazza col clacson della propria auto; una giovane donna con tre bambine a fianco trotterella nella nostra stessa direzione. Più in là, sulla Rue La Fayette, c’imbatteremo in un vociante gruppo di tedeschi ubriachi e in una coppia di ragazzi intenti, sul marciapiede opposto al nostro, a colpire con un non ben identificato oggetto contundente un’auto. Niente di neanche lontanamente paragonabile a quello a cui abbiamo assistito prima.
Giunti infine in hotel ci salutiamo e torniamo al conforto delle nostre camere. Da fuori continuano a giungere grida, il suono di sirene spiegate, i rumore di vetri in frantumi. Non sarà a causa di questi rumori, tuttavia, che mi ci vorrà parecchio tempo prima di scivolare nell’abbraccio confortante del sonno.

01/01/09 – Un brumoso peregrinare

Il primo giorno dell’anno è un faticoso risveglio dopo quello che, se non sapessi che è vero, proverei a ridurre a un lungo, inquietante incubo.
Fuori dalla finestra scorgo poche tracce dei “festeggiamenti” della notte precedente. In compenso, Valeria sta male (mal di testa e un po’ di febbre) e lei e Salvo decidono di rimanere tutto il giorno in camera.
La loro assenza m’induce a cambiare in corsa il programma. Depenno la prevista visita del giorno dopo all’Eurodisney (ci rivedremo, Mickey Mouse, stanne pure certo) e posticipo la visita a Montmartre, inizialmente prevista per oggi. Spenderemo il Primo dell’anno a vedere attrazioni che, in sede di pianificazione del viaggio, avevo escluso per ragioni di tempo.
Tra vent’anni, quando racconterò ai miei eventuali figli del Capodanno a Parigi, riferirò di una giornata brumosa, pervasa da una pioggerellina fitta e fastidiosa che rendeva vano ogni tentativo di evitare che t’entrasse sotto il berretto o sino alle ossa.
Parlerò di un continuo zigzagare in metro tra le chiese, alla scoperta di gioielli architettonici meno noti nonché – diciamocela tutta, su – di un po’ di riparo da questa fastidiosa “brinolina” per usare il neologismo coniato per l’occasione da Maria. Saint Sulpice, col suo gnomon reso celebre dalle pagine de “Il Codice Da Vinci” (vedete? Gira e rigira, Dan Brown e il suo romanzo tornano sempre). Saint Severine che affonda in un’anonima strada vicino Saint Michel le proprie belle vetrate, oltre all’austera Saint Gervaise e alla classicheggiante Saint Roch.
Gli riferirò di un pasto economico in uno dei tanti localini disseminati nel Quartiere Latino e di una buona cioccolata calda bevuta in un caffè della Rue Rivoli, a pochi metri dalla celeberrima caffetteria Angela in cui abbiamo rinunciato a entrare a causa della lunghissima fila (serviranno pure la migliore cioccolata calda di Parigi ma non ce la sentivamo di stare a prenderci il freddo per potere aver diritto a un tavolo).
Descriverò quanto sia interessante, affascinante e meno trafficata della vicina Ile de la Cité, l’Ile Saint Louis e lo sfarzo che trasuda da ogni metro della snob Place Vendome su cui si affacciano negozi che non hanno alcun pudore a esporre specchi da parete da venticinquemila euro.
Parlerò di una cena a base di pizza in hotel, in cui abbiamo rivissuto l’incubo della notte prima, esorcizzandolo, e ci siamo resi conto di come spesso per acquisire esperienza bisogna passare attraverso percorsi tortuosi e pieni d’insidie.
Che la notte del Capodanno di Parigi sia stata in fondo una metafora della nostra esistenza?

02/01/09 – Au revoir, mon amour

Mentre le porte dell’ascensore dell’hotel si aprono sulla reception e io e Maria usciamo per andare a fare colazione, le sagome di due ragazzi saettano verso l’ingresso, dove sono già accalcati altri ospiti dell’hotel. Cos’è tutta questa eccitazione? Forse Rachel che, entrando in metro, ho salutato ogni mattina, ha deciso di dare il suo contributo al mio personale tentativo di gemellaggio tra italiani e francesi ed è venuta a trovarmi? Rien de rien. Neve, piuttosto: nella notte è nevicato e una coltre bianca ammanta la strada, ricordando a tutti che il cielo terso dei giorni precedenti è stata una fortunata eccezione e non la regola.
Tuttavia cade a fagiolo, se perdonate il trito gioco di parole.
Innevata, la collina di Montmartre, la destinazione odierna, appare ancora più affascinante e il Sacre Coeur una perla incastonata in un’adeguata cornice lattea.
La chiesa coreografica all’esterno, si rivela all’interno abbastanza deludente, se paragonata allo splendore di quelle visitate nei giorni precedenti. Altrettanto poco entusiasmante ci appare l’attigua Saint-Pierre o forse – sibila Maria – il fatto è che ne abbiamo visto così tante che ormai ce le abbiamo a nausea.
Per disintossicarsi allora quale migliore quartiere di Montmartre, con le sue stradine che s’inerpicano lungo la collina, le sue abitazioni che paiono incombere sulle sottostanti stradine, i suoi laboratori d’arte che celano, spesso accatastate l’una sull’altra, opere di artisti anonimi ma capaci di regalare opere straordinarie?
La comitiva affronta l’ultimo giorno intero di vacanza di nuovo compatta anche se – mutuando il linguaggio sportivo – provata da squalifiche e infortuni (o dalla mia spietatezza superiore a quella di Silas, vi rammenterebbero gli altri): Salvo e Valeria si sono ripresi anche se sono ancora raffreddati; Delia ha la febbre ma non ha voluto rinunciare; Maria dolore al ginocchio sinistro (“me lo sono distrutta standoti dietro per tutto il tempo”, mi rimprovera).
Dopo una visita obbligata alla Place du Tertre, dove ci godiamo le opere degli artisti che l’affollano ma che non potremo mai comprare (che prezzi, ragazzi!), decido di fare tappa verso il cimitero di Montmartre. Delia e Felice però declinano la proposta (i cimiteri non sono posti per loro, argomentano). Ci vedremo dopo, stabiliamo. In realtà la febbre atterrerà mia cugina, costringendo lei e il marito a un soggiorno forzato lungo tutto il giorno in hotel.
Lasciamo la piazza e ci dirigiamo verso il cimitero. Salvo ha dimenticato in hotel la propria cartina e ci orientiamo servendoci di quella della Routard. Il fatto che sia meno dettagliata dell’altra si rivela un vantaggio. Seguendo un percorso vago, ci tuffiamo in una Montmartre meno turistica di quella che ruota attorno a Place du Tertre e al Sacre-Coeur. Percorriamo stradine poco battute, incrociamo le vetrine di negozi che vendono strana chincaglieria lontana anni luce dai souvenir spesso Made in China che si trovano in centro città e negozi che lavorano in funzione della gente del posto e non di visitatori occasionali come noi.
In un panificio compriamo una deliziosa baguette appena sfornata e la mangiamo per strada, mentre scattiamo qualche foto e iniziamo a tirare le prima malinconiche conclusioni sul nostro viaggio. Attraverso Rue Caulaincourt passiamo di fatto sopra il cimitero di Montmartre, i cui scorci innevati rivelano una struggente e malinconica bellezza. Giunti all’ingresso intorno alle 12,30 scopriamo che è chiuso. Riaprirà alle 14,00.
Cerchiamo nei paraggi un locale in cui mangiare qualcosa e riposarci prima di tornare per addentrarci nei viali del cimitero. Uno dei ristoranti segnati dalla Routard ha chiuso i battenti (come sorprendersene in una città dall’offerta gastronomica impressionante come Parigi); l’altro in questi giorni aprirà solo a cena.
Ci viene in soccorso un ragazzo che, dandoci dettagli in inglese, ci indica lungo la vicina Rue Damrèmont un localino dove a suo dire si mangia bene: il “Just B-E”. Mai suggerimento si rivelerà più azzeccato. La scelta dei piatti non sarà vastissima ma il locale è carino e poco turistico e la quiche lorraine che ci spazzoliamo un inno alla bontà della cucina francese.
Rinfrancati, torniamo all’ingresso del cimitero solo per scoprire che non ha riaperto. Un cartello defilato spiega che la chiusura è dovuta alla neve che rende scivolosi e di conseguenza pericolosi i vialetti interni. Quello che stamani la neve ci ha dato in termini di spettacolo da filmare, adesso s’è ripresa, privandoci di un monumento che a giudicare da quello che si vedeva da fuori avrebbe potuto regalarci altri indimenticabili scorci da immortalare.
Per consolare i ragazzi, li conduco sino a Pigalle. Il Moulin Rouge è il posto ideale per foto tanto paradigmatiche di Parigi quanto quelle con la Tour Eiffel o Notre Dame (Salvo riuscirà a replicare quasi perfettamente quella che correda la copertina della mia Routard) e un giro tra i sexy shop della zona un’impareggiabile occasione per ridere della fissazione della nostra società nei riguardi del sesso.
In metro ci perdiamo tra le vie del quarto arrodissment, fiancheggiando la pista di pattinaggio allestita accanto all’Hotel de Ville, ascoltando una commovente messa cantata dalle suore di Saint Merri o ammirando l’insolita sagoma della Tour Saint-Jacques (che nella forma richiama quella di Barad- Dur così come l’hanno concepita gli scenografi nella trilogia del Signore degli Anelli) prima di arrivare sulla Rive Gauche dove io e Salvo ci regaliamo alcuni splendidi oli tratteggiati dai buchinisti.
Raffigurano scorci della città che in questi otto giorni abbiamo imparato a riconoscere, immortalato da ogni angolo, visitato talora con calma, altri di fretta. Quando tra qualche mese, passando davanti alle cornici che li incastoneranno sui muri delle nostre case, li rivedremo torneremo con la mente agli splendidi momenti che questa città ha saputo regalarci.
Appoggiati sulla balaustra del ponte, davanti a Notre Dame, indirizziamo un ultimo saluto a Parigi. Il flebile sole odierno ha già rivolto il proprio al giorno che volge alla sera. Le luci illuminano la città che proprio di esse ha fatto il proprio inconfondibile marchio distintivo. Turisti e parigini s’affollano lungo strade che celano sempre qualcosa da scoprire.
A noi, mentre ammiriamo la Senna che ci scorre sotto cullando un battello carico di gente, non resta che rivolgere il nostro ringraziamento alla Villa Lumiere.
Merci, Paris. Merci beaucoup.

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Ci sono 4 commenti su “Parigi cammina cammina

  1. Miki, che dire…hai scritto un mini romanzo, complimenti. Mi è piaciuto molto il tuo modo ironico di scrivere, i frequenti riferimenti al “Codice Da Vinci” (libro che mi è piaciuto moltissimo), nonchè le descrizioni accuratissime di tutto ciò che avete fatto e visto. Peccato per il brutto ricordo della notte di capodanno…e peccato anche perchè non sei riuscito a salutare Mickey Mouse.
    Ancora complimenti:ok:!

  2. @ giulcrismass: col senno di poi, ti confermo che hai fatto benissimo (ci è servito di esperienza: ne trarremo insegnamento per il prossimo capodanno all’estero).

    @ federica s: contento che ti sia piaciuto il mio diario. Sì, per natura tendo a filtrare tutto (anche le esperienze spiacevoli) attraverso l’ironia. Questa prospettiva aiuta a vivere meglio, ritengo. Mickey Mouse è solo rimandato (tanto voglio rivedere i giardini di Versailles in primavera e mi mancano i castelli della Loira).

  3. miki complimentissimi per il tuo diario, scrivi benissimo e anche se molto lungo scorre via che è un piacere… però dai, mica avevano tutti i torti i tuoi compagni di viaggio a lamentarsi… li hai massacrati!!!!:ok::cool::cool:avete visto un sacco di cose…. bravo davvero!

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