Viaggio in Rajasthan

Un viaggio in India, solo qualche mese fa, non sarebbe stato per niente nei miei piani. Non mi sentivo “pronta” per l’India. L’idea che ne avevo era quella di un paese povero, con i mendicanti e i cadaveri per strada, le pire delle cremazioni e le mucche scheletriche, un’India da Madre Teresa di Calcutta, insomma… Un amico indiano, al quale lo scorso anno avevo espresso questi miei timori, mi aveva risposto “E’ vero noi siamo poveri, ma da noi c’è una grande serenità, quindi non credere alle chiacchiere degli altri, vieni a vedere con i tuoi occhi!” Nel frattempo avevo letto “La speranza indiana” di Federico Rampini che mi aveva dato un’idea davvero diversa dell’India, di un paese profondamente democratico e pienamente lanciato verso il futuro. La speranza era proprio che l’India sapesse coniugare questa sua modernizzazione con dei modelli di vita diversi dai nostri. Una mattina di inizio ottobre una intuizione improvvisa “India, perché no?” e la decisione era presa! Il programma era di andare in due, io ed una carissima amica, durante le vacanze di Natale, partenza il 26 dicembre, ritorno il 6 gennaio, meta: Agra ed il Rajasthan, con una puntata finale a Bombay. Avevo escluso a priori una visita a Delhi, sia per mancanza di tempo che per scarso interesse nella città. Comunque il nostro arrivo era previsto a Delhi. Un’altra decisione era stata quella di non effettuare un viaggio organizzato (l’idea di essere intruppate in un gruppo ci deprimeva!) e di rivolgerci ad agenzie locali per l’organizzazione del tour (con l’intenzione di ridurre i costi, che in quel periodo erano alle stelle). Ho comunque fatto incetta di cataloghi di tour operator italiani, sia per avere un’idea dei prezzi, ma soprattutto per verificare gli itinerari proposti e gli hotel. Inoltre su internet ho trovato i riferimenti ad alcune agenzie indiane (alcune con base in Italia) che erano state utilizzate da diverse persone con buona soddisfazione. Ho predisposto una pianificazione del viaggio (date, località e hotel preferiti) e ho richiesto i preventivi a 4/5 agenzie. Dopo un po’ di comparazioni ed aggiustamenti scelgo il pacchetto proposto da una agenzia indiana trovata su Internet. A metà ottobre tutto è prenotato, ora basta solo aspettare il 26 dicembre… ma purtroppo a fine novembre gli attacchi terroristici a Bombay ci riempiono di dubbi. Rinunciare? Partire nonostante tutto? Decidiamo di aspettare e vedere come si evolvono i fatti e intanto scrivo all’agenzia per avere notizie. Ci confortano dicendoci che in Rajasthan è tutto tranquillo. Capisco il suo “terrore” che io e tanti altri, presi dalla paura, decidiamo di rinunciare al viaggio e forse qualcuno l’ha fatto. Noi decidiamo che non ci vogliamo far condizionare dal terrorismo (perché è proprio questo lo scopo degli attacchi) e non rinunciamo a partire, anche se controlliamo ogni giorno i comunicati della Farnesina. Purtroppo non è il terrorismo, ma la brutta influenza di quest’anno a mettere a letto la mia amica a pochi giorni dalla partenza… “E va bene, questo viaggio lo farò da sola!”, mi dico.  Un altro zampino ce lo mette il tempo atmosferico con previsioni di neve per il mattino della partenza da Linate. A scanso di ulteriori intoppi decido di partire la sera del 25 dicembre per Parigi e dormire allo Sheraton all’interno dell’aeroporto Charles De Gaulle. Il mattino dopo, all’imbarco, la prima bella sorpresa: l’aereo è strapieno e il mio posto viene riassegnato in business class (un primo vantaggio dell’essere single, perché anche ad altri passeggeri che viaggiano soli è riservato lo stesso trattamento). L’aereo non è proprio nuovissimo, ma il servizio in business è davvero di prima classe: champagne e fois gras e personale gentilissimo, davvero un bel modo per cominciare questo viaggio, che nella mia mente è verso un paese “difficile”! Il primo impatto con l’India è la terribile puzza di smog all’interno della affollatissima sala “controllo passaporti” all’aeroporto di Delhi. Per fortuna c’è una dolcissima ragazza francese in coda con me, passiamo il tempo conversando e scopriamo che faremo lo stesso giro in Rajasthan, chissà se ci rivedremo? La consegna bagagli è lenta, finalmente dopo un’altra mezzora arriva anche la mia valigia, cambio un po’ di Euro in Rupie, prendo il coraggio in mano e varco la porta di uscita dell’aeroporto. Fuori uno stanzone in penombra e una doppia fila lunghissima di gente assiepata lungo le transenne che urla e regge cartelli con i nomi dei passeggeri attesi. Sono un po’ intimorita dal non riuscire a trovare il mio cartello, ma a metà del corridoio, in seconda o terza fila, ecco un uomo vestito di bianco con il mio nome sul suo cartello… che bello vederlo! Penso sia l’incaricato dell’agenzia che mi attende, ma l’uomo sorridente mi dice che lui è il mio driver Dinesh e che mi accompagnerà per tutto il viaggio. Prende la mia valigia e mi guida per un parcheggio buio, freddo e pieno di strani personaggi imbacuccati, con la testa coperta con delle sciarpe, verso una grande macchina bianca: la nostra Toyota. E… meraviglia: tutto è bianco e ordinato dentro l’auto, i sedili sono coperti di foderine bianche immacolate e la macchina profuma di pulito. Dinesh manterrà la macchina così pulita per tutto il viaggio, ogni mattina la ritroverò perfettamente lucida fuori e pulitissima all’interno. Intanto mi accompagna in hotel all’una di notte, in una Delhi buia e fredda, piena di camion e di operai che lavorano di notte alla costruzione di una autostrada per i giochi del Commonwealth che si terranno in India nel 2010. All’hotel Siddhart vengo accolta con la specie di interrogatorio che poi ritroverò in tutti gli altri hotel: quando sei arrivata in India, quanti giorni ci starai, da dove vieni, dove andrai? Manca solo “un fiorino”… !! In compenso un paio di renne (finte) fanno da addobbo natalizio nella hall dell’hotel davanti ad una statua del dio Ganesh con una collana di fiori e i lumini… scopro così che anche in India il Natale è festeggiato, tant’è che anche i ragazzi indiani hanno una settimana di vacanza per Natale. La camera ha lo stesso odore di smog che c’è fuori, il bagno meriterebbe una ristrutturazione, ma il letto con il piumino dopo 20 ore di viaggio è irresistibile! Che bello il piumino modello austriaco sui letti indiani! Il mattino dopo alle 8.30, puntualissimo, ecco Dinesh che mi aspetta davanti all’hotel, con la sua divisa bianca e una elegantissima giacca blu. Mi sento davvero “una signora”, anche perché il suo “Good morning Ma’m” sarà il primo di tanti altri “Ma’m” che mi daranno sempre un senso di grande rispetto. E’ un appellativo di altri tempi forse, che mi riporta ad un periodo in cui le donne inglesi erano oggetto di ossequio e rispetto. Lo stesso rispetto che ho sentito nei miei confronti da parte di pressoché tutti gli indiani con cui ho avuto a che fare in questo viaggio. Un’altra cosa di cui non ero consapevole all’inizio del viaggio era la mia “diversità” nel mondo indiano: una donna occidentale sola e poi così tanto “occidentale”, pelle molto chiara, bionda, occhi azzurri. Mi sono sentita spesso oggetto di sguardi incuriositi da parte di bimbi, ragazzetti, ma anche di adulti, ma mai ho percepito uno di questi sguardi in modo men che rispettoso. Mi sono accorta più volte di essere oggetto di foto “rubate”, come faremo noi con una donna indiana in un bel sari colorato. E la cosa mi ha sempre divertito, anzi mi sono sempre prestata alle foto che mi chiedevano di fare con loro, era un bel modo per dimostrare la mia amicizia e, sinceramente, la cosa mi inorgogliva anche un po’! Tornando a Delhi: la mattina è molto fredda e nebbiosa; Dinesh mi fa fare un giro in auto per Connaught Place, dove i negozi sono ancora tutti chiusi e mi indica i principali monumenti immersi nella nebbia. Il traffico è già caotico e diventerà ancora peggio uscendo dalla città. Chiedo a Dinesh quanto tempo ci metteremo per raggiungere Agra e lui mi dice “6 ore”. “Come? 6 ore? Yes Ma’m! C’è l’autostrada ed è molto affollata!” Come capirò in seguito, ha sempre ragione lui! Lui sa dove fermarci, lui sa quali sono i tempi giusti, lui sa cosa mi conviene o non mi conviene fare… All’inizio tentavo di imporre la mia volontà, poi ho capito che non mi restava altro che “affidarmi” a lui. Il mio rapporto con Dinesh è stata una delle esperienze umane più belle di tutto il viaggio. Dinesh dimostra circa 35 anni, sposato con 3 figli e fa l’autista da 12 anni. Parla un discreto inglese, peccato che il suo accento non sia facile da decodificare, almeno i primi giorni… E’ un uomo gentile e tranquillo; non l’ho mai visto irritarsi, nemmeno in mezzo al traffico più caotico. Ottimo e prudente autista, l’ho visto schivare di tutto: mucche, cani, cerbiatti, capre, biciclette, risciò, tuc tuc, camion, tutto con la stessa disinvoltura e pazienza. Ma la cosa più bella è stata come lui si è letteralmente “preso cura” di me, in modo discreto e gentile, per nulla invadente. Quando visitavo qualche monumento da sola mi dava consigli sul come fare e cosa evitare per non avere troppe scocciature. Nei ristoranti per turisti occidentali, lungo le strade principali, mi aiutava a decodificare il menù e a scegliere cosa mangiare, anche se, a volte, non gli era permesso mangiare al tavolo con me (in alcuni di questi ristoranti agli autisti era vietato mangiare con i turisti, ed in effetti in tutti i posti in cui ci siamo fermati non ho mai visto altri autisti al tavolo con i loro clienti, solo le guide erano ammesse). E’ un uomo molto devoto e più di una volta mi ha portato nei templi hindu dove andava lui. Mi ha dato modo di osservare e conoscere le caratteristiche delle regioni attraverso cui passavamo. Mi faceva notare tante cose che io non avrei visto e mi ha parlato della vita degli indiani comuni con la spontaneità che forse una guida ufficiale non avrebbe avuto. E’ stato davvero un prezioso compagno di viaggio ed un amico, più che un normale autista! Il primo (e l’unico) impatto veramente “duro” con l’India è stato proprio la prima mattina uscendo da Delhi: ad un semaforo c’erano due ragazzini, uno più grandicello che suonava, un altro più piccolo, con il viso dipinto, che ballava tra le auto ferme. Poi il bimbo piccolo è passato tra le auto a raccogliere l’elemosina e ha bussato con insistenza al mio finestrino. Mi si è stretto il cuore, avevo letto un sacco di cose sul non dar soldi ai bambini per non incentivare il loro sfruttamento e anche se fossi stata in Italia non gli avrei dato nulla, ma in quel momento mi sono sentita persa. Ho chiesto a Dinesh cosa dovevo fare e la sua risposta serafica è stata “Fai tu!”. Il semaforo è diventato verde e il bimbo è ritornato sul marciapiede… e a me è rimasto dentro l’interrogativo su cosa fosse stato meglio fare. In seguito ho dato soldi solo ad un bambino piccolissimo a Jaipur, dove una vecchia si è subito precipitata a toglierglieli dalle mani ed a una donna con un bimbo in braccio a Bombay, ma non avevo più quella stretta al cuore, la serenità dell’India si era già impadronita di me… Quella prima mattina la strada in uscita da Delhi era un fiume in piena di persone che andavano a lavorare nelle fabbriche della periferia: autobus scassati e tuc tuc pieni all’inverosimile, risciò, motociclette e migliaia e migliaia di biciclette e pedoni che andavano tutti nella stessa direzione, la testa coperta per il freddo e i visi seri e determinati. Ai bordi delle strade chioschetti che vendevano cose da mangiare, gli immancabili negozietti della Vodafone o della Airtel, ma anche officine che in cui si aggiustava di tutto, cani randagi, donne che tentavano di pulire per terra con le immancabili scopette e ogni tanto uomini che facevano i loro bisogni… Questa è l’India, mi sono detta… ma dove vanno tutti così determinati? Dove va l’India di oggi? Il viaggio verso Agra è davvero infinito, quella che Dinesh chiama “autostrada” in effetti è una strada ad una sola corsia, solo a tratti a due corsie, su cui si affacciano diversi villaggi, con un traffico incredibile di camion e mezzi di ogni genere. Ad un certo punto ci fermiamo con tantissimi altri veicoli perché c’è una tassa locale da pagare. Dinesh, prima di scendere dalla macchina, mi dice di starmene comodamente seduta dentro e di non dar retta a nessuno. In effetti dopo un po’ arriva una piccola folla di venditori di ogni genere di mercanzie, per non parlare di vecchietti con scimmie e ragazzini che chiedono soldi. Nei posti più turistici ci sono parecchi “scocciatori”, è vero, ma non più che in Egitto o in Marocco (per citare i paesi che ho visitato di recente) o in qualsiasi altro luogo turistico del mondo. E non sono nemmeno più appiccicosi, quindi basta assumere un atteggiamento di assoluta indifferenza e dopo un po’ spariscono tutti. Finalmente arriviamo ad Agra e ho l’incontro con la prima guida: buon inglese, sufficientemente gentile, ma con un fare un po’ troppo “furbetto”. Ci accordiamo per la visita al Taj Mahal lo stesso pomeriggio e rimandiamo il Forte al mattino successivo. Il Taj Mahal è meraviglioso, aldilà delle mie aspettative. Non è certo l’ora migliore per visitarlo, vista la folla incredibile, fatta soprattutto di famiglie indiane in vacanze e gite scolastiche. Qui, come nel resto del Rajasthan, i turisti occidentali sono davvero pochi, colpa della crisi economica prima e degli attentati a Bombay poi. Però sono le ore verso il tramonto e col passare del tempo il marmo bianco assume un colore sempre più ambrato e, incredibile, nonostante la folla, comunica un senso di pace e di armonia indescrivibile! Facciamo una lunga fila per la visita all’interno, ma la fila è ordinata ed è piacevole chiacchierare con la guida all’ombra di quel capolavoro di marmo e dei delicati disegni floreali fatti con pietre semi-preziose. La guida mi regala la sua perla di saggezza “Bisogna perdere qualcosa per scoprirne altre”… parla del tempo perso in coda, ma la frase sarà presagio di “perdite” ben più importanti. Sulla strada del ritorno la guida tenta di convincermi che il Forte di Agra non è granchè e che ne vedrò di più belli in Rajasthan, insomma si sgancia per il mattino successivo. In fondo mi va bene così, lo pago e lo liquido. La serata passa a cena nel bel ristorante all’ultimo piano del Clarks Shiraz. L’hotel è discreto, la mia camera “Taj view” è grande, ma un po’ una delusione perché il Taj di sera è al buio e il mattino successivo c’è troppa foschia perché si possa vedere in lontananza. Il ristorante però vale davvero la pena: elegante al punto giusto, ottimo servizio e piatti ben curati. Parto con il mio primo pasto indiano, consigliata dall’amico indiano che mi “seguirà” a distanza per tutto il viaggio, dandomi consigli e suggerimenti, soprattutto gastronomici. Capisco che il cibo indiano vero, non quello dei ristoranti di Milano, è davvero buono e così comincia la mia fase di innamoramento per il dahl (una zuppa di lenticchie che viene servita con il riso o il naan), per i biryani (riso pilaf allo zafferano cotto con verdure o carne), per i talhi (assortimenti di verdure e riso serviti in ciotoline di metallo), per i tandoori… E’ il colmo, tutti i turisti in India patiscono di dissenteria e hanno problemi con il cibo e invece io me ne innamoro talmente che alla fine del viaggio avrò messo su persino dei chili!! Il mattino successivo decido che non posso lasciare Agra senza vedere il Forte e chiedo a Dinesh di accompagnarmi. Il Forte il mattino alle 9 è bellissimo, ancora immerso nella nebbia e pressoché deserto. C’è solo una donna anziana in sari che pulisce il viale di accesso… forse la più bella delle mie “foto rubate”! L’interno è davvero grandioso e le parti in marmo bianco aggiunte dall’imperatore Ankbar sono magnifiche Come magnifica è la terrazza che guarda il fiume ed il Taj dove l’imperatore passò i suoi ultimi anni al Forte, prigioniero del figlio. All’interno del Forte sono notata da un gruppo di ragazzini in gita scolastica, il più audace dei quali mi chiede se può fare una foto con me. Quando accetto, tutta la classe mi si stringe intorno e vuole la foto… che gioiosi, spontanei e “puliti” questi ragazzi! Uscita dal Forte ritrovo Dinesh al parcheggio e partiamo per Fatehpur Sikri, non lontana da Agra, ma ci metteremo comunque più di un’ora. Anche Fatehpur Sikri mi affascina, è enorme e ben tenuta, con pochi turisti, silenziosa e carica di storia. La parte più bella però è la Moschea (si deve uscire dal complesso principale ed entrare nella Moschea vera e propria attraverso un altro cancello). Si lasciano le scarpe e nel cortile si trova una piccola “meraviglia”: la tomba, in marmo bianco, di un santo Sufi protettore delle donne che non riescono ad avere figli. Ancora oggi è oggetto di grande venerazione e c’è una piccola folla che cerca di entrare. Mi copro il capo con una sciarpa e mi infilo nella coda, unica occidentale. L’interno è piccolissimo e pieno di gente in preghiera, che lascia offerte sopra la tomba girando in senso orario. La sensazione di fede e l’energia è fortissima e non posso non fermarmi anch’io a pregare. Questo del pregare in tutti i luoghi di fede che ho visitato è stata certamente l’esperienza più “elevata” di tutto questo viaggio. Ho percepito una intensa fede nei templi hindu, in quelli giainisti, nelle moschee… la fede è la stessa e l’energia del “Divino” pure, indifferentemente da quale sia la divinità che viene venerata. Non so se era suggestione, ma io ho sentito molta più fede in questi luoghi che non nelle nostre grandi e sontuose chiese cattoliche. . L’hotel Samode Haveli è una vera “chicca”, forse il più accogliente di tutto il tour, certamente quello con la camera più suggestiva. E’ un antico palazzo di un dignitario trasformato in albergo. La hall è praticamente all’aperto, un loggiato attorno ad un delizioso cortiletto con fontane e alberi di melograni. Il personale al ricevimento è gentilissimo, mi offrono un the e mi fanno accomodare nel cortile, mentre compilano i soliti moduli. La mia camera è a piano terra a fianco al ristorante (una sala tutta ad archi, affrescata in modo sontuoso). E’ praticamente un piccolo appartamento con un grande ingresso, con scrivania e gli armadi, un bagno tutto in marmo bianco e nero con doccia enorme e vasca da bagno, la camera ad un livello più alto con alcova ed un’altra piccola zona giorno su un soppalco. In camera c’è una enorme TV al plasma appesa alla parete e nella “hall” una postazione internet ad uso gratuito. Sono felice come Alice “nel paese delle meraviglie”, la prima accoglienza in Rajasthan è davvero “da favola”! Alle 18.30 puntualissimo arriva Dinesh e comincia ad infilarsi nelle stradine di Jaipur; dopo un po’ entra in un affollato parcheggio su una collina e mi spiega che lì c’è il Birla Temple uno dei più famosi di Jaipur. Capisco che il fuori programma l’ha deciso lui, sono un po’ perplessa, ma lo seguo all’interno del tempio dietro ad una piccola folla di famigliole indiane. Ci togliamo le scarpe (mannaggia, non ho i calzettini da tempio!) ed entriamo in un tempio tutto di marmo bianco, dedicato a Vishnu. Come al solito sono oggetto di sguardi incuriositi…ma che bello questo tempio moderno, che sembra una torta di panna montata, con una enorme statua piena di fiori e di offerte colorate! . Il mattino dopo incontro Rajesh, la mia guida per Jaipur, e andiamo ad Amber per la visita del Forte. Rajesh si rivelerò un’ottima guida, parla un buon inglese, sa anche qualche parola di italiano, è sempre disponibile e gentile. Per prima cosa mi fa visitare un tempio della dea Kali all’entrata del forte. Mi spiega che è una sua abitudine fare visita al tempio prima di ogni impegno di lavoro. Un’altra visita fuori programma perché dentro non ci sono turisti occidentali. In questo tempio, piccolo e poco illuminato, ci si deve togliere anche le calze e quindi me lo sono girato a piedi nudi sul marmo gelido. Non so se è l’effetto dei piedi nudi, del suono della campana che viene suonata dai fedeli, dell’immancabile profumo di incenso o dell’atmosfera, ma anche qui sento una energia incredibile, tanto che sento l’impulso di trattenermi in preghiera anche quando Rajesh è già pronto per uscire… Il forte è davvero bello, con delle stanze decorate in maniera sontuosa e la sua posizione in mezzo alle colline lo fa sembrare ancora più fantastico. Torniamo in città, Rajesh mi chiede se voglio fare shopping ed accetto la visita ad una gioielleria “convenzionata”. Come in tutte le parti del mondo, anche in India le guide portano i loro clienti in questi negozi “per turisti” dove loro hanno una percentuale. Questo negozio è davvero enorme ed ha un sacco di bei gioielli, ma sono abbastanza cari e io non sono una patita, però non riesco a non comprare nulla e mi faccio “sedurre” dalle chiacchiere del venditore, che parla anche un po’ in italiano, e compro una collana con delle “boule” in argento. Poi passiamo al negozio di tessuti e mi faccio “sedurre” da due pashmine, belle ma carissime, forse in Italia costano anche meno… certo è che tutto questo contrattare mi ha sfinito. Rimando quindi la visita al City Palace al pomeriggio. Anche il City Palace è molto bello, ma tanto affollato. Come affollato è anche l’osservatorio astronomico: un posto strano con degli enormi strumenti per la misurazione del tempo… In effetti la cosa più interessante è la conversazione con Rajesh: parliamo del suo lavoro, della sua famiglia, dei matrimoni combinati… Questa dei matrimoni combinati ancora oggi e anche per famiglie di livello medio-alto mi stupisce davvero. Da una parte le unioni di coppia sono decise dai genitori, dall’altro i film di Bollywood, infarciti di storie romantiche, hanno una diffusione enorme. E allora qual è il rapporto tra gli indiani e l’”amore”? “L’amore si costruisce col tempo”mi spiega Rajesh… sono sempre più perplessa. E’ vero che in India praticamente il divorzio non esiste, ma secondo me è solo perché le donne non hanno ancora una indipendenza economica e i vincoli familiari sono fortissimi, non tanto perché le coppie siano davvero felici… Alla fine Rajesh è quasi dispiaciuto a lasciarmi e mi propone la visita alla Swargasuli, una torre da dove si vede il panorama sulla città. Accetto ed inizia un’altra avventura. Mi dice che non conviene andare in macchina, ma prendere un risciò. Mi chiede se me la sento perché alcuni turisti non lo ritengono “etico”. In effetti il vecchietto che guida il risciò fa una fatica enorme e lo schivare le mucche, i tuc tuc, le moto e le biciclette è sempre un azzardo… ma se tutti si fanno scrupoli etici lui come mangia? Finalmente arriviamo e la famosa torre è in ristrutturazione, ma saliamo lo stesso. In cima ci sono tre operai appollaiati su una impalcatura e Jaipur che si stende ai nostri piedi… Che meraviglia queste case dorate e tutto quel fluire di gente, di animali, di macchine giù in basso… e quassù solo silenzio, uccelli ed aquiloni! Decine e decine di aquiloni che si sfidano nel cielo limpido di Jaipur… Rajesh mi spiega che durante le vacanze di Natale i ragazzi hanno il tempo per giocare con gli aquiloni e le regole del gioco sono le stesse del libro “Il cacciatore di aquiloni”. Sembra di essere in un mondo senza tempo, nel cielo i semplici aquiloni colorati fatti in casa e laggiù le terrazze delle case dorate… E’ davvero con dispiacere che ci salutiamo con Rajesh dopo l’immancabile scambio di e-mail, domani partenza per Bikaner. La strada è lunga, 330 km, ma davvero piacevole. La campagna è verdissima, una specie di pianura padana fatta di campi di ravizzone già quasi tutto giallo, piccoli villaggi, greggi di capre, mucche dovunque. Il traffico comincia ad essere più scarso e sempre di più si accresce la mia sensazione di essere in una “bolla di sapone” fatta dalla mia bella auto bianca e pulita, dagli alberghi di lusso, dalle attenzioni di Dinesh; una bolla di sapone che mi porta in giro per l’India, ma che mi ripara da tutto, dalla povertà, dalla polvere, dal caos, dai rumori… Ogni tanto la bolla di sapone mi sembra una lavatrice, dove la mia mente viene lavata dalla frenesia del “fare” di tutti i giorni, dai mille pensieri ricorrenti, dal pianificare tutto… quindi c’è solo da lasciarsi trasportare e da osservare, senza giudizio, solo osservare e godere di tutti questi colori e di tutte queste “diversità”, con semplicità e leggerezza… A Bikaner visito il forte con delle belle sale sfarzosamente decorate con l’ausilio di una audioguida in inglese. Scampo a malapena un sacco di ragazzi in gita scolastica che sta entrando e me lo giro con tutta tranquillità. All’uscita chiedo a Dinesh di accompagnarmi ad un “famoso” tempio giainista (Bhandeshwar Jain Temple). E’ famoso solo per le mie guide perché lui non lo conosce e mi dice che nessun turista prima gli aveva chiesto di vederlo. Il povero Dinesh fatica come un matto nelle strette e malandate stradine di Bikaner con la nostra Toyota troppo grossa e riesce a raggiungere il tempio dopo un bel po’ di tempo e dopo aver chiesto a molta gente. In quel momento ammiro la sua pazienza e la sua disponibilità nei miei confronti… Il Bhandeshwar è il primo tempio giainista che vedo ed è famoso perché all’interno è coperto di affreschi, a differenza degli altri che sono in pietra o marmo scolpiti. Il tempio quando entro è deserto, c’è solo uno strano personaggio con i capelli rossi per l’hennè che comincia a raccontarmi la storia del tempio. Cerco di scansarlo, ma alla fine accetto di ascoltarlo, tanto la mancia gliela dovrò dare lo stesso. Mi spiega che si possono visitare anche i piani superiori, ma gli chiedo di poter andare sola. Dall’ultima terrazza c’è una splendida vista sulla città alla luce dorata del tramonto, con la solita serenità e pace… Dinesh mi accompagna al mio hotel, il Laxmi Niwas Palace. È fuori città in mezzo a dei bei giardini. Il palazzo è imponente, tutto in arenaria rossa e completamente coperto da trafori (capirò che quelle sono le finestre). Era un antico palazzo costruito da un maharaja all’inizio del ‘900 e parzialmente trasformato in hotel. All’interno sono conservate le vecchie stanze di soggiorno, piene di trofei, vecchie foto e mobili antichi. Veramente sontuoso, però alla fine sarà l’hotel che mi piace di meno: il personale è altezzoso e poco gentile, la mia camera è buia (ma lo sono tutte, visto che le finestre sono coperte dai trafori), il mobilio è raccattaticcio e la doccia funziona male. La terrazza sul tetto però è stupenda e il tramonto toglie il fiato. La cena è servita come in tutti gli altri hotel in Rajsthan nel cortile interno ed il freddo è mitigato da dei grandi bracieri. Ma in questo caso fa veramente troppo freddo, mangio velocemente, anche se il servizio è lentissimo e vado a letto presto. Il mattino una brutta sorpresa ci attende: c’è una nebbia fittissima e Dinesh è seriamente in difficoltà. Appena lasciato l’hotel si ferma perché non capisce che strada prendere… scende, si guarda intorno, ragioniamo un po’ sul da farsi e decide di rimettersi in moto, pianissimo e con le 4 luci accese. Siamo nel paesaggio irreale di una città che si risveglia in mezzo alla nebbia, le sagome dei passanti, delle motociclette e delle poche auto sembrano fantasmi. La strada che dobbiamo prendere è in costruzione e la situazione è ancora più critica… a fatica usciamo dalla città e ci immettiamo sulla strada per Jaisalmer, a passo d’uomo per riuscire a vedere almeno le sagome dei camion che arrivano dalla direzione opposta. Mi prende un momento di sconforto: “Ma cosa diavolo ci faccio qui, in mezzo all’India, ed in mezzo alla nebbia a far impazzire questo poveretto?” mi chiedo. Ma poi penso che Dinesh sta guadagnando da vivere per lui e la sua vasta famiglia portando in giro questa “stramba” italiana e allora tutto riprende un senso. Dopo più di un’ora finalmente si comincia a vedere un bagliore spuntare tra la nebbia e dopo poco splende un bellissimo sole. Siamo felici come bambini e Dinesh allieta il viaggio con un CD di allegre canzoncine rajasthane. Il paesaggio è completamente cambiato, niente più campi, ma lo strano deserto del Thar: una landa coperta di bassi alberelli, solo ogni tanto inframmezzata da campi verdissimi quando c’è un pozzo che assicura l’acqua a qualche villaggio. Gli unici personaggi che incontriamo sono pastori con greggi di pecore o capre, qualche gruppetto di persone che aspetta l’autobus e qualche punto di ristoro per camionisti con gli immancabili pentoloni in bella vista. Ogni tanto incrociamo qualche macchina di turisti o qualche motocicletta con il guidatore ben coperto e con il casco e la moglie dietro in sari coloratissimo, oppure quelle motociclette nuove fiammanti con 3 ragazzotti, in giubbotti di pelle, che a viso scoperto sfidano il vento. Ma Dinesh non può certo rilassarsi, ogni tanto spunta dal nulla qualche cane, o dei cerbiatti che attraversano a strada o l’immancabile mucca che aspetta proprio che noi arriviamo per farsi la sua passeggiata in mezzo alla carreggiata… Prima di arrivare a destinazione abbiamo due tappe intermedie: le gru di Kheechan ed il tempio di Ramderoa. Kheechan è un minuscolo villaggio dove le gru si fermano in uno stagno durante le migrazioni. In effetti è la popolazione locale che le attrae con del mangime ed attorno al laghetto alcuni bambini aspettano i turisti per farsi dare qualche soldo. Il tempio di Ramderoa invece è molto famoso, intorno al tempio è tutto un susseguirsi di bancarelle che vendono dolcetti, fiori ed oggetti per la puja (l’offerta che si fa al tempio). Dinesh mi lascia davanti al tempio e va a parcheggiare. Io entro sola e, come al solito, sono l’unica occidentale. L’accesso alla parte più interna del tempio è chiusa perché stanno facendo le pulizie al pavimento con degli idranti (povera me in calzettine..) e mi fanno aspettare con tante altre persone. Mi si avvicina una bambina e mi chiede come mi chiamo, parla uno scarso inglese e riesco a scambiare qualche parola solo col padre. Finalmente finiscono e riaprono la fila. E’ un susseguirsi di gente che prega davanti alla statua di Ramdev, un santo venerato sia da mussulmani che dagli hindu, gente che porta offerte e che riceve indietro qualcosa dal sacerdote. Mi fermo un momento a pregare ed il sacerdote da anche a me un dolcetto e la tika (il segno rosso tra le sopraciglia). Sono felice come una bambina… Uscendo dal tempio mi sento chiamare ed è Dinesh, con un sacchettino di dolcini da puja, che mi dice che è sempre stato dietro di me… la mia discreta guardia del corpo? Nel ristorante per turisti dove ci fermiamo a mangiare incontriamo un gruppetto di una decina di turisti italiani. Li sento parlare di dissenteria e di “focaccia di Recco”… nostalgia del cibo di casa? Quando scoprono che viaggio sola, mi invitano ad unirmi a loro, visto che faremo lo stesso percorso, ma declino gentilmente l’invito: sto troppo bene sola nella mia bella “bolla di sapone” indiana. Qualche centinaio di chilometri prima di Jaisalmer si cominciano a vedere in mezzo al deserto i campi militari; siamo a poca distanza dal confine con il Pakistan e l’economia di questa zona si basa soprattutto sul personale militare che vive quaggiù. Ogni tanto incontriamo qualche colonna di mezzi militari con addirittura dei cannoni. Dinesh dice che vanno a fare delle esercitazioni in mezzo al deserto. Arriviamo al Gorbandh Palace hotel che è già pomeriggio avanzato. L’hotel è in una elegante zona residenziale in basso rispetto alla città-forte ed è molto vasto. La mia camera è discreta ed abbastanza confortevole, ci passerò due notti e la cosa è importante. Dinesh mi aveva proposto di andare in un posto fuori città a vedere il tramonto, ma avevo voglia di vedere subito la città per conto mio, visto che la guida sarebbe prevista solo per il mattino successivo. Lo vedo perplesso, ma ci diamo appuntamento dopo il checkin in hotel. Quando esco dall’hotel trovo in macchina un giovanotto che mi dice essere la mia guida… Dinesh ha di nuovo preso provvedimenti per la mia sicurezza? Ormai ho capito che lui sa meglio di me cosa è meglio fare e mi fido, quindi accolgo di buon grado la guida che mi porta a vedere dei templi giainisti fuori città, davvero molto belli in arenaria tutta scolpita. E’ un ragazzo davvero gentile e ben preparato e parla un inglese molto comprensibile. Con santa pazienza mi spiega le differenze tra induismo e giainismo e poi mi porta a vedere dei cenotafi (tempietti commemorativi) sopra una collina. Sono davvero suggestivi alla luce dell’imminente tramonto. Finiamo su una panchina a guardare il calare del sole, parlando dell’India e dei conflitti col Pakistan, attorniati da due ragazzini che riescono a vendermi due fossili e da due distinti signori che, incuriositi, origliano la nostra conversazione… la luce è fantastica ed è davvero un bel modo per chiudere il 2008! Si, perché è il 31 dicembre e mi aspetta la serata con cena al Gorbandh Palace. Sarà una bella cena all’aperto, con gli immancabili bracieri, un fastoso buffet e una mini discoteca con musica bollywodiana suonata a tutto volume. L’hotel è pieno di famiglione indiane in vacanza. Gli occidentali sono pochi e la pista è affollata di genitori che ballano con figli adolescenti e ragazzini, si divertono da matti, conoscono tutte le parole delle canzoni e tutte le coreografie dei balli, spassosissimi! Mi unisco alle danze con altre signore italiane e la serata passa davvero in fretta ed in allegria. A mezzanotte i fuochi d’artificio di rito e via, a letto, che domani bisogna alzarsi presto! Il mattino successivo è prevista la visita a Jaisalmer e Rajesh (si, anche questa guida si chiama Rajesh!) comincia col portarmi al forte, che poi è una città murata sulla collina, dove vivono e lavorano ancora alcune migliaia di persone. Visto dal basso il forte sembra costruito su un enorme cumulo di sabbia dorata, che piano piano sta scivolando giù ed in effetti ci sono diversi problemi per la conservazione della città stessa minacciata dalle frane. Passate le porte di ingresso tra i bastioni, si incontra una piccola piazza con ancora un po’ di traffico, poi cominciano i vicoletti dove regna il più assoluto silenzio, un piccolo miracolo per una città indiana… Rajesh mi accompagna ai templi giainisti, il monumento più importante della città alta, e poi mi porta in giro a vedere le case antiche tra i vicoli e per finire un giro sui bastioni per vedere il paesaggio sottostante. Jaisalmer è davvero magica, silenziosa, ricca di vita che pulsa, ma senza la frenesia delle città di pianura. E’ mattino e le donne puliscono i pavimenti di casa con le solite scopette e buttando acqua e sapone che poi scorre nei canaletti delle fogne. C’è un buon profumo di cibo e di sapone. Ogni tanto si incontra anche qualche mucca rilassata, come sono rilassate tutte le mucche dell’India… In alcune parti si vedono le case franate, ma ci sono anche alcuni cantieri per la ricostruzione. Con Rajesh parliamo di amore e di rapporti di coppia. Mi racconta che è sposato solo da un anno e che ha un bimbo di un mese, di cui mi mostra la foto sul telefonino. Anche il suo matrimonio è stato combinato dalla famiglia e lui ha potuto vedere la sua futura moglie solo pochi giorni prima del matrimonio… sono allibita che un ragazzo così giovane e di buona cultura possa accettare tutto questo nel 2008. Lui mi spiega che “i suoi genitori hanno esperienza della vita e lo conoscono meglio di quanto lui conosca se stesso e quindi loro sanno meglio di lui qual è la moglie più adatta e che l’amore si costruisce a poco a poco durante la vita insieme”. Inoltre mi spiega che sarebbe stato impensabile per lui rifiutare quel matrimonio per il “rispetto” che lui deve ai genitori ed alla famiglia. In effetti la famiglia è l’istituzione più forte in assoluto in India, tanto che anche i partiti politici sono gestiti a livello familiare (vedi la dinastia Ghandi). L’India è un paese così difficile che è impensabile anche per un giovane moderno poter far a meno del senso di protezione e di solidarietà che la famiglia assicura. Rajesh mi spiega che per lui è stato difficile sopravvivere facendo la guida nell’ultimo anno, quando i turisti occidentali sono mancati soprattutto per la crisi economica internazionale, e che il padre ha provveduto al mantenimento di lui e della moglie in questo periodo. Gli chiedo del perché i film romantici di Bollywood siano così famosi e mi spiega che le storie dei film servono “ad imparare ad amare meglio la propria moglie”… Teneri, fiduciosi e meravigliosamente semplici questi giovani indiani! Scendiamo alla città bassa per la visita alle haveli, vecchie abitazioni di ricchi commercianti giainisti, che oggi sono state trasformate in musei o negozi. Le facciate sono bellissime, un merletto di pietra, ricche di balconcini e finestre traforate e gli interni sono ben conservati. Meritano davvero una visita. La mattina è finita e saluto Rajesh con una bella mancia a cui lui risponde con uno splendido sorriso! E’ stato davvero una buona guida, competente ed aperto al dialogo e poi, grande merito, non mi ha stressato più di tanto con la visita ai soliti negozi “convenzionati”. Nel pomeriggio mi attende l’escursione in jeep nel deserto. Non amo i cammelli ed avevo scelto quella escursione immaginando che mi portassero a fare un giro con la jeep in mezzo al deserto ed invece no! Mi vedo arrivare una scassatissima jeep davanti all’hotel guidata da un omaccione coi baffi ed il fido Dinesh con lui. Dinesh mi spiega che andremo al villaggio di Khuri con la jeep, che il viaggio durerà più di un’ora e che sulle dune si arriva a piedi, visto che non voglio il cammello. Sono sconfortata, la jeep è rumorosissima e tutt’altro che comoda… mi chiedo che senso ha avuto rinunciare alla nostra bella Toyota ed infliggerci questo scomodo viaggio (a me e a Dinesh che mi fa da chaperon) per andare sulle dune a piedi… La strada è un lungo rettilineo di asfalto strettissimo nel solito deserto di arbusti, per fortuna gli incroci con gli altri automezzi sono pochi, perché costringono l’autista ad assurde gincane. Khuri è un piccolo villaggio con poche casette ed alcuni piccoli resort dove i turisti possono passare la notte nel deserto. Ci fermiamo ad uno di questi resort per bere qualcosa e poi la jeep ci porta sotto una duna dove c’è già una fila di turisti sui cammelli che sta salendo. Noi facciamo l’ultimo pezzo a piedi nella sabbia e mi trovo un angolo silenzioso dove sedermi tranquilla ad ammirare il tramonto. Dinesh capisce che ho voglia di stare sola, si siede un po’ in disparte e si preoccupa di allontanare i ragazzini che stanno venendo da me a chiedere soldi. Poi una piccola magia: si siede vicino a Dinesh un ragazzetto che comincia a cantare una canzone locale con una giovane voce melodiosa… Dinesh gli dà qualche soldo ed il ragazzetto sta per andarsene quando lo chiamo e gli chiedo di cantare anche per me. Lui è felicissimo e io mi godo il calare del sole con il sottofondo di questa canzone, uno

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Ci sono 13 commenti su “Viaggio in Rajasthan

  1. Un diario lunghissimo e ben dettagliato,ma anche ricco di riflessioni e di curiose ed interessanti descrizioni di stati d’animo.
    Veramente bello,complimenti……
    come ha detto Ale, anche per me e’uno dei piu’ bei diari che abbia mai letto.
    Bravissima.

    Un bacio:bacio:

  2. Giuli, il tuo diario mi ha riportato con la mente a un bellissimo viaggio in Rajasthan fatto qualche anno fa.

    Sono stata in India diverse volte, prevalentemente per lavoro, e non avrei saputo cogliere l’anima di quel Paese magico meglio di quanto hai fatto tu.

    Brava!!! ne hai fatto un’esperienza di vita più che di viaggio….

    Valentina

  3. Un diario davvero bellissimo ed emozionante…dopo una descrizione del genere a chi non verrebbe voglia di un lungo viaggio in Rajasthan?? Davvero i miei più sentiti complimenti per la capacità (rara) di far vivere a chi legge l’emozione di un’ esperienza così bella.
    Diletta
    :rose::rose:

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