Delhi-Varanasi-Khajuraho-Agra-Rajasthan

Dal 13 settembre al 7 ottobre 2008

Viaggio spesso in Oriente per lavoro e per vacanza ma questa è stata la mia prima volta in India e visto la bellezza e la meravigliosa accoglienza ricevuta so che non rimarrà un viaggio isolato ma il primo di molti altri.

Per questo viaggio mi sono affidato ad un’agenzia di viaggio indo-italiana la Shambhoo www.shambhoo.com su consiglio di un mio collega di lavoro che aveva precedentemente viaggiato con loro e ne parlava bene. Strada facendo scoprirò che il simpatico nome dell’agenzia Shambhoo altro non è che un epiteto con cui viene anche chiamato Shiva, che ha 108 differenti nomi come i grani del rosario indiano, … tutto è collegato e ha un suo perché, basta avere la curiosità di chiedere o cercare e ti sarà data una risposta.

13 settembre: partenza da Milano Malpensa scalo tecnico a Francoforte e arriviamo a Delhi all’Indira Gandhi International Airport Terminal 1 alle prime ore del giorno successivo. Con rapidità sbrighiamo le pratiche doganali e ritiriamo i bagagli, senza intoppi. All’uscita ci attende il primo grande incontro del nostro viaggio Manish la nostra guida indiana che con un italiano ci accompagnerà, ci spiegherà cos’è l’India, sbrigherà per noi le scartoffie indiane per le prossime tre settimane, non finiremo mai di ringraziarlo.

14 settembre: arrivati alloggio, il tempo di una rapida doccia dormire qualche ora e una buona colazione e a metà mattina siamo pronti per tuffarci nella caotica Delhi. Transitiamo per Connaught Place, cuore pulsante e centro commerciale principale della città, un immenso circolare che raccoglie banche, agenzie di viaggi, commerci ed empori di stato. Sostiamo per un po’ all’India Gate monumento eretto per ricordare i soldati indiani caduti nel corso della I guerra mondiale – situato all’estremo opposto di Rajpath. Ci dirigiamo poi verso la caotica Old Delhi , la zona più vecchia e caratteristica della città dove vivono la maggioranza degli indiani, circa 10 milioni. Dopo un giro per le strette e affollate vie della zona spingendo e facendosi largo ci siamo diretti alla moschea Jama Masjid “Moschea che comanda una visione del mondo”. La zona adiacente e soprattutto il mercatino che si trovano davanti al gate d’entrata è un ‘imbattersi di colori, chiasso, profumi e gente. Attendiamo sulla scalinata, l’uomo all’ingresso ci dice che siamo nel Ramadam e dobbiamo attendere la fine delle preghiere del tramonto per entrare. L’interno è sereno tranquillo, siamo estranei in mezzo a loro ma sembriamo accorgersene solamente noi, loro continuano nelle loro abluzioni, offerte, preghiere. All’uscita in un locale vicino ci gustiamo il primo tè indiano un te aromatizzato con latte, zucchero e spezie, chiamato masala chai o solo chai, letteralmente “tè speziato”, nel frattempo iniziamo ad impossessarci di alcune espressioni locali come namasté o namastar le domande che scivolavano fuori dalle poche frasi in inglese dell’indiano che ci serve il te sono Name? e Which country? le stesse espressioni che diventeranno musica per le nostre orecchie ogni qualvolta ci imbatteremo in un indiano che mastichi un poco d’inglese, ad essere sinceri anche il nostro hindi farà pochi progressi … fortunatamente con un po’ d’inglese e grazie alla nostra guida Manish non incontreremo mai problemi.

15 settembre: visitiamo l’imponente tempio sikh Gurdwara Bangla Sahib riconoscibile da lontano per la sua splendida cupola d’oro. Si indossa un fazzoletto per coprire la testa, si entra scalzi e ci si ritrova accecati dal riflesso del sole sul marmo bianco. Si incontra un’immensa vasca piena d’acqua circondata su tre lati da un largo corridoio in parte coperto dove sotto stesi all’ombra famiglie e singoli sikh trovano refrigerio. In tutto il complesso si sentono canti devozionali si incontrano donne nei loro coloratissimi sari, i visitatori sono invitati a condividere un semplice pasto a base di dhal, chapati, servito tre volte al giorno nel refettorio comune, o langar. Nel pomeriggio visitiamo il Gandhi Smriti la casa che ha ospitato il Mahatma Gandhi nei suoi ultimi 144 giorni prima della morte avvenuta per mano di un assassino in una conferenza tenuta nel parco dietro la casa il 30 gennaio 1948, segnalato da un piccolo padiglione sul giardino.

16 settembre: in mattinata visitiamo il forte della città Red Fort anche detto Lal Quila. La struttura dall’esterna con la sua enorme cinta muraria è molto invitante ad una bella visita, ma si rimane poi delusi dalla pochezza del forte o di quello che è rimasto del forte, la parte più bella della visita è passeggiare per i giardini a guardare le famiglie indiane che trascorrono il tempo chiacchierando di non so cosa con al seguito una folla di bambini che disordinatamente si rincorrono.

Passiamo il resto della giornata nella Old Delhi, il tempo scorre rapidamente nell’enorme mercato il tempo di acquistare qualcosa dopo lunghissima contrattazione scoprendo che le donne indiane trascorrono ore all’interno delle botteghe a contrattare il prezzo dei tessuti per i sari o per altri usi. Mangiamo qualcosa, ci dissetiamo e rilassiamo un po’, qualche foto ed è ormai ora di dirigersi verso la stazione ferroviaria. Abbiamo deciso di accettare il consiglio dell’agenzia di provare l’esperienza del treno, non mi è stato facile convincere i miei compagni di viaggio ma sono i primi ad entusiasmarsi per la nuova esperienza.

Il viaggio è confortevole il treno, il Shiva Ganga Express -in India tutti i treni portano un nome- è silenzioso e puntuale per essere un treno indiano, dalla mia esperienza personale imparerò come la variabile tempo che per noi occidentali è così determinante è quanto poco rilevante per gli indiani.

17 settembre: a metà mattina arriviamo a Benares, Varanasi o anche Kasi, la “città splendente” dei sacri testi, diventata Benares durante l’occupazione inglese per poi ritornare all’antico nome sanscrito di Varanasi, “città fra i fiumi Varuna e Asi”, i due affluenti del Gange.

Depositate le valigie una rapida doccia e riposati per la dormita in treno senza perdere tempo scendiamo in strada, o meglio scendiamo verso i ghats, le classiche gradinate che portano al fiume sacro Gange. Il lato occidentale del fiume e sovraffollato di gente, quartieri e case fatiscenti che si accatastano in maniera disordinata, la sponda orientale è spiagga e deserta, si cammina tra indiani, mendicanti, saddhu, vecchi, malati, persone deformi, animali e canti religiosi, mantra ripetuti ad oltranza tra grani di rosario sgranati tra le mani. In questo disordine odori di ogni genere si sollevano, da quelli del cibo per passare a quelli dell’incenso nelle sue diverse fragranze fino ad altri che non sto qui a descrivere tanto visibili quanto insopportabili.

Visitiamo diversi ghat, inutile stare qui ad elencarli sono troppi, segnalo il Manikarmita Ghat principale ghat per le cremazioni, il Dashashwamedha Ghat il più centrale attorno al quale si concentra la popolazione e la maggioranza dei turisti e dove nel tardo pomeriggio ci sediamo sulle gradinate naturali dei ghat per assistere ad una cerimonia. Tutto si ferma turisti, indiani del posto pellegrini tutti convergono per assistere a questa affascinante cerimonia.

Stanchi ma soddisfatti per la giornata piena ripieghiamo per una cena tranquilla nel nostro alloggio, dobbiamo alzarci presto domani.

18 settembre: sveglia all’alba per escursione in barca lungo le rive del Gange. È qualcosa di obbligatorio da fare al tramonto o meglio ancora all’alba, può sembrare qualcosa di turistico ma non ci sarà indiano che nel seguito del viaggio sapendo del nostro soggiorno a Varanasi non ci chiederà se abbiamo fatto un’escursione in barca. Non immaginatevi qualcosa di allegro vivace o romantico sulle stile “Venezia in gondola” con il gondoliere che intona “O sole mio”, piuttosto è un’incontro con la spiritualità e le tradizioni indiane le offerte puja lasciate sull’acqua, canti religiosi, i volti di questi pellegrini che giunti a destinazione si liberano dalle loro sofferenze.

Abbiamo chiesto di rimanere un po’ di più in barca tutti d’accordo a lasciare defluire la folla di turisti e curiosi. Rientriamo in hotel per la colazione.

Nel pomeriggio escursione a Sarnat appena fuori Varanasi, dove il Buddha tenne il primo discorso ed iniziò la predicazione e a ricordare ciò vi è un pilastro commemorativo. La prima cosa che colpisce e la tranquillità e il silenzio tanto cari al buddismo e alla sua filosofia di pensiero, è anche per noi piacevole fuggire per qualche ora dal caos tipico delle città indiane, immergersi in un immenso spazio verde e silenzioso animato qua e là da qualche tempio. Luogo sacro del buddismo e meta di pellegrinaggio buddista conserva testimonianze delle diverse forme in cui si è prodotto il buddismo: vi sono templi tibetani, giapponesi, coreani, cinesi … ciascuno con la propria iconografia e liturgia.

19 settembre: dopo aver trascorso la mattinata a visitare alcuni templi e a gironzolare in maniera disordinata per il mercato – un gomitolo di vie un labirinto di vie da cui è si è catturati e da cui è difficile uscire.

Nel pomeriggio con volo interno che ci dirigiamo a Khajuraho. Khajuraho è una piccola località famosa per i suoi templi eorotici, il centro cittadino è piccolo e tutta la popolazione vive del turismo locale si respira un’aria rilassata sembra di essere in villeggiatura dalle nostre parti con molti ristoranti e alberghi dai nomi italiani, “Meditteraneo”, “La Terrazza” la gente del posto ti sorride e di saluta con “Ciao”, “Buongiorno”, “Da dove vieni”, si proprio in italiano.

20 settembre: trascorriamo l’intera giornata a visitare i templi, un’atmosfera suggestiva ci sono i Templi Occidentali i meglio conservati al cui ingresso si paga un biglietto, e ci sono i meno noti Templi Orientali più altri dispersi nelle campagne. Personalmente ho preferito questi ultimi perché ancora usati dalla gente del posto ed era facile imbattersi in un fedele che portava la propria offerta, che accendeva un incenso, che lasciava un fiore o una ciotola di riso come segno di devozione e rispetto. È una bellissima giornata a girare tra la rilassante campagna di Khajuraho ti viene voglia di fermarti qualche giorno in più e questo spiega perché tanti occidentali, soprattutto donne abbiano aperto qualche attività qui, nella campagna di Khajuraho … ecco spiegato la ragione di tanti nomi italiani.

21 settembre: trascorriamo ancora una mezza giornata a Khajuraho poi ci trasferiamo a Jhansi dove nel pomeriggio prendiamo il treno che ci porterà ad Agra. Ancora una volta il treno è puntuale, spesso passeggero dei treni italiani solitamente in ritardo è una piacevole sorpresa questa puntualità. Arrivati ad Agra prendiamo alloggio al nostro albergo, una passeggiata per le vie di Agra qualche foto, molti sorrisi e allegria.

22 settembre: è d’obbligo alzarsi all’alba per visitare il Taj Mahal alle prime luci del sole quando il candido marmo bianco assume i colori del sole e il tutto diventa più poetico e suggestivo. C’è molta gente ma non potrebbe che essere così, è una delle meraviglie del mondo ed è normale che attragga folle di persone.

Visitiamo l’Agra Fort dove incontriamo una coloratissima e vivace comitiva di indiani del Rajasthan anche loro qui in visita. Siamo attratti reciprocamente noi dai loro colori, dai loro costumi dai loro visi impreziositi di enormi gioielli, loro dal vedere facce così occidentali, e presto questa attrazione si trasforma in vivace e simpatico siparietto dove Manish la nostra guida è costretto a tradurre per noi e per loro. Anche le donne di solito schive e un po’ nascoste si lasciano fotografare e cercano le donne del nostro gruppo a formare una sorta di comunella al femminile, sorrisi, foto, scambi di qualche braccialetto, che straordinario incontro.

Nel tardo pomeriggio c’è tempo per una passeggiata senza meta nel quartiere Taj Ganji, è bello visitare templi, palazzi, ma è piacevolissimo perdersi nelle vie e strade indiane, quanti incontri e piacevoli sorprese.

23 settembre: ripartiamo dobbiamo entrare in Rajasthan la terra dei maharaja, delle loro imponenti fortezze, delle loro enormi ricchezze di leggende il tutto nello splendido palco naturale che è il deserto dei Thar. A mezzogiorno siamo a Jaipur a abbiamo il pomeriggio libero per riposare.

24 settembre: in mattinata andiamo ad Amber antica capita le dello stato di Jaipur si trova ad 11 km da Jaipur, nel tragitto ci fermiamo una decina di minuti per scattare qualche foto al Jal Mahal Water Palace di Jaipur uno splendido palazzo non visitabile usato a scopo cittadino, il tempo di scendere ed eravamo circondati da bambini, qualche penna, biro, pennarello niente soldi e se ne vanno felici e sorridenti.

Amber è famosa per il suo palazzo-fortezza uno dei migliori esempi dell’architettura Moghul e sorge su un’altura a cui si può salire in groppa di stupendi elefanti che portano decorazioni e disegni sulle proboscidi. Il palazzo è enorme ed è in atto un’accurata fase di restauro con via vai di colorate donne addette al trasporto di calcinacci, all’interno è un continuo di giardini, corridoi, scale, enormi sale tale da far perdere al visitatore il senso d’orientamento fino a condurlo all’enorme sala degli specchi. Una grande sala dalle alte soffitta tappezzate di fine decorazioni di specchi incastonati nella pareti a creare un’enorme mosaico di luci e colori.

Ritorniamo a Jaipur, dopo la pausa pranzo visitiamo il centro di Jaipur la “città rosa”, per via degli edifici e delle mure esterne della città fatte dipingere di rosa dal marajaha all’inizio del 1800 come segno di benvenuto per accogliere importanti emissari inglesi, il rosa come ho scoperto lì sul posto è il colore dell’accoglienza. Da allora ogni tre anni le mura sono ridipinte. Strana città Jaipur l’ho ribattezzata “città dei contrasti” per la facilità con cui si passa dallo splendore tipo Palazzo dei Venti -Hawa Mahal- palazzo di otto piani la cui facciata presenta le tipiche finestre a “grata”, usate dalle donne per guardare senza essere viste, alla semplicità della vita da strada di molti indiani che senza casa vivono al riparo di qualche tetto o per le strade li vedi sdraiati intenti chi a rovistare tra non so cosa chi a dormire, poi ti volti e ti trovi davanti l’Osservatorio Astronomico Jantar Mantar anche questo splendido edificio perfettamente conservato che custodisce strumenti per misurare il tempo e lo spazio.

È un contrasto che si trova ovunque in India fin dal primo giorno, ma a volte ci sono giornate o situazioni dove queste differenze sono marcatamente più accentuate.

Prima del tramonto c’è tempo per fare una visita al Tempio del sole o di Galta più noto come Tempio delle scimmie, per l’elevato numero di scimmie che si incontra salendo. Situato poco fuori Japiur su un promontorio dal quale si può godere di una spettacolare veduta su tutta Jaipur, specialmente al tramonto. Una volta raggiunta il tempio sicuramente sarete invitati ad una puja il sacerdote indù vi inviterà a togliervi le scarpe, a inginocchiarvi ed a incrociare le gambe nella classica posizione del loto mentre lui vi impartirà una benedizione vi applicherà un tilak o tika al centro della fronte e vi annoderà un filo rosso al polso e vi offrirà una ghirlanda di fiori.

Usciamo dal tempio e ci dirigiamo al nostro albergo tutti sorridenti e felici per un’altra giornata piena di incontri e di bellezze. Inutile nascondere la nostra stanchezza che si fa più sentire anche per via del caldo che non ti da tregua, ma la stanchezza assume un altro sapore e gusto quando giunge al termine di queste giornate.

25 settembre: con il treno arriviamo ad Ajmer, scollinamo la montagna del Cobra arriviamo a Pushkar città sacra induista, meta di pellegrinaggio che sorge attorno ad un piccolo lago su cui scendono 52 ghats tra i più sacri dell’India, per accedere bisogna levarsi le scarpe non fumare, non fotografare e comportarsi in maniera adeguata. È su questo lago che le ceneri di Ghandi sono state sparse.

Gli edifici che in passato ospitavano i pellegrini sono stati trasformati in chiassosi e affollati alberghi per ospitare stranieri hippies e nostalgici “figli dei fiori” venuti in India alla ricerca di se stessi. Sono sorti anche molti centri di meditazione, ashram che hanno ben poco da spartire con la filosofia e la tradizione indiana, sono per lo più locali per attrarre stranieri … non troverete mai un vero indù in questi posti. La via principale è stata trasformata in una lunga via dello shopping dove ai lati si alternano bancarelle di vestiti, incensi, artigianato locale spesso accompagnata da musica reggae e hindu-lounge.

Passiamo la giornata a passeggiare liberamente per queste vie concedendoci un po’ di shopping tra sari, incensi, tè, cd e libri.

26 settembre: Pushkar è famosa sia per quanto già detto, ma anche perché proprio qui sorge l’unico tempio dedicato a Brahma dell’India e la risposta ancora una volta c’è la da la nostra guida Manish. Brahma non è adorato, anche se è uno della trinità santa dell’induismo, si dice che Brahma, è disceso sulla terra per effettuare un Yajna (fuoco-sacrificio) visitiamo altri templi tra questi il tempio sikh e il Rangji che si trova sopra la collina (circa un ora di salita), un po’ trascurato ma da cui si gode un’ottima veduta del lago e della cittadina di Pushkar soprattutto al mattino.

Il resto della giornata è libero e io dedico un po’ di tempo a me stesso e mi faccio massaggiare da due sapienti mani che mi rinvigoriscono e mi slegano i muscoli un po’ tesi per le frequenti trasferte.

27 settembre: ci addentriamo nel deserto dei Thar, la meta è Bikaner. A 32 km da Bikaner ci siamo fermati a Deshnok un piccolo villaggio a sud famoso per il Karni Mata Temple conosciuto meglio come “Tempio dei topi” un luogo originale perché al suo interno ospita centinaia di ratti, venerati come animali divini, incarnazione della Dea-Madre, adorata sia dagli indù che dalle popolazioni tribali del deserto. Il tempio in se è brutto, è originale per la presenza dei topi il cui spettacolo non è gradevole, non tutti noi siamo entrati e non nascondo che quando il sottoscritto, scalzo –si nei templi si entra scalzo anche qui- ha sentito che il piede veniva in contatto con un topo stavo lì per lì per urlare, si dice che porti bene se un vedi un topo bianco o se un topo ti passa sopra i piedi, non porta bene se tu lo schiacci!!! … credenze indiane!!!

Dopo la breve sosta, siamo ripartiti e arrivati a Bikaner, città di confine con il Pakistan famoso centro per le manifatture di tappeti e coperte, vasellame e legni intarsiati, gioielli e smalti, allevamento e lavorazione di pelli di cammello.

Numerose sono le gioiellerie che operano in città e passeggiando per le strade siamo riusciti a vedere delle donne che setacciano le acque di scarico di questi laboratori orafi per recuperare l’oro!!! Vuoi aggiungere qualcosa alloggio o altro

28 settembre: al mattino visitiamo il Junagarh Fort , il forte, annoverato tra le fortezze più belle del mondo, è circondato da un ampio fossato. L’entrata principale è Ssuraj Pol (porta del Sole). La cappella interna è un maestoso tempio indù “Har Mandir”, dove la famiglia reale celebrava le nascite e i matrimoni dei propri membri.

Di seguito abbiamo visitato i templi giainisti situati nella parte antica della città costruiti da due fratelli commercianti nel XVI secolo, che ne fanno uno dei principali luoghi sacri del jainismo. Il Bhandeshwar è il più grande dedicato al quinto tirthankara, Suminath, di notevole interesse per i colori, per la fattura degli elaborate dipinti stilizzati smaltati con coperture d’oro, pilastri scolpiti e con pitture che richiamano la tradizione cristiana ed islamica. Il più piccolo è il Sandeshwar dedicato al ventiduesimo tirthankara Neminath è coperto con sculture in marmo di santi jainisti e vanta dipinti con smalti e lamine d’oro alle pareti. Esiste una leggenda sulla costruzione di questi templi commissionati dai due commercianti perché non riuscivano ad avere figli, la cui più grande particolarità deriva dal fatto che nelle fondamenta ci sono 40.000 kg di ghee (burro tipico indiano). Durante i mesi più caldi da maggio a settembre il burro sale dalle fondamenta e fuorisce dalle fughe delle piastrelle e l’odore si diffonde su tutta la città … beh è ovvio che durante la stagione estiva i templi non sono visitabili.

29 settembre abbiamo ancora alcune ore da trascorrere a Bikaner e ci dedichiamo a girare per la città vecchia, in mezzo ai mercatini, tra le bancarelle di spezie, tra le haveli finemente decorate e tra i mille sorrisi che gli indiani ci rivolgono. Nel primo pomeriggio iniziamo il trasferimento per Jaisalmer, sono più di trecento chilometri abbiamo deciso di fare il trasferimento su strada in pieno giorno per gustarci il panorama. Abbiamo sostato in aree di servizio improvvisate, siamo scesi per scattare qualche foto, abbiamo incontrato ogni sorta di veicolo per strada e il paesaggio con il calare del sole assumeva tonalità più forti.

Siamo arrivati a Jaisalmer giusto in tempo per veder calare il sole alle spalle della forte. Stanche le nostre ossa stanchi i nostri occhi per la forte luce del viaggio ma noi sorridenti e felici per il luogo da favola che ci attendeva.

30 settembre: Jaisalmer, la Città d’oro sorge nel deserto dei Thar una sorta di oasi in mezzo alla sabbia, dominata da un forte che si trova al centro su una bassa collina. Alloggiamo all’interno del forte in case ristrutturate e trasformate in guesthouse, l’atmosfera è magica, non si dorme solamente ma si vive un’esperienza.

Il forte ospita templi dedicati a Surya, Ganesh, Vishnu, Shiva e Lakshmi, ma senza dubbio i più belli sono i templi jainisti famosi in tutto il mondo. Edificati tra il XII e il XV comprende il tempio di Parswanath Temple, con i suoi sancta sanctorum scolpiti con figure umane e di animali, capolavoro di intarsio bianco, l’altro tempio il più piccolo è il Neminath Temple. In una volta sotterranea c’è la famosa biblioteca Jainista Gyan Bhandar che custodisce antichi manoscritti, dipinti, carte astrologiche molto antichi.

I templi sono visitabili soltanto in orari ristretti al mattino, e vi sono anche rigide regole che ne regolano l’afflusso più rigide e severe che in altri luoghi sacri: no cuoio, no tabacco, no donne mestruate, no scarpe, ecc….

Quando si parla di Jaisalmer il pensiero va al Forte Sonar Quila, da qualche parte ho trovato la definizione “una fortezza nel deserto retta da una fiaba araba”. Fondata nel XII secolo come una tappa per il cammello treni che viaggiano tra India e Asia centrale, il forte di Jaisalmer sta ad una trentina di metri sopra la città è circondata da un imponente muro, al cui interno oltre ad ospitare l’antica residenza del maharaja e delle sue moglie, custodisce centinaia di vicoli e case tradizionali che conferiscono una straordinaria magia. I cinque piani del forte –ora trasformato in un palazzo museo- è adornato con finestre e balconi che mostrano alcuni dei migliori lavori in muratura, l’interno è dipinto e piastrelle in tipico stile Rajput, mentre la piazzetta adiacente al Forte, al mattino brulica di persone, una folla disordinata di turisti stranieri mentre intraprendenti locali offrono i loro servizi: una guesthouse, la visita al loro negozio di souvenir un tour nel deserto.

Uscendo dal forte mi imbatto nelle sue havelis case di ricchi mercanti dalle elaborate facciate a griglia dai meravigliosi balconi finemente scolpite a mano, in successione visitiamo il Patwon-Ki-Haveli, il Salim Singh Ki-Haveli e il Nathmalji-Ki-Haveli . Passeggiando per le strade se ne scorgono molte altre, alcune visitabili altre no perché ancora oggi abitate.

Trascorriamo altri due giorni a Jaisalmer, ci organizziamo per un breve safari in cammello nel deserto fra le dune, la visita di un allevamento di cammelli -attività questa molto importante e redditizia in questa regione dell’India- e la visita di alcuni isolati villaggi dove il tempo sembra essersi fermato e la modernità sembra ancora lontana dall’arrivare, come Khuri con le sue case di fango e paglia il pozzo, una vita semplice, con l’inconfondibile sorriso indiano che ci da il benvenuto.

3 ottobre: è tempo di lasciare Jaisalmer, lasciamo un pezzo di cuore con la promessa di ritornarci. Adesso a distanza di alcune settimane quante volte nelle serate tra compagni di viaggio passate a sfogliare le foto, guardare i filmini ci siamo ritrovati a parlare a pensare a fantasticare di questa meravigliosa città ?!

Arriviamo a Jodhpur “porta del Thar”, in quanto si trova ad una estremità di questo deserto, un’altra meta che non può lasciare indifferente. Conosciuta come la “città blu” per la tipica colorazione azzurra delle sue case, i bramini decisero di adottare questo colore per le proprie abitazioni perchè purificatore e sacro al dio Krishna, c’è una anche una ragione più semplice e che fa sorridere che sostiene che in passato si riteneva che questo colore tenesse lontano le zanzare!!!

Le mure quattrocentesche si aprano per lasciare spazio ad enormi portoni d’ingresso, intervallate da porte massicce per proseguire verso la città vecchia un intreccio di stretti vicoli e splendide haveli, ma come non rimanere travolti dal Sadar Bazar dove innumerevoli botteghe colorate e affollate propongono i loro molteplici prodotti. Ma sull’intere città vigila con la sua imponenza la Fortezza Meheraangarh arroccata sopra una collina rocciosa. Incantevole la vista della città da questo punto panoramico con gli edifici blu-azzurri che si mescolano qua e là con il color sabbia del deserto. Visitiamo il forte ma siamo un po’ svogliati, dopo giorni e giorni di visite a templi e fortezze avvertiamo un po’ di insofferenza, decidiamo di visitare la città, passando tra le vie del mercato, fermarci qua e là a contrattare qualcosa ber un chai o un rigenerarsi con un tipico lassì -tipica bevanda rinfrescante indiana- ma anche prezioso rimedio ayurvedico. È un mix di acqua fresca, yogurt indiano, sale zafferano e cumino . In India lo bevono per trovare sollievo dalle temperature torride ma anche per mitigare la piccantezza dei piatti speziati durante un pasto.

I due giorni scorrono velocemente che è già tempo di fare le valigie per dirigersi verso la nostra ultima meta Udaipur.

5 ottobre: nella tarda mattinata arriviamo ad Udaipur da molti considerata la più romantica città indiana. La città sorge su tre laghi che forniscono acqua alla città, il principale è il lago Pichola una parte del lago è prosciugato e il livello dell’acqua varia a seconda delle precipitazioni. Attorno vi sono numerosi ghat con la solita folla di indiani che si lava o che lava i panni. Al centro del lago ci sono due isolette davanti la Jag Mandir a sinistra e Jag Niwas circondati da verdi colline e giardini, il tutto conferisce a Udaipur un’atmosfera unica e magica, infatti per gli indiani, popolo sentimentale, Udaipur è la città più romantica dell’India.

Piccola curiosità che a cui non è possibile sottrarsi e che la città ha servito da sfondo a un film della fortunata serie di James Bond, Octopussy che ancora adesso è trasmesso alle 19 di sera su tutti i televisori di alberghi e ristoranti, numerose sono in tal senso i cartelli che invitano alla visione (agli indiani non piacciono i film occidentali, preferiscono i loro genere Bollywood, ma ritrasmettono il film perché girato qui).

Tutto il centro di Udaipur è adagiato su una collinetta, da dove si domina il lago, le vie sono strette e affollate ma pulite e ordinate, passeggiando arriviamo al City Palace la maggiore attrazione cittadina, una reggia, il più grande castello del Rajasthan, lungo fino a 450m. Conservata magnificamente il complesso raccoglie quattro edifici maggiori più innumerevoli altri più piccoli e collegati tra loro da une serie di cortili, giardini, scale e corridoi così da costituire un inestricabile labirinto. Le sponde del lago in corrispondenza del palazzo sono sistemate a giardini pubblici con piccoli ghats.

6 ottobre: la bella giornata di sole è invitante e non possiamo sottrarci ad un giro in barca sul lago Pinchola dove troneggiano due isolotti dove la stirpe regnante fece costruire due palazzi. Il Jag Niwas conosciuto meglio come Taj Lake Palace, splendido e oggi adibito a lussuosissimo albergo (uno dei migliori dell’India). Un vero e proprio palazzo d’acqua a tre piani costruito in raffinato marmo bianco. Il Jag Mandir più noto come Lake Garden Palace, oggi è adibito ad albergo di lusso. Oltre che per le lussuose decorazioni in marmo, il palazzo è famoso per i suoi magnifici giardini, soprattutto roseti, inframmezzati da palme, fontane e piscine con una terrazza contornata da colonne adibita a ristorante e albergo.

Siamo ormai agli sgoccioli del nostro viaggio indiano, la stanchezza si fa sentire e trascorriamo il pomeriggio a riposare, chi a farsi massaggiare, chi a leggere, chi a sistemare le foto o gli appunti di viaggio, ma non potremmo lasciare l’India prima di una classica pioggia monsonica indiana. Improvvisamente il cielo si fa scuro, si solleva un forte vento, non c’è neanche tempo che il più classico degli acquazzoni monsonici si riversa sulla città con pioggia tanta pioggia e tanto vento, tutto che vola via: tovaglioli, tende, vestiti, insegne … e che si vede … gli indiani per nulla preoccupati che se la ridevano, che si riprendevano con la fotocamera del cellulare. La stessa acqua che come dice un classico indiano “l’acqua che lava e purifica”, e mi ritorna in mente il film Water di Deepa Metha e le danze sotto l’acqua della piccola Chuya.

7 ottobre : è arrivato l’ultimo giorno del nostro viaggio, quello che non vorresti mai che arrivasse. Con un volo interno andiamo a Mumbay, passiamo la serata con Andrea un nostro amico italiano che da poco si è trasferito qui per lavoro ci parla del suo inserimento in India ed ascolta con pazienza il nostro resoconto sul viaggio. Un rapido saluto, la promessa di rivedersi quanto prima e nella notte dell’8 ottobre ci imbarchiamo per rientrare in Italia.

Il nostro viaggio è terminato, è già passato più di un mese dal rientro i ricordi, la nostalgia sono chiari e quantomai presenti.

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Ci sono 1 commenti su “Delhi-Varanasi-Khajuraho-Agra-Rajasthan

  1. Condivido tutte le sensazioni contrastanti che ti colgono visitando l’India. Abbiamo fatto il tuo stesso percorso, magnifico dal punto di vista spirituale, che fanno affiorarare riflessioni profonde.
    Stupendi i templi, in particolare quelli giainisti. Perplessità sul quotidiano in particolare per chi vive a ridosso delle grandi città. Vivido il racconto da te effettuato. Bravo!

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