“In viaggio con Mohammed”

Per raccontare questo viaggio devo partire da otto mesi prima.
Tutto è nato leggendo su una rivista un reportage dedicato all’isola di Socotra che politicamente appartiene allo stato dello Yemen.
Lo Yemen era da molto tempo nel cassetto dei nostri possibili viaggi, Socotra è raggiungibile solo dallo stato yemenita, abbiamo pertanto deciso, io e Marco, di abbinare le due mete.
La “reputazione” dello Yemen è nota un po’ a tutti, la Farnesina, inoltre, ne scoraggia le visite, ma, nonostante tutto, non ci siamo lasciati intimorire. Ho, quindi, iniziato la ricerca d’informazioni con Internet e per mezzo di vari forum che, come sempre, si rivelano gli strumenti migliori per reperire testimonianze, consigli e impressioni direttamente da altri viaggiatori che hanno già visitato il Paese.
Durante le ricerche ritrovo Daniela che nel 2005 è stata sia nello Yemen che a Socotra. In passato avevo già scambiato con lei qualche messaggio per chiedere informazioni su una diversa destinazione senza però approfondire la conoscenza, in questa occasione la cosa invece ha avuto uno sviluppo piacevole ed inaspettato: mail dopo mail ci siamo reciprocamente raccontate varie esperienze di viaggio ed è nata un’amicizia virtuale.
Durante la costruzione dell’itinerario tra Yemen e Socotra (della durata di un mese), Daniela mi ha molto parlato del villaggio di Shahara, all’epoca non accessibile ai turisti per motivi di sicurezza come pure la zona di Mareb, mi ha descritto il remoto villaggio di montagna con l’antico ponte di pietra come un luogo pieno di fascino augurandomi che, al momento della nostra partenza, fosse nuovamente visitabile.
Nel frattempo, sempre cercando informazioni, faccio la conoscenza di Pinuccio e Doni, anch’essi esperti viaggiatori nonché creatori di un personale sito di viaggi costruito molto bene.
Pinuccio e Doni che hanno già visitato lo Yemen nel 2005 ma non l’isola di Socotra, mi dicono che il prossimo Gennaio (2008) ci torneranno per colmare la “lacuna”, si prospetta così la possibilità di incontrarci proprio laggiù.
Con il passare del tempo scopro che Pinuccio, Doni, Sandro e Daniela sono buoni amici.
I preparativi per il nostro viaggio proseguono, l’agenzia locale cui abbiamo affidato l’organizzazione è molto disponibile, modifica e modella l’itinerario tenendo sempre conto delle mie richieste e risponde puntualmente ed esaurientemente ad ogni mia domanda.
Non ci spaventa il sentirci dire da amici e parenti la classica frase retorica “siete matti, lo Yemen? E’ un paese pericoloso!”. La mia opinione è che, guardando come ruota oggi il mondo, nessun Paese è poi così sicuro.
Al momento di prenotare i voli, Yemenia Airways mi comunica che non ha offerte per Gennaio, cerco, quindi, alternative più economiche trovando una buona tariffa con la compagnia aerea Turkish Airlines.
A completamento di tutto, dall’agenzia yemenita, ricevo la notizia che Shahara e la zona di Mareb sono di nuovo raggiungibili dai turisti.
Sono molto felice e Daniela è la prima persona con cui condivido la buona notizia.
Di lì a pochi giorni, nuovo colpo di scena, Daniela mi scrive più o meno così: “sono al settimo cielo! Approfittando dell’ottima tariffa area da te trovata, Sandro ed io abbiamo deciso che, insieme a Pinuccio e Doni, torneremo nello Yemen ed a Socotra”.
Marco ed io rivoluzioniamo il nostro giro, anticipando l’escursione a Shahara abbiamo l’opportunità di passare i primi giorni di vacanza insieme agli amici “milanesi”.
Daniela e Sandro partiranno il giorno 7 Gennaio con noi, mentre Doni e Pinuccio, vincolati alle date per esigenze di lavoro, ci raggiungeranno a Sana’a il giorno seguente con il volo Yemenia.
L’adrenalina e la voglia di conoscerci è per tutti e sei molto forte, sapere che andrò a Shahara con Daniela, che in tanti mesi mi ha augurato che la riaprissero ai turisti, per me ha un valore ancora maggiore.
Finalmente giunge il fatidico giorno: l’appuntamento con Daniela e Sandro è all’aeroporto Malpensa di Milano. E’ un grande piacere incontrarsi di persona, l’impressione che proviamo è quella di conoscerci già da molto tempo.
La voglia di iniziare l’avventura è molta.

07/01/2008 Milano-Istanbul
Alle 11 l’aereo decolla e quella sensazione particolare che si avverte nel momento in cui si stacca da terra mi procura una grande gioia dentro e mi rende consapevole che esattamente da ora ha inizio il viaggio tanto desiderato. Atterriamo a Istanbul alle 14,45 ora locale, dopo aver riflettuto su cosa fare, decidiamo di prendere un taxi e di farci portare nella zona centrale di Sultanahmet, il tempo a nostra disposizione si riduce a pochissime ore, il tassista sostiene che per il troppo traffico dovremo fare una corsa veloce, il timore di perdere il volo successivo ci fa essere molto prudenti.
Istanbul anche sotto un cielo grigio si presenta molto bella, la sensazione è quella di trovarsi in una città che per metà è occidentale e per l’altra metà è araba in un mix di culture e religioni. Costeggiamo il mare di Marmara arrivando proprio davanti alla Moschea Blu e alla ex Cattedrale di Santa Sofia, sono di uno splendore unico, purtroppo non riusciamo a visitarle all’interno: Santa Sofia è già chiusa mentre per la Moschea Blu è il momento della preghiera, ci accontentiamo di osservare gli edifici dall’esterno poi decidiamo di rientrare all’aeroporto Ataturk restando a raccontarci delle nostre vite seduti ai tavolini di un Caffè.
Alle 20 lasciamo Istanbul, la stanchezza prevale su tutti noi.
Atterriamo nello Yemen in piena notte, ad attenderci all’aeroporto internazionale di Sana’a ci sono Mohammed e Abdull i nostri driver, entrambi parlano discretamente l’italiano. Rimaniamo colpiti dagli occhi azzurri di Mohammed, sentendo pronunciare il suo nome la mente mi riporta a un mese prima della partenza quando lessi il libro “In viaggio con Mohammed”: trovo questa coincidenza molto simpatica!
Data l’ora tarda ci accompagnano velocemente al funduq Arabia Felix che si trova nel cuore della old Sana’a, strada facendo ammiriamo l’architettura meravigliosa delle case di questa città unica al mondo rimandando a domani la gioia di scoprirla e gustarla con la luce e il sole.

08/01/2008 Sana’a
La nostra prima giornata nello Yemen inizia intorno alle 5, a svegliarci è la voce del muezzin che, attraverso i megafoni dei minareti, richiama i fedeli alla preghiera, provo una sensazione particolare nel sentirne la cantilena, mi alzo, mi affaccio alla finestra e ammiro la città che lentamente si sta svegliando. Osservo il panorama estasiata e sono felice di trovarmi immersa nella magia di questo Paese arabo.
Ci trasferiamo poi nel piccolo giardino dell’hotel per la colazione a base di pregiato miele yemenita, chai, yogurt, marmellata, formaggio e pane buonissimo.
Ci diverte la conoscenza di un simpatico cameriere che si lancia in scherzi ed a pronunciare alcune parole in italiano, noi contraccambiamo – aiutati dal manuale di conversazione – con brevi frasi in arabo.
L’Arabia Felix è un delizioso funduq, familiare e ospitale, ricavato in una tipica casa a torre, ha un grazioso giardino interno, finestre in alabastro ed altre con vetri colorati.
Nell’euforia generale riusciamo a sorridere anche per lo sforzo immane compiuto poco fa per salire gli alti gradini delle scale interne.
Mentre siamo ancora seduti a tavola arriva Mohammed, indossa la futa (tipica “gonna” degli uomini yemeniti) e la jambiya (pugnale con la punta ricurva).
In sua compagnia abbiamo il piacere di fare la nostra prima uscita a Sana’a.
Ci incamminiamo percorrendo uno dei ponti che scavalcano lo wadi: solco/canale, ora in secca, che attraversa la città ed è utilizzato quale strada mentre durante la stagione delle piogge si trasforma in un fiume.
L’ospitalità della popolazione è fin da subito evidente ai nostri occhi, tutti ci salutano augurandoci “Welcome to Yemen”.
Arrivati negli uffici della Universal, dopo mesi di ininterrotta comunicazione, Haitham, il referente con cui ho sempre comunicato, è davanti a me. E’ stata talmente fitta la nostra corrispondenza che, divertito, mi mostra tutte le mail scambiate che ha stampato e impilato in una cartella, alta almeno una spanna, che porta il mio nome.
Saldiamo ognuno il proprio corrispettivo, poi Haitham ci invita a chiamarlo, in caso di necessità, al suo numero di cellulare, ci informa anche che periodicamente sarà lui stesso a mettersi in contatto con noi per sapere se va tutto bene.
Condivideremo con Daniela, Sandro, Pinuccio e Doni i prossimi due giorni in escursione a Shahara, rientrati a Sana’a le nostre strade si divideranno: loro 4 trascorreranno una settimana di vacanza a Socotra dopo di che rientreranno in Italia, Marco ed io gireremo prima tutto lo Yemen poi anche noi finalmente voleremo a Socotra.
Mohammed si trattiene negli uffici della Universal, ci salutiamo dopo aver preso accordi per la partenza di domani mattina.
Questa sera arriveranno Pinuccio e Doni con il volo Yemenia, finalmente li conosceremo, il gruppo sarà al completo ed emotivamente carico per l’escursione a Shahara.
Con Sandro e Daniela ci addentriamo nei vicoli della old Sana’a camminando per la maggior parte del tempo con il naso all’insù, nonostante per loro sia la seconda volta nello Yemen hanno il nostro stesso entusiasmo nell’ammirare tanta bellezza architettonica.
E’ come trovarsi all’interno di una fiaba, le case sembrano fatte di biscotto e guarnite con la glassa, hanno finestre con lastre di alabastro o vetri di vari colori con motivi geometrici, sono vere opere d’arte, ma la bellezza non è tutta qui perché a fare da cornice all’architettura c’è un popolo sorridente, gioviale e molto ospitale, con gli abiti tradizionali e la famosa jambiya portata con vero orgoglio senza mai dare la sensazione di arma da difesa, anzi tutt’altro, il pugnale viene utilizzato come appoggia braccia o come appendino per il Qat o per altre mercanzie, è l’equivalente di un ornamento quale la cravatta per noi occidentali.
E’ sorprendente la cordialità e la voglia di comunicare degli yemeniti nonostante la difficoltà della lingua.
La maggior parte della gente conosce solo l’arabo, al massimo poche parole in inglese, io penso che, a volte, aprendo il cuore si possano superare molte barriere, trovo che gli occhi siano il mezzo più speciale per comunicare con il cuore.
Sono attratta dai tanti negozietti che vendono i tradizionali abiti neri indossati dalle donne, con l’aiuto di Daniela ne scelgo uno con bei ricami sulle maniche e sul davanti, acquisto anche il velo e insieme decidiamo in che modo utilizzare il mio nuovo look per uno scherzetto ai danni di Pinuccio.
Arriviamo a Bab al Yemen, antica porta di accesso alla città di Sana’a, la piazza antistante è gremita di gente: c’è chi vende mercanzie di ogni genere, chi pranza, chi beve il chai, chi è intento alla trattativa per l’acquisto del Qat e chi ha già iniziato il rito della masticazione.
Pranziamo appena fuori la porta, in un piccolo ristorantino affollato di soli uomini.
Mangiamo il pane che viene servito ancora caldo su fogli di carta di giornale, pollo, riso speziato con cardamomo, curry, chiodi di garofano e cannella e uno stufato di verdure, tutto buono, per finire ci gustiamo uno squisito frullato di frutta fresca.
Ci fermiamo a Bab al Yemen ad osservare il passaggio di tanta gente in movimento ed ogni persona mi incuriosisce soprattutto per il tradizionale abbigliamento.
Mi avvicino ad un gruppo di venditori di Qat che passano agli acquirenti piccoli mazzetti verdi perché ne valutino freschezza e qualità, subito mi chiedono di essere fotografati orgogliosi di esibire ognuno il proprio mazzetto verde.
La generosità degli yemeniti è commovente, mi offrono un rametto per provare la specialità della loro terra, mastico alcune foglie senza sentire un gusto eccessivamente amaro come immaginavo.
Lungo la via principale del suq che porta a Bab al Yemen, c’è un antico Samshara (caravanserraglio) entriamo e, anche se ora ci sono negozietti di argento e antichità, si percepisce ancora ciò che l’edificio era in un passato molto lontano.
I caravanserragli ospitavano i mercanti ed i loro animali, hanno un cortile interno a forma di ferro di cavallo, ai piani superiori ci sono le camere che accoglievano i mercanti mentre al pian terreno venivano ricoverati gli animali e le merci.
Attraverso una ripida scalinata raggiungiamo l’ampia terrazza riuscendo a scattare belle foto all’insieme dei palazzi che caratterizzano la città vecchia.
Nel tardo pomeriggio visitiamo l’Old Sana’a Palace, antico funduq che all’ultimo piano ospita una stupenda terrazza da dove si gode di una delle più belle panoramiche sull’intera città.
Dopo la faticosa salita di un numero imprecisato di altissimi gradini, ci rilassiamo nella mazar (attico) gustando un buon chai speziato con cannella e cardamomo, una vera delizia per il palato.
Attendiamo l’ora del tramonto parlando, con Daniela e Sandro, di viaggi e di tante altre belle cose.
Ad un certo punto, rientrati nella realtà, ci rendiamo conto che è buio, facciamo mente locale che intorno alle 19,30 arriveranno Doni e Pinuccio, dobbiamo abbandonare il “salotto”, il tè, le chiacchiere e tornare al più presto in hotel.
Rientrati, io e Marco siamo in camera ignari dell’arrivo di Pinuccio e Doni, poi scendendo le scale scopro che sono già arrivati, per non farmi vedere corro in cucina, ho con me l’abito nero ed anche il velo, chiedo all’ amico cameriere di aiutarmi a portare a compimento lo scherzo architettato.
Indosso la tunica nera sopra i miei abiti, mi faccio aggiustare il velo ed ecco che in meno di un minuto mi sono trasformata in una perfetta donna araba.
Tenendoci per mano come due innamorati raggiungiamo il cortiletto dove si trovano Marco, Sandro, Daniela, Doni e lui, Pinuccio, la “vittima” designata del nostro scherzo.
Con disinvoltura ci avviciniamo a Pinuccio e con la dolcezza di una donna araba gli dico “Welcome to Yemen”, il suo viso è tutto un programma, è imbarazzato, guardando il nostro amico cameriere risponde quasi timidamente “Thank You!” a quel punto mi tolgo il velo e vedendo la sua espressione spaesata scoppiamo tutti a ridere. Lui, Pinuccio, che per tanti mesi ha scherzato con me e Daniela vantandosi delle tante donne (ventenni!) che non resistono al suo fascino ed io che lo canzonavo sostenendo che, una volta arrivati nello Yemen, avrebbe dovuto nascondere le sue irresistibili doti sotto abito e velo neri per impedire gli assalti in massa di dozzine di bellissime (e giovanissime!) donne arabe, ora è qui davanti a noi con l’aria smarrita e di chi ammette di aver abboccato al perfetto e ben riuscito scherzo.
E’ stato veramente divertente farlo rimanere a bocca aperta.
Ora siamo al completo, carichi come molle usciamo, siamo estasiati dalla bellezza di Sana’a in notturna, è una magia continua, le luci dei lampioni irradiano un caldo colore arancio, lo spettacolo delle finestre illuminate, dei vetri colorati e delle sottili lamelle di alabastro regalano alla città un’atmosfera veramente fatata.
Raggiunto un ristorante vicino alla piazza Midan at-Tahrir, ceniamo gustando dell’ottimo pesce al forno, verdure, salse varie, patate fritte e l’immancabile pane appena sfornato che viene cotto su piastre di metallo o nei forni di argilla, è una sfoglia circolare con bolle croccanti e bruciacchiate, simile alla pizza bianca, viene spezzato con le mani e mangiato caldo perché una volta raffreddato diventa gommoso. Si trovano anche altri tipi di pane, ma questo dalla forma circolare è il più buono in assoluto.
Dopo cena girovaghiamo per le vie di Sana’a come se fossimo sei vecchi amici che si sono ritrovati dopo tanto tempo, rientriamo all’Arabia Felix e, prima di darci la buonanotte, ci sediamo nel piccolo giardino dell’ingresso ricordando la casualità con cui ci siamo conosciuti.

09/01/2008 Sana’a-Shahara
Mi sono svegliata con la gioia nell’avere la certezza che proprio oggi andremo a Shahara.
Scendiamo a fare colazione e ci sono già Mohammed e Abdull, ci spiegano che oggi, secondo il calendario islamico è il primo giorno dell’anno, ci fa piacere essere qui in questa data particolare.
Partiamo con due jeep Toyota Land Cruiser, noi con Mohammed ed il resto della “truppa” con Abdull.
Pinuccio e Doni, essendo ottimi pasticceri, hanno avuto il buon pensiero di portare dall’Italia un panettone artigianale da mangiare insieme questa stasera a Shahara.
Appena usciti dalla città ci fermiamo al posto di blocco dove ci attende la scorta che ci accompagnerà per i prossimi due giorni. Sono sette uomini con un pick-up ed un mitragliatore nel cassone.
Lasciamo Sana’a e poco fuori ci fermiamo per ammirare il vicino villaggio di Benin Maimun costruito in pietra lavica.
Arrivati al villaggio di Amran facciamo una sosta per visitarlo. Ci addentriamo nei vicoli, le case sono costruite in adobe cioè con mattoni di fango e paglia, si respira un’aria antica e la gioiosità dei bambini è un aspetto che mi colpisce sempre ed in ogni luogo del mondo da noi visitato.
Lasciato il bel villaggio di Amran, lungo la strada ci fermiamo in un piccolo ristorante, pranziamo all’aperto; assaggio la salta, un tipico stufato yemenita a base di frattaglie di carne, verdure e fieno greco che dona alla pietanza un aroma particolare. E’ cotto in un tegame di pietra, quando viene servito è rovente, ma non l’ho trovato gustoso al mio palato.
Finito di pranzare chiedo ai poliziotti se è possibile scattare una foto in loro compagnia, accettano entusiasti e mi fanno salire sul cassone del pick-up, mi adornano mettendomi intorno al collo i nastri dei proiettili e dopo avermi messo in mano anche il mitragliatore sono pronta per le fotografie: un ricordo da portare a mio padre anche se mi chiedo cosa potrà pensare quando vedrà queste foto.
Questo è lo Yemen, con jambiye, kalashnikov, pistole e quant’altro ma tutto portato solo come simbolo e non con l’intento di ferire o sparare.
In tutto lo Yemen è possibile acquistare armi molto antiche, soprattutto nel nord del paese la maggioranza degli uomini è armata di kalashnikov.
Riprendiamo la marcia, i poliziotti hanno già con sé il Qat e iniziano il rito della masticazione.
Poco dopo, Mohammed – che, invece, è sprovvisto, si ferma al mercato del Qat di un piccolo villaggio e, dopo attenta selezione, lo acquista. Ripartiamo. Arrivati quasi a Huth lasciamo la strada asfaltata seguendo una pista che ci condurrà fino al punto di partenza della salita per Shahara, piccolo villaggio che si trova a quasi 3000 mt di altitudine.
Mohammed lava il Qat con una bottiglia d’acqua, inizia, quindi, a masticare offrendolo anche a noi, accettiamo con curiosità per capire quali siano gli effetti di questo arbusto miracoloso. Ci spiega che vanno masticate solo le foglie più tenere e i germogli, poi ci guarda e dice “Marco, Mirka da questo momento noi tre siamo buoni amici”.
Gli yemeniti apprezzano molto se si partecipa al rito della masticazione.
Questo arbusto (catha edulis) dal sapore leggermente amarognolo è per la quasi totalità degli yemeniti un elemento fondamentale nella vita quotidiana, molti dedicano interi pomeriggi alla masticazione delle sue tenere foglie, a volte il “rito” si protrae anche fino a tarda notte.
I suoi effetti non sono percepibili a livello di stordimento della mente, non provoca uno sballo come altre droghe, si ha semplicemente la sensazione di stare bene, di essere di buon umore e non si sentono né la fatica nè la fame, io non lo definirei neppure droga, anche se perseverare nel consumo potrebbe creare dipendenza psicologica, come la sigaretta.
Proseguiamo lungo la pista, in lontananza, sulla cresta degli alti monti, si scorgono le casette del villaggio di Shahara.
Arriviamo fino ad un punto dove ci sono uomini con vecchissimi pick-up Toyota cassonati,
saranno loro a condurci in cima e fino al villaggio.
Salutiamo Mohammed e Abdull che si fermano nel vicino villaggio e torneranno domani a riprenderci.
Saliamo, io e Marco, su un pick-up, Daniela, Sandro, Pinuccio e Doni su un altro, inizia l’arrampicata sulle alte montagne, la stretta mulattiera è piena di buche e grandi sassi, il percorso è impegnativo, bisogna tenersi ben saldi per rimanere in equilibrio sul cassone e attutire meglio i colpi.
Il panorama intorno a noi è stupendo, le montagne terrazzate sono interamente coltivate a Qat, man mano che si sale, la visuale sugli strapiombi è molto suggestiva. Dopo circa due ore arriviamo al villaggio di Shahara, i primi ad accoglierci sono bambini che subito si offrono per accompagnarci l’indomani al ponte.
Posiamo i pochi bagagli che ci siamo portati e giriamo per le viuzze del villaggio accompagnati dai molti bambini.
Il cambiamento di altitudine e la stanchezza si fanno sentire, ma non ci impediscono di godere dello spettacolo di un tramonto dai quasi 3000 m di altitudine di questi imponenti monti.
Ceniamo al funduq poi saliamo sulla terrazza e dopo poco, quando gli occhi si sono abituati al buio, lo spettacolo che si presenta a noi è magnifico, il cielo è illuminato da una infinità di stelle, le vedo talmente vicine che ho la sensazione che allungando una mano potrei anche toccarle.
Abbassando lo sguardo vedo solo le piccole luci delle casette che forano il buio della notte come in un presepe. Rientrati a causa del vento freddino che si è alzato, ci raduniamo in una saletta a parlare mangiando il panettone portato fin quassù da Doni e Pinuccio.

10/01/2008 Shahara-Sana’a
Ci svegliamo di buon’ora e dopo aver fatto colazione lasciamo il funduq. L’aria della mattina a questa quota è pungente.
Accompagnati dai bambini attraversiamo il villaggio e arriviamo ad una cisterna dove le donne riempiono secchi filtrando l’acqua con una tela di cotone.
Lasciamo il villaggio seguiti da due ragazzini, dopo circa un quarto d’ora di camminata, con il sole che inizia a scaldarci, arriviamo al tanto desiderato ponte di pietra, rallento il passo e sgrano gli occhi estasiata dalla sua bellezza.
Lo contemplo in ogni suo blocco di pietra color nocciola dall’aspetto lucido.
Il ponte fu costruito nel XVII secolo d.C. per unire due villaggi separati da una profonda gola. L’adrenalina per questo momento tanto atteso è per tutti palpabile, io e Daniela, in particolare, ci guardiamo e con orgoglio reciproco diciamo “obiettivo raggiunto! Eccoci sul magico ponte di Shahara”.
La simpatia dei nostri due giovani accompagnatori ci rende ancora più felici, una volta attraversato il ponte ci salutano continuando a chiamarci, udiamo a lungo l’eco delle loro voci.
Proseguiamo il trekking accompagnati da un altro ragazzo che ci guiderà lungo tutto il percorso e fino al villaggio sottostante.
Il sole è splendente, il caldo si fa sentire, il trekking è abbastanza impegnativo, scendiamo lungo uno stretto sentiero pietroso, a tratti ci sono pareti di sola roccia e bisogna prestare particolare attenzione per non scivolare. Vediamo alcune aquile librarsi nel cielo, osservandole penso che potrei aprire le braccia e volare insieme a loro.
Dopo circa tre ore di trekking arriviamo sfiniti e sudati ad un minuscolo villaggio, qui troviamo i pick-up che ci riportano al punto di partenza dove Mohammed e Abdull ci stanno aspettando.
Stanchi, ma appagati dalla stupenda avventura ci rinfreschiamo all’ombra di un’acacia mangiando una fetta anguria.
Riprendiamo la pista per rientrare a Sana’a masticando Qat con Mohammed.
Al nostro arrivo, l’ospitalità dei ragazzi dell’Arabia Felix è sorprendente.
Dopo una meritata doccia usciamo e la magia di Sana’a è nuovamente una sorpresa per noi.
Felici, ma nello stesso tempo tristi al pensiero che da domani ci si divide, andiamo a cena in un piccolissimo e stretto localino dove servono panini con kebab o con uova e pomodoro e gustosi frullati di frutta fresca.
Domattina gli amici milanesi partiranno molto presto per Socotra, ci salutiamo con il nodo in gola, ci rattrista doverli lasciare, ma ci promettiamo reciprocamente di rivederci presto in Italia.

11/01/2008 Sana’a-Mareb (dighe e templi Sabei)
Sono circa le 7,30, stiamo facendo colazione, arriva Mohammed, si siede con noi e si serve il chai, quando ad un tratto sentiamo giungere delle voci conosciute, solleviamo lo sguardo e scorgiamo Pinuccio e Doni che, con aria arrabbiata e addolorata, ci mettono al corrente della brutta situazione nella quale si sono venuti a trovare.
All’aeroporto di Sana’a, la compagnia aerea Yemenia non ha potuto imbarcarli sul volo per Socotra perché l’agenzia viaggi italiana utilizzata per l’acquisto dei biglietti non ha riservato i posti come invece avrebbe dovuto fare, l’aereo era pieno e Yemenia non ha potuto rimediare alla grave mancanza in alcun modo lasciandoli, di conseguenza, a terra.
Daniela e Sandro, che per l’acquisto dei biglietti hanno utilizzato una diversa agenzia, sono invece partiti regolarmente senza sapere cosa ne sarebbe stato degli amici. Tra l’altro, a Socotra non c’è linea per i cellulari al dì fuori di quella nazionale.
A distanza di pochi minuti, al telefono dell’Arabia Felix, ci chiamano Daniela e Yayha (loro guida a Socotra), parlano al telefono con Pinuccio suggerendogli di tentare di prendere il volo del lunedì successivo in partenza da Aden.
Mohammed propone loro di recarsi anche presso gli uffici di Universal per le prenotazioni e per rimediare in qualche modo, propone anche di aggregarsi a noi e di partire verso il deserto per prendere poi il volo per Socotra il venerdì successivo, ma non potendo ritardare di una settimana il rientro in Italia per impegni di lavoro, Doni e Pinuccio sono costretti a rinunciare a quest’ultima proposta.
Li accompagniamo davanti agli uffici dell’agenzia ad attendere che arrivi un referente, ma oggi è venerdì, l’equivalente della nostra domenica, ed è tutto più rallentato.
Ci salutiamo davanti al cancello in modo frettoloso perché entro le ore 9 noi dobbiamo essere al posto di blocco dove ci attende la scorta che ci seguirà fino a Mareb.
Ci accordiamo per tenerci in contatto ed aggiornarci su eventuali sviluppi tramite SMS.
Poco prima delle 9 arriviamo al posto di blocco fuori Sana’a e dopo poco partiamo.
Nonostante la scorta, che ci segue con un pick-up, all’incirca ogni 30 km c’è un posto di blocco dove Mohammed ha l’obbligo di consegnare un foglio di permesso per confermare l’avvenuto passaggio di due turisti.
Il paesaggio è arido e sassoso, man mano che proseguiamo lungo la dritta strada passiamo attraverso tratti di distese di sabbia desertica.
Mohammed ci dice sorridendo che questa zona è, per noi, come una prigione perché essendo il deserto terra di nessuno siamo costretti a muoverci esclusivamente con la scorta; alcuni episodi di sequestro ed un attentato non hanno certo migliorato la situazione, ora lo Stato ha ristretto la libertà di circolazione ed, inoltre, la sera, a Mareb, si è costretti a rimanere chiusi in hotel.
Arriviamo nella citta di Mareb, alle porte del deserto di sabbia, anche qui quasi tutti gli uomini portano il kalashnikov in spalla.
Arrivati all’Hotel Bilquis Mareb fa molto caldo, ci rilassiamo per un po’ di tempo in piscina, poi pranziamo e ci sdraiamo all’ombra di un albero a masticare Qat con Mohammed e altri driver.
Intorno alle 15 lasciamo l’hotel scortati e andiamo a visitare l’antica diga: Great Mareb Dam, costruita presumibilmente nel VΙΙΙ secolo a.C.
All’epoca dei Sabei la diga era un’importante opera d’ingegneria idraulica, irrigava un’area di 70 kmq di deserto ed era una fonte d’acqua per gli antichi popoli.
Di questa struttura ora rimane ben poco e, purtroppo, non si percepisce affatto la grandiosità che ebbe in passato.
Lasciata l’antica diga, poco distante, troviamo la bella New Dam, nuova diga, costruita nel 1986. Solo guardando quest’ultima ci si può rendere conto di ciò che poteva essere stata in passato la Great Mareb Dam, dato che la nuova è tre volte più piccola.
Ci spostiamo ancora e arriviamo al Mahram Bilquis, Tempio del Sole, dove nell’antichità veniva venerato il Dio Sole, il tempio pare che risalga almeno all’VIII secolo a.C. ed è il più grande di tutti i templi Sabei. Anche qui non restano altro che poche rovine. Osservando le otto colonne alte 9 m penso a come poteva essere, il tempio, in passato e nel pieno del suo splendore.
Spostandoci ancora di poco arriviamo all’Arsh Bilquis, chiamato anche Tempio della Luna o Palazzo di Bilquis, qui emergono dalla sabbia più reperti archeologici, saliamo sui dodici gradini che portano al tempio delle cinque colonne e mezzo molto ben conservato, gli archeologi ritengono che sia stato costruito nel II millennio a.C. prima dell’epoca Sabea.
Lasciato il sito, andiamo a visitare la vecchia città di Mareb fondata prima del I millennio a.C., anche qui si respira un’aria d’antichità, quello che rimane è poco anche a causa dei danni provocati dai bombardamenti durante la guerra civile del 1962.
Ammiriamo il tramonto da questo luogo carico di mistero.
Rientrati in hotel scatta per noi turisti il coprifuoco, dopo cena ci accomodiamo nella hall dell’hotel a giocare a scala quaranta con Mohammed.

12/01/2008 Desert Ramlat as Sab’atayn
Svegliarsi con la consapevolezza che oggi ci addentreremo nel deserto è una bella emozione!
Lasciamo l’hotel intorno alle 8, con noi c’è anche Ali, la scorta beduina, che a bordo di un pick-up ci guiderà nell’attraversata del deserto di sabbia.
Facciamo una breve sosta nella piccola e polverosa città di Mareb per acquistare i viveri e il Qat necessari per la nostra avventura nel deserto.
Poco fuori Mareb iniziano le dune di sabbia, arrivati a Safir lasciamo la strada asfaltata, il paesaggio desertico è interrotto solo da alcuni pozzi di petrolio.
Sgonfiamo le gomme della jeep e del pick-up di Ali per avere più aderenza sulla sabbia, si parte per questa fantastica avventura.
Il deserto Ramlat as Sab’atayn non ha dune molto alte, ma ugualmente è emozionante.
Ali ci precede facendo da apripista, ogni tanto scendiamo con le jeep dalle creste delle dune più alte. Anche se si tratta di un deserto prevalentemente piatto l’emozione e la sensazione d’infinito che regala è unica.
Intorno alle 12 lasciamo le dune e proseguiamo ai margini del deserto fino ad arrivare alla città fantasma di Shabwa situata nel wadi Arma.
Si pensa sia stata fondata intorno al 1200/1500 a.C., fu un importante punto di sosta per le carovane di cammelli che attraversavano il deserto, i carovanieri – al loro passaggio – erano obbligati a pagare un dazio.
Parte di questa città fantasma è ancora sepolta sotto la sabbia e l’aria che vi si respira è carica di mistero. Esploriamo ciò che ne rimane, mentre Mohammed e Ali preparano il pranzo.
Ali passa il kalashnikov a Marco (un AK-47), ci divertiamo come bambini scattandoci foto e simulando azioni di guerriglia, ma con la consapevolezza di avere tra le mani un’arma pesante e pericolosa.
Pranziamo all’ombra di un muro dell’antica città, con pane, tonno, pomodoro e cipolla, poi avvolti in quest’atmosfera misteriosa mastichiamo Qat. Ali parla solo arabo, Mohammed traduce per noi, e racconta che un solo beduino nel deserto vale più di cento soldati.
Alle 16 lasciamo Shabwa. Guardandomi indietro un’ultima volta, stampo nella mia mente l’immagine di questo luogo dal fascino particolare.
Seguiamo la pista fino ad imboccare un tratto di strada asfaltata per poi rientrare nel deserto sabbioso. Alla mia destra, in lontananza, vedo le pareti rocciose di un canyon, mentre tutto attorno solo dune di sabbia. Ci addentriamo ancora e poco prima del tramonto ci accampiamo per la notte in un avvallamento tra le dune.
Rimaniamo soli, io e Marco, sulla cresta di una duna, seguiamo il calare del sole ammirando le tonalità di rosa che assume tutto ciò che ci circonda.
Ali nel frattempo ha acceso il fuoco con la legna portata da Mareb.
Trascorriamo la notte seduti intorno al fuoco, mangiando e bevendo chai. Mentre Ali mastica Qat a lungo e lentamente, lo osservo ed il profilo del suo viso mi diverte: è deformato dalla grossa palla di Qat masticato ed il suo sguardo esprime beatitudine.
Ci infiliamo nei sacchi a pelo ammirando incantati il mare di stelle che, per questa notte, sarà il nostro tetto, nel silenzio assoluto ringrazio Allah per questa giornata.

13/01/2008 Desert Ramlat as Sab’atayn-Wadi Hadramawt
Siamo talmente immersi nella magia del deserto che ci svegliamo quando il sole ha già regalato i colori dell’alba.
Ali è rimasto sveglio tutta la notte con al fianco il suo fedele kalashnikov.
Prepara il chai facendo bollire l’acqua in un barattolo di latta, facciamo colazione e dopo aver passeggiato tra le dune riprendiamo il cammino fino a lasciare il deserto ed entrare nell’Hadramawt.
Percorriamo una dritta strada asfaltata arrivando ad un bivio che a destra conduce ad Al-Mukalla mentre, proseguendo dritto verso est, entra nel wadi Hadramawt.
Salutiamo Ali dopo la sosta in un chiassoso ristorante, lo ringraziamo per averci fatto vivere questa bella avventura.
Avanziamo all’interno del canyon ammirando le grandi e belle pareti di roccia che lo fiancheggiano, sul fondo dello wadi ci sono palme da dattero e campi coltivati a frutta, cereali e tabacco.
Vediamo le prime tipiche donne dell’Hadramawt con i vestiti neri ed il caratteristico cappello di paglia conico (il madhalla): sembrano le streghe di alcune fiabe.
Il wadi Hadramawt è lungo oltre 165 km, la sua larghezza va da 700 mt a un massimo di 12 km.
Proseguendo lungo la strada per altri 40 km arriviamo a Shibam, definita la Manhattan del deserto, è situata all’interno del wadi come tutti i villaggi dell’Hadramawt, fu costruita nel IV secolo a.C. ed è patrimonio mondiale dell’Unesco.
Varcate le mura che racchiudono la città, un agglomerato di palazzi di 7/8 piani costruiti in mattoni di fango e paglia rivestiti esternamente con il gesso, c’è una piccola piazzetta dove vediamo uomini che giocano a domino e bevono chai. Ci addentriamo a piedi nelle viuzze ammirando l’architettura delle caratteristiche case a torre.
E’ una meraviglia lasciarsi trasportare dall’allegra compagnia dei tanti bambini e dalle caprette che girottolano o rimangono coricate all’ombra dei palazzi.
Lasciata Shibam, dopo pochi chilometri, giungiamo al Al-Hawta Palace Hotel, un incantevole hotel costruito interamente in fango e argilla, circondato da un bel giardino con palme da dattero che ospita una piscina dove la sera grossi pipistrelli volano a pelo d’acqua.
Dopo una meritata doccia usciamo a pranzare con Mohammed, passiamo da un divertente mercato del Qat, facciamo scorta e rientriamo in hotel ritirandoci nella nostra camera a masticare fino a poco prima del tramonto.
Masticare Qat oramai è diventato anche per noi un rito quotidiano (quasi!) che condividiamo con Mohammed entrando in perfetta e completa armonia.
Mohammed ci racconta della sua splendida famiglia, ha moglie e tre figli, ci promette che al rientro a Sana’a ci porterà a casa sua per farceli conoscere e per passare un po’ di tempo con loro.
La simpatia reciproca che nutriamo sta sfociando in una amicizia, siamo felici di questo.
Arriviamo a Seyun prima del tramonto, il muezzin sta richiamando i fedeli alla preghiera ed è divertente vedere come i negozianti si affrettino a concludere o a rimandare un affare per correre alla moschea a pregare.
Ci fermiamo tutti e tre a Seyun, curiosando nel suq. Entriamo in un botteghino dove assaggiamo il buonissimo miele dell’Hadramawt che ha una consistenza solida, simile al caramello, ed è considerato il migliore al mondo.
Ceniamo e rientriamo al Al-Hawta Palace Hotel dove ci attardiamo a giocare a scala quaranta come tre grandi giocatori.

14/01/2008 Tarim-Seyun-Shibam(Wadi Hardamawt)
Dopo l’ottima colazione fatta nella nostra dimora regale andiamo verso est. Superata Seyun, arriviamo a Tarim che nell’antichità fu capitale dell’Hadramawt e anche un importante centro di teologia islamica.
Visitiamo Al-Kaf Palace, antico palazzo di uno sceicco che presenta un miscuglio di stili, al suo interno si possono ammirare bellissime finestre dai vetri colorati, un vero splendore!.
Giriamo per la città, anche qui, come negli altri villaggi dell’Hadramawt, i palazzi sono di fango, facciamo una fugace visita alla libreria, arriviamo alla grande Al-Muhdar Mosque il cui colore bianco ci abbaglia. Il minareto è alto quasi 40 mt ed è il più alto dello Yemen.
Tornati a Seyun, visitiamo il Sultan’s Palace, bello, bianco, imponente e con l’aspetto di una torta nuziale, all’interno c’è un ricco museo che custodisce collezioni e reperti molto antichi.
Girando per il suq ammiriamo anche le tombe di Al-Habshi e la Al-Haddad Mosque.
All’interno di un negozio che espone i tradizionali abiti neri c’è una giovane donna, mi avvicino e chiedo se mi aiuta a sceglierne uno per me, lei mostra disagio e, compresone il motivo, chiedo a Marco di lasciarci sole. Mi squadra, sceglie tra i tanti abiti e me ne porge uno con bei ricami, sorrido e lo indosso sopra i miei vestiti, lei mi osserva e mi fa capire che è perfetto, le stringo la mano e la ringrazio molto per avermi aiutato.
Da questo momento l’abito nero costituirà il mio abbigliamento per tutto il viaggio.
Pranziamo vicino al palazzo del sultano, alcune donne si avvicinano incuriosite dal mio abito nero, la cosa le diverte e io ne approfitto per chiedere loro se posso scattare una foto, alcune rifiutano, ma due di esse, guardandosi intorno con aria furtiva, sollevano il velo offrendo i loro meravigliosi volti al mio obiettivo.
Torniamo a Shibam per visitare una tipica casa a torre. Giriamo senza meta per le polverose e animate vie, ci lanciamo anche nella contrattazione di qualche pezzo di antichità, il tempo scorre talmente veloce che facciamo tardi per andare a vedere il tramonto da fuori le mura. Sappiamo di aver perso una bella visione ma siamo ripagati dalla cordialità ricevuta dalla gente.
Ceniamo in hotel, decidendo poi tutti e tre di andare a dormire subito dopo in modo da poter partire presto domani mattina per avere più tempo da dedicare alla visita del wadi Do’an.
Stasera abbiamo ricevuto un sms da Pinuccio e Doni, non sono riusciti ad andare a Socotra, anche il volo da Aden era pieno, rimarranno ancora qualche giorno nello Yemen poi rientreranno in Italia. Siamo molto dispiaciuti nel ricevere la notizia e immaginiamo che per Daniela e Sandro sia anche peggio.

15/01/2008 Wadi Do’an-Al-Mukalla
Alle 7 siamo in piedi, il sole è offuscato dalle nuvole, lasciamo il wadi Hadramawt ed entriamo in una diramazione chiamata wadi Do’an, in breve tempo schiarisce, le poche nuvole rimaste formano striature molto belle e il blu intenso del cielo fa da contorno alla meraviglia di questo luogo con stupendi canyon.
Il wadi Do’an è considerato la diramazione più bella del wadi Hadramawt e subito comprendiamo il motivo per cui si rimane a bocca aperta incantati dal paesaggio: i piccoli e ordinati villaggi, costituiti da casette dipinte a colori pastello, sono costruiti all’interno del wadi o aggrappati alle pareti del canyon, sono così perfetti da sembrare dipinti.
Facciamo sosta ad Al-Hajarayn, salendo lungo le strette vie sterrate, io e Marco raggiungiamo il centro del villaggio.
Camminando ci ritroviamo davanti ad una scuola dove è in corso una lezione, mi aggrappo alla finestra, come mi vedono tutti i bimbi mi salutano in modo festoso, il maestro ci invita ad entrare.
Siamo l’attrazione principale, il maestro ci spiega che questa è la scuola per i maschi, più avanti c’è quella per le bambine.
Lasciamo le penne che abbiamo con noi, il maestro ci ringrazia per aver accettato l’invito ad entrare in aula e per aver raccomandato a tutti che studiare è una cosa importante per il loro futuro.
Lasciata la scuola ed il villaggio ci fermiamo da un giovane venditore per acquistare il prelibato miele ed una scatola di latta con all’interno il favo delle api pieno di miele.
Il simpatico uomo ci intrattiene mostrandoci la sua pistola automatica ed esprimendo con le poche parole d’inglese che conosce la sua simpatia per noi italiani.
Proseguiamo lungo il wadi Do’an facendo sosta al villaggio di Budhah con le sue bellissime porte antiche intarsiate, qui provo per la prima volta a salire sulla groppa di un asinello.
Vediamo anche alcune belle pastorelle con il cappello da strega che riesco a fotografare nonostante la loro contrarietà.
Guardiamo l’orologio, sono già le 14 passate, a fatica troviamo un ristorantino per sfamarci, mentre pranziamo ci tengono compagnia alcuni uomini che raccomandano a Mohammed un venditore di Qat del vicino mercato.
Riprendiamo la marcia a ritroso facendo sosta in un villaggio dove un ricco sceicco ha costruito una strada, la scuola e sta terminando un ospedale, ammiriamo da fuori il suo palazzo dipinto con vari colori pastello.
Dal villaggio percorriamo una ripida salita fino a raggiungere la sommità delle pareti del canyon.
Il panorama dall’alto è molto bello. Dopo l’ennesima sosta panoramica imbocchiamo una strada che corre tra brulle montagne di color rosso e ocra.
Arriviamo ad Al-Mukalla che è già buio, ci fermiamo a mangiare degli ottimi gamberi cotti al forno, facciamo un giro e andiamo all’Hotel Al-Amoudi dove pernottiamo.

16/01/2008 Al-Mukalla-Bir Ali
Alle 8 lasciamo l’hotel, facciamo una breve visita al mercato del pesce dove sono esposti tonni pinna gialla, visitiamo anche l’adiacente mercato della frutta facendone provvista.
Passiamo dal distretto di Polizia a prendere la scorta che viaggerà con noi fino a Bir Ali.
Girando per le vie di Al-Mukalla, notiamo la grande e continua espansione della città sul mare Arabico e, confrontandola con tutto ciò che abbiamo visto fino ad ora, non proviamo particolari emozioni.
Il tratto di costa fino ad arrivare a Bir Ali è molto bello, il mare ha un intenso color turchese con montagne di pietra lavica e pareti ricoperte da dune di sabbia bianca portata dal vento, il viaggio è un susseguirsi di colori.
Arriviamo al piccolo villaggio di Bir Ali, costruito in pietra, lasciato il poliziotto, andiamo alla spiaggia dove ad aspettarci ci sono Sharif, nota guida nonché amico di Mohammed e la sua compagna.
La spiaggia è molto bella con sabbia bianchissima, non c’è vegetazione attorno, a destra della spiaggia una montagna di scura roccia lavica si innalza dal mare.
Dormiamo all’interno di piccole capanne di paglia e fango, aperte sul davanti, dotate di materassini di spugna. Per pranzare raggiungiamo la piccola casetta di pietra che ospita lcune stanze spartane per dormire e dove alcuni ragazzi servono i pasti.
Dopo pranzo si alza un forte vento, restiamo rintanati nella capanna di Sharif a masticare Qat, a parlare di religioni, di guerre, della diversità fra le nostre culture, Sharif ci racconta, inoltre, dell’incontro con Patrizio Roversi (il turista per caso!) e di quando lo accompagnò nel suo viaggio attraverso lo Yemen.
Il tramonto regala bei colori ma il vento non ci abbandona.
Calata la notte, il generatore illumina le nostre capanne, facciamo una doccia, mangiamo e rimaniamo io, Marco e Mohammed nella nostra capanna a giocare a scala quaranta che oramai è diventato il nostro passatempo serale preferito.

17/01/2008 Bir Ali-vulcano Bir Ali
Alle 7 siamo svegli, il vento è calato, facciamo colazione e, con Mohammed, andiamo al villaggio di Bir Ali, facciamo benzina per la modica cifra di 26 centesimi di euro al litro: una miseria rispetto ai costi proibitivi del carburante in Italia!
Proseguiamo per pochi chilometri fino ad arrivare ai piedi del vulcano Bir Ali.
Mohammed si ferma giù mentre noi iniziamo la ripida scalata fino ad arrivare sulla cresta.
Quassù tira un forte vento, la visuale che si presenta ai nostri occhi è stupenda, all’interno del cratere c’è l’acqua, oltre il cratere si vede il mare e tutto intorno il suolo, costellato di rocce vulcaniche, sembra un paesaggio lunare.
Ad un tratto vediamo salire un vecchio pick-up, man mano che si avvicina guardiamo nell’abitacolo, c’è solo un uomo alla guida, continuiamo a osservarlo incuriositi, arrivato in cima, scende dal pick-up, ha un kalashnikov in spalla, una lunga barba e il turbante bianco: sembra la perfetta copia di Bin Laden!
L’uomo si avvicina a Marco, parla solo arabo, non capiamo nulla, ma gli porge il kalashnikov e – a gesti – gli fa intendere che vuole che spari. Prende una vecchia lattina arrugginita, la posiziona e lo incita a sparare. Il colpo non va a segno.
Saliamo sul suo pick-up e ritorniamo ai piedi del vulcano dove abbiamo lasciato Mohammed, chiediamo se dobbiamo pagargli il colpo sparato, Mohammed traduce che il vecchio non vuole nulla ed è felice così.
Rientriamo alla spiaggia di Bir Ali, rimaniamo soli a camminare e a fare bagni.
Purtroppo anche oggi si alza il vento, pranziamo e trascorriamo il pomeriggio in compagnia di Mohammed, Sharif, la sua compagna e altre guide radunati in una capanna al riparo dal vento e dalla sabbia.
Dopo aver ammirato il tramonto, trascorriamo il resto della serata in compagnia dell’ormai inseparabile Mohammed giocando a scala quaranta.

18/01/2008 Bir Ali-Aden
Oggi ci attende una tappa di 400 km per arrivare ad Aden.
Salutiamo Sharif, la sua compagna e i ragazzi che lavorano in questa piccola e spartana struttura, ci sorprende la cordialità riservataci dal proprietario che – a ricordo del nostro soggiorno – ci regala una grande conchiglia. Lasciamo il luogo e la compagnia con un nodo in gola. Facciamo una breve sosta al villaggio per prelevare un poliziotto che ci farà da scorta.
A noi si è unita un’altra jeep, insieme percorreremo il tratto di strada fino ad Aden.
Mohammed è concentrato nella guida, la musica araba ci accompagna in sottofondo, dal sedile posteriore osservo il panorama che alterna dune di sabbia ad arbusti e acacie. All’improvviso due caprette ci tagliano la strada, non abbiamo alternative, se sterziamo verso l’esterno della carreggiata ci ribalteremo sicuramente… inevitabilmente investiamo una delle due caprette, contemporaneamente incrociamo un pick-up che, avendo assistito alla scena, ci fa cenno di fermarci. Scendiamo dall’auto e in breve si forma un capannello di uomini, inizia un’animata discussione tra il proprietario della capretta, Mohammed, il poliziotto e Ali la guida dell’altra jeep che viaggia insieme a noi.
Vediamo circolare alcune banconote, comprendiamo così che deve essere pagato il danno, contribuiamo anche noi con una quota, quindi ripartiamo. Dal vetro posteriore della nostra Land Cruiser vedo che gli uomini afferrano la capretta per le zampe e, dopo averla trascinata sul ciglio della strada, la lasciano in pasto ai falchi: non essendo stata uccisa con il taglio della gola la religione islamica vieta di mangiarla.
Arrivati al posto di blocco di Shuqra salutiamo il giovane poliziotto che ci accompagna, entriamo nel villaggio e pranziamo in un animato ristorante pieno di uomini. Sono attratta dai tanti falchi che sorvolano il villaggio e mi diverto a scattare foto con il teleobiettivo.
Mangiamo molto bene chiudendo il pasto con un dolce fatto con banane schiacciate in un mortaio, miele, latte condensato e chissà cos’altro.
Facciamo la classica sosta al mercato del Qat, mentre Mohammed e Marco sono impegnati nella scelta io mi aggiro tra i banchetti dei venditori che mi chiamano per farsi fotografare, in cambio di qualche scatto mi regalano alcuni rametti di Qat.
Verso le 16,30 arriviamo nella grande città di Aden, ex colonia britannica e antica capitale del sud.
La città si sviluppa intorno alle pendici di un vulcano spento e la zona di Crater si trova all’interno del cratere, riconoscere ad occhio nudo la precisa conformazione del vulcano non è facile.
Sin dall’antichità Aden ha favorito gli scambi marittimi fra Oriente e Occidente ma, ora, la modernità ha il sopravvento ed è evidente, qui si vedono le uniche donne senza velo.
Raggiungiamo l’hotel Aden Gulf situato nella parte della città chiamata Crater, posati gli zaini nella camera che ci è stata assegnata, ci raduniamo subito dopo nella stanza che Mohammed condivide con Ali e un altro driver. Stiamo chiacchierando, quando al telegiornale dell’emittente Al-Jazeera diffondono una notizia, vediamo i nostri amici cambiare espressione, con aria che esprime preoccupazione ci informano su quanto è appena stato comunicato: quattro ore fa c’è stato un attentato nel villaggio di Al-Hajarayn, nel wadi Do’an, nel corso del quale sono state uccise due turiste belghe e due guide yemenite.
Mohammed ci ricorda che il fattaccio è avvenuto nel villaggio dove noi solo tre giorni fa abbiamo comperato il miele.
Siamo esterrefatti, non crediamo che l’attentato sia opera della gente del luogo, Mohammed ci spiega che quasi certamente gli autori sono membri appartenenti ad Al-Qaeda, lo scopo di tale atto criminoso è quello di colpire il popolo, i turisti e destabilizzare l’economia del Paese.
Il pensiero di tutti vola alle rispettive famiglie: loro telefonano subito a casa per tranquillizzare i famigliari, mentre noi decidiamo di aspettare perché non vogliamo creare allarme nel caso la notizia non fosse ancora stata diffusa in Italia.
Dopo aver fatto una doccia usciamo con Mohammed, nel suq acquisto il pregiato incenso di Aden, entriamo poi in uno dei tanti botteghini che vendono gioielli in oro. Acquistare oro è una delle attività preferite dalle donne yemenite, l’oro è a 21 o 24 carati, i monili sono molto appariscenti e lavorati, scelgo un piccolo anello da portare a casa per ricordo.
Per il dopo cena, Mohammed propone una serata in discoteca dato che Aden è l’unica città di tutto lo Yemen ad ospitarne, accettiamo incuriositi.
Ci fermiamo da un venditore ambulante, Mohammed acquista una collana di fiori di gelsomino, me la mette al collo, ha un profumo inebriante: ci racconta che quando viene regalata ad una sposa è da considerare un dono molto apprezzato perché emana un buonissimo profumo per tutto il giorno.
Faccio una breve telefonata a casa, capisco che la notizia del recente attentato non è ancora di dominio pubblico.
Alle 23 usciamo, con noi ci sono anche Ali, un altro driver e due turiste. Attraversiamo parte della città, arriviamo quindi all’hotel Intercontinental, un tre stelle con annessa discoteca.
Paghiamo 1.000 riyal a testa ed entriamo, c’è una grande sala con luci soffuse, seduti ai tavolini si vedono solo uomini arabi, sul palco, di fronte a noi, un gruppo suona dal vivo musica araba, completano la scena diverse giovani ballerine irachene che indossano abiti all’occidentale molto succinti, mentre ai margini del palco ci sono alcune ragazze yemenite velate.
Mohammed mi spiega che le donne che vedo sono prostitute e che locali come questo vengono frequentati da facoltosi uomini arabi.
Essendo la città di Aden affacciata su un grande porto commerciale è molto frequentata da uomini d’affari, le discoteche rappresentano, per alcuni di essi, luoghi di perdizione.
Osserviamo le movenze sensuali delle ballerine che danzano sulla pedana posta di fronte a noi o che girano tra i tavoli occupati, perlopiù, da uomini forniti di voluminose mazzette di banconote di piccolo taglio, banconote che vengono lanciate addosso alle danzatrici e subito recuperate da un addetto che, veloce, le infila in un sacco.
Durante la serata ci sono momenti in cui i presenti possono ballare, anche noi ci lasciamo trasportare dalla musica e catturare dall’ambiente che, paragonato ai nostri locali, è molto simile ad un night. A notte inoltrata si conclude questa esperienza particolare e, lasciato il locale, andiamo a dormire.

19/01/2008 Aden-Taiz
Andiamo a visitare le antiche cisterne della città che pare risalgano al I secolo d.C., l’insieme è considerato una grande opera di ingegneria idraulica in quanto, grazie ad un sistema di gradini e condotti, l’acqua confluiva in 53 cisterne.
Quello che si può ammirare ora si riduce ad una decina di cisterne, se ne intuiscono, comunque, l’imponenza e l’importanza avute nel passato.
Visitiamo l’Aden Museum che custodisce bei reperti, andiamo poi a dare un’occhiata alla parte antica del porto.
Lasciamo la moderna città di Aden scortati da un’auto, durante il tragitto ci fermiamo a pranzare, proseguiamo poi il viaggio verso Taiz senza scorta. Lungo la strada acquistiamo il Qat, ci addentriamo, infine, tra i monti arrivando a Taiz posta a 1400mt di altitudine.
E’ una bella città, caotica, la terza più grande dello Yemen. Arrivati all’hotel Yemen Tourism, Mohammed va a riposare, mentre noi, nonostante la stanchezza cumulata durante la notte precedente, usciamo per visitare il vicino suq, entriamo dalla porta di Bab Al-Musa e usciamo da Bab Al-Kabir. Questo suq è molto bello, ci lasciamo affascinare dalle tante mercanzie e dai profumi delle spezie.
Rientrati in hotel crolliamo dalla stanchezza.

20/01/2008 Taiz-Jibla-Ibb
Oggi visiteremo i villaggi di Jibla e Ibb, situati a circa 74 km da Taizz.
Dopo colazione usciamo e andiamo a visitare la Al-Ashrafiya Mosque che fu costruita nel 628 d.C.
Al momento la moschea è chiusa ai fedeli per lavori di ristrutturazione, riusciamo, per questo motivo, guidati da un addetto, a visitarne l’interno che presenta un bellissimo soffitto decorato ed una serie di antiche porte con preziosi motivi intarsiati.
Lasciata la caotica Taiz, percorriamo una bella strada panoramica attraverso monti verdi, questa zona è rinomata per essere la più lussureggiante dello Yemen.
Ammiriamo da lontano la bellezza di Jibla, siamo a circa 2200mt di altitudine, man mano che ci avviciniamo mettiamo a fuoco i suoi minareti dai bellissimi intarsi colorati.
Dal XI al XII secolo d.C. Jibla fu capitale della dinastia dei Sulayhiditi e prosperò sotto il regno della regina Arwa che fece costruire numerose moschee, scuole e ponti, fu anche un importante centro di teologia islamica.
Lasciamo la jeep ai piedi del villaggio, Mohammed parla con un ragazzo che dice di essere il fratello di Rima: la ragazza molto conosciuta sui forum di viaggi per essere una brava guida.
Rima appartiene a una famiglia progressista che le consente di non indossare il velo e di lavorare con i turisti, grazie a ciò oggi sa parlare, ma non scrivere, cinque lingue.
Ali, il fratello, ci spiega che Rima lavora come insegnante nella scuola di Jibla e se vorremo conoscerla lo potremo fare dopo le ore 13 al termine delle lezioni.
Si propone quale guida per mostrarci le meraviglie del suo villaggio.
Accettiamo e ci incamminiamo, dopo poco Ali si ferma davanti ad una piccola casa bianca, è la loro abitazione, ci invita ad entrare. Ci accoglie una bella donna a viso scoperto con in braccio un bambino, ci dice di essere uno dei dodici fratelli di Rima. Entriamo e saliamo nella mazar, ci offrono il chai, Ali parla abbastanza bene l’italiano, ci chiedono di noi e restano sorpresi nel sapere che non abbiamo figli, loro a confronto hanno famiglie parecchio numerose.
Ci raccontano che un’altra loro sorella, prima di Rima, faceva da guida ai turisti, ma che una volta sposata non ha potuto continuare. Concordiamo di tornare nel pomeriggio per conoscere Rima e per passare un po’ di tempo in sua compagnia.
Ci incamminiamo incantati dalla bellezza di questo villaggio costruito interamente in pietra, arrivati alla Queen Arwa Mosque ammiriamo da vicino la raffinatezza degli intarsi e dei decori in calce dei suoi due minareti: uno è interamente bianco, l’altro ha colorazioni rossastre, sono autentici capolavori!
All’interno della moschea c’è un bellissimo cortile con un porticato ad archi che corre tutto intorno, ci sono, inoltre, piccole fontanelle per le abluzioni. Mi emoziono nel vedere due uomini che stanno pregando. Dentro la sala della preghiera c’è la tomba della Regina Arwa, a noi non è consentito entrare ma Ali può farlo e ci offre la possibilità di vederla chiedendomi la macchina fotografica. Possiamo così ammirare la meravigliosa tomba ed anche la sala adornata di tappeti con un uomo che legge da un grande libro del Corano.
Percorriamo il porticato lungo tutto il suo perimetro, facendo il giro completo ci troviamo davanti alla madrasa (la scuola Coranica), vediamo l’hammam, infine lasciamo questa meraviglia.
Saliamo lungo le ripide stradine fino ad arrivare al mercato del Qat per poi ridiscendere e raggiungere la bella As-Sunna Mosque che sembra fatta di glassa, il suo minareto, come gli altri presenti qui, è decorato con una colorazione rossastra.
Vediamo anche il Dar as-Sultana Palace, al momento è in fase di ristrutturazione dato che è molto in decadenza, nell’era della Regina Arwa il palazzo aveva più di trecento stanze e si narra che la sovrana dormisse in una stanza diversa ogni notte.
Raggiunta la jeep, Mohammed prende accordi con Ali per tornare nel pomeriggio ad incontrare Rima.
Percorriamo i pochi chilometri che ci separano da Ibb, posta a circa 2000mt di altitudine, questa città risale agli albori dell’epoca islamica, si trova su un’alta collina ed è capoluogo della regione.
Raggiunta la parte antica ci addentriamo a piedi nelle stradine acciottolate, acquistiamo da un venditore di strada dei dolcetti di pastella fritti e passati nel miele, una delizia per il palato, un po’ meno per i denti!
Un ragazzino ci guida per le vie mostrandoci le antiche case di pietra, le finestre con disegni geometrici e belle porte intarsiate. Arriviamo alla Al-Jalaliya Mosque, il suo minareto bianco e decorato di rosso svetta nel cuore di Ibb.
Si è fatto tardi, sono quasi le 14, andiamo a pranzare nella parte più nuova della città.
Consumiamo un buon pasto a base di pollo, capra, riso, stufato di verdure e brodo di capra che viene preparato in piccoli contenitori d’alluminio con poca acqua, un pezzo di carne e le spezie: è molto concentrato e saporito.
Lasciamo Ibb e torniamo a Jibla dove troviamo Ali nello stesso punto di stamani, ci dice che Rima è impegnata con alcuni turisti ma che a breve sarà da noi.
Dopo poco arriva, abbiamo il piacere di conoscere questa bella ragazza di soli 19 anni che – oltre a diverse altre lingue – parla molto bene l’italiano, ci invita a fare un giro per il villaggio, visitiamo il piccolo museo, ci racconta di sé, della sua volontà di frequentare l’Università e chissà?… di poter visitare, in futuro, anche l’Europa. E’ un piacere ascoltarla mentre ci racconta la storia del suo villaggio e della sua Regina.
Sono incantata dalla sua dolcezza, dalla sua tanta voglia di emergere e, una volta laureata, dalla sua volontà di essere d’aiuto al suo villaggio nonostante alcune difficoltà incontrate proprio perché non indossa il velo.
Le auguriamo che possa realizzare tutti i suoi desideri, la nuova Regina di Arwa (è così che immaginiamo Rima) imbarazzata ci sorride dicendo: Inshallah! Se Dio vorrà!.
Rientrando a Taiz ripenso a Rima e sono felice di questo piacevole incontro.
Ceniamo con Mohammed in un ristorante poi camminiamo lungo le vie disposte intorno al suq, udiamo della musica e, svoltato un angolo, ci ritroviamo nel bel mezzo di un gruppo di soli uomini impegnati a festeggiare un matrimonio, evento che, nello Yemen, separa i due sessi: le donne, infatti, festeggiano da una parte, gli uomini festeggiano altrove. E’ un piacere vedere come e quanto questi uomini si divertono ballando, giocando e spruzzandosi con la schiuma da barba.
Rientriamo in hotel e andiamo a nanna.

21/01/2008 Taiz- Zabid (Tihama)-Al-Hudayda
Alle 8 lasciamo l’hotel, si sale sul monte Jabal Saber che si trova alle spalle di Taiz ed è alto 3070mt. Arrivati ad un punto panoramico godiamo della spettacolare vista sulla città e sui monti che la circondano.
Sulla via del ritorno ci fermiamo a visitare il castello di Al-Qahera, risalente all’impero Ottomano e recentemente ristrutturato, passeggiamo lungo i percorsi pedonali ammirando la sua bellezza e godendoci il panorama in compagnia di un gruppo di ragazzini.
Ci lasciamo alle spalle Taiz percorrendo un tratto di strada montuosa fiancheggiata da palme da dattero, scendiamo poi verso la costa del Mar Rosso entrando, infine, nella Tihama.
La zona è desertica e piatta, la vegetazione è costituita da acacie e arbusti, con abitazioni a capanna più simili a quelle della vicina Africa. La Tihama è considerata la zona più calda dello Yemen e, secondo noi, non riserva particolari bellezze.
Arriviamo a Zabid, patrimonio mondiale dell’Unesco, questa città è considerata uno dei luoghi più caldi al mondo.
Fu fondata nel 819 d.C e sin dall’antichità fu una città importante per gli studi islamici e scientifici, si narra che l’algebra sia stata inventata qui.
La città è circondata da mura parzialmente conservate che racchiudono case intonacate di bianco.
Un uomo ci guida mentre Mohammed si ferma a riposare presso il ristorante dove pranzeremo.
Visitiamo il Nasr Palace che non presenta nulla di particolare, vediamo poi la vicina Al-Iskandar Mosque.
Mentre ci addentriamo nei vicoli polverosi di questa cittadina, si alza il vento e il cielo assume un colore grigiastro mescolandosi con il colore della terra.
Un’anziana signora mi invita ad entrare, sola, nella sua abitazione facendomela poi visitare.
Passiamo attraverso il suq e arriviamo alla casa di Pier Paolo Pasolini. Al suo interno due ragazzi ci offrono il chai e ci deliziano con profumi e incensi.
Tornando al ristorante il vento è ancora più forte e tutto intorno a noi è ancora più grigio.
Penso alle tante meraviglie viste fino ad ora durante il nostro viaggio e mi domando perché Pier Paolo Pasolini abbia scelto questo villaggio disperso nel nulla, dal clima torrido, con vento e polvere che la fanno da padroni, quale luogo per abitarci, non riesco a darmi una spiegazione.
Prima di arrivare al ristorante l’uomo afferma che, oltre al prezzo pattuito in precedenza per farci da guida, gli dobbiamo pagare anche l’entrata al Nasr Palace e la visita alla casa di Pier Paolo Pasolini, insistendo nel pretendere i soldi prima di arrivare al ristorante da Mohammed.
Siamo titubanti perché fino ad ora dove c’erano ingressi da pagare li abbiamo sempre pagati all’entrata. Prendo dallo zaino la guida EDT e leggo che all’interno del Nasr Palace c’è un museo che non abbiamo visitato.
E’ evidente che vuole approfittare di noi, arrivati da Mohammed spieghiamo l’accaduto, Mohammed si rivolge all’uomo con un tono alterato, discutono in arabo, dopo l’animata disputa lasciamo – senza pagare nulla – l’unico yemenita disonesto incontrato durante il nostro viaggio.
Mohammed ci riporta al Nasr Palace, pagato l’ingresso, visitiamo il museo, subito dopo lasciamo Zabid.
Facciamo una veloce sosta in un mercato del Qat, decidiamo poi di proseguire fino ad Al-Hudayda senza fermarci al mare dato che vento e polvere impediscono qualsiasi attività.
Ci dedichiamo alla masticazione del Qat per superare la rabbia causata dall’individuo disonesto incontrato a Zabid.
Arriviamo ad Al-Hudayda prima del tramonto, siamo piuttosto delusi da questo tratto di costa, il mare è mosso, la sabbia è scura e sembra tutto tranne che il tanto apprezzato Mar Rosso dell’Egitto.
Andiamo all’hotel Taj Awsan, facciamo una doccia, in seguito usciamo con Mohammed.
Dopo un giro per il suq andiamo sul lungomare dove per 1000 riyal acquistiamo 1 kg di gamberi, raggiunto un vicino ristorante ce li facciamo cucinare e ci gustiamo l’ottima cenetta.
Tornati in hotel, dopo la consueta partita a scala quaranta, andiamo a nanna.
Domattina visiteremo il mercato del pesce, poi finalmente si parte per i monti Haraz.

22/01/2008 Al-Hudayda- (Monti Haraz) Al-Hajjarh – Manakhah
Lasciamo presto l’hotel e andiamo a visitare il famoso mercato del pesce di Al-Hudayda.
Oggi il mare è meno mosso, ma ugualmente non regala bei colori.
Resto sbalordita dalla quantità di pesci che vedo, ci sono grossi squali grigi, squali martello, squali chitarra, tonni, cernie, barracuda e molti altri tipi di pesci.
Un allegro pescatore ci guida per il mercato, spiegandoci in un inglese approssimativo, che ora, essendo inverno, la quantità di squali e altri pesci pescati è molto inferiore rispetto all’estate.
Ci aggiriamo fra i tanti squali morti, notando che prima di ogni altra parte si asportano le pinne che sono destinate all’esportazione in Cina dove vengono consumate perché considerate afrodisiache.
Mi colpisce una scena: un pescatore sventra la pancia di un grosso squalo e ne estrae sette cuccioli.
Non sono particolarmente entusiasta di questo mercato proprio perché ci si rende conto della carneficina quotidiana che viene eseguita in questo tratto di mare.
Lasciamo Al-Hudayda e, passata la piana della Tihama, ci addentriamo tra i monti costeggiando il wadi Sara, con le sue molte piantagioni di banane e manghi.
I monti che ci circondano sono stupendi, più ci avviciniamo più la loro bellezza è imponente.
Superata Manakhah, proseguiamo per alcuni chilometri fino a raggiungere il villaggio di Al-Hajjarh risalente al XI secolo d.C.
Siamo a 2400mt. di altitudine, il villaggio, composto da belle casette costruite in pietra, si trova in una posizione spettacolare in cima ad una montagna e gode di panorami mozzafiato sui monti Haraz.
Ci sorprende sentire che, qui, in molti parlano diverse lingue e per la prima volta siamo infastiditi dalla troppa insistenza dei venditori e dei bambini che si offrono quali guide.
Al-Hajjarh e Thula sono gli unici villaggi di tutto lo Yemen dove usano questa tecnica davvero snervante per noi turisti.
Torniamo a Manakhah a 2200mt, arrivati al funduq Al-Aqel, pranziamo poi sistemiamo gli zaini in una piccola stanza a tre letti con bellissimi vetri colorati, mi affaccio alla finestra ed ammiro incantata il panorama, da qui si domina il villaggio contornato da spettacolari montagne.
Mohammed si ferma al funduq a masticare Qat, mentre io e Marco usciamo, in questo luogo le persone sono molto ospitali e cordiali, non sono assillanti ed insistenti come nel vicino villaggio di Al-Hajjarh.
Girovagando tra i vicoli dissestati passiamo davanti ad un’abitazione dove ci sono numerosi bambini che ci fermano per farsi fotografare, ci spiegano che all’interno della casa stanno facendo le prove per una festa matrimoniale, mi affaccio incuriosita e intravedo donne e bambine con abiti coloratissimi pieni di lustrini, con braccia e mani dipinte con henne, mi guardano curiose e allo stesso tempo intimorite dalla macchina fotografica che porto al collo, mi fanno subito cenno di non voler essere fotografate, non insisto, capisco la situazione e lascio le donne alle loro prove.
Rientriati al funduq, Mohammed ci anticipa la sorpresa della serata: un gruppo danzerà e canterà per noi turisti.
All’ora del tramonto salgo sulla terrazza dove mi fermo ad osservare il calare del sole, il momento è carico di magia, in breve tempo il sole sparisce dietro i monti Haraz creando giochi di luce dai colori rosa mescolati al giallo: un vero incanto!
Dopo la doccia ci accomodiamo nella mazar, ci sediamo a terra sopra comodi materassini con rigidi cuscini che fungono da braccioli.
Ci servono una buona cenetta, poi, suonando musica di questa zona, danno inizio alle danze ballando la tipica danza della jambiya e coinvolgendo anche noi turisti nei ritmi arabo-yemeniti.
Andiamo a letto felici di aver trascorso questa particolare serata danzante in loro compagnia.

23/01/2008 Trekking Monti Haraz- rientro a Sana’a
Alle 8 lasciamo il funduk, sulla nostra Land Cruiser sale un ragazzo che ci guiderà durante il trekking sui monti Haraz.
Procedendo in salita, dopo pochi chilometri arriviamo a Al-Khutayb, centro di pellegrinaggio arroccato su un cocuzzolo che ospita un santuario ismailita.
Saliamo a fatica fino in cima dove siamo ripagati più che dal santuario dal magnifico panorama sulle alte vette dei monti Haraz.
Dopo aver visitato il santuario, salutiamo Mohammed che rientra a Manakhah, mentre noi in compagnia della guida Adija iniziamo il trekking.
Partendo da Al-Khutayb saliamo lungo una mulattiera per poi addentrarci lungo le pendici dei monti seguendo sentieri non ben definiti, siamo catturati dal meraviglioso panorama che ci circonda, qui la vetta più alta è il Jabal Shibam con i suoi 2960mt .
Attraversiamo i piccoli villaggi di Lakamat Al-Qadi e Khail.
Il panorama ci regala emozioni indimenticabili, dopo circa 3 ore di trekking rientriamo al villaggio di Manakhah assieme ad un pastore e tutto il suo gregge.
Salutiamo e ringraziamo Adija per averci guidato durante il trekking sui fantastici monti Haraz.
Lasciata Manakhah, la nostra meta di oggi è il rientro nella magica Sana’a.
Lungo la strada ammiriamo in lontananza il monte più alto della penisola arabica: il Jabal-An-Nabi-Shu’ayb (3660mt).
Dobbiamo ancora pranzare e, considerata l’ora tarda, Mohammed propone di proseguire fino a Sana’a e di passare da casa sua perché ci terrebbe molto ad ospitarci ed a farci conoscere la moglie ed i loro figli.
Accettiamo con immenso piacere, dopo di che Mohammed avverte telefonicamente la sua signora del nostro arrivo.
Arriviati a Sana’a la sua atmosfera ci fa sentire come a casa.
Attraversiamo parte della città per poi spingerci in periferia fino ad una zona dove ci sono molte case in costruzione. Fatta una breve sosta per acquistare qualche leccornia per i bambini raggiungiamo la casa di Mohammed che in parte è ancora da terminare, al nostro arrivo suoniamo il clacson, tra le tende che decorano le finestre sbucano due bellissimi bambini: eccoli, sono loro! Escono rapidi lanciandosi fra le braccia del loro papà.
Sono molto emozionata e a stento trattengo le lacrime nel vedere i due bimbi che, dopo tanti giorni di assenza, sbaciucchiano il papà.
Ci togliamo le scarpe ed entriamo in casa, ad accoglierci c’è la moglie Lattifa, ci abbracciamo e con lo sguardo ci trasmettiamo la gioia reciproca di conoscerci.
Purtroppo la difficoltà della lingua araba ci impedisce di parlare come vorremmo, ma Mohammed è per noi un ottimo interprete.
La casa è essenziale, modesta, l’accoglienza riservataci è talmente calorosa da togliere ogni tipo di imbarazzo.
Ho dei regali per i bambini, Abdull, il maschio, ha sei anni, Bilquis, la femmina, ha tre anni ed ha gli stessi occhi azzurri del padre.
Sono molto entusiasti di quanto ricevuto in dono, si divertono ad ispezionare i giochi ed a provare scarpe e vestiti.
Ci sediamo su un tappeto, Lattifa serve il pranzo in stile arabo mettendo a terra una stuoia e piatti colmi di pasta con il tonno, patate fritte, salta, pollo fritto e il pane cotto da lei.
Siamo estremamente felici di essere qui e di vedere ricongiunta questa meravigliosa famiglia.
Dopo aver pranzato ci spostiamo in un’altra stanza, anche in questa ci sono solo tappeti e i classici “divanetti” yemeniti, molto comodi.
Noi adulti ci sediamo e iniziamo a masticare Qat, dopo poco ci raggiunge anche un cugino di Mohammed.
E’ piacevole conversare con Lattifa con l’aiuto delle traduzioni di Mohammed, è compiaciuta nel vedere che indosso il loro abito nero e nel sapere che per tutto il tempo trascorso fino ad ora l’ho sempre portato.
Mi racconta della loro vita, dicendomi che oltre Abdull e Bilquis hanno un altro figlio di ventuno anni che studia all’Università e dei tanti sacrifici che fanno per loro.
Si stupisce nell’apprendere che noi non abbiamo figli, mentre io non nascondo la mia sorpresa nel sapere che lei ha avuto il primo figlio all’età di quattordici anni.
Parliamo delle diversità che ci sono tra la nostra cultura e la loro: per noi è difficile capire certi loro stili di vita ma allo stesso tempo anche per loro è difficile capire il nostro mondo basato molto sull’apparenza.
Lattifa accende per noi l’incenso, ci serve una buonissima bevanda preparata con ginger fresco e mi delizia profumandomi con un’essenza dolce che usano le donne yemenite.
Vorrebbero ospitarci anche per la notte, ma, avendo già prenotato l’hotel, rimandiamo questa opportunità ad un prossimo viaggio.
Decidono di accompagnarci tutti fino all’hotel Arabia Felix, i bambini si preparano, Lattifa indossa il velo e andiamo.
Durante il tragitto programmiamo cosa fare domani, ci invitano nuovamente a pranzo a casa loro, accettiamo con immensa gioia ma è difficile nascondere l’imbarazzo per tanta ospitalità.
Rientrati all’Arabia Felix i ragazzi ci accolgono come fossimo vecchi amici, facciamo la doccia e usciamo per calarci nuovamente nella magica atmosfera di Sana’a.
Dopo aver ricevuto un sms da parte dei miei famigliari, allarmati per aver saputo dell’attentato, telefono per tranquillizzarli pur sapendo che per loro che non vedono la realtà del paese, la bontà e l’ospitalità delle persone è difficile stare tranquilli.
Ceniamo, poi giriamo fino a tarda ora per le vie di Sana’a.

24/01/2008 Sana’a- (Wadi Dhahr) Dar al-Hajar
Domani mattina alle 5 abbiamo il volo per Socotra, trascorreremo una settimana su questa incantevole isola, poi rientreremo a Sana’a per qualche giorno e il nostro viaggio terminerà con il rientro in Italia.
Alle 9 passa Mohammed a prenderci, visitiamo il Museo Nazionale, definito il più grande della Penisola Arabica con reperti archeologici molto belli che ricostruiscono la storia dello Yemen e della Penisola Arabica. Ammiriamo armi molto antiche di pregevole bellezza.
Lasciata la città, dopo 14 km raggiungiamo Wadi Dhahr, ci fermiamo sulla cresta di un canyon di fronte ad una bellissima panoramica sul Dar ar-Hajar, il famoso “palazzo sulla roccia”.
Questo palazzo a cinque piani fu realizzato da un Imam nel 1786 ed adibito a residenza estiva.
Arrivati ai suoi piedi possiamo ammirarlo in tutto il suo splendore, è situato in posizione spettacolare in cima ad una guglia rocciosa.
Lo visitiamo internamente ammirando le numerose bellissime vetrate colorate istoriate a doppia lastra, dalle scale si possono osservare i pozzi scavati nella roccia che raggiungono i 275 mt di profondità.
Alcune stanze sono ancora arredate e si può ben capire la ricchezza del passato.
Lasciamo questo affascinante luogo e, rientrati a Sana’a, facciamo qualche acquisto compreso un regalo per Lattifa.
Pranziamo nuovamente con la deliziosa famigliola di Mohammed, ci tratteniamo qualche ora in loro compagnia a parlare ed anche a giocare con Abdull e Bilquis.
Salutiamo Lattifa con la promessa di ritrovarci dopo la settimana trascorsa a Socotra.
Ci facciamo lasciare a Bab al Yemen, porta di accesso al suq, per fare qualche acquisto e conoscenza con le tante persone che ci chiamano.
Andiamo a dormire presto, domani inizieremo una nuova esperienza in un paradiso terrestre di nome “Socotra”.

(Ora proseguo il mio racconto dello Yemen dal rientro dopo la settimana trascorsa sull’isola di Socotra).

01/02/2008 rientro a Sana’a
Atteriamo all’aeroporto di Sana’a alle 11,30 ad attenderci c’è un corrispondente dell’agenzia locale, ci accompagna all’hotel Arabia Felix e ci informa che domani mattina passerà a prenderci Abdull (l’autista di Daniela e company) per andare a visitare Thula, Hababah, Kawkaban e Shibam.
Con Mohammed ci siamo sentiti al cellulare, è fuori con altri turisti, rientra domani e appena libero verrà da noi.
Tornare all’Arabia Felix dopo la settimana trascorsa a Socotra è come tornare a casa.
Lasciamo quasi subito l’albergo, andiamo a pranzare a Bab al Yemen, acquistiamo il Qat, iniziamo a masticare camminando per le vie della città senza una meta precisa presi dalla curiosità di scoprire una nuova via e ammirando lo splendore delle case e delle botteghe più particolari.
Nel tardo pomeriggio abbiamo appuntamento con Pierre e Laurence, coppia di francesi con cui abbiamo condiviso piacevolmente qualche giorno a Socotra, decidiamo poi di passare la serata insieme.
Ceniamo presso il ristorante dell’hotel dove alloggiano e stiamo in loro compagnia fino a tardi.

02/02/2008 Thula-Hababah-Kawkaban-Shibam- Sana’a
Alle 8 passa Abdull a prelevarci, lasciamo la città e dopo circa 70 km siamo a Thula a 2700mt di altitudine. In passato fu un importante centro teologico. E’ contornata da imponenti mura e le alte case di pietra si armonizzano perfettamente con le montagne.
Varcata la porta d’ingresso al villaggio veniamo assaliti da due venditori un po’ troppo appiccicosi, Thula è famosa oltre che per la sua bellezza anche per l’insistenza di guide e venditori.
Parlano perfettamente l’italiano, cerco di far capire loro che la tecnica di assalire i turisti è utilizzata solo qui ed a Al-Hajjarh e che insistendo sbagliano perché, così facendo, ottengono l’esatto contrario di quello che vorrebbero.
Visitiamo il villaggio e le sue due cisterne, saliamo quindi in cima a Husn Thula, un antico forte, per ammirare il panorama.
Lasciamo Thula, dopo pochi chilometri arriviamo al villaggio di Hababah (2500mt) con la sua meravigliosa cisterna d’acqua color verde smeraldo dove la gente attinge ancora l’acqua.
Le case a torre si specchiano nell’acqua, la scena è molto suggestiva e perfetta per scattare qualche bella foto.
Salutiamo anche Hababah e saliamo sulla cima del Jebel Kawkaban fino al villaggio di Kawkaban (2800mt) l’aria qui è un po’ pungente.
Attraversiamo il piccolo villaggio fino ad arrivare alla cisterna, da quassù si gode di un panorama mozzafiato e poco importa se lo strapiombo scende vertiginosamente davanti a noi tanto da aver quasi paura nello sporgersi troppo.
Scendiamo il Jebel Kawkaban ai cui piedi sorge Shibam (2300mt) conosciuta anche come “l’altra Shibam”.
Facciamo un giro per il suq, pranziamo con Abdull e riprendiamo la marcia per rientrare a Sana’a.
Arrivati in hotel salutiamo Abdull, telefoniamo a Mohammed, ci dice di trovarsi poco fuori Sana’a e che a breve sarà da noi.
Siamo in camera, suona il telefono dell’hotel, Marco risponde, è lui, il nostro caro amico Mohammed, lo invita a salire, subito dopo – dalle scale – sentiamo gridare i nostri nomi, come ci vediamo ci abbracciamo strillando dalla gioia per esserci ritrovati, dice che gli siamo mancati e che siamo dei cari amici per lui. Entrato nella nostra camera è molto sorpreso nel vedere un bel mazzo di Qat posato sopra il letto, ci guarda compiaciuto e dice: “ma allora voi siete yemeniti come noi!” e così ci ritroviamo seduti sul letto a masticare e a raccontargli della magnifica settimana trascorsa sull’isola di Socotra che definiamo “Il paradiso di Allah”.
Ci invita a trascorrere l’ultima serata del nostro viaggio a casa sua, noi proponiamo, in alternativa, di cenare presso un ristorante estendendo l’invito a Lattifa ed ai bambini perché vorremmo contraccambiare l’ospitalità riservataci fino ad ora.
Mohammed ci riflette un attimo, sembra dubbioso, realizziamo così che per una donna yemenita è difficile andare in un ristorante frequentato esclusivamente da uomini.
Poi Mohammed sorride, dicendo che potremmo cenare, lontani da occhi indiscreti, presso il ristorante dell’Arabia Felix.
Siamo felici che abbia accettato l’invito, ci salutiamo lasciandolo libero di tornare a casa dalla moglie e dai bambini che non vede da cinque giorni. Ci diamo appuntamento per le ore 20 in hotel.
Mohammed arriva, è solo, dice che Lattifa è in macchina e che i bambini sono rimasti a casa con alcuni parenti.
Parla con il nostro amico cameriere, poi si rivolge a noi dicendo che preferisce aspettare un attimo perché c’è troppa gente nel ristorante.
Nel frattempo ci fanno accomodare in una sala adiacente il ristorante, Mohammed continua ad aggirarsi nervosamente e a parlare con il cameriere, ci sentiamo in imbarazzo per la difficile situazione che involontariamente abbiamo creato. Mohammed sparisce un attimo, poco dopo lo vediamo tornare con Lattifa, è velata, ci abbracciamo e i suoi occhi profondi mi trasmettono la sua gioia e all’istante si spezza quel filo di tensione che si era creato.
Ci sediamo e come per incanto si materializza un ragazzo, ha con se l’Ud, tipico strumento a corde simile a una chitarra, si siede, inizia, quindi, a suonare e cantare melodiche canzoni d’amore yemenite.
Osservo la scena con un certo imbarazzo, nello stesso tempo sono felice di condividere questo momento con Mohammed e Lattifa.
Sappiamo di essere degli amici speciali per loro e ci riteniamo privilegiati nel trascorrere insieme questa serata non comune alle loro tradizioni.
Il cameriere ci comunica che al ristorante c’è ancora un ultimo tavolo occupato da quattro turisti, Mohammed si accerta che la situazione sia di suo gradimento.
Ci congediamo dal menestrello yemenita e ci accomodiamo al ristorante, il cameriere serve la cena e pur con difficoltà cerchiamo di restare indifferenti nel vedere Lattifa portarsi il cibo alla bocca sollevando ogni volta il velo.
A fine cena regalo a Lattifa un paio di orecchini d’argento a ricordo della nostra amicizia, lei contraccambia regalandomi profumi yemeniti come quelli che mi ha fatto provare a casa sua e che tanto mi erano piaciuti.
Come tutte le cose belle questa serata ed il nostro bellissimo viaggio sono giunti al termine, questa notte alle 2,35 ci aspetta il volo per l’Italia.
Salutiamo Lattifa promettendo di tornare.
Mohammed l’accompagna a casa, più tardi tornerà a prenderci per poi accompagnarci in aeroporto.
Trascorriamo gli ultimi momenti nella magica Sana’a, è tardi, la città è deserta, ammiriamo per l’ultima volta la sua meravigliosa architettura cercando di immagazzinare quante più immagini che andranno ad imprimersi indelebilmente nella nostra memoria.
Verso mezzanotte lasciamo la città, sento lo stomaco comprimersi dal dispiacere di dover lasciare questo meraviglioso Paese che mi ha sbalordito per il grande senso di ospitalità e per la simpatia che contraddistinguono il suo popolo oltre, naturalmente, alla sua bellezza paesaggistica.
Eccoci all’aeroporto, davanti al check-in salutiamo Mohammed, abbiamo tutti un groppo in gola, ci stringiamo in un unico abbraccio guardandoci negli occhi, ringraziamo il caro amico promettendo che torneremo, lui ricambia l’abbraccio e non dice altro che: INSHALLAH! (Se Dio vorrà!).

Pin It
Tags:

Lascia un commento

Commenta con Facebook