Insostenibile leggerezza dell’essere viaggiatore – Indonesia

Bali, Lombok, Isole Gili, Yogyakarta, Jakarta

PROLOGO

Il massimo che abbia mai fatto per redigere un diario di viaggio è stato limitarmi ad elencare, in Venezuela, i nomi dei paesi visti giorno per giorno su un pezzo di cartaccia qualunque. Qualche volta, ma proprio per volontà di strafare, anche quelli delle pensioni o dei ristoranti. Da allora, era il 99, il vuoto assoluto fino ad oggi …..

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Qui in Indonesia tutto parrebbe essere affidato al caso, dato che, nemmeno quando mi lascio alle spalle la porta scorrevole della dogana di Denpasar, ho la più pallida idea di dove andare. I prezzi dei taxi ufficiali per le varie località già li conosco, dato che si sono premurati di appendere un cartello accanto al nastro ritiro bagagli. La mia aria un attimino stralunata deve far credere ai procacciatori di affari in agguato che sono una facile preda. Due secondi, e subito cambiano idea. Nel frattempo ho deciso: la meta è Ubud, la città degli artisti.
Spunto 90mila rupie con un autista di un minivan. Sì, lo so, il prezzo forse non è granchè. Attenuanti a mio favore: leggero disorientamento, ora tarda, rin********mento da viaggio durato un’eternità, impossibilità a trovare un bemo pubblico.
Il viaggio dura un’ora circa. Non guardo fuori, perché oramai è buio. Magari è tempo che mi preoccupi di decidere almeno in che zona voglio essere scaricata.
Scendo nella parte nord, vicino al mercato. Inizia a piovere, ma sarà l’unica volta in 4 settimane.
Uffa, la guesthouse che avevo eletto degna di far riposare le mie stanche ossa è al completo, ed i prezzi sono almeno il triplo di quelli riportati dalla Lonely Planet. Beh, non mi perdo d’animo, non è che qui i posti per dormire manchino. Mi accordo per 60mila rupie con un ometto baffuto incontrato qualche porta dopo. Mi introduce dentro quella che, alla luce del sole, riconoscerò come una tipica pensione balinese. Cortile interno, tempietto, divanetti con tanti cuscini sulle verande.


Ho pure l’acqua calda, ma in compenso il water non ha lo sciacquone. Pazienza, è meno peggio di quello che immaginate, vi assicuro. Meno male che ho la mia zanzariera personale.
Ah, un euro vale 9mila rupie. Più o meno.

L’indomani mattina ci metto parecchio ad alzarmi. Chi sono, dove sono, cosa ci faccio qui da sola, beh, soprassediamo. Meglio che starsene a frignare a casa, e poi tanto la Saudia Arabian non mi avrebbe comunque restituito i 750 euro del biglietto, impietosita dalle mie vicissitudini personali.
A proposito, applauso alla generosità della Compagnia Aerea sopracitata. All’andata, durante la breve coincidenza a Jeddah, ricco buono pasto da spendersi ad un self service squalliduccio, dove però grazie all’help yourself, le porzioni possono risultare abbondanti a piacimento. Al ritorno, durante la lunga sosta a Riyahd, vassoio in grado di saziare un peso massimo, con riso a go-go, bistecca di brontosauro alla Fred Flintstone sotto forma di spiedino, aranciata, yogurth, dolce.
Abbandono la mia stanza e mi incammino sul sentiero di uscita. L’unica cosa che ho in mente è mangiare qualcosa, ma tutto il resto è nebbia. Che farò, dove andrò. Punto interrogativo. Non ho paura, non è la prima volta che viaggio sola, ma nelle altre occasioni questo era stato messo in programma fin dall’inizio…
Sono immersa nei miei pensieri e una voce soave mi chiama. Proviene dalla veranda accanto. E’ Sharon, di Città del Capo. Città del Capo?? Ma sì, la conosco, ci sono stata ed è secondo me uno dei più bei posti che io abbia mai visto. Così attacchiamo discorso. Lei è lì da qualche mese. Conosce un sacco di gente, me la presenterà. Non mi ricordo con esattezza quanti giorni ho passato ad Ubud, forse 4 o 5. Divertendomi un mondo. Dopo una memorabile serata al Sai Sai di Monkey Forest Road, dove raccolgo gloria sfoggiando parte della mia abilità nello shimmy su un’improvvisata pista da ballo quasi tutta per me, capita che spesso vengo riconosciuta in giro dagli avventori del bar. Mi fermo a parlare per un po’, poi incontro qualcun altro, e ricomincia la stessa tiritera.

Fra un cazzeggio e l’altro, trovo, un po’ a fatica, devo ammettere, anche il tempo di vedere qualche cosa nei paraggi, tipo la foresta delle scimmie, e poi, prenotando una escursione da 75mila rupie presso un’agenzia del posto, il tempio di Besakih e Klungkung, la grotta dell’elefante, il monte Agung, le fonti sacre agli Indù di Tampaksiring.


Sharon, che oltre ad un imprecisato numero di partecipazioni ai corsi più svariati (tipo meditazione, batik e danze legong) pare collezionare ogni tipo di benedizione, sostiene che per ottenere il massimo favore da parte degli dei bisogna fare le abluzioni a Tampaksiring durante i pleniluni, ma io purtroppo non posso aspettare due settimane…

Il padrone della mia pensione, Roda, è un tipo OK. Mi accompagna un giorno in motorino a vedere una cerimonia di limatura dei denti, una specie di rito di purificazione dai peccati. Viene praticata agli adolescenti di entrambi i sessi, e segna in qualche modo anche il passaggio nel mondo adulto.


Un’altra sera mi porta, sempre in moto, in un tempio dove lui si esibisce nel kecak. Questa danza, solo maschile, non è accompagnata da strumenti musicali bensì dalla voce degli stessi partecipanti, che riproduce sia le percussioni che il canto vero e proprio. E’ quella che si vede ogni tanto in TV; il costume indossato è un sarong a scacchi bianchi e neri, i colori di Brahma e Shiva. Gli uomini sono seduti per terra in circolo, e dondolano ritmicamente le braccia ed il busto provocando una specie di “hola”. La rappresentazione si svolge in un tempio illuminato da una miriade di fiaccole.
Roda mi propone anche una passeggiata all’alba nelle risaie, ma per questo gentilmente declino l’invito, in quanto di alzarmi a certe ore oscene per ora non se ne parla. Quindi le famose terrazze mi accontento di vederle dalla strada.


Al calar della sera Ubud diventa magica, dappertutto ci sono spettacoli di danze varie, dappertutto si sente suonare il gamelan. Molte cose sono fatte per gli occidentali o i giapponesi, ma sono suggestive. A me piace fermarmi a vedere le prove nel tardo pomeriggio. Fra l’altro, sono gratis. Passo spesso anche davanti ad una improvvisata scuola di musica sotto una tettoia, dove bimbi molto piccoli si esercitano nei loro strumenti tipici.

L’avventura più memorabile vissuta ad Ubud e, forse, in tutto il viaggio, è la cerimonia sacra di Celuk, a cui mi imbuco grazie all’amicizia con Ketut, una ragazza del posto che fa la commessa in un negozio di argenti vicino alla mia pensione. Celuk è un villaggio noto per la lavorazione dei manufatti di argento. La famiglia di Ketut lavora appunto in questo campo. Per l’occasione, io e Sharon ci trasferiamo a casa loro, in quanto il tutto finisce molto oltre la mezzanotte e non c’è verso di tornare indietro. Poiché questa non è una roba da turisti, non è che ci sono i taxi che ci aspettano dietro l’angolo.
La casa di Ketut è composta, un po’ come la mia pensione, da tutta una serie di piccoli edifici che si affacciano sul cortile interno. Lei ci abita con i genitori, i fratelli, le cognate, ecc.


Ogni famiglia ha la sua camera. Alcune stanze hanno i mattoni a vista, altre sono rifinite e affrescate. In certe c’è un materasso per terra, in altre solo una stuoia. Attorno, poco spazio per muoversi, ed un armadietto piccolissimo dove ci deve stare tutto. La cucina non riesco a vederla, il bagno è una specie di gabbiotto di lamiera con un buco in terra. Non c’è luce. Meno male che mi sono portata dietro la pila.
La doccia non esiste, c’è il tipico mandi. Il mandi è un bidone pieno d’acqua, con un secchiello da cui attingere.
La vestizione richiede un discreto lasso di tempo a tutte quante, ma soprattutto a me, che sono abbastanza interdetta e non riesco ad allacciarmi bene la gonna, che è di seta pesante. Un conto è annodarsi il pareo per andare in spiaggia, un conto è fare in modo che stia su per ore, senza aprirsi o cadere sul più bello. Il problema è che bisogna assolutamente indossare abiti tradizionali. Il sarong, la kabaya, e la fascia da annodare in vita mi sono state gentilmente prestate dalla moglie di Roda. Una cognata di Ketut cerca di strizzarmi in un corpetto stile Moulin Rouge che si deve indossare sotto la kabaya, che è di pizzo sintetico abbastanza grezzo, per cui nell’ordine : suderò come un maiale, mi verrà la grattarola, rischierò l’ipoventilazione per via del bustino.


Mi mettono anche dei fiori freschi e profumati nei capelli. Nel frattempo, si chiacchiera del più e del meno.
La cerimonia comincia alle 21. Ci avviamo al tempio. C’è quasi tutto il villaggio. Noi siamo le uniche bianche. Ci assicurano che siamo bellissime ed elegantissime. Mah…
Due pre-adolescenti sono attorniate da sacerdoti, e distribuiscono benedizioni agli infermi. Dopodichè iniziano a inalare incensi ed altro finchè cadono in trance. Vengono portate in processione sino ad una pedana sempre all’interno del complesso sacro.
Attorno, tavole imbandite con ogni ben di Dio, cestini di foglie di palma intrecciate contenenti dolci e riso, preparati dalle famiglie come offerta agli dei. Sugli alberti circostanti, altre cibarie sono state appese un po’ come le palle sui nostri abeti natalizi.
Le due tipe iniziano a ballare e vanno avanti per ore…. Per fortuna, non è come al cinema che bisogna stare zitti e fermi, la gente chiacchiera e va in giro. Noi siamo al centro dell’attenzione, i bambini ci seguono ovunque e ci vogliono toccare. Qualcuno dice che toccare uno straniero porta bene…..
Nella mia sconfinata ignoranza, mi sento di poter dire che la danza eseguita è simile nelle movenze a quelle che ho già visto ad Ubud. Ma, improvvisamente, ecco che i gesti cambiano, e le due ragazzine cominciano a tremare violentemente. Altrettanto improvvisamente, gli abitanti del villaggio iniziano a scuotere furiosamente gli alberi per far cadere i dolci, e si avventano come avvoltoi per accaparrarseli. Nel frattempo, i sacerdoti si sono avvicinati alle tavole, prendono i cibi dai cestini e iniziano a scagliarli contro la folla. Si scatena il pandemonio, il caos, il casino più totale. Tutti urlano, si accapigliano, si azzuffano per arraffare il più possibile. Non c’è violenza, però, né aggressività. Io e Sharon siamo completamente paralizzate dallo stupore. Poiché non ci sembra il caso di lanciarci nella mischia, ci aqquattiamo per terra quasi sotto ai tavoli per non essere travolte. Con nostra grande sorpresa, la gente a cenni ci fa capire che anche noi possiamo prendere parte al banchetto. Noi partiamo all’attacco, ed assaggiamo senza esitare. Questo mi torna molto utile per rendermi conto di cosa mangi la gente del posto. I dolci mi sembrano fatti prevalentemente di riso e cocco, gli stuzzichini salati, onestamente, non so cosa contengano, ma sono buoni anche quelli. Tutto il resto che ci avanza, lo lasceremo alla famiglia di Ketut per ringraziarla di averci fatto dormire a casa loro.
Prima di andare a casa, i sacerdoti impartiscono una benedizione tipo “urbis et orbis”, così la mia amica è contenta.
Che dire? Non ho parole, mai visto niente del genere. Vado a letto contenta come una Pasqua.

La mattina dopo di buon’ora, si ritorna mestamente a Ubud in bemo. Mi viene spiegato come regolarmi per i pagamenti del mezzo: 1000 rupie per i viaggi corti, 2000 per quelli lunghi.
Durante il tragitto, improvvisamente mi prende l’idea di lasciare Ubud il giorno stesso.
Che altro mai potrà ancora accadere di meglio? Meglio mollare tutto adesso, mentre sono al culmine della parabola.

Decido di andare alle isole Gili. Quale delle 3? Boh, forse è ancora un po’ presto per decidere. A casa avevo raccolto parecchie informazioni su Gili Air, ma forse strada facendo potrebbe accadere qualcosa che mi farà cambiare idea.
Saluto le mie compagnie di avventure con una certa emozione. Di Sharon ho avuto notizie fino ad un mese fa. E’ rimasta a Bali fino a metà ottobre, poi è partita per il Messico, dove, sfruttando la sua bellissima voce da cantante jazz, ha rimediato vitto ed alloggio gratis per qualche tempo in un club della capitale, poi improvvisamente mi ha scritto dal Guatemala, e poi il black out. God bless her.
Mi dirigo verso l’ufficio della Perama. Questa è una compagnia che assicura i collegamenti fra le varie località di Bali e le isole di Lombok e Gili. E’ la più economica ed affidabile.
L’impiegata mi chiede gentilmente se voglio un biglietto “tutto compreso”, ossia il bus sino al porto di Padangai, da dove partono i traghetti per Lombok, più il traghetto, più la tratta in bus a Lombok, più il traghetto per le Gili.
Certo che no, voglio solo arrivare a Padangbai.
Mi sento euforicamente frizzante, felice, libera, radiosa; ho davanti a me un sacco di possibilità, un futuro prossimo ancora incerto, ma la cosa promette bene.
A parte la mia personale tendenza ad impegnarmi il meno possibile, dopo alcuni viaggi in paesi lontani l’esperienza mi ha insegnato che, in tutti i casi, conviene sempre prenotare pezzo per pezzo, e poco alla volta. Basta infatti un niente per far saltare le coincidenze. E poi sono cavoli tuoi per recuperare i soldi.
A modo mio, invece, sempre sono in grado di cambiare idea, di tornare indietro, di modificare la rotta. E’ la mia essenza. Odio le costrizioni. Evviva l’insostenibile leggerezza dell’essere viaggiatore.
Quando il pulmino ci scarica al porto di Padangbai, una folla di personaggi vari ci salta letteralmente addosso. Che rottura di palle, questa gente non ha il minimo rispetto per gli spazi personali.
Gli altri occupanti del mio bus devono per certo avere le idee molto chiare, perché in un istante si dileguano. Io cerco con lo sguardo l’ufficio Perama, sotto il sole cocente. Vedo il traghetto, una folla variopinta in disciplinata attesa, un ufficio con una scritta in bahasa vicino all’imbarco, e delle divise, polizia probabilmente, penso. Due figuri piuttosto loschi mi chiedono 70mila rupie per la traversata in traghetto. Non mi sono informata sui prezzi, ma, ad occhio e croce, mi sembra caro. Faccio per allontanarmi, e loro mi seguono. Un altro vuole 30mila rupie. Uffa. Non c’è l’ombra di uno straniero a cui chiedere lumi. Un ragazzo arriva fino a 13mila rupie. Mi passa davanti un giovane dai capelli spettacolari, assieme al suo amico. Domando loro se il prezzo è giusto. Non sanno. Beh, in ogni caso 13mila rupie sono una somma ragionevole per un traversata di 4-5 ore. Accetto. Me ne vado via tutta tronfia sventolando il mio biglietto davanti al naso di quelli che avevano tentato di fregarmi. Appaiono scornati. Quello delle 70mila rupie, comunque, ha la faccia tosta di dirmi che lui aveva pensato che io volessi anche un albergo….
Ritrovo i due bianchi davanti alla centrale di polizia. No, mi sono sbagliata, quella è la sede della compagnia marittima ufficiale, e quelli in divisa sono i controllori! I due tizi, che sono americani ma parlano bahasa, e sono stati quindi, contrariamente a me, in grado di leggere le insegne, hanno comprato lì il loro biglietto, e mi dicono che lo hanno pagato 10mila rupie. Non mi hanno poi fregato molto, alla fin fine.
Mentre il traghetto lascia il porto, noto che il mare di Padangbai non è niente male.
Decido di andare all’ultimo piano e di sedermi all’aria aperta per prendere il sole.
Sto bene attenta a tenermi alla larga da qualsiasi asiatico intento a sniffare balsamo di tigre, zenzero, o altre cose per me strane. Anni di militanza su ogni tipo di bagnarola che solchi i mari d’Oriente mi hanno inculcato la tendenza a credere che le popolazioni locali devono avere qualche particolarità genetica che li rende più sensibili del resto del pianeta alle sollecitazioni del moto ondoso (un po’ per lo stesso motivo per cui i neri sono avvantaggiati nella corsa veloce, credo). Basta il minimo beccheggio ed ecco che “travasano” tutto, o si accasciano affranti su qualunque cosa orizzontale sia in grado di sostenerli, mentre l’occidentale medio non fa neanche una piega.
Ritrovo gli americani, stanno chiacchierando con una coppia bionda. Mi chiamano.
Dopo due secondi, questione di pelle, intuisco che ho trovato i compagni per la prossima avventura, a Gili Trawangan.
Browning, quello con i fusilli in testa, è di NY. E’ un pittore. Vive da qualche mese a Denpasar, dove sta cercando nuove ispirazioni dai batik e dai colori incredibili della natura. Brandon, il suo amico, è di Miami. La ragazza bionda è Sarah, scozzese, in giro per il mondo da un anno e mezzo; l’altro, che non è il suo ragazzo, è Tim, inglese, biascica la sua città di residenza ma non capisco una mazza. Sarah e Tim viaggiano insieme, per un certo periodo, per dividere le spese dell’alloggio.
Mettiamo in comune tutte le nostre scorte di cibo per la merenda. Staremo insieme per i prossimi 5 giorni. Passati troppo in un lampo.
Il traghetto attracca a Lembar, isola di Lombok, verso le 17. Noi ce la prendiamo abbastanza comoda a scendere, nel senso che non siamo proprio lì in prima fila a sgomitare per passare sulle teste degli altri.
Quando scendiamo, sul piazzale antistante al porto c’è già il vuoto assoluto.
Sarah è l’unica del gruppo ad aver acquistato il biglietto Perama tutto compreso, ed è in crisi perché il suo pulmino è già partito.
Attiriamo evidentemente l’attenzione perché dopo un po’ arriva un gruppetto di gente. Siamo i polli da spennare, a quanto sembra. Un tizio pare essere un agente di viaggio e rassicura Sarah sul fatto che il suo biglietto rimane valido anche il giorno dopo, e che comunque nessuno, nemmeno quelli scesi prima di noi, riuscirà ad arrivare a Gili Trawangan questa sera, perché ormai il sole sta calando ed i collegamenti sono sospesi. Ciò significa che dobbiamo passare la notte a Lombok.
Brandon, un po’ per via delle sue capacità linguistiche, e un po’ per merito personale, risulta più simpatico degli altri agli indonesiani. Dà e riceve grandi pacche sulle spalle.
Magicamente compare un minivan, che si offre di portarci a Sengigi, la località turistica più famosa dell’isola. Il prezzo è giusto quanto basta.
Attraversiamo l’isola da sud a nord nella luce dorata del tramonto, e mi sembra molto affascinante. Poiché l’autista sa benissimo che noi non abbiamo nulla di prenotato, ci propone l’albergo di un suo amico. Che non è proprio a Sengigi, ma un pochino più a sud. Ma poco, eh, sia ben chiaro, saranno due minuti, ci assicurano. E poi dall’albergo ci fanno il transfer gratis.
L’albergo è quanto di meglio possiamo aver mai sognato. Il prezzo è 55mila rupie a camera, villette a schiera sono disposte a gradoni giù dalla collina ai lati di una scala tutta piastrellata di cotto. Ogni stanza, all’apparenza nuova, dispone di ventilatore a soffitto, bagno enorme, doccia con acqua calda, water “regolare”, e una piccola veranda.


C’è pure una piscina, è tutto pulitissimo, pare di essere in Svizzera. In effetti, il proprietario…. no, non è svizzero, però poco ci manca, è olandese. Unica nota dolente, uno stramaledetto merlo indiano, di proprietà del padrone, e rinchiuso in una gabbia a pochi metri dalla mia stanza. Povera bestia, però, lui che colpa ne ha se ogni 5 minuti qualche idiota che passa di lì lo pungola per farlo fischiare, frantumandomi i timpani e anche i maroni.
Come promesso, ci portano gratuitamente a Sengigi in pulmino.
Fra l’altro, col cacchio che l’albergo è a 2 minuti dal centro! Alcune persone che mi ricordo di avere osservato con odio mentre infastidivano il merlo e a cui, chissà perché, non sono stati concessi gli stessi nostri privilegi e si sono fidate a proposito dei 2 minuti, stanno adesso arrancando sulla strada maestra. Eh eh.
A Sengigi, si pensava di trovare chissà che, ed invece è un mortorio. Pochissimi stranieri in giro, per lo più clienti di alcuni alberghi di lusso, subito assaliti da una folla di venditori. Noi non siamo da meno. Brandon non smette di stupire. Non solo il bahasa, ora anche un po’ di arabo. E’ l’apoteosi. Decido di sfruttare la situazione per coinvolgerlo in un giro di shopping in un piccolo mercato. Io gli indico a parte quello che voglio, e lui contratta.
Mi pareva strano che finora tutto fosse andato così liscio, infatti del transfer di ritorno all’ora convenuta non c’è traccia.
Mal comune mezzo gaudio, fermiamo un taxi con tassametro, di quelli dipinti di blu con marchio Blue Bird, e ci ammassiamo come sardine in 4 sul sedile posteriore. Brandon, ovviamente, e come sempre, è seduto accanto al guidatore, nel tentativo di paracularselo comunque in qualche modo.

Il mattino dopo, il bus, per portarci a Bangsal, da cui partono le barche per le Gili, fa un giro pazzesco. Per motivi che ancora adesso ignoro, anziché seguire la strada costiera, che saranno sì e no 20 minuti (l’ho fatta poi al ritorno), si inerpica a casa di Dio fra tornanti, salite, strapiombi, foreste e panorami incredibili, per poi ridiscendere a destinazione dopo una bella ora.
Al porto di Bangsal, consueto bagno di folla di venditori insistenti. Sono come i predatori africani dei documentari. Individuano gli esemplari più deboli, e li stordiscono fino allo sfinimento. Non si arrendono nemmeno di fronte all’evidenza. Uno mi fa “Sarong?” “Che cosa è questo, secondo te?” gli abbaio contro mentre indico quello che ho annodato ai fianchi. “Ah, ma quello è brutto!” Grazie.
Finalmente, eccoci a Gili Trawangan, sotto il sole impietoso del quasi mezzogiorno, alla ricerca disperata di una stanza da poco. Quelle da 10 a 40mila rupie ormai sono andate. Dopo qualche vano tentativo, riesco a trovare un buco per 60mila rupie. I miei amici sono invece sistemati in un’altra pensione dall’altra parte della strada. Ci parliamo attraverso lo steccato.
Qui di acqua calda non se ne parla proprio, e nuovamente bisogna andare di secchio per svuotare il gabinetto. Il bagno è un po’ fatiscente, ma la luce fioca aiuta a nascondere le magagne. A intervalli regolari, un po’ come le maree, il muro viene invaso da formichine microscopiche, che dopo un po’ spariscono chissà dove.
I letti hanno le zanzariere (lerce), e c’è un piccolo ventilatore sul comodino. Per quanto minuscolo, riesce comunque a produrre un rombo da Boeing 747 in fase di decollo quando viene azionato. Di giorno, almeno nel mio “albergo”, non c’è energia elettrica, e anche la sera, mentre siamo in giro, ci sono parecchi black out. E tutto diventa davvero bellissimo. Silenzio perfetto.
Prima di partire, avevo sentito pareri discordanti su questa isola. Nonostante i coralli rotti, io la trovo deliziosa.
Non ci sono strade asfaltate, arrivi alla sera che sei pieno di sale e polvere, un po’ come quel bambino dei fumetti di Charlie Brown che si muove con la nuvoletta attorno. Dalle docce esce acqua salata, ed anche un po’ marrone. Ci si sente sempre un po’ zozzi, con i capelli duri e stopposi, ma pazienza. Va bene così.
La spiaggia principale è situata ad est, ed è una bella striscia di sabbia bianca e fine, con mare turchese.


Lì si concentra il 99% dei bagnanti. La circumnavigazione dell’isola non so quanto tempo prenda, perché ho scordato l’orologio, ma comunque non tantissimo. Sugli altri tre lati dell’isola le spiagge hanno enormi quantità di coralli rotti, per cui non è comodo camminare a piedi nudi. Non si vede anima viva ed è magnifico. Il versante nord (credo sia il nord) è piacevolmente ventilato, ed il mare leggermente increspato.


Dedico una giornata alla visita di Gili Air, dove originariamente volevo dirigermi.
Meno male che non ci sono andata! Per carità, l’isola è carinissima, ma c’è veramente poca gente. Mi divertirei lì soltanto se fossi in viaggio di nozze con il mio uomo ideale.


Per dovere di cronaca, anche se io non ho potuto verificare personalmente perché troppo impegnata a oziare a Trawangan, vi dirò che, a parere unanime, la migliore di tutte pare comunque essere Gili Meno, se non altro per lo snorkeling. Questo parimenti a Gili Nangu, che invece si trova a sud, e che ospita però soltanto una dozzina di capanne.
Ogni pomeriggio, l’appuntamento è ai Sunset Bungalows, a guardare, appunto, il tramonto. Davvero notevole. C’è un baretto sgangherato, dove ci sediamo a consumare qualcosa mentre gustiamo lo spettacolo. Spesso incontriamo un giovane messicano che vive lì da tanto tempo, facendo il maestro scuba. Il suo piccolo registratore inonda l’aria di ritmi latinoamericani. Fa una certa atmosfera. Rilassata e freak.


I bar ed i ristorantini sono tutti sulla spiaggia. Alla sera alcuni locali trasmettono film in prima visione sui megaschermi, gli spettatori assistono adagiati per terra su grossi cuscini.
A parte questo, si fuma e si beve thè ai funghi. In alternativa, o in aggiunta a ciò, si passeggia sulla spiaggia nel buio assoluto, e si contempla estasiati il plancton fosforescente che arriva sulla battigia surfando le onde.
Oppure si chiacchiera fino a tarda notte, e si pensa a come è strano essere arrivati fino a qui, e a come siamo stati fortunati per essere riusciti a farlo, nonostante tutto.
Gli ultimi giorni si unisce a noi Sono, una 19enne londinese, di padre indiano, e questo spiega il suo nome che significa “sole splendente”; anche lei pellegrina per il mondo.
Realizziamo improvvisamente che le nostre strade stanno per dividersi. Sarah parte per l’Australia, dove si cercherà un lavoro per autofinanziare il proseguimento del suo viaggio, Brandon torna in America, Browning a Denpasar, Tim e Sono vanno a Lombok a far trekking sul Rinjani. Mi rendo conto che sono già passate due settimane da quando sono partita. Azz…
Io ho in programma di stare un paio di giorni a Lombok, dove è arrivata una coppia di miei amici, che alloggia allo Sheraton.
Ci siamo sentiti via SMS, ed abbiamo combinato che il giorno dopo, non appena sbarco, facciamo un rendez-vous nella piscina del loro hotel. Così mi tolgo un po’ di sale dai capelli, penso.
L’ultima sera, a Trawangan, praticamente non si va a dormire.
Ed è quindi con un certo rintronamento che, all’indomani, mi materializzo davanti allo splendido Sheraton di Sengigi, nel cui bar un piccolo spuntino mi costerà quanto un pernottamento.
Il portiere sembra non far caso alla mia gonnellina patchwork non proprio elegante, e mi accoglie come fossi la regina d’Inghilterra. Si fa carico del mio polveroso zaino che imbosca da qualche parte. Gli spiego che sono attesa da un loro ospite, lui neanche controlla, e mi invita ad andare avanti.
Signori, questa non è una piscina, è uno spettacolo. Enorme, rigoglioso giardino ai bordi, fontane zampillanti e colonne greche, una specie di faccione roccioso tipo bocca della verità la cui lingua funge da scivolo. Non è kitsch, assicuro. Rimango a bocca aperta. Mi tuffo.
Ora, io non so quale sia il mio aspetto dopo 5 giorni di Gili Trawangan, ma di sicuro non è granchè, dal momento che il Lucio mi dice che, se voglio, posso andare a farmi la doccia in camera sua. La Antonella aggiunge che le docce ci sono anche nei bagni pubblici nei pressi della piscina.
Ma allora devo proprio assomigliare all’amichetto di Charlie Brown!!
I due ragazzi mi informano che, nei prossimi giorni, altri amici in comune, che ora sono in Australia, arrivano a Bali. Lo so già, anche con loro ho tenuto contatti. Loro alloggeranno da qualche parte a Nusa Dua. Io credo che probabilmente andrò a Kuta, dove sicuramente loro verranno la sera.
Dopo aver salutato la coppia, ed aver, come detto, dilapidato una fortuna al bar, lascio lo Sheraton, non senza prima aver “visitato” i bellissimi bagni.
Controllo la posta in un internet point, e, dopo essermi resa conto che le pensioni nei paraggi sono o moderatamente costose o molto rumorose, decido di tornare all’albergo dell’olandese, dove appena pronuncio il nome “Brandon” a tutti si illuminano gli occhi.
Mi fermerò altri 3 giorni. Il transfer gratis c’è e non c’è. Poiché l’autista funge anche da fattorino, tutto dipende dalle commissioni che ha da fare. Comunque di giorno i bemo pubblici passano sulla strada principale, quindi non è un problema spostarsi.


Organizzo con il cugino di un tipo che lavora nell’albergo una gita in moto per l’indomani, che, fra l’altro, è un giorno particolare perché l’Indonesia festeggia l’anniversario dell’indipendenza. Voglio che mi porti a vedere le spiagge a sud dell’isola, a Kuta.
Mentre attraversiamo Mataram, che è la città principale di Lombok, vediamo dei cortei. Molti partecipanti hanno il volto coperto, alcuni dalla kefiah; c’è un sacco di polizia armata in giro, ma nessuno scontro.
Bali a parte, nel resto dell’Indonesia, e Lombok non fa eccezione, non c’è molto movimento turistico, al momento. A Lombok, Jakarta e Surabaya ci sono state manifestazioni che sono anche sfociate nella violenza. Essendo un paese mussulmano si è portati a pensare che la gente odi tutti i bianchi in genere. Questo non so se sia vero o no, ma posso comunque dire che c’è molto malcontento verso l’attuale presidente, e che le proteste e le ire dei dimostranti sono dirette a lui.
Difatti, nessuno mi infastidisce.
Le isole di Nusa Tenggara godono di un clima molto più secco rispetto a Bali. Il sud di Lombok è proprio diverso, non ci sono risaie, il colore dominante è il giallo ocra, non più il verde.
Passiamo accanto ad alcuni villaggi tipici, dove vivono popolazioni di etnia tipica, nelle loro case tipiche. Io dico al mio autista che non voglio fermarmi, mi sembrano trappole da turisti.
Dopo un’eternità, almeno questo pensa il mio fondoschiena, eccoci arrivati a Kuta di Lombok. Nel paesino vedo aggirarsi qualche anima, ma verso la vicina spiaggia, quella principale, prevale un senso di desolazione. Non c’è in giro nessuno, tutte le pensioni sembrano vuote, alcuni chioschetti addirittura chiusi. Un villaggio fantasma dei western di Sergio Leone. La spiaggia dove invece mi faccio portare io è un po’ fuori mano, ventosa, ampia, selvaggia, e deserta.


Deserta lo resta per poco. E’ questione di un attimo, e vengo attorniata da un gruppetto di donne che cercano di vendermi le loro cose. Accetto di buon grado di comprare un ananas, ma di sarong e magliette non so cosa farmene. Loro sembrano capire la situazione, sono molto meno rompiscatole dei loro colleghi maschi.
Chiacchieriamo un po’ del più e del meno, poi, io mi sdraio a prendere il sole, loro si siedono tutte attorno. Dopo un po’ non ci faccio più caso.
Un senso di pace profonda mi pervade, il sole mi scalda, il vento mi dà un po’ di refrigerio. Purtroppo arriva presto l’ora di lasciare questo paradiso. Le donne se ne sono andate. Riesco a scorgerle in lontananza. Nel frattempo, nessun’altro è arrivato alla spiaggia. Una delle ragazze si è accorta che adesso sono in piedi, e torna indietro correndo, mi dice che mi ha portato un regalo, una bellissima conchiglia. Sono molto sorpresa, sorrido e mi inchino confusa. Non ho niente da darle e mi sento in colpa.
Me ne vado un po’ triste.
Sulla strada del ritorno, in un paesino imprecisato, la motocicletta è imbottigliata in un ingorgo, per via delle sfilate celebrative per l’indipendenza. Le scolaresche marciano sfoggiando le loro uniformi. Alcune ragazze hanno il capo scoperto, altre hanno dei foulards colorati avvolti attorno alla testa, altre ancora sono infagottate in un velo nero e spesso. La gente ai lati della strada applaude.
Al momento di uscire per cenare, mi sento improvvisamente pigra e una mezza idea di fermarmi al ristorante del mio albergo mi passa per l’anticamera del cervello. Dopo aver notato però che ci sono soltanto due coppie di mezza età intente a giocare a carte nel più assoluto e religioso silenzio, penso che è meglio tornare a Sengigi.
La maggior parte di coloro che viaggiano da soli, a quanto si legge in giro, odia mettersi ad un tavolo di ristorante senza un compagno con cui conversare.
Io non avrei particolari problemi, ma ad ogni modo questo a Lombok sembra impossibile, dal momento che, non appena ti siedi, e finchè non ti portano la tua ordinazione, ma spesso nemmeno in quel caso, è una fila continua di gente che ti attacca bottone; alcuni hanno merce da vendere, altri sono dei gigolò, altri ancora non si capisce bene cosa vogliano ma sicuramente ci deve essere una ragione nascosta per cui hanno deciso di essere lì, e questa non credo sia la simpatia che ispiro o il desiderio di fare amicizia.
Questa sera in particolare, è tutto un susseguirsi di “Italiano? Baghio, Toti, Delpiero” che mi sta snervando.
Una coppia di italiani mi salva. Anche se il mio accento non è proprio quello della Littizzetto quando dà il meglio di sé, e si è imbastardito a causa di 10 anni di permanenza a Milano, mi notificano che anche loro sono di Torino. Particolare interessante, hanno una barca a vela ancorata nella baia e sono in giro da mesi e mesi. Molto simpatici. Li ritroverò nelle sere prossime, all’ora dell’aperitivo. (Però non mi hanno mai invitato sulla loro barca).

Sul giorno seguente, nulla da segnalare, ozio in piscina e mi rilasso. Il giorno dopo ancora vado sulla spiaggia pubblica di Sengigi, che comunque non è male. Poi saltando da un bemo all’altro, perlustro tutte le baie nei paraggi fin quasi a tornare a Bangsal. Faccio shopping.

Giunge finalmente l’ora di riprendere la trafila Perama, ma a rovescio. Questa volta non faccio incontri particolarmente coinvolgenti, e la traghettata mi pare eterna.
Il minibus passa ad Ubud all’ora che ho amato di più, ed il suono del gamelan è come un canto delle sirene per le mie orecchie. E’ grande la voglia di fermarmi di nuovo qui, però sento che devo andare avanti. La destinazione finale che ho fissato è Kuta di Bali. Se mi dovesse risultare troppo incasinata, l’alternativa è Legian. Da qualunque parte io scenda, comunque, sarà tardi, circa le 20, non ci saranno più bemo pubblici, e dovrò prendere ahimè un taxi. Prendere il taxi quando non si sa dove andare a cercare l’albergo non è il massimo per il portafoglio.
Arriviamo a Kuta, nella via centrale, Jalan Legian. In seguito non mi sembrerà più così orribile, ma arrivando da posti tranquillissimi il contrasto è troppo stridente.
Il primo paragone che mi viene in mente è Cancun. Oddio, di stare qua non se ne parla proprio. Sedute accanto a me ci sono due donne. Chiedo loro dove vanno. Legian. Bene, mi accodo a loro. Scendiamo ad un incrocio, nel mezzo della baraonda, aspettiamo mezz’ora prima di riuscire ad attraversare la strada, e poi prendiamo un taxi insieme. L’hotel dove scendono loro è bello, ma carissimo, difatti i prezzi sono in dollari americani, credo 30. Faccio un breve giro nei paraggi, e mi viene il panico. Quello era il più economico. Mi infilo in un buio vicolo trasversale, una specie di culturista si informa gentilmente di cosa io stia facendo lì. Dopo che glielo ho spiegato, mi fa attraversare un palmeto, e mi lascia di fronte ad un caseggiato imponente, di 3 o 4 piani. Mi spiega che quello è un hotel, e va a chiamare qualcuno della reception. Bene, hanno delle stanze, il costo è 50mila rupie. Mi faccio portare all’ultimo piano. La camera ha tutto quello che posso desiderare ed anche di più, ossia una vista meravigliosa sul palmeto sopra menzionato. Unico neo, le pareti di carta. Il mio vicino ha la TV accesa, e mi sembra di averla sul comodino. L’ingresso, che è opposto al balcone, dà su una strada parecchio rumorosa. Decido che una notte lì basta e avanza, e, dopo aver mangiato qualcosa in un warung consigliatomi dalle australiane, vado a caccia di un altro hotel.
In effetti, senza lo zaino, tutto è più facile. Riesco a trovare quello che fa per me allontanandomi un po’.

La mattina seguente, dopo aver traslocato nella nuova pensione, mi dirigo verso la spiaggia, che non è distante.
Il mare ha lo stesso colore del nostro Tirreno, le onde sono abbastanza alte, c’è vento, non c’è molto movimento.


Propendo allora per Kuta. Impossibile trovare um bemo. Qualcuno mi informa che i bemo pubblici a Kuta e dintorni non passano nelle zone “turistiche”, tipo vicino alla spiaggia o ai negozi. Si trovano più all’interno, sulle strade più grandi, e vanno solo in alcune direzioni, non dappertutto. Ad esempio, Denpasar e Jimbaran; anche a Nusa Dua, ma solo fino ad un certo punto, poi bisogna prendere il taxi.
Visto di giorno, la Jalan Legian sembra tranquilla. Forse perché molti sono in spiaggia. Faccio un giro per negozi, e scopro che qui i prezzi che ti sparano inizialmente sono il doppio di quelli di Ubud. Fra l’altro, ad Ubud, i negozi di artigianato, soprattutto quelli di mobili e maschere, sono molto più belli.
Oramai sono una contrattatrice abbastanza navigata. Mi basta dire che la stessa cosa che adesso ho davanti agli occhi ad Ubud costa la metà, ed è fatta. Da questa metà inizio a lottare per il prezzo migliore.
Compro dei graziosissimi parei ricamati. Poco lontano, scopro una sartoria dove preparano costumi per ogni genere di ballo.. Mi accorgo che lì gli articoli per danza del ventre, che ormai anche in Egitto costano una fortuna, vengono venduti a prezzi imbattibili.
300mila rupie per una cintura ed un reggiseno con perline, paillettes e frange. Olè!! Un affarone.
Ovviamente, ci sono un sacco di negozi che vendono Hilfiger, Quicksilver e quant’altro, oltre ad un buon numero di centri commerciali. Francamente, queste cose non mi interessano. Ed eccomi arrivata all’Hard Rock Cafè. Vado in spiaggia. Le onde sono davvero alte. E i surfisti? Ne ho visti un sacco girare nelle Poppies Lanes con le tavole sotto al braccio, ma adesso in mare ce ne sono pochi, e la maggior parte di essi pare non avere molto equilibrio.
Di bravi ce ne sono due, e sono indonesiani. Mi infratto all’ombra della prima palma che trovo. I numerosi venditori, per riposarsi, tendono a concentrarsi nelle poche zone d’ombra, unitamente al reparto grandi ustionati dei vacanzieri, per cui ci ritroviamo quasi uno sull’altro in un fazzoletto di spiaggia con una densità di corpi pari solo a quella di un formicaio.
Al pomeriggio, la marea cala notevolmente, e questa è l’ora migliore per le lezioni di surf ai principianti. In effetti, le onde sono molto meno minacciose e risultano invitanti perfino ai fifoni come me.


Ed ora, apriamo un siparietto a proposito dei famigerati cambiavalute di Kuta e dintorni. Come detto, un Euro, sul Sole 24 Ore, vale più o meno 9000 rupie. Il cambio dei travellers cheques è int orno alle 8600-8700 rupie. I contanti un po’ di più.
Io cambio normalmente 100 euro per volta, un po’ perché mi durano abbastanza, un po’ perché con 100 è più facile fare i calcoli. Le 860-870mila rupie vengono sempre date in tagli da 100mila rupie più gli spiccioli, per cui è facile contarle.
Questo dappertutto, eccetto alcuni posti a Kuta, dove normalmente cercano di attirare nel tranello pubblicizzando cambi a 8800 – 8900. Se entrate in un posto simile e vedete che tirano fuori mazzetti da 20mila rupie anziché 100mila, andatevene subito perché sicuramente cercheranno di incularvi, usando magari anche delle calcolatrici opportunamente “tarate”. Ecco la mia esperienza.
Mai avuto problemi a Ubud, Lombok, e Trawangan. Quando arrivo a Kuta, ho già una certa esperienza alle mie spalle. La prima volta la scampo, e tutto va a gonfie vele. Una mattina mi infilo in un “buco”, un garage adattato a negozio, attratta dai tassi favorevoli. Tiro fuori un travellers cheque da 100 Euro, il cambio è 8800, ed il tizio tira fuori mazzette da 20mila rupie. La cosa mi puzza. Comunque, fa 44 banconote. Il tipo le conta, e sono 44. Le conto io (lui è un po’ infastidito) e sono 40. Allora dico che ne voglio altre 4. Lui me ne dà altre 4, le conta lui e sono 44, le riconto io e sono 36!!!! Le palle iniziano a girarmi a elica. Ne chiedo 8, lui me le dà, con fare in*****so. A questo punto io non gliele do più indietro, ma inizio a contarle io, arrivo a 10 e metto il mucchietto davanti a me vicino al bordo del tavolo, quindi abbastanza lontano da lui in modo che non possa toccarle. Lui va su tutte le furie, mi prende i soldi dalle mani, mi sbatte sul naso i miei 100 euro e mi intima minaccioso di andarmene. Fucking asshole. Fra l’altro, ed io mai ci sarei arrivata da sola, mi hanno detto alcuni impiegati negli uffici di cambio “seri”, che il trucco consiste nel praticare delle fessure nel tavolo su cui avviene l’operazione, facendo in modo che alcune banconote scivolino nel cassetto sottostante.
Poco più avanti, altro cambio, altra storia, questa volta vengo portata in un retrobottega, dove anche qui compaiono banconote da 20mila rupie. Faccio per alzarmi ma loro mi trattengono dicendo che tutto è regolare. Compare una calcolatrice. Quando la prendo in mano io, scopro che è taroccata. Chiusa la parentesi.
Tutto questo per dire : occhio, ragazzi!

Il giorno seguente vado a Jimbaran. Aspetto pazientemente il mio bemo. Un sacco di taxisti si fermano per caricarmi, e cercano di convincermi che non esiste nessun bemo che va a Jimbaran.
Colgo l’occasione per confermare che tutto quanto di negativo espresso nei confronti dei conducenti di ogni genere di veicolo negli altri racconti di viaggio è vero e sacrosanto. In aggiunta a ciò, vorrei ancora dire che se sei una donna sola, il prezzo di partenza che ti fissano è più alto, e devi sbatterti il doppio di un uomo per ottenere un prezzo decente. Inoltre, mi sono pure dovuta sorbire alcune avances di tipo sessuale, anche abbastanza insistenti. Tutto però rimasto a livello verbale, per mia fortuna. Se hai invece al tuo fianco un maschio, ecco che tutto cambia, nel senso che tu magicamente di trasformi in una nullità e diventi invisibile. All’inizio credevo di soffrire di manie di persecuzione, poi, chiacchierando con altre donne e ragazze, mi sono resta conto che questa purtroppo è la regola.
Io tengo duro, e faccio bene. 5mila rupie contro le 50-60mila di un taxi. Non mi oso pagare l’autista soltanto 2mila rupie come mi aveva detto Ketut. Il viaggio è stato molto lungo. Ovviamente il bemo mi lascia al villaggio, ed io devo scarpinare un po’ per trovare la spiaggia. Prendo la scorciatoia e mi infilo nel giardino di un hotel da mille e una notte. La spiaggia è ampia, come a Kuta, ma qui c’è molta meno gente. Il mare è diverso, ossia le onde sono alte, ma lunghe, quindi si riesce a nuotare molto più facilmente. Faccio amicizia con una indonesiana ricca. Deve essere per forza ricca, alloggia nell’hotel bellissimo!


Prima di rientrare a Legian, mi prenoto alla Perama per un’escursione ad Ulu Watu all’indomani. Mi sono dimenticata di dire che alla Perama, se uno è in grado di esibire la ricevuta di un servizio di cui ha usufruito in precedenza, ti fanno lo sconto del 10%. Che non è tantissimo, però è sempre meglio di niente.

La visita ad Ulu Watu mi è stata caldamente consigliata da Sarah, la quale mi ha anche avvisato che invece al Tanah Lot i bellissimi e romantici tramonti sono momentaneante rovinati da orribili gru che stanno costruendo dei pontili per accedere al tempio durante l’alta marea.
Ulu Watu non consente l’accesso agli stranieri vicino al tempio, per cui bisogna accontentarsi di passeggiare nelle vicinanze, ammirando le maestose scogliere a picco su un mare sempre infuriato. Non guasta anche cercare di tenersi alla larga da decine di scimmiette dispettose ed invadenti, che vengono addestrate a rubare occhiali, orecchini, borse e quant’altro. Se cerchi di farle scappare o ti mostri aggressivo, si incazzano, appunto, come bestie.
Il tempo, che fino a quel momento era stata stupendo, si guasta, ed il tramonto subisce una eclisse parziale da cumulo-nembo.


Nella maggior parte dei templi che ho visitato, è necessario che tutti, anche gli uomini, indossino un sarong ed una sciarpa da annodare attorno alla vita. In molti posti è possibile noleggiarli gratis o lasciando una piccola offerta all’ingresso. Da altre parti, per esempio Besakih, si deve pagare, e poiché la cifra richiesta è un furto, e gli addetti sono spesso poco simpatici, è meglio organizzarsi portandosi i propri.
Quella sera, incontro finalmente i miei amici, mangiamo insieme, e poi andiamo al Sari Club, quello della bomba, dove incontro anche Tim e Sono. Grandi baci ed abbracci. Contrariamente a quanto avevano programmato, non si sono fermati a Lombok per il trekking sul Rinjani, ma sono andati a Padangbai, dove mi confermano che il mare è molto bello, e poi a Tirta Gangga, un posto nelle vicinanze dove ci sono sorgenti termali. Gli italiani mi invitano a trascorrere il giorno seguente sulla loro spiaggia di Nusa Dua.

Nusa Dua è una specie di penisola privata, dove gli indonesiani non possono andare, a meno che lavorino in qualcuno dei costosi hotel. La vegetazione è curatissima, ed è pieno di centri commerciali. Il mare è abbastanza carino, calmo per via della barriera corallina, ma con la bassa marea diventa difficile nuotare.


Dopo Nusa Dua è la volta di Sanur, raggiungibile con i bus della Perama. C’è una spiaggia pubblica che è abbastanza zozza, e, al mattino, quasi completamente sommersa per via dell’alta marea. Dove cominciano a esserci degli alberghi, ecco che le cose migliorano. Il litorale è più ampio, e ovviamente in migliori condizioni igieniche. Anche qui, di pomeriggio, è come a Nusa Dua.


Kuta (quella odierna), Sanur e Nusa Dua non hanno nulla di particolarmente tipico, potrebbero stare da qualunque altra parte nel nessuno noterebbe la differenza. Fra l’altro, uno dei miei amici era stato a Kuta a metà anni 80 ed ora non riesce a credere a quello che ha davanti agli occhi. Kuta, a quei tempi, doveva essere quello che Ubud è oggi.

L’ultimo giorno a Bali lo passo in gita con i ragazzi. Loro sono in viaggio organizzato, ma non da un tour operator, bensì da uno di essi che è bravissimo. Le mete sono il lago Bedugul, e il Tanah Lot.
Con noi c’è addirittura una guida locale che parla italiano, e che durante il percorso, ci imbottisce di nozioni riguardanti la vita dei balinesi. La società indù è molto maschilista; le sue affermazioni suscitano ilarità o indignazione fra i ranghi femminili. Il tizio seduto vicino a me è dotato di spiccato senso dell’umorismo, sono piegata in due dal ridere.
Quando arriviamo al Bedugul, che è in montagna, prima di tutto fa un freddo cane, e poi di nuovo il cielo si copre.


I colori cambiano, e io mi irrito non poco perché temo che le mie foto vengano una schifezza.
Il problema delle escursioni organizzate è che ti portano almeno una volta in un posto dove poi cercano di farti comprare qualcosa. Questa non fa eccezione. Noi visitiamo una fabbrica di batik, nel cui show room le stesse cose (brutte, in verità) che a Ubud si vendono a 100mila rupie lì costano 60 dollari.


Poi è la volta di un mercatino molto carino, devo confessare,


poi pranziamo in un ristorante con vista mozzafiato sulle risaie,


poi una grotta piena di pipistrelli enormi, poi il Tanah Lot. Azz, ste maledette gru deturpano davvero irrimediabilmente la vista, come riferiva Sarah. Faccio acrobazie per cercare di tenerle fuori dalla inquadratura della mia Pentax. Lì accanto c’è una piccola insenatura, con rocce imponenti a forma di arco. Le nuvole sono sparite, il tramonto, da quella parte, è splendido.


Più tardi, prima di rientrare nella mia pensione, mi fermo in un’agenzia e compro un biglietto aereo per Yogyakarta, il costo è circa 450mila rupie.

Il mio volo è alle 15. Arrivo a Yogyakarta centro dividendo un taxi con altri tre francesi. Uno di essi vuole essere portato direttamente al Borobudur. Veramente anche io avevo avuto questa idea, accantonata in seguito perché temo di sentirmi troppo isolata ed annoiata alla sera.
Scendiamo a Malioboro Street. C’è una gran confusione, la gente pare brulicare come sciami di insetti. Non riesco a scorgere altri stranieri in giro. Mi dà un senso di sicurezza, in genere. C’è un rumore assordante di marmitte di motorino, che non sopporto. Mi avvio quindi nella zona di Prawitoraman, che, secondo la Lonely Planet, pare essere più silenziosa.
Qui di bianco se ne vede qualcuno, e ci sono anche tantissimi turisti indonesiani, soprattutto ragazzi in gita scolastica. Ascoltano Eminem ed agitano la testa come da video.
Alla sera, nella mia zona, c’è molto poco movimento, per cui decido di prendere un becak, ossia un risciò a bicicletta, e ritentare con il centro. Sono le 21, solita confusione attorno a me. Come di pomeriggio non scorgo altri occidentali, o almeno così mi sembra. La mia intenzione sarebbe di chiedere informazioni all’ufficio turistico, che, raggiungo a fatica dopo aver chiesto indicazioni ad un sacco di gente, però lo trovo già chiuso. I marciapiedi sono affollatissimi, per cui cammino in strada. I maschi locali mi lanciano sguardi che sembrano trapassarmi da parte a parte. Non mi dicono niente, però non mi sento molto tranquilla. Crepi l’avarizia, prendo un taxi e torno indietro; non costerà iù del becak, alla fine dei conti. Passo il resto della sera vagabondando fra le varie agenzie di viaggio nella zona di Prawitoraman, chiedendo i prezzi delle escursioni a Prambanan e Borobudur.
Poiché questi sono i miei ultimi giorni, sento che non c’è proprio più tempo da perdere. Le escursioni nei posti sopra citati costano dappertutto 30mila rupie, biglietto d’entrata (63mila rupie) escluso. Si effettuano sia all’alba che al tramonto.
Prenoto soltanto per il tramonto a Prambanan, ma penso di farne un altro il giorno ancora successivo a Borobudur. Poi mi attivo per cercare un treno per Jakarta, che riesco a trovare abbastanza facilmente, meno male. Trattasi di Argo Lawu, 185mila rupie, che poi sarebbe la versione locale del pendolino. Non è che voglia proprio il più lussuoso, ma questo parte con l’orario che più mi fa comodo, ossia dopo le 10 antimeridiane.

Il mattino seguente, a colazione mi fermo a parlare con una ragazza inglese, Anita, con la quale trascorrerò un po’ di tempo. Lei mi avvisa che l’escursione al Borobudur è meglio farla all’alba piuttosto al tramonto, in quanto durante le ore più calde la pietra lavica scura con cui il tempio è costruito rende “incandescente” la scalata e la deambulazione sul complesso.
Insieme, quindi, andiamo a prenotarci per il mattino del giorno dopo.
Io, alle 14, parto per la mia gita. Non è che la visita avvenga proprio al tramonto, dal momento che alle 15.30, o anche prima, siamo già lì e ci stiamo circa un’ora e mezza.
Il calore è sopportabile. Le rovine dei templi indù sono sparse in un’area molto vasta, ma quelle principali sono tutte abbastanza vicine all’ingresso.


Io non posso allontanarmi tanto perché, come al solito, ho scordato l’orologio, e ho paura che non mi aspettino se sono in ritardo. Il tramonto lo vediamo da una collina nei paraggi, da cui si gode un panorama magnifico sulla pianura.
Verso sera, al Prambanan, c’è un’esibizione di danze. Credo sia una cosa molto suggestiva, ma di queste cose ho già fatto il pieno mentre ero a Ubud, e non mi sembra il caso di replicare.
Fra l’altro, poiché la sveglia è fissata per le 4.30, non voglio fare troppo tardi.

Il pulmino ci passa a prendere alle 5. La reception ci fornisce una colazione al sacco come da nostra richiesta. Io ho preso soltanto delle banane, perché sono leggere, saziano, e soprattutto sono semplici da mangiare anche in macchina o mentre si cammina. Per Anita, invece, la cosa si fa problematica. La sua ordinazione era stata simile alla mia, ma con l’aggiunta di latte. Questo le viene fornito in una bustina di plastica, tipo quella dei pesci rossi, senza nemmeno una cannuccia. Riuscire a berlo senza versarlo in macchina risulta abbastanza complicato, ma lei ce la fa senza neanche rovesciarmene una goccia addosso.
Dopo un’ora di tragitto, eccoci arrivati. Siamo fra i primi. Il sole non è ancora sorto.
Il complesso è a forma di tronco di piramide a 4 livelli, dove fanno bella mostra fregi e bassorilievi; su di esso poggia un cono di 3 livelli, dove troneggiano statue di buddha e campane e, sulla sommità, uno stupa. Visto dall’altro, assomiglia ad un enorme mandala tridimensionale.

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Ci arrampichiamo su come dei razzi per non perderci l’alba. Eccezionale veramente!
Il sole spunta ai lati del vulcano Merpati, la vista si perde nella sconfinata distesa di foresta lussureggiante ai nostri piedi.


La bruna mattutina ancora non è scomparsa del tutto. Si odono cinguettii vari e barriti. Nei paraggi c’è un centro dove organizzano passeggiate a dorso di elefante. Siccome mi hanno detto che li trattano non tanto bene, non ci voglio passare neanche vicino.
Fa anche un discreto freschino, per fortuna ho la felpa.
Al ritorno, il pulmino si ferma a visitare altri templi, tipo Mendut, credo; ma dopo il Borobudur tutto sembra una schifezza, od almeno niente di particolare.

Quando torniamo indietro, io e la mia amica ci fiondiamo nella piccola piscina dell’albergo, e ci stiamo a lungo. Più avanti, nel pomeriggio, mi prende voglia di andare a visitare il Kraton, ossia il palazzo del Sultano, il palazzo sull’acqua e tutte le meraviglie (secondo le guide) circostanti.
Mi accordo con un becak per farmi portare nel luogo desiderato, e quando ci arriviamo, scopro che chiude alle 14.30, ed io sono in ritardo di un’ora. Il Water Palace, un po’ malridotto, non mi pare un granchè. Decido allora di visitare almeno il mercato degli uccelli. Orribile. Pennuti ed altri piccoli animali rinchiusi in gabbie piccolissime, un varano imprigionato in una vasca di pietra dove non riesce nemmeno a girarsi. Da denuncia al WWF. Bello è che c’è gente che paga per fotografarlo. Povera bestia.
Ho deciso che con Yogyakarta città ho chiuso. Non mi ha impressionato per niente. Mi sono persa il kraton, e chissà che magari questo non sarebbe servito a darmi una visione migliore della città. Poiché è considerata una delle più importanti dell’Indonesia tutta per il suo patrimonio storico e culturale, sono un po’ perplessa.
Forse non l’ho guardata con gli occhi giusti?
L’unica cosa davvero meritevole è il Borobudur, e, un po’ meno, il Prambanan. Visitabili in un giorno, bypassando senza rimpianti il resto.

Come il pendolino, anche l’Argo Lawu è in ritardo, anche se non di molto.
Subito perdonato, perché è di una comodità mostruosa. I sedili sono vere e proprie poltroncine, larghe, morbide, molto reclinabili e con grande spazio per le gambe. Portano addirittura da mangiare gratis come in aereo. Che pacchia! Sette ore in completo relax, mentre guardo dai finestrini un paesaggio che, nella prima metà del viaggio, è di una bellezza struggente.

L’incanto finisce purtroppo a Jakarta. La stazione è affollata all’inverosimile, per farsi largo bisogna remare fra la folla, il mio taxi non riesce a trovare la pensione che ho scelto su consiglio della Lonely Planet. Quando la trova, e mi scarica, subito mi pento, ma ormai è tardi. Nei paraggi non vedo alternative. Nel cortiletto incrocio uno scarafaggio grosso come un uovo. Oddio, non si scompone neanche un po’, anzi continua imperterrito senza neppure mostrarsi lontanamente intimorito da me. Per fortuna nella mia camera non ne vedo, ma non è detto che non ci siano! Pago la fortuna di 100mila rupie per qualcosa che, più che una camera, mi pare abbastanza una topaia.
Beh, devo solo passarci una notte, dopo tutto, e sono arrivata alle 5 del pomeriggio. E che sarà mai! L’indomani il mio aereo è lì che mi aspetta per riportarmi a casa.
A parte lo scarafaggio, nel cortile incontro due ragazze indonesiane con minigonna inguinale. Il che è strano, rifletto, in quanto in questo paese normalmente le donne mostrano a malapena le caviglie. Dalle borsette cade un biglietto da visita; appena si allontanano, lo raccolgo e lo poso vicino alla porta della loro camera, non prima però di avergli dato una sbirciatina. Sono “massaggiatrici”!! Ah però!!
L’unica cosa è che spero che non facciano troppo casino questa notte esercitando le loro arti. Preoccupazioni infondate. Non sentirò volare una mosca.
Decido di andare a Jalan Jaksa, che dovrebbe essere un qualcosa tipo la Kao San Road di Bangkok, a quanto mi hanno detto, ed invece non è vero per niente.
Anche lì ci sono pochi stranieri in giro, e poche persone in genere, non un negozio o qualcosa di bello da guardare per ammazzare il tempo, per cui mangio e poi di nuovo mi infilo in un internet point. C’è molto traffico in giro, e passeggiare non viene molto spontaneo.
Così spreco l’ultima serata della mia vacanza.

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