Un viaggio fra guerre, religioni e paesaggi 2° parte (LIBANO)

Segue da Siria

I cani, come tutte le notti, arriva il loro latrare. Qui vicino c’è un branco. Ogni tanto si azzuffano, anche con violenza. Torno alla realtà di questa stanza e ascolto il respiro di mio marito. Sembra che dorma. Cerco di muovermi piano, non voglio disturbarlo, ma questa posizione mi ha anchilosato un braccio. Sento che anche lui si muove, mi avvicino e allungo un piede per stabilire il nostro solito contatto. Significa sono qui, dormi tranquillo, sono qui.

Alla partenza non riuscivo ad immaginare come poteva essere il passaggio delle frontiere via terra. In questa avventura ne abbiamo attraversato 4. Quante carte di immigrazione abbiamo compilato? Quante volte ho scritto il nome di mio padre e di mia madre? Quante volte mi sono chiesta se dovevo scrivere che mio padre è morto? Ho perso il conto.
Nella mia testa cerco di ristabilire l’ordine in progressione.

Hama dista 2 ore dal Libano, comprese le formalità di frontiera.

Partiamo alle 9 e alle 10.20 siamo sul “border” siriano in uscita.
Mi metto quasi a piangere quando quei due soldati frugano nelle nostre valigie. Le loro mani spaziano ovunque. Sembrano mani enormi per me che guardo dal finestrino trattenendo le lacrime. Le mie mutande…sono lì alla loro mercè. Trovano la maschera subacquea di Nerio, se la provano, ridono…siamo impotenti.

La tassa di uscita è di S£ 1500 in due (circa 22 euro)
Walid dice che questo passaggio è “very strong” e che il suo cuore batteva molto forte fino a che non siamo passati. Anche il mio, pur non avendo nulla da temere o da nascondere.

Walid ha passaporto giordano ed è di origini palestinesi. La sua auto è targata Jordan.
In Siria e in Libano, il popolo giordano non è ben visto poiché tacciato di essere amico degli israeliani. Se vogliamo entrare in Israele, possiamo farlo solo dalla Giordania o dall’Egitto. Inoltre se hai sul passaporto il timbro di Israele, non puoi entrare né in Siria, né in Libano. Ecco perché abbiamo prenotato il volo su Amman.

Siamo liberi dai militari siriani, ma dobbiamo subire un altro controllo, quello libanese, e poi percorrere circa 20 km per arrivare alla frontiera vera e propria. Qui non si paga la tassa di entrata e in 10 minuti sbrighiamo tutte le formalità, ovvero passiamo altri 3 checkpoint. Guardano sopratutto i visti sul passaporto, cercano quello di Israele.
I soldati del Libano sono gentili e molto carini, gli occhi azzurri prevalgono, sorridono, mentre si rivolgono a noi in francese.

Ci siamo, siamo in questa terra bellissima, dove esiste una primavera dai colori talmente forti da colpire al cuore, come tutti quei papaveri carnosi e rossi che fanno risuonare nella mia testa la canzone di De Andrè – La guerra di Piero –
Ci sta, eccome se ci sta…blocco Walid per fotografarli. Ne sono ipnotizzata, così come sono incantata dai colori dei fiori che sono ovunque.
Siamo entrati attraverso la Valle della Bekaa, un paesaggio montano con la neve che incornicia di bianco l’orizzonte. L’aria è fredda, un vento impetuoso spesso visita gli alberi che ci sfrecciano davanti. Sono piegati quasi fino a terra. Tutto è verde.


Ci appare una bella ragazza, minigonna e tacchi a spillo. Sono sorpresa, penso sia una turista. Walid, che non disdegna le belle ragazze, ci dice che è una ragazza del posto.

La precarietà, ecco la sensazione primaria che mi sussurra questo popolo, insieme alla sua terra che urla, straziata e dice: oggi, perché domani chissà.
Case nuovissime e belle contrastano con vecchie costruzioni piene di fori di proiettili. Porche e bolidi simili sfrecciano rombanti per le strade. Sono confusa, poi ricordo quanto ho letto nella Lonely Planet sulla fuga dei cervelli. I ragazzi che studiano vanno a lavorare altrove, qui non esiste la possibilità di guadagnare come negli stati ricchi del Golfo o in America o nel Canada o in
Europa.
Qui si torna solo per fare vacanza, costruire la casa, comprare l’auto. Qui è un’enorme duty free…non si pagano tasse, inoltre la paura che causano i continui scontri fra Israele e Hezbollah, contribuisce ad aumentare la voglia di “vivere” e così nascono night club come funghi.

Ma non esistono cartelli. A nord ci perdiamo, nessuna indicazione per Baalbek, nemmeno in arabo. Chi abita qui sa dove andare, gli altri…gli altri? Si devono “arrangiare” come abbiamo fatto noi. Ogni 2 km ci fermiamo a chiedere se la strada è quella giusta, perché è faticoso fidarsi delle informazioni dei passanti, già diverse volte ci hanno involontariamente (spero) deviato. Le strade sono contorte, un continuo saliscendi a ridosso delle abitazioni.


Gigantografie del leader degli Hezbollah (che significa “Partito di Dio”) osservano da ogni angolo di strada. A volte la sagoma di Hassan Nasrallah ad altezza di uomo fa quasi impressione.


Ma Walid è bravo e parla arabo così riesce a portarci nel posto dove è stata trovata la pietra più grande del mondo. E’ un enorme monolite di 15.000 tonnellate. Esiste un libro su di essa (Il pianeta degli Dei) dove si vanta l’ipotesi che potesse essere una rampa di lancio per una civiltà aliena anteriore ai Sumeri. E’ stata trovata da un ex sergente dell’esercito che sembra essersi fossilizzato lì davanti. A tutti coloro che arrivano qui, regala una copia del Daily Star datato 12 aprile 2001 dove c’è la sua foto e un articolo sul ritrovamento di questa che qui viene chiamata la “pietra della donna incinta”.


Una veloce visita alle colossali colonne dei templi di Baalbek per sentirsi piccoli piccoli…


Mangiamo per strada degli strani calzoni ripieni, ottimi!

Il nostro driver ogni tanto viene in Libano, ma solo a Beirut.
Di solito ci porta nel luogo stabilito e poi sparisce, tornando al mattino successivo o aspettandoci da qualche parte intanto che visitiamo qualcosa.
Stavolta sembra un bambino in gita, fa le foto alla neve col cellulare mentre guida, viene con noi a visitare la grotta di Jeita, in una vallata dove i polmoni si riempiono di salute, fra cascate e piccole teleferiche. E’ incantato come tutti dalle impressionanti stalattiti che sono nelle caverne (che durante la guerra civile erano usate come depositi per le munizioni), sale sul trenino che scende a portarci in un’altra grotta inferiore che visitiamo con un battello elettrico. Siamo fortunati. Il livello dell’acqua del fiume che ci passa dentro è ottimale.
Silenzio e rispetto per queste opere della natura. La macchina fotografica e il cellulare si lasciano in appositi armadietti.
18 dollari a testa spesi bene.




Oddio, il cellulare, ho puntato la sveglia ieri sera? Ma che ora sarà? Quel filo di luce che filtra è il lampioncino del vialetto davanti al bungalow o la prima luce dell’alba? Vorrei guardare l’orologio, ma non vedo niente. L’unico interruttore della stanza è a tre metri dal letto e se mi alzo poi faccio rumore.
Che notte, difficile, ma unica. Sto usando questo tempo infinito con uno sfinimento fisico estenuante, ma un’energia mentale nuova.
Sembra quasi un sogno il percorso in Libano, eppure l’ho visitato veramente.
Visitatori…si, è la definizione più calzante per il nostro viaggiare. Turisti? E’ solo un sinonimo.

Che paese piccolo che è questo, bastano 3 giorni per percorrerlo tutto. Ora siamo in montagna, fra 1 ora siamo al mare. Dalla neve alla tintarella.

Pernottiamo a Jounieh, 21 km a nord di Beirut. E’ un enorme bordello a ridosso dei monti Libano, abbiamo la teleferica alle spalle e il mare davanti. La strada che lo costeggia è piena di casinò.
Gli eccellenti ristoranti sono forniti di ottimo vino. Incontriamo parecchi arabi del Golfo che arrivano qui in vacanza con le mogli vestite di nero. I prezzi sono medio-alti. Una cena abbondantissima di pesce, verdure e “mezze” varie costa circa 64 $ (le mezze sono gli immancabili antipasti tipici)


L’Hotel Mirage con vista sul Mediterraneo, chiede i soldi anticipati, tanto per non smentire la sensazione di precarietà che aleggia su tutto.

Dobbiamo stare attenti a non pronunciare il nome di Israele o Palestina a voce alta. La guida cartacea di questi paesi è nascosta in fondo alla valigia. Guai a tirarla fuori. Per noi diventa un gioco, un triste gioco, sostituire questi nomi con il suono “mm”
Walid ci fa ridere quando con fare circospetto ci intima “ssssssss” zitti, se dimentichiamo questa regola.

Lui è un po’ preoccupato, perché sa che vogliamo andare a sud di Beirut dove non è consigliato inoltrarsi.

Domani andremo, stasera si passeggia sul saliscendi di queste strade dissestate.
Guardo alcune donne, vestite di viola, colore che riempie le vetrine, che camminano su tacchi a spillo come fossero in passerella. Io rischio la storta alla caviglia con le scarpe ginniche.
Passeggiare significa essere presi di mira dai numerosi taxi o pulmini, tutti vogliono darti un passaggio, naturalmente a pagamento. Ormai riconosco le targhe: se sono rosse si tratta di un taxi, verdi sono quelle delle macchine a noleggio, le targhe bianche per le auto di proprietà.
Dobbiamo difenderci anche dagli spruzzi dei bolidi decappottati che espongono bandierine gialle e verdi : il simbolo dell’appartenenza al “partito di Dio” Hezbollah, un vanto!


Beirut.
Solo il nome mi riempie la bocca. Beirut, mille volte sentito al telegiornale. Beirut bombardata, Beirut e il filo spinato, Beirut e il mare dove gli scogli del piccione sembrano voler fare dimenticare cosa c’è alle spalle.
Beirut e il traffico, Beirut e i manifesti in francese, Beirut e i soldati che non devi mai riprendere, ma che sono dappertutto a tal punto, che non sai dove fotografare. Beirut e l’enorme stazione degli autobus in partenza per gli stati vicini, Beirut e i grattacieli lucidi, nuovi, accanto a scheletri come l’Holiday Inn, eletto a monumento nazionale per non dimenticare. Beirut e l’Hamra Street, con le case d’epoca coloniale, le divise mimetiche appese ad asciugare, la riedificazione e la distruzione. Beirut e la ex linea verde memore di un passato troppo recente, di an’anarchia che sparava proiettili su qualsiasi cosa si muovesse, tutti contro tutti.
La voce di Beirut mi arriva, silenziosa, mi trasmette tutto l’orrore che deve avere visto.


Il Libano, la sua bandiera con l’albero del Cedro. Ormai si deve andare nelle riserve per vedere questi alberi, al di fuori io ne avrò visto due in tutto.

Ci dirigiamo a sud, verso Saida (Sidone). Da qui in giù è zona a rischio. Walid è informato sulla situazione del momento, che dice essere relativamente tranquilla. Riusciamo a vedere con calma il castello del mare, costruito dai crociati, collegato alla terraferma da un ponte di pietra. E’ quasi intatto, suggestivo, bello.
Il sole è caldo, il solito venticello gelido, mi sta snervando.


Ancora più a sud, forza Walid.
Con il passaporto sempre in mano, causa i continui posti di blocco, riusciamo ad attraversare il fiume Litani. Il vecchio ponte, distrutto nel 2006 dai bombardamenti israeliani, è stato sostituito con uno mobile. Qui incontriamo soldati Italiani che guardano stupiti noi che li salutiamo dall’auto.
Walid si arrabbia tantissimo con mio marito che tenta di fotografare. Gesticola, parla da solo, ci dice che se succede qualcosa, lui non può neppure fare una chiamata a casa, ci prega di non fare foto, “no foto please” Ha ragione, ci sentiamo stupidi.
Non ci fa mai scendere dall’auto, attraversiamo un intero quartiere iraniano, cercando di essere invisibili. La tensione si fa sentire, mi blocca lo stomaco. All’improvviso vedo un missile, piccolo, su una rampa, rivolto verso Israele. Penso sia un modellino, invece è un Katiuscia, vero.


Arriviamo a Tiro (Sour in arabo). E’ colma di soldati dell’ UNIFIL e di poster che raffigurano sempre lui, il leader sciita di Hezbollah, fa capolino anche il viso di Khomeini. Passiamo davanti alla sua ex residenza ridotta ormai a un cumulo di macerie.

Tiro è stata inserita nell’elenco dei Paesi Patrimonio dell’Umanità per gli straordinari siti romani che racchiude, forse sperando di salvaguardarli dalla distruzione della guerra.
Scendiamo dall’auto e andiamo soli verso un bancomat che non funziona, per poi arrivare all’ingresso di uno dei tanti scavi romani. Arriva veloce il driver, che non ci molla un attimo, ci carica. Non vede l’ora di tornare, si capisce. Gli chiediamo di portarci al porto.
Che avventura arrivarci, l’auto quasi si incastrata in un vicolino stretto, Walid è molto bravo a guidare e riesce a fare manovre incredibili.


Pranziamo affacciati al mare con le piccole barche colorate che ci guardano.

Non possiamo andare oltre, siamo ormai a pochi km dallo stato di Israele, da Tiro in giù è solo pericolo puro, le strade sono chiuse.

Torniamo a Jounieh cullati dalle note di una radio francese, radio Nostalgie, che a un certo punto ci fa ascoltare Celentano e la sua vecchissima e ormai quasi dimenticata “I wanto to know”
Ogni tanto risuona il bip bip della Toyota che avverte che stiamo superando i 120 km.

Stasera, cerchiamo un punto internet, devo comunicare con le mie figlie. Ci viene indicato un internet cafè, ma, per arrivarci, bisogna salire parecchio. Prendiamo un taxi. Facebook funziona ma la tastiera araba e la connessione sono problematiche come in Siria.

Domattina sveglia alle 5. Dobbiamo affrontare 15 km di salita all’interno, sui monti Chouf e prendere la strada che porta alla confine con la Siria verso Damasco.
La frontiera israeliana chiude alle 16 e noi per quell’ora dobbiamo essere già passati.
Domani usciremo dal Libano, entreremo in Siria, ne usciremo per entrare in Giordania e da qui, attraverso l’Allenby King Hussein Bridge andremo in Israele.
Sarà una lunga giornata, meglio andare a letto presto.

…continua in Israele

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