Un viaggio fra guerre, religioni e paesaggi 3° parte (ISRAELE-WEST BANK)

Segue dal Libano

Il letto, “il mio letto mi manca”, penso mentre mi giro piano e l’inadeguato lenzuolo mi segue. Tocco infastidita il materasso scoperto. Credo che ormai manchi poco all’alba. In questa notte di ritorno, che urge la luce per poter ripartire, gli occhi sono chiusi per poter rivedere.

Alle 6 del mattino partiamo dal Libano, dopo aver bevuto un caffè veloce. Il caffè turco, scuro, melmoso, buono.
Quando saliamo in auto noto un abito scuro appeso, che Walid, imbarazzato, toglie. ”Oh, oh, ieri sera hai fatto bagordi, sei andato al night”. Lui dice che era sua intenzione andarci, ma che infine si è addormentato. Vabbè…si scherza un po’ per sdrammatizzare l’ansia che mi accompagna.
Oggi è il giorno delle frontiere.
Il mio saluto a questa terra è una speranza rivolta ad un cartello che dice: Suis belle et vote

Alle 7,15 siamo al confine libanese. In 10 minuti ci sbrighiamo (niente tassa in uscita)

Cambiamo le ultime lire libanesi (LL) rimaste in Sirian pound (S£) da un ragazzo per strada.
Da qui contiamo circa 6 km al confine siriano e altri 150 alla frontiera giordana.

Alle 7,30 siamo in Siria dove rifacciamo il visto (in transit e lo paghiamo 20 $), ricompiliamo la cartolina di immigrazione (siamo in transito a che pro? Non sentono ragioni…compilare please!)

Ore 7,45 controllo auto e documenti dell’autista. Percorriamo 3 metri e un altro stop per il controllo bagagli. Tremo al pensiero di una nuova perquisizione. Veniamo graziati. Ci fanno passare.
E’ freddo, tanto freddo. Il paesaggio quasi lunare. Di nuovo la Siria.
Piccola sosta per una colazione araba a base di pizze bianche con olio e semi vari, tè e caffè e si continua ad andare. Sono le 9 del mattino.

Alle 9,45 siamo al limite del territorio. Non dovremmo pagare nessuna tassa di uscita, invece sborsiamo a testa 500 S£ (sono solo circa 8 euro, ma sono rubati)
Incredibile, c’è un duty free. Vedo gente uscire con zaini pieni di sigarette che scompongono e imboscano nei vari anfratti delle auto. Walid fa uguale, 3 pacchetti davanti, 5 nel baule, 2 addosso…ecc… Le Camel per esempio costano 10 dollari a stecca. Ha anche un sacchetto misterioso. Mio marito sa cosa contiene. Una bottiglia di liquore. Walid è musulmano…quindi?

Ancora qualche controllo passaporto attraverso il finestrino dell’auto, e, 500 metri avanti, ci aspettano i soldati della Giordania. Paghiamo di nuovo il visto per entrare (10 JD a testa circa 10 euro)

Sono le 10,45 e siamo in zona tranquilla. Gli 86 km che ci dividono da Amman vengono percorsi lentamente, con Walid continuamente al telefono. Ormai ci sembra di capire anche l’arabo. Di sicuro le sue telefonate sono piene di entusiasmo per il viaggio fatto. Non fa che ripetere Libano (Libanon), Beirùt, Siria, (Suria)…ride….entusiasmato.
Ora.

La Giordania, visitata per intero l’anno scorso, ci accoglie con i suoi colori caldi e la sua terra arida. Capisco l’ entusiamo del nostro uomo, per le verdi e fiorite vallate del Libano.

Ci spiega i dettagli per passare i controlli alla frontiera israeliana. Mi prende un po’ di panico, come, gli dico…tu non vieni con noi?
Ci spiega che è impossibile per lui venire di là, non potrebbe più portare turisti negli altri paesi se gli timbrano il passaporto. Inoltre, dopo una lunga e problematica trafila, sta per ottenere il visto per andare negli Stati Uniti dove vive la figlia. Non vuole problemi.
Ci spiega che oltre il check point numero 124 ci aspetta Monzer, un suo amico al quale ci affida. Scrivo numero di targa e cellulare.

Sono le 12.30
L’ Allenby King Hussein Bridge è un ponte sul fiume Giordano ed è confine. Passeremo da qui

Siamo ancora dalla parte giordana e già ci ritirano i passaporti per darli ad un conducente di un bus.
I bagagli, controllati seguendo la procedura aeroportuale, ci vengono ridati. Aspettiamo, soli, in una piccola sala.
Passano circa 45 minuti e arriva un folto gruppo di persone del Sud Africa. Per fortuna, altrimenti il pulmino vuoto non parte.
Finalmente alle 13.15 si sale sull’autobus e qui ci viene ridato il passaporto. Paghiamo la corsa (di circa 5 km) 8 JD (3 a testa + 1 per ogni bagaglio)

Eccola lì, con le sue bandiere bianche e la stella di david azzurra, ecco la terra promessa, ecco la lezione di storia attuale.

Le misure di sicurezza sono impeccabili, controllo bagagli, ritiro passaporti per applicare il ticket delle valigie, controllo personale, impronte digitali e foto, ci schedano, ci chiedono dove andiamo e dove pernotteremo. Non lo sappiamo, di solito cerchiamo l’albergo al momento, ci fanno aspettare…tensione…sui nostri documenti appaiono un sacco di timbri dei paesi nemici compreso lo Yemen, e alcuni sono freschi di giornata….
La giovane e carina ragazza che ci controlla, ci chiede se vogliamo il timbro sul passaporto o fuori. Gli rispondiamo che non è un problema. Questione di secondi, e un po’ mi pento, ma ormai è andata così. Timbro sul passaporto, non potremo più viaggiare nei paesi arabi ad esclusione di Giordania ed Egitto. In fondo sono stanca…Sono le 14.20 e abbiamo anche saltato il pranzo…
Non ci fanno pagare l’ingresso nello stato, ritiriamo i bagagli e…cerchiamo un taxi che ci porti al checkpoint 124. Il taxi dice che dobbiamo prendere il pulmino (75 NIS circa 14 euro). Scopriamo poi che questo è l’importo che si paga fino a Gerusalemme, mentre noi dobbiamo fare solo 2 km. In questo caso il taxista non ha voluto muoversi.

Esperienza maestra di vita…

Sono abbastanza spossata, non so cosa mi aspetta, i nervi sono all’esasperazione.
E il vento continua a soffiare.

Come sono stanca! Anche qui ad Aqaba, dove siamo venuti a riposare, il vento non ci ha mai abbandonato. Qui davanti abbiamo una fetta di Mar Rosso con una barriera corallina intatta, quasi a riva, ma i brividi di freddo non mi hanno dato modo di goderla…
Se penso che quando siamo arrivati il termometro segnava 41° contro i 15 di Gerusalemme!

Gerusalemme, città santa, in Terra Santa.
Cosa posso dire senza cadere nello scontato?

Posso dirvi che ne abbiamo subito visitato il cuore nel primo pomeriggio che siamo arrivati.
Colmi di fatica, ci siamo fermati ad ammirarne il panorama dal monte degli ulivi (quasi un enorme cimitero), mentre un bambino ci urla dietro “ Italiani uguale a Israeliani”, solo perché chiede più soldi di quel che non siamo obbligati a dargli in cambio di un rametto di ulivo strappato.

Oppure posso raccontare della scarpa che mio marito si è preso in testa poco dopo da un altro gruppo di ragazzotti presso l’orto di Jetsemani e la Basilica delle Nazioni.
Insistenti, vogliono farti da guida, chiediamo loro un po’ di silenzio per goderci la pace e l’emozione di quel luogo. In cambio riceviamo offese.

Comincia così l’impatto con Gerusalemme, con Monzer che sembra offeso anche lui dal nostro atteggiamento poco generoso.

Ci mette nelle mani di un suo amico per visitare la città vecchia.
Questo, vedendoci smarriti e confusi, prima ci porta nel suo negozio dove rifiuto categoricamente di acquistare collanine varie, poi ci offre un tè e ci chiede 180 dollari (150 scontati) per guidarci 1 ora lungo la via Dolorosa, la strada che percorse Gesù verso il calvario e che finisce nella basilica del Santo Sepolcro.
Non sappiamo che fare, abbiamo sulle spalle quasi 12 ore di stanchezza…
Saliamo scale, percorriamo stradine, scendiamo in grotte, guardiamo le varie stazioni della Via Crucis ed entriamo nella Basilica. Siamo disorientati da quanto è grande, da quante cose racchiude, da quanti pellegrini di ogni nazionalità e religione ci sono. Davanti al luogo della crocifissione, il Golgota, mi commuovo, anzi, piango proprio. E’ una forte emozione, al di là del credo, della fede, della religione. Guardo, ascolto, “sento”…

Pochi attimi e si torna alla realtà, questo arabo furbetto ci prova a far passare il tempo, ma esattamente dopo 1 ora, lo liquidiamo, senza neanche dargli modo di telefonare al suo amico. Che nervi, ci ha ******* 150 dollari.

Rimaniamo soli e ci perdiamo in un labirinto di voci, di diversità, di déjà vu. Sembra quasi di essere a Damasco, con la differenza che in Siria nessuno ti rompeva le scatole.
Qui è un bordello. Siamo nel quartiere arabo.
Cerchiamo di orizzontarci, troviamo il muro del pianto, mentre tentiamo di coprirci il più possibile dalle folate gelide che arrivano improvvise.

Osserviamo gli ebrei ortodossi, con i loro abiti neri e i cappelli alti, con i lunghi riccioli laterali che cadono davanti al viso, esattamente uguali alle foto sui libri di storia.
Attraversiamo, senza quasi saperlo, il quartiere armeno, quello cristiano, quello ebraico. La differenza è lampante. Il quartiere ebraico è silenzioso, pulito.
Vediamo un uomo arrivare e gli chiediamo la strada per raggiungere la porta di Damasco, dalla quale siamo entrati. (Nella città vecchia ci sono 8 porte da cui entrare).

Ha la papalina in testa, non ci sa aiutare, eppure abita qui. Chiede ad una donna. Idem. Ho un po’ di timore, è quasi buio ed è un po’ che giriamo in tondo. Lui ci consiglia di chiedere ai militari e ci dice di non fidarci ad attraversare il quartiere arabo. Lui è armato ed ha paura ad inoltrarcisi…poi ci pensa e sorridendo dice: “ma io sono ebreo”.

I militari sono ovunque, sono tanti, giovani ragazzi e ragazze. Gli uomini hanno l’obbligo di fare il servizio militare per 3 anni, le donne quasi 2.

Li abbiamo visti, in divisa, armi in mano, scambiarsi messaggi col cellulare, sorridendosi dolcemente. Ma sanno anche essere duri. Ci indicano l’uscita freddamente.

Mio marito, uomo consapevole, per fortuna aveva memorizzato la via e la zona del nostro hotel. Ci arriviamo alle 21,30, sfiniti.
Il portiere ci porge un biglietto dicendoci che dobbiamo telefonare al nostro autista. Non ci pensiamo nemmeno. Che venga domattina, che ne parliamo. Decidiamo che l’indomani proseguiremo il viaggio in pulman e manderemo a quel paese Monzer.

Il mio inglese è scolastico, per fortuna che ho un piccolo vocabolario nello zaino. Le ultime ore che mi separano dalla prima colazione, le passo a rimuginare su cosa dire a quell’uomo.

Lui però ci sorprende. Arriva presto, barba incolta, si scusa, ci dice che non ha dormito, e che ha parlato con quello che credeva suo amico. Ci rende 50 dollari e, per farsi perdonare, ci annuncia che oggi ci porterà a Betlemme, ci affiancherà una guida parlante italiano senza farci spendere nulla.
Cerchiamo di chiarirci, lo informo che noi siamo gente che in Italia lavora e che siamo qui non per comprare souvenir o per buttare via il denaro, ma per visitare e rispettare la sua terra. Non ci piace essere raggirati e usati come salvadanai rotti. Se vuole continuare il viaggio con noi deve attenersi a questo nostro modo di essere, altrimenti che si ritenga libero.

Ok…pace fatta, in fondo mi sembra una brava persona, di sicuro è un driver eccezionale, superiore a Walid.
Ci racconterà l’ultimo giorno di avere 34 anni e 4 figli da mantenere. E’ palestinese, come S.Giorgio che uccise il drago, solo che lui è Musulmano e sta risparmiando per andare alla Mecca.

“Papy…sei sveglio?” chiedo a mio marito. Mi risponde subito, segno evidente che è sveglio da un pezzo. Non chiedo altro perchè non ho voglia di parlare e lui pure. Si continua ad aspettare con impazienza, il trillo della sveglia del cellulare.

Il museo dell’Olocausto. Assolutamente da vedere, con appese alle pareti le foto dei morti viventi o dei cumuli di cadaveri, i reperti nelle bacheche, gli ossari, la ricostruzione dei forni crematori, le lapidi a ricordo di 1.300.000 bambini sterminati, un quadro che raffigura Anna Frank.
Tutto questo fa venire la pelle d’oca e dona un impulso di solidarietà verso questo popolo ghettizzato, perseguitato, alla ricerca della terra promessa.

La zona del monte Sion dove c’è la chiesa sul luogo dove si dice (ecco la potenza della fede…credere fermamente a quel che si dice) sia morta Maria, madre di Gesù.
Questa zona è oggetto anche di storie riguardanti l’ Ultima Cena, il Cenacolo. Da qui si arriva alla tomba di Re David.

Ci spostiamo nei posti biblici della West Bank (i territori palestinesi o Cisgiordania) e per farlo passiamo un posto di blocco gestito dai militari e dalla bandiera palestinese. Faccio molta confusione, fatico a capire la situazione politica. C’è tensione, malcontento, allerta.
Inoltre il muro di sicurezza eretto, a isolare la Cisgiordania (una parete di cemento armato con in cima il filo spinato, lungo più di 400 chilometri, e alto nella parte bassa 12 metri fino ad arrivare a 16), che già a Gerusalemme è visibilissimo, è un’esempio raccapricciante.

Sembra un’enorme crosta di una ferita che non vuole rimarginarsi.
Anche se….anche se….gli argini, sono sempre due.
La ragione e il torto non sono mai da una parte sola.

A Betlemme, io credevo di trovare una grotta e invece ci trovo una basilica affollata da pellegrini provenienti dalla Russia e un prete ortodosso che dirige il “traffico”. Il ragazzo che ci guida e che parla italiano, ci racconta le dispute fra armeni, greci ortodossi e francescani . Ognuno di loro ha un’entrata personale in questa chiesa, oggi quella francescana è chiusa. Riesco a malapena a vedere la stella a 14 punte messa sul punto esatto dove nacque Gesù. Il prete ha fretta, spinge la gente a uscire, a fare veloce…
Veloce? Ma mica sono in coda per il tram…ho il nodo in gola.
Cavolo, finalmente sono nei posti che ho visto negli innumerevoli e tanto amati film sulla vita di Cristo e…non riconosco niente, cerco di chiudere gli occhi e usare tutta la fantasia possibile, emerge qualcosa, ma niente è riconoscibile.
Chiese, ori, drappi…coprono la grotta e la mangiatoia. Esco, presa da un assalto di claustrofobia.
Il ragazzo che parla italiano ci dice che Betlemme vive solo sul turismo, se questo manca, si muore di fame. Per fortuna si aiutano a vicenda. Sono ospitali e gentili, io ho mal di stomaco (se non mi è venuta l’ulcera in questo viaggio, non mi verrà più) e lui mi offre una tisana alla salvia che mi ha fatto stare meglio. Ci porta dove costruiscono croci e statuine della Natività con il legno degli ulivi. (Ne acquisto volentieri qualcuna)

Gerico, considerata la più antica città abitata della terra. E’ stato bello arrivare fin qua, fra colori diversi e beduini con cammelli al seguito.
Gerico dalle fragili mura, le intravedo sotto di noi, fra alcuni scavi, dalla teleferica che ci porta sul monte della tentazione, dove Gesù, resistette al diavolo e alla fame dopo 40 giorni passati nel deserto. Parecchi gradini per arrivare in cima dove ci aspetta un monastero greco-ortodosso.

Finalmente vedo uno spiraglio di luce sotto la porta, sta arrivando l’alba, tra poco suonerà la sveglia. Le valigie sono già pronte. Speriamo che quel benedetto taxista abbia capito. Penso ai risvegli di Gerusalemme, dovuti ad un gallo che non si capisce dove possa essere e cosa ci faccia nel centro di quest’enorme città. Iniziava verso le 4 a cantare e non la smetteva più. Mio marito lo avrebbe ucciso volentieri, a me fa pensare a Gesù e al suo: prima che il gallo abbia cantato 2 volte tu mi rinnegherai tre volte…e sorrido.

Oggi Monzer ci porta in Galilea e sulle alture del Golan. Non c’è mai stato (abbiamo fatto da apripista anche qui, quasi quasi, sia lui che Walid, dovrebbero pagare noi, non essere pagati, visto l’esperienza nuova che si sono fatti…cavolo!)
Ora è adrenalina pura.
Fuori Gerusalemme, sono obbligatorie le cinture di sicurezza anche per i passeggeri dietro. I controlli sono parecchi. Torniamo nella West Bank, e saliamo verso nord.
Il tragitto viene affidato ad un navigatore che fa quel che può, e ad un vecchio amico taxista che fa il resto seguendoci al telefono.
Lungo la strada, coltivazioni di mais e autentiche serre, emergono dall’ocra di questa terra arida.
Un giardino, un giardino nel deserto. Qui, al contrario del Libano, i cervelli non sono fuggiti, ma sono rientrati…ingegnandosi in impianti di irrigazioni a tempo, che infoltiscono addirittura enormi piantagioni di palme. E i fiori.
Vaste fattorie (i kibuz) assemblano lavoratori per alimentare il verde nel deserto. Qui si dice che viva il vero spirito dell’egualitarismo e della proprietà comune.
Costeggiamo il confine con la Giordania, quante telecamere e chilometri di filo spinato elettrico ci sono!!!
A me, tutto questo, sembra un film…un film di guerra.
Ad ogni area c’è un controllo severissimo. Ci è capitato di vedere far scendere un uomo dall’auto che, ammanettato con le braccia a croce, ci è passato davanti, fra due soldatesse.

Le donne, non finiranno mai di stupirmi, nel bene e nel male.

Arrivati a Beit She’an, la strada si divide in due, quella di sinistra porta a Nazareth, quella di destra arriva al mare di Galilea. Deviamo a destra e dopo circa 1 ora, avvistiamo il lago di Tiberiade. Decidiamo di fermarci qui al ritorno e proseguiamo per le alture del Golan.
Una unica strada ripida, con tornanti, la strada 98.
Arriviamo in cima, intravediamo le montagne innevate della Siria. La natura è meravigliosa, accomuna gli stati in guerra regalando loro colori stupendi. Se solo potesse dare loro anche la pace.

Siamo solo noi. Quassù regna un’armonia naturale che fa respirare aria buona.
Sembra un controsenso lo so, perché qui, non puoi scendere dall’auto. La zona ai lati della strada è disseminata di mine inesplose con tanto di cartello giallo che le indica e l’ormai amico filo spinato elettrico. Qui si è combattuto violentemente e sembra che ancora non sia finita. Vediamo fortini siriani distrutti e resti di carri armati, qualche casa disabitata con mucche al pascolo. Mi chiedo cosa succede se inciampano in una mina. Carne da macello…come i soldati che qui sono morti e che vengono ricordati nei tanti monumenti ai caduti costruiti da Israele.

Ogni tanto un rallentamento voluto e costruito con cumuli di pietra a formare una curva con uno stretto passaggio. E da lassù, c’è sempre qualcuno che osserva. Mio marito deve assolutamente guardare e fotografare un carro armato da vicino e ci fa pure pipì là dietro. Non si accorge di avere alle spalle i soldati in cima a una torretta che sorvegliano. Io e Monzer, in quel momento, mentre lo aspettiamo sull’auto, abbiamo il cuore in gola. E’ che non sai come possano reagire, si sa solo che è vietato scendere e fotografare. Ma come dire no a un marito che è elettrizzato? Per lui, toccare con mano la storia attuale è esaltante e io lo capisco.

C’è un punto in cui in lontananza si vede Quneitra, la città fantasma dove vivono solo macerie e che ormai è impossibile visitare se non richiedendo speciali permessi in loco. Il loco naturalmente è la Siria. Qui siamo vicinissimi.

Il Golan delimita un confine più volte ridefinito.

Percorriamo la strada fino alla fine, fin dove muore, persino Monzer è meravigliato da queste alture.
Lui vorrebbe addirittura proseguire, ma arrivati a Mas’ada (una comunità di Drusi, dove le donne portano candidi fazzoletti in testa a mò di velo) alcune persone ci dicono che da lì in avanti non si può andare. Tentiamo un’altrenativa per rientrare, prendendo più volte diramazioni , ma sono solo strade militari. Dobbiamo semplicemente tonare indietro sui passi già fatti. Come Walid, Monzer ci prega di non fare più foto.

Abbiamo apprezzato anche la quiete del Monte delle Beatitudini, sul lago di Tiberiade, ci siamo fermati a Tabgha (dove avvenne la moltiplicazione dei pani e dei pesci), a Cafarnao (dove c’è la casa di Pietro il pescatore…tu sei Pietro e su questa pietra…) poi Kana (l’acqua che diventa vino in occasione di un banchetto di nozze) e infine Nazaret (dove si trovava la casa di Maria e la bottega di Giuseppe)
Tutti questi luoghi che hanno visto la crescita e i miracoli di Gesù, sono abbastanza deludenti.
Abbiamo visto ovunque basiliche, chiese e sinagoghe. Alcune belle, altre meno, ma non specchiano quello che credevo di trovare. Ora lo so.

E’ il nostro ultimo giorno in questo “doppio” stato Israele-Palestina e il nostro ormai amico Monzer ci vuole fare visitare anche una moschea, quella di Akko.
Akko è una città in pietra, conservata benissimo, sulla costa settentrionale a pochi chilometri dal Libano.
Saliamo su una barca e facciamo il giro delle mura respirando il mare.
Ceniamo e silenziosamente torniamo passando da Tel Aviv. Un giro splendido. Un’autostrada super, sembra di essere in un qualsiasi stato europeo…anzi, meglio, se non fosse per i cartelli scritti in ebraico. Chiedo al nostro autista se lui conosce questi caratteri e ci risponde che li sa leggere, ma non scrivere. Comunque quasi tutto è scritto anche in inglese. Cerchiamo di tenerlo sveglio, è stanchissimo.

La sveglia, suona, evviva….finalmente posso alzarmi, sistemare le ultime cose e andare a vedere se il taxi si è ricordato di venirci a prendere.
Mio marito si alza subito anche lui, ci guardiamo…che stanchezza!!! Casina, voglio tornare a casina e voglio il mio computer. Qui ad Aqaba il pc parlava solo arabo, che disastro.

Mentre mi preparo, parlo, parlo…ricordi papà per uscire da Israele?

In uscita, le macchine da Gerusalemme possono arrivare fino in frontiera, al contrario di quando si entra, ma…prima sono sottoposte al controllo con gli specchi sotto l’auto. Vengono ispezionate centimetro per centimetro insieme ai passaporti. Si percorre circa 1 chilometro e qui bisogna armarsi di pazienza. Passa solo un’auto alla volta e solo dopo che quella precedente ha finito la procedura. Arriva il nostro turno, scarichiamo i bagagli e Monzer ha pochi minuti per tornare indietro. Noi non possiamo più toccare le nostre valigie. Vengono messe su un carrello e lasciate lì.
Le tengo d’occhio preoccupata, ma ci fanno entrare in una sala, dobbiamo pagare la tassa d’uscita. Accipicchia, l’entrata era gratis, ma per uscire vogliono 174 dollari in due. E controllano, controllano. Ci indicano una porta. Ci aspetta un autobus. Vedo i bagagli, cerco di toccarli, ma vengo allontanata, li posso solo indicare. Ce li caricano sul bus, piove. Saliamo anche noi, ci contano, e finalmente si parte (sono passate 2 ore). Tutto questo è avvenuto in un luogo coperto dai monti dove il filo spinato regna sovrano. Passiamo il ponte sul Giordano e il bus si ferma. Indovinate? Per distribuire i fogli di immigrazione da compilare. Non avanziamo per più di 3 metri che salgono 2 poliziotti giordani. Ritirano i passaporti e rimangono con noi fino alla frontiera. Qui scende l’uomo con i nostri documenti e noi dobbiamo aspettare che ne salga un altro a riscuotere la corsa.
Finalmente approdiamo, tocco la mia valigia, la metto sul rullo, e vado a ritirare il mio passaporto. Uff!!! Almeno non paghiamo nulla.

Là in lontananza c’è Walid che aspetta.
Finalmente ci riposeremo. Ci aspetta Aqaba, il mare e una bella tempesta di sabbia per arrivarci.

Il taxi c’è ed è in anticipo.
Tutti dormono ancora in questo piccolo villaggio che ora ha anche la piscina e che ci vede per la seconda volta.
Mentre percorriamo i quasi 30 chilometri che ci separano dall’aeroporto, rifetto e tiro le somme:
abbiamo percorso più di 2.700 km in auto e non so quanti a piedi, abbiamo scattato più di 1.400 foto, ho riempito 180 minuti di casette con filmati…abbiamo attraversato per 11 volte i confini fra Giordania, Siria, Libano, Israele, abbiamo dormito in 8 posti diversi, abbiamo mangiato un tot di hummus e pollo, abbiamo raccolto numeri di telefono e contatti vari, abbiamo vissuto un’esperienza unica.

Ora sono tornata, spero di non avervi annoiato

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Ci sono 5 commenti su “Un viaggio fra guerre, religioni e paesaggi 3° parte (ISRAELE-WEST BANK)

  1. “”rifetto e tiro le somme:
    abbiamo percorso più di 2.700 km in auto e non so quanti a piedi, abbiamo scattato più di 1.400 foto, ho riempito 180 minuti di casette con filmati…abbiamo attraversato per 11 volte i confini fra Giordania, Siria, Libano, Israele, abbiamo dormito in 8 posti diversi, abbiamo mangiato un tot di hummus e pollo, abbiamo raccolto numeri di telefono e contatti vari, abbiamo vissuto un’esperienza unica.
    Ora sono tornata, spero di non avervi annoiato””

    annoiato?? :shock: grazie invece per aver condiviso un po’ della tua splendida avventura con noi!! un viaggio bellissimo,carico di emozioni….complimenti!!

    “”Cerchiamo di chiarirci, lo informo che noi siamo gente che in Italia lavora e che siamo qui non per comprare souvenir o per buttare via il denaro, ma per visitare e rispettare la sua terra. Non ci piace essere raggirati e usati come salvadanai rotti.””

    spesso l’essere “fregati” come polli da spennare nei viaggi è la cosa che ci da più fastidio…proprio perchè come dici tu vorremmo solo “visitare e rispettare quelle terre” ..contribuire sicuramente col nostro turismo alla loro sorpavvivenza e rposperità ma essere a nostra volta rispettati…
    complimenti per come hai chiarito perfettamente la situazione:ok::rose:

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