Un’anno da Dio…anzi….nello Zaire

“Voglio trovare
un senso a questa storia
aAnche se questa storia
un senso non ce l’ha…”

(V. Rossi)

Premessa

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Non cé presente senza passato. Siamo quello che siamo per il nostro vissuto, la nostra storia, le nostre esperienze. Esiste una sintomatologia collegata al viaggiare che la letteratura medica identifica con il nome di “mal d’Africa”. Di ritorno, dopo esservi stati, si viene presi dal forte desiderio di tornare in quei luoghi. Come dire? Gli amanti dei gialli direbbero “l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”, mentre gli amanti delle belle arti probabilmente lo assocerebbero alla “sindrome di Stendhal”. Ne sentii parlare a scuola quando, discorrendo delle nostre esperienze di viaggio, raccontai del mio anno da straniero nel continente nero….non a guardare però, insieme ai watussi, per primi la luce del sole. A distanza di anni il responso medico parla chiaro: irrimediabilmente malato allo stato cronico; l’attrazione che suscita l’Africa è la stessa che crea la calamita in presenza di un oggetto di ferro. Rimane il rammarico, pur rimanendo un esperienza unica, di averla vissuta con la non consapevolezza dell’età. Unitamente al fatto di esserci stato un anno solamente, al posto dei tre previsti.
PS = purtroppo foto di questo periodo non sono riuscito a recuperarle e nel diario sono state riportate notizie aggiuntive prese dai racconti di chi ha condiviso questa esperienza lasciando intatto comunque lo spirito degli avvenimenti.

Racconto

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Lasciate ogni speranza voi che entrate
Lontani furono dell’esperienza i tempi
Non fermatevi qui a leggere se indirizzi cercate
Vorrei dei ricordi solo non far scempi

Perché mi decida ora a scrivere
Il motivo ancora a me è ignoto
Solo forse vorrei far rivivere
Un passato ormai remoto.

Poco più che piccino
L’anno scolastico ancora non avevo terminato
Nel mappamondo vidi solo un puntino
Dove con mio fratello sarei andato.

Dello Zaire la mamma disse si trattava
dai dubbi logicamente venni colto
chi per esempio la macchina guidava
il viaggio di sicuro lungo sarebbe stato molto.

Va bene….un po’ ho giocato al piccolo scrittore; non ambendo a divenir un novello Dante torno nei ranghi cercando di riordinare le idee e tornare indietro a quel periodo. A tenermi compagnia, oltre che ponte di collegamento tra gli stati d’animo e quanto la penna riesce poi a mettere nero su bianco, la fedele amica: la musica. A bordo della macchina del tempo, sulle note del dottor Vasco, provo a far riemergere i ricordi che si perdono nella notte dei tempi, risultando ancora ignoto il vero motivo per cui mi trovo a raccontare di quest’anno lontano da casa, a migliaia di chilometri di distanza.
Certo, se all’epoca qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei potuto raccontare al “mondo” della mia esperienza comodamente da casa lo avrei preso per pazzo, ma è esattamente ciò che si è sentito dire colui il quale aveva data l’annuncio che l’uomo era pronto ad andare a farsi una passeggiatina sulla luna. E’ vero, lo ammetto, non mi hanno mai parlato di un viaggio spaziale, ma dirmi che saremmo dovuti andare a Kinshasa credo abbia procurato lo stesso effetto. Ecco come la tranquilla esistenza di un bimbo fatta dei suoi giochi nel cortile in cemento di un grattacielo di 19 piani viene in un attimo sconquassata. Una sfilza di domande, lunga come la coda in un tranquillo ferragosto sulla Salerno – Reggio Calabria iniziavano ad affollare la mente. Incessante ed incalzante come il ritmo tribale che accompagna gli eventi più significativi delle popolazioni indigene di cui ho avuto modo di apprezzarne le sonorità, influenzando anche l’orientamento musicale verso lo strumento delle percussioni in generale ed in particolare della batteria Dove si trova? Prima domanda, vista le mie, logicamente, scarse conoscenze geografiche. In Africa? Africa? Che roba è l’Africa? Non era mica coma oggi; accendi il pc digiti Africa e tutto quello che vuoi sapere al riguardo ti compare magicamente, come un coniglio uscito dal cilindro del Mago Silvan, al monitor. Avevo visto forse qualche cartina appesa alle pareti della classe, ma nessuno aveva ancora spiegato dell’esistenza di altri continenti. Come si fa a raggiungerla? Quei bordi marcati un po’ di più (confini) per me erano come un recinto dove chiunque si trovasse non poteva uscirne. Senza contare l’arrovellamento del cervello a capire come si sarebbe potuto passare da una parte all’altra quando di mezzo c’era il mare.!! Ma che bisogna nuotare? Ammazza che fatica bisogna fare per viaggiare!!!. E il mezzo di trasporto poteva essere esente dagli amletici dubbi? esisteva solo la mitica Giulietta del nonno e, quindi, era logico si sarebbe usata quella per andarci ma….quante ore di guida doveva sobbarcarsi o meglio, quanti giorni ci avremmo impiegato?. Elementare Watson: esiste anche l’aereo, un uccello dotato di motore, la spiegazione terra terra…il papà lo aveva già preso per andarci qualche mese prima in modo da farci trovare tutto pronto quando saremmo arrivati noi. Ma dovevo ancora finire la scuola….dispensato dalla frequenza gli ultimi giorni senza ripercussioni sull’esito finale….una specie di promozione honoris causa dati i particolari motivi. Africa, Africa….come la goccia che cade con certosina precisione sulla testa del torturato prima che iniziassi a rendermi conto un poco di quello che si andava ad affrontare. Non eravamo ancora partiti! Africa….qualcosa collegava questa parola alle capanne di fango e paglia. Stiamo mica a scherzare se quella sarebbe stato il nostro tetto sopra il cielo stellato, magari con vicini di casa i nipoti dello zio Tomi, che si vedono nei documentari e ti chiedi sempre se ci vivono veramente o sono messe lì per essere immortalate dai turisti durante le escursioni. Mai e poi mai….piuttosto me ne sarei rimasto in Italia….don’t worry…non rischiavamo quel pericolo…avremmo continuato a vivere in una casa come quella in Italia; anzi meglio, molto meglio. Anche se bisogna pazientare un po’…non sarebbe stata subito a disposizione e per i primi tempi la nostra “suite” era una stanza all’interno del quartier generale della missione. Nessuna missione di pace, come abituati a sentire oggi, ma uno “scambio culturale” in particolare con il Belgio, di cui anni prima ne era stata una colonia. Il dominio belga ha fatto si che comunque venisse intrapreso un sostanziale intervento di modernizzazione delle infrastrutture costruendo ferrovie ed aeroporti rimanendo, sia durante il periodo di Mobutu, il presidente dittatore con un forte senso di egocentrismo e tanto folcloristico negli atteggiamenti quanto terribilmente sanguinario nella realtà, sia successivamente in buoni rapporti economico-politici. In questo quadro rientrava anche questa cooperazione italo-belga al fine di dotare la nazione di una propria aeronautica sia militare che civile. Finalmente è arrivato il gran giorno: partenza per Roma, visita della città, un paio di giorni, e poi imbarco su Lockheed C130 (aereo quadrimotore impiegato soprattutto per il trasporto e lancio di mezzi e truppe, nonché come mezzo antincendio, il cui acquisto vide coinvolto l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone). Con tutto il rispetto per l’anno trascorso la vera avventura fu proprio il viaggio di andata: sedici ore di volo con il ronzare dei motori dentro le orecchie, indipendentemente da dove si era seduti. Scalo tecnico in Marocco, in pieno deserto, e benché fosse l’una di notte ad accoglierci una tempesta di sabbia e temperature che in Italia, nemmeno ad agosto si registrano. Appena messo piede nella sala d’aspetto…..strikeeee…..persone che cadevano come fossero birilli colpiti da una boccia da bowling o tessere del domino in uno di quei tentativi di entrare nel Guiness dei primati
La meta finale si stava avvicinando e con essa aumentava la preoccupazione di ciò che eravamo chiamati ad affrontare, (sembra lo spot dell’amaro Averna) per lo meno nei primi tempi. Il cambiamento radicale e repentino. Condizioni igienico-sanitarie in primis.….che ci si ammalasse di malaria o di cadere nella malattia del sonno grazie alla mosca tse tse non era poi così difficile; un mese prima di partire era già iniziata la profilassi a base di chinino, due volte al dì, sino a qualche mese dopo il rientro….attenzione ai cibi crudi….attenzione all’acqua….ma ce n’era vista la scarsità delle piogge? Poche e maledette almeno per i danni che facevano, portandosi via tutto, come quella volta che la strada in terra battuta che conduceva alla principale asfaltata era stata spazzata via quasi per intero lasciando una voragine di un paio di metri di profondità, l’integrazione con la popolazione locale anche se i momenti di contatto non erano frequenti, la sicurezza, dopo le 20.30 per i bianchi era “consigliato” non uscire se non per motivi particolari, per i locali vigeva il coprifuoco….e non era nemmeno difficile in pieno giorno trovarsi qualche “ospite” non desiderato come quella volta che dalla botola si stava introducendo in casa qualcuno in cerca del tesoro nascosto, tanto da convincere tutti a prendere il porto d’armi e addormentarsi con il “giocattolo” sotto il cuscino, non si sa mai; no, non era realmente il massimo della contentezza ma un sacrificio per poter costruire qualcosa un domani si poteva e si doveva fare. Tutti assieme.
Finalmente arrivati….trasporto con pullman militare nella zona logistica…..in attesa di avere la tanto agognata casetta nostra…..sistemazione nella stanza….sembrava di essere all’arrivo in un villaggio vacanza dei giorni nostri….abituato a vedere più che altro cemento anche se il verde a Treviso non mancava….tutta un’altra cosa comunque l’immenso parco circondato da palme…con annessa piscina….e intanto girovagando alla scoperta del nuovo habitat….primo incontro con la selvaggia natura africana….un paio di coetanei tengono in mano una “cosa” lunga maculata, oddio cosa sarà mai….boh forse è finta….ragazzi ma è vero? Certo che è vero….se il buongiorno si vede dal mattino….non so se fosse stato un pitone, un boa, un mamba o cosa….so che era impressionante vederlo in tutta la sua lunghezza…e se me lo fossi trovato davanti un giorno ancora vivo? Non era lungo quanto quello ma alzare la tavoletta del gabinetto e vedere spuntare una testolina che ti faceva ciao con la sua linguetta rossa biforcuta, sentire George il domestico ingaggiare nel giardino una serrata lotta a colpi di rastrello con un altro esemplare, o accorrere nella casa del vicino dove si son uditi degli spari per annientare il serpente dei sette passi non era proprio tranquillante. Meglio non pensarci…..molto meglio il pappagallo che il papà aveva preso e che appena mettevi piede in casa…..ciaooooo…come stai? Già meglio….forse non è poi tutto così tragico….Gooooonnnngggg…..ma siamo nello Zaire o in Tibet chiamati a raccolta nel momento della preghiera?A raccolta siamo stati chiamati si, ma per avvisarci che il pranzo era servito. Come il cucù della migliore tradizione tirolese a mezzogiorno quello era il richiamo per dire che era ora di mettere i piedi sotto la tavola. Come il clock da il tempo al musicista quello rappresentava uno dei tanti clock che scandivano i momenti di quella parentesi. Come il martedì quando si aspettava veder spuntare dal fondo della strada la sagoma variopinta di Marie, un bambino sul groppone infilato in una sorta di marsupio, un cestone sulla testa a mo di scuola di passerella e uno in mano ricolmi di frutta; non che mancasse in casa. Nel giardino molto grande di casa avevano trovato posto piante di ananas, alberi di banane, un piccolo orticello dove, strano a dirsi, il papà si era dato alla coltivazione di pomodori, melanzane e qualche altro prodotto nostrano. Un llittle corner dell’italica coltivazione, ma Marie portava LA FRUTTA. Cocco, mango, papaya, fichi d’india e soprattutto canna da zucchero che tagliata a striscioline difficilmente arrivava al giorno dopo. Come il pacco in arrivo dall’Italia ogni due mesi per non farci sentire troppo la lontananza. Come il sabato che era il giorno dedicato ad andare a fare la spesa al supermercato in centro a Kinshasa. Dalla strada principale dove si poteva ammirare solo l’asfalto e la ricca vegetazione ai bordi della strada, si giungeva nella giungla di cemento della capitale, dove il traffico la faceva da padrone e i vestiti dalla cromaticità sgargiante delle donne davano un tocco di colore. I carrettini (non all’uscita di scuola) che a bordo strada vendevano, come in Sicilia le granite, in Campania o pere e’ muss, le “leccornie” locali. Spiedini di cancrillà, una specie di scarafaggio dalla carne tenera (dicono) e il guscio simile a quello dell’aragosta conditi dal pirichiri, un potente peperoncino più forte di quello di Soverato. Era sufficiente una puntina minuscola per far accendere una persona, anche la più allenata, come una lampadina ad incandescenza. Come l’appuntamento che noi bambini avevamo ogni mattina alla fermata dello scuolabus; no, non era il coniglio dal muso nero che scorazzava su e giù per le montagne verdi di Marcella. Si trattava invece di un simpaticissimo scimpanzé, tipo la Chita di Tarzan. Il primo incontro non è stato dei migliori. Mentre eravamo alla fermata davanti ad una villa dal fondo del suo giardino vediamo arrivare a spron battuto questo esemplare di scimpanzé che, con tutta tranquillità si arrampica sulla cancellata e la scavalca. Mamma mia e adesso? Mezzi impauriti senza sapere come si sarebbe comportato ha pensato lui a mettere a posto la situazione. Si è avvicinato salutando come si farebbe tra vecchi amici e poi saltato in braccio ad uno di noi. Impressionante, per la sensibilità mostrata dall’animale, nel momento in cui siamo saliti sullo scuolabus. Sembrava quasi si mettesse a piangere e la proprietaria ha faticato non poco per farlo rientrare in casa parlandogli come farebbe una mamma con il proprio figlio per consolarlo dopo un dispiacere. Già ci eravamo affezionati e saremmo rimasti un po’ delusi se il mattino seguente non sarebbe venuto nuovamente. Tanta era la convinzione che sarebbe andata così e,.invece, puntuale, per tutto l’anno scolastico dal mattino successivo è stato nostro fedele compagno nell’attesa tanto da arrivare dopo un po’ di tempo ad anticiparci e farsi trovare già nella piazzola e alla nostra vista gli si illuminavano gli occhi. Proprio come un bambino mentre nel vederci partire prendendoci un po’ in giro si copriva gli occhi con le mani per far finta di non voler vedere quello che succedeva per poi voltarsi verso di noi e salutarci con la mano. La scuola? Praticamente come trovarsi all’interno di un oasi in pieno deserto. Una lussureggiante vegetazione composta per lo più da banani e palme di cocco, dove provetti scalatori si cimentavano come Messner alla conquista del K2, su uno sfondo in terra battuta rossa faceva da contorno a piccoli prefabbricati che erano le nostre (italiane) aule mentre gli scolari locali trovavano posto in strutture molto vicine a quelle che possono essere poco più delle capanne. Maestre rigorosamente di lingua madre italiana ma a forza di sentire parlare francese qualche parola alla fine siamo riusciti a biascicarla, pur non reputandola una lingua degna della mia attenzione. A proposito delle capanne dello zio Tom; accantonata l’idea di doverci andare a vivere, durante il pomeriggio di una delle tante giornate passate a giocare col poco a disposizione, compreso il portare a spasso il pastore tedesco lasciato in eredità dai precedenti inquilini e che, normalmente tranquillo, agitatosi improvvisamente ha portato lui a spasso chi lo teneva al guinzaglio, ci spingemmo sino in fondo al viale dove abitava la maggior parte degli italiani. Come le colonne di Ercole delimitavano il noto dall’ignoto, la stessa funzione in questo caso era assolta da un muretto di cemento che per chissà quale misterioso motivo non è mai stato oggetto del nostro desiderio di vedere oltre. Almeno sino a quella giornata. E una volta arrampicateci i nostri occhi hanno visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. A parte le citazioni l’ignoto era rappresentato da un vero villaggio delle tribù locali dove ognuno aveva il proprio compito e non si muoveva niente se il capo non acconsentisse. Ciò che, dopo aver parlato con un giovane, ci ha bloccato nel chiedere se potevamo scavalcare il muro per poter essere, anche solo per pochi minuti, uno di loro, per toccare con mano un mondo che si pensava essere lontano invece era due passi. Lo stesso mondo che, contrariamente alla nostra tradizione cattolica, reputa il momento della dipartita di una persona cara un momento di gioia e felicità avendo finito il percorso di difficoltà, ostacoli da superare e occasioni di sofferenza di cui era piena la vita terreno. La vera vita era nell’aldilà. Allora si davano inizio a grandi feste dove si suonava e ballava tutto il giorno per una settimana intera. Delle feste cosiddette comandate, mi viene in mente solo Natale. Faceva specie, pur essendo un evento raro anche a Treviso una nevicata, ma pur sempre inverno, trascorrerlo quando si era in piena estate. Quello che non ricordo se era stato approntato l’albero di natale, sarebbe stato un po’ ridicolo effettivamente. Ricordo invece di essere andati con un gruppo di amici e colleghi dei miei a festeggiarlo in quelle che da noi possono essere chiamate piscine comunali e per fortuna a Babbo Natale avevamo già smesso di credere altrimenti sarebbe stata dura far passare la storiella che arrivava con la slitta. Tutt’al più poteva essere trasportato a dorso di elefante, come Annibale sulle Alpi. Elefante, elefante….un esemplare in carne ed ossa, pardon zanne non l’abbiamo mai visto se non riprodotto in lavori dell’artigianato locale, molto rinomato per l’intarsio del legno, la lavorazione dell’avorio (anche se non sarebbe stata possibile), e della malachite, ma in compenso ci siamo tolti lo sfizio di arrivare sino quasi sulle rive del fiume Congo da dove si potevano ammirare, all’apparenza mansueti, alligatori intenti in un “riposino” o vista la posizione assunta in attesa di possibili prede. Il tempo alla fine è volato, un anno è passato come una meteora nel cielo e l’aggravarsi delle lotte interne ha reso la situazione talmente pericolosa da iniziare a rimpatriare tutti nella massima fretta, dando priorità a chi aveva figli. La mamma addirittura ne portava una in grembo che per pochi mesi ora avrebbe scritto sulla sua carta d’identità nata a Kinshasa – Zaire.

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Ci sono 8 commenti su “Un’anno da Dio…anzi….nello Zaire

  1. grazie ragazze…..non era facile infatti rendere leggibile una cosa che altrimenti sarebbe stata solo un elenco di fatti visto l’età in cui le ho vissute. L’amore che ho per la musica ormai è cosa nota….:bacio:

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