Vietnam del Nord, là dove il drago si inabissa nelle acque

Segue da Bangkok

Vietnam del Nord, là dove il drago si inabissa nelle acque e altre storie.

12 gennaio 2009: oltre la “cortina di bambù”
Air Asia ci porta da Bangkok ad Hanoi con 104 euro in due e una lunga corsa per i gate del Suvarnhabumi. Sono le nove di sera e l’aeroporto Noi Bai è mezzo vuoto e poco accogliente.
Saranno le uniformi verde esercito, sarà la stanchezza, sarà la passione per la burocrazia che contraddistingue ogni regime che si rispetti ma mi sento a disagio.
Avevamo già il visto: quello all’arrivo. 25 USD a testa pagati all’hotel che l’ha chiesto per noi e altri 25 da saldare allo sbarco: netto risparmio rispetto ai 70/80 euro a testa chiesti in Italia. Ma ci mettiamo più di un’ora a sbrigare formalità semplici spostandoci come mucche da uno sportello all’altro di quella macchina sfornavisti che è l’ufficio immigrazione.
Poi però l’addetto ci sorride e ci da il benvenuto.

Primo impatto con i motorini sulla via. L’autista inviatoci dall’Hanoi Elegance 2 (42 €. a notte) sfreccia attraverso un mondo su due ruote, mezzi, merci e persone che sembrano star su per scommessa, col gioco dell’improbabile. Forse è solo abilità, ma pare arte finita nei geni dopo generazioni di equilibrismi. Che caos indescrivibile, quanta vita qui sulle rive del Fiume Rosso. I clacson non sono come i nostri: qui raccontano storie, parlano, salutano, offendono, ridacchiano. Non so come spiegarlo, ma lo fanno.

Comunque sia arriviamo in hotel e veniamo accompagnati in una graziosa camera arrampicata su al 7° piano, con finestre su tre lati e letti appoggiati all’unico muro. Sconsigliato a chi soffre di vertigini. Mi sento in una torre del vento. Il quartiere vecchio è sotto di noi.
Notte di Hanoi. Non molto movimentata a quanto pare. Le bancarelle vengono smontate e i ristorantini sulla strada sono già tutti chiusi. In giro qualche assonnato venditore che chiude bottega e una comitiva di inglesi un po’ brilli. Ci cattura un europeo in motorino e ci indica il suo locale: resta aperto fino a tardi ci dice. Siamo davanti al lago Hoam Kiem: luci sull’acqua e ponte rosso illuminato.
Verso mezzanotte riusciamo a trovare un rumoroso e fumoso pub ancora aperto e ci fiondiamo dentro. Ci chiudono la serranda dietro. Noodles, riso con verdure e manzo e bia hoi la birra vietnamita: ci voleva! Tutto per 170.000 dong, 8 euro circa in due.


13/15 gennaio 2009: Halong – là dove il drago si inabissa nelle acque.

Oggi Halong Bay. Saluto all’alba il Giramondo senza accenti né apostrofi (dannate tastiere asiatiche!) e via verso la Baia su un pulmino condiviso con altri viaggiatori. L’auto privata era davvero troppo cara e già il pulmino ci è costato 50 €. in due a/r.
Tre ore di strada molto trafficata tra campi e ciminiere, cimiteri cinesi e moto cariche di polli e patate. Le risaie cominciano già dai sobborghi della capitale. C’è chi coltiva riso e rape perfino sul bordo stradale e nello stretto pezzo di terra tra due rotaie. Incredibile. Il verde evidenziatore dei germogli di riso si riflette nei vetri a specchio di molte villette. Balaustre cromate e timpani imponenti fanno supporre uno sfrenato amore degli architetti locali per Dinasty e altre sobrie serie tv come questa. Sulla via anche cani macellati. Io per fortuna non li vedo, me lo riferisce ridendo (mah) una ragazza americana.

Arrivo ad Halong City alle 12,30, gli altri vengono sbarcati al molo turistico pieno di gente e di giunche colorate di tutte le dimensioni e costi. Si respira allegria. Noi veniamo invece portati all’imbarco privato della Indochina Sails. La nostra giunca, la Halong Jasmine, ci attende. Accoglienza perfetta fin dal molo. I nostri zaini malandati e polverosi vengono presi in carico da personale in livrea mentre un elegantissimo sconosciuto (maggiordomo? ufficiale di bordo? direttore megagalattico?) ci accoglie pronunciando alla vietnamita il mio nome. Non è onnisciente, siamo solo gli ultimi. Ci sentiamo vagamente fuori posto con i nostri jeans “freschi” di volo internazionale, sosta a Bangkok e scarpe da trekking più comode che belle.
Machissenefrega.
Siamo qui, davanti ad una delle meraviglie naturali del mondo. Indocina, quella che immagini, che hai visto nei film sognando di poterci andare un giorno. Halong: là “dove il drago si inabissa nelle acque” questo il significato di un nome che già da solo rende magico il luogo.

Giunca bellissima, due ponti esterni da cui godere del panorama, saloni interni accoglienti; in cabina finestre panoramiche sulla Baia. E ottima cucina di pesce e crostacei. Io e Paolo ci sentiamo quasi in luna di miele (beh tanto lo dico ad ogni viaggio) Decisamente non lo standard che scegliamo di solito, ma 450 €. meritatissimi (in due, per tre gg tutto compreso fuorché le bevande). La nostra personale “alzata di testa” ;-)

Scegliere on line tra le varie giunche è complicato e bisogna diffidare di chi promette grandi cose a pochi dollari. Le offerte sono tante e alcune inesistenti. Pare sia semplice ritrovarsi a dormire in cabine senza chiave e finire per condividerle con grandi topi e piccoli sconosciuti casualmente interessati al vostro bagaglio. Per cui occhio a prenotare così, meglio andare a Halong city o direttamente a Cat Ba e scegliere sul posto.

Il percorso di queste giornate è indescrivibile. Lo facciamo praticamente tutto all’aperto, sulle poltrone o sulle sdraio del ponte superiore, nonostante il freddo.

Navigazione, isole appuntite che sorgono da un mare verde e celeste, vento, musica vietnamita in sottofondo, tramonti, grotte, villaggi galleggianti, falchetti nel cielo e gamberi chimera nel piatto. A volte piccoli trekking per risalire un’isoletta o kayak per circumnavigarne un’altra. Beh provarci almeno. Probabilmente io e Paolo siamo stati i peggiori kayakers mai visti sulla baia, ma che importa: ci siamo divertiti come macachi a tirarci involontarie pagaiate d’acqua in faccia e girare su noi stessi. E poi tai-chi sulla spiaggia all’alba e notti in rada dopo barbecue e sauvignon.
L’ultimo brindisi si fa a letto con le tende spalancate, sotto al piumino.








La baia è tanto grande che in molti punti ti senti completamente solo. Il turismo ci sarà pure ma sembra così rarefatto da non incidere ancora in modo visibile sulla natura.
Avrei solo voluto fosse più semplice entrare in contatto con gli abitanti della Baia. Ma noi eravamo su nel ponte superiore e loro giù nelle barchette di giunco intrecciato. E le nostre realtà – divise anche fisicamente dalla presenza di ponti e livree – sono venute a contatto solo nella visita guidata al villaggio assuefatto e pronto. Peccato.

15/16 gennaio 2009: Hanoi e lo “Zio Ho”


Arriviamo ad Hanoi in serata. Cena in un fantastico ristorante per strada. Beh forse ristorante non è proprio il termine esatto visto che si cucina con fornelletto sul marciapiedi appoggiandosi alla porta di casa e ci si siede quasi per terra su panche e tavoli improvvisati tra le bici, i motorini e i passanti. Ma quelle enormi lumache verdi, i biscacchi, le grandi vongole, le ostriche, le conchiglie maculate e i granchi erano fantastici. Era già pieno ma sono stati felici di stringersi e lasciarci posto. Per chi si trovasse a passare per il quartiere vecchio di Hanoi segnalo che il posto si chiama Bich Duong e si trova al 46 di Cau Go – Hanoi. Non so se riuscirete a trovarlo ma se lo farete sarete soddisfatti e non vi verrà nessun malanno del viaggiatore nonostante la sfida al destino.

Partiamo presto di mattina confusi da una colazione a base di baguette fragranti. Non c’è niente come l’odore del pane fresco per darti sensazioni domestiche. Alla fine i francesi han lasciato qualcosa di commestibile oltre al colonialismo, alla devastazione e qualche buon romanzo.

Hanoi è una capitale vitale, caotica, bella e interessante. Vecchie palazzine francesi con piccole pagode incastonate in mezzo, viali alberati e piccoli laghi. Grandi alberghi per comitive e uomini d’affari sulla sponda “chic” dell’Hoam Kiem. Palazzi del potere e vecchi cimeli coloniali in centro.
Socialismo reale applicato al cartellone propagandistico in ogni via. “Sporca Guerra” in vendita per turisti nostalgici e grandi comitive nelle bancarelle e nei negozi, sempre meno che a Vinh, mi si dice.

Hanoi è anche la città dei giochi di prestigio, dell’evanescenza e delle moltiplicazioni.
Se qualcosa ha successo state sicuri che verrà replicato, non sempre in modo chiaro e onesto.
Il Sinh Cafè ad esempio, una delle agenzie di viaggio più note per i backpackers perché per prima offrì gli open tour, ormai trova un suo clone in quasi tutte le vie centrali del quartiere vecchio, e così il ristorante Little Hanoi 1 citato dalla LP: ormai saremo al Little Hanoi 101, ciascuno con la sua targa “autentica” sulla porta.

Il quartiere vecchio, cuore della città, è uno spettacolo di umanità varia a piedi e su due ruote, bilancieri stracarichi sulle spalle, cappelli a cono, negozi di intagliatori, tessitori, fiorai, botteghe sulla via, ristoranti ovunque, polli, mercato e mercanti, tartarughe e rane nelle ceste, maiali impilati come cassette, interiora esposte all’aria, pesci gatto in fuga dalle bacinelle, tortini di riso rosso, tovaglie e fornello sul marciapiedi vicino alle ruote di un motorino tigrato, uccellini della fortuna in gabbie minuscole, festa di colori e odori, non tutti piacevoli.


E le pagode sono bellissime, sobrie, profumate e distanti dal mondo. Luoghi in cui riprendere fiato. Legno, lacca rossa e altari dorati. Animali e figure. Grandi campane di bronzo e fedeli inginocchiati. Giardini interni, profumo d’incenso, gioco di ponti sull’acqua. Donne fiore e una festa all’improvviso dentro il Tempio della Letteratura. Il più bello e suggestivo. E poi la più sacra delle antiche pagode di Hanoi, la Pagoda su una sola colonna. Salva e onorata per mille anni. Ora rifatta. I francesi distrussero quella originale (a forma di aggraziato fiore di loto) come ultimo “regalo” avvelenato prima di dover lasciare, sconfitti, la capitale nel 1954.




Mausoleo di Ho Chi Min “il portatore di luce”. Il fischietto della guardia urla implacabile ogni volta che si osa mettere un alluce oltre la linea non valicabile che delimita il Cubo.
Decine di giardinieri, uniformi grigie e cappelli a cono, che pettinano il prato, lucidano i mandarini e sistemano i grandi pompelmi ornamentali: siamo vicini al Tet, capodanno cinese e tutto deve essere perfetto.
E poi lo “Zio Ho” è sinceramente amato dai vietnamiti. Non pare imposizione, sembra reale orgoglio nazionale, ed è comprensibile. E’ l’eroe della guerra di indipendenza. Te ne accorgi da come pronunciano il suo nome, dall’occhiata che ti lancia il tuk tuk driver nel commemorarlo.
Che ci sia un ben controllato culto della personalità comunque è evidente anche solo a guardare le vie tappezzate dalla sua immagine. Per ora ha resistito allo sfruttamento commerciale, ma pare potrebbe presto toccarci vedere gli “hamburger dello zio Ho”: moderne miserie del materialismo imperante che mercifica tutto, anche i sogni e le delusioni.

Resiste ancora il mitico generale Giap, anche se i giovani vietnamiti l’hanno scordato e il regime lo tira fuori ogni tanto giusto come santino vivente da presentare a vip stranieri in visita. E’ scomodo l’anziano signore, di recente ha dichiarato che “il partito comunista vietnamita è diventato uno scudo dietro cui si proteggono dirigenti corrotti”. Da letture fatte al rientro in Italia scopriamo che il mai irreggimentato eroe del Tet e uomo chiave nella caduta del macellaio Pol Pot pare stia ora lottando con convinzione contro le razzie di alcune multinazionali cinesi che vorrebbero disboscare la sua terra. Coraggio vecchio uomo, siamo con te.

E siamo soprattutto con le comunità Montagnard ancora in cerca di rispetto, diritti, dignità, possibilità di sopravvivenza che non sia il diventare uno zoo per turisti. Vittime di una sistematica violazione dei diritti umani, della limitazione nel professare liberamente il proprio culto, espropriati dei terreni in cui abitano. Moi “selvaggi”, li chiamano. Vittime anche loro della mancata liberalizzazione politica di un paese che ha cercato nella sola liberalizzazione economica la sua via di sviluppo. Andremo a visitarli più avanti nel viaggio.

17/18 gennaio 2009: Nelle campagne del nord, dentro una xilografia.
All’Hanoi Elegance 2 sono pazzi: ci hanno preso delle cuccette per un viaggio in treno di “ben” due ore.
Per giunta le cuccette di lusso, quelle al piano inferiore. Ovviamente sono già occupate da due studentesse e un anziano signore diretto a Saigon. Ha due figlie in America e un dizionario elettronico in mano. Armi pronte per la chiacchiera. Vuole sapere tutto di noi e ci vuole raccontare tutto di lui. E’ simpatico e ha gli occhi vivi.

Paolo batte la testa 4 volte contro la cuccetta superiore, le ragazze ridendo gli dicono che è alto. E’ tutto relativo in fondo.
Nebbia ovunque, inverno e risaie.
Ninh Binh è discretamente brutta. L’hotel, il Thuy Ahn (20 dollari a notte), poi è come fosse sulla tangenziale. Attraversare l’autostrada sa di corso di sopravvivenza, apparentemente anche i tir vengono guidati come i motorini. Solo con clacson più potenti.
Ma la sera, dopo il riso fritto scopriamo i campi al tramonto, gente sorridente, un bel lungofiume e un mercato. Sono pochi i viaggiatori che si fermano qui, ci salutano tutti, sembra di essere nella mia Sardegna. Le visite sono di giornata e si limitano alle attrazioni della zona. Compriamo frutta e ne scopriamo di mai vista prima tra le risate delle venditrici.


Pioggia sottile, bici nere, accompagnati da Tao una ragazza graziosa che lavora in albergo. Ci fa piacere ci guidi tra le campagne e lei è felice di guadagnare qualche dong in più. Esile come un giunco la definirebbe un romanzo ottocentesco: e lei lo è. E’ piena di premure. Sembriamo due gioielli da custodire invece che due viaggiatori spiegazzati.
In mezzo alle campagne, sui bordi dei canali, schivando camion prima e trattori poi. Fino a Tam Coc, la “Baia di Halong sulle risaie”.
Risaie che al momento sono spoglie, il riso è stato raccolto e i campi, anche se inondati, vengono arati per la nuova semina che avverrà dopo il Tet. Col nuovo anno, che porta bene, e la gente qui ha tanto bisogno di fortuna.
Il periodo giusto per ammirare questo spettacolo sarebbe maggio o ottobre quando il riso è verde e il sole lo fa splendere.
Adesso c’è la nebbia, peccato per le foto ma il paesaggio ha una magia che cattura.
Una xilografia animata, una quadro cinese, un dipinto su carta di riso che prende vita.
Che belle queste montagne a picco e quelle pagode lassù in cima.



Nelle risaie bufali d’acqua, aironi, papere e grandi oche dal becco nero. Sui faraglioni capre selvatiche. Tra i rami uno scoiattolo, sulla via un grande topo.
La gente qui in campagna è così cordiale! Quanto lavorano.




Un tempio arroccato sulla montagna, posto bellissimo. Da li si può ammirare lo snodarsi del fiume nelle gole di Tam Coc (le tre grotte).


Le signore remano con i piedi e mentre ti portano lente tra grotte e formazioni calcaree cercano di venderti i loro teli ricamati. Con discreta insistenza.
Pranzo squisito condito dalla fame della pedalata. Capra arrosto e capra fritta con sesamo. La si mangia arrotolandola nella carta di riso con lemongrass, menta, banana verde e ananas, intingendo il tutto in una salsa acidula di fagioli.
E poi, armati di impermeabili di plastica gialla prestati, via alla pagoda di Bich Dong (Grotta della Giada) incantevole complesso di costruzioni del XV° sec. L’ingresso si specchia in un campo di loto di cui al momento resistono solo gli sterpi. Peccato non poterla vedere con quel mare rosa davanti. Vale il consiglio dato per le risaie: venite a maggio.

E un’ultima pagoda sulla via, tutta intagliata nella roccia, risalente al XIII° secolo. Il monaco che la custodisce ci offre the e banane.


Casa di Tao, the, riso, arance, sua sorella, suo papà, il cagnolino. Povertà dignitosa. Coltivano riso, le mani si lavano in cortile, il letto dei genitori è in soggiorno.
Lei lavora dalle 6 del mattino alle 10 di sera per pagarsi gli studi. Ci mostra il ristorante in cui lavorava prima, 15 dollari al mese e una ustione su una mano per ricordo. Non so cosa sia accaduto ma lei trema al pensiero. “Non ci porto mai i turisti” dice, e la cicatrice è grande.

19/20 gennaio 2009: Primati in pericolo e Sapiens in affari.
Salutiamo il dentifricio antitarme del Thuy Ahn e, in auto, accompagnati dal dannatissimo Tho, finiamo a Ken Ga (canale dei polli) triste villaggio spesso meta di altrettanto tristi giri “turistici” ma splendido ambiente fluviale e contadino.
Anche qui le donne remano con i piedi e nei vivai il riso giovane è quasi pronto ad essere piantato.




Passeremo il resto della giornata e la notte a Cuc Phuong uno dei più vecchi e grandi parchi nazionali del paese. Grandi aspettative e delusione finale. Certo superba foresta primaria e alberi millenari ma nessun animale visibile in natura se non qualche uccello. Che differenza dalle esperienze fatte nel Borneo. Belle camminate in sentieri dai nomi poetici fino alla Vetta della Nuvola d’Argento o alla Grotta dell’uomo preistorico (primo insediamento umano documentato in Vietnam, risalente a 7.500 anni fa) ma nemmeno uno scoiattolo da ammirare.







Unico incontro emozionante con un gruppo di gitanti vietnamiti che trovando in me un curioso ed interessante esemplare italiano decide di scattarmi un paio di foto, giusta pena del contrappasso per chi viaggi sempre con la macchina a tracolla ;) Finiamo tutti a ridere in gruppo. Non escludo che le dimensioni ormai fuori controllo dei miei ricci, sensibili all’umido, abbiano influito sulla cosa.

Tho, nome simile alla cara Tao ma animo diverso, si dimostra l’affarista che è e cerca di piazzarci nel dormitorio comune quando avevamo già pagato per un bungalow. “Sono tutti occupati” dice.
Mi sarebbe andato benissimo il dormitorio non avessi pagato per altro e quindi per me diventa puntiglio ottenerlo. E basta ventilare l’idea di andare alla direzione del parco per far spuntare fuori le chiavi. A cena incontriamo l’ennesimo gruppo di australiani, questi tutti in giro in mountain bike e scottati in viso. Più un simpatico e giovanissimo finlandese in gita di piacere dopo mesi di lavoro ad Ho Chi Minh City. Ci racconta dell’indole cleptoburocratica dei funzionari locali. Ennesimo fallimento della rivoluzione che tanto aveva fatto sognare la generazione precedente alla mia.

Ultima visita, la mattina dopo, prima di lasciare il parco: ai langur e ai gibboni dentro le gabbie del centro di soccorso per i primati in pericolo.
La visita è gratuita ma se passate di là acquistate delle cartoline, il ricavato serve a finanziare il progetto di recupero.
Il progetto è lodevole e va sostenuto, sappiamo che i primati lì accuditi sono destinati al ripopolamento e si spera alla liberazione in natura.
Ma hanno gli occhi tristi dei reclusi e come sempre davanti alle sbarre la mia simpatia va a chi ci sta dietro.


20/21 gennaio 2009 – L’incantevole valle dei Thai bianchi e il grande business dei cherry blossom.

Ci spostiamo dalla provincia di Ninh Binh tra pianura e pinnacoli di roccia, a quella di Hoa Binh tra monti, vallate e risaie a terrazze. E’ tutto coltivato, riso certo, ma anche tapioca, rape e verdissima canna da zucchero. E sulle montagne, grandi coltivazioni di ciliegi da fiore, amato ornamento naturale per il Capodanno cinese, il Tet. Simbolo, insieme al mandarino, di prosperità e fortuna. Più fiori ha un ramo maggiore è il valore della pianta. Ce li fa notare Tho contandoli in dollari, ma sarebbe comunque stato impossibile non farci caso: praticamente ogni mezzo viaggia con una pianta sul tettuccio.

Siamo a Mai Chau, luminosa vallata chiusa dalle montagne, tutta risaie, palafitte, ninfee, cappelli a cono e donne dal sorriso rosso.










Ospiti di una comunità di Thai bianchi, uno dei gruppi che compongono il mosaico etnico dei Montagnards, i più antichi abitanti degli altipiani centrali.
Degar: figli delle montagne, questo il nome che si sono dati.

La nostra guest house, la n°19 (€.2,50 a notte) è un incanto. Legno e bambù, stuoie effetto tappeto, materassi sul pavimento sottile di listarelle intrecciate e finestre aperte sulle risaie sottostanti.
Si sale da una scaletta di legno, le donne da una parte gli uomini dall’altra. Il bagno, chiara concessione alle comodità attese dai viaggiatori, è sì in comune e staccato dalla casa, ma fatto in muratura.




Vestono con gonna nera, giubba colorata e grandi fazzoletti.
Riusciamo a liberarci della non voluta e non richiesta guida di Tho che curiosamente sparisce per il resto della giornata e ci godiamo la libertà di un contatto non mediato con la comunità che ci ospita e la natura luccicante di questa valle. Non facciamo niente più che passeggiare e acquistare delle stoffe dalle signore che tessono sotto le case. Parecchie hanno allestito un piccolo negozio all’ombra delle palafitte, vendono quello che hanno, teli colorati e belli, coperte, vino di riso in piccole giare e magnifiche ceste di giunchi intrecciati. In alcune entreremmo io e Paolo insieme. Vorrei portarmele dietro ma temo che Air Asia e la Qatar avrebbero qualcosa da ridire.
Gli acquisti sono sereni, le signore non insistono e la contrattazione attesa e prevista è condotta con dignità e cortesia.

Incontriamo altri viaggiatori, rilassati sotto le case o a spasso per il villaggio di Ban Lac o il vicino Coong, niente comitive per fortuna, non ci sono confort a sufficienza forse.
Cena ottima e bottiglia di vino di riso finita nella nostra palafitta. Che notte, luna sulle risaie e nelle orecchie tappi anti rana e anti grillo. Un concerto.

Mattina presto, Tho non si trova, meglio così. Le passeggiate tra macchie di bambù e contadini all’opera sono un piacere. Però stasera dobbiamo volare in Laos e siamo legati al nostro affarista per percorrere velocemente i 150 km che ci separano dal Noi Bai.
Lo ritroviamo pronto a partire appena prima di pranzo, con sguardo trionfante e un magnifico ciliegio in fiore legato sull’auto. Aveva battuto le montagne alla ricerca dell’esemplare perfetto: “Sono 150 dollari assicurati al mercato di Hanoi” ci dice. Riusciremo ad arrivare al nostro volo appena in tempo e con molta ansia, non ho ancora interiorizzato la calma asiatica pare.
Tho ha guidato come un pazzo per recuperare il tempo perso per i suoi affari. Anche questa è intraprendenza vietnamita ed è così soddisfatto che ci offre un pranzo volante sulla via, riso colloso cotto nel bambù e verdure varie in un colorato mercato di strada. Alla fine ci salutiamo da amici con segno di dovuta (ma non sentita) gratitudine da parte nostra.
Anche questo è il viaggio ;)

Torneremo, un maggio. Spero.




g

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Ci sono 48 commenti su “Vietnam del Nord, là dove il drago si inabissa nelle acque

  1. Davvero molto interessante ed esaustivo it tuo diario…solo una piccola curiosità: le immagini che compaiono sono state scattate tutte da te? In particolare, anche la prima foto a destra che apre la tua narrazione?

  2. Un super diario Gio, descrizioni minuziose (per me toccanti), osservazioni acute e quel quid di ironia che rende la lettura piacevole. Sono molti i passaggi che, per un motivo o per l’altro, mi hanno impressionata, dalla inusuale descrizione del ristorante di Hanoi, alla sorprendente assenza di animali nel parco di Cuc Phuong ma, in particolare, ho trovato deliziosa questa descrizione:
    “I clacson non sono come i nostri: qui raccontano storie, parlano, salutano, offendono, ridacchiano. Non so come spiegarlo, ma lo fanno.”
    Un piccolo commento sulle immagini, meravigliose:serenata:, un reportage fotografico che parlerebbe anche in assenza di commento.

  3. Giovanna! Quella è una foto stupenda!!! Posso dirti, con assoluta sincerità, che, a mio avviso, oltre ad essere quella che io prediligo, è un piccolo capolavoro! Ripeto: è stupenda…ed io la inserirei nel tuo album foto del Vietnam.
    Non hai bisogno di imparare nulla fotograficamente…ciao, Giorgio.

  4. Giorgio, grazie detto da te – che hai uno degli album più belli del forum – è un gran complimento. Ma ripeto è stato un caso, quindi il complimento è immeritato.

    Ho caricato diverse foto su tinypic invece che qui perchè ho fatto diverse prove tra tutti i giga consumati in Vietnam, ma magari qualcuna la caricherò anche qui nell’album del giramondo.

    Ah scordavo: mi sono assunta il merito di una foto che non è mia ma di Paolo (sempre finepix ma modello più vecchio) : quella con la baia di titop island dall’alto.

    g

  5. Volevo fare lo stesso viaggio ad agosto 09. Ho prenotato il volo della Turkish per Bangkok a gennaio, poi intendevo raggiungere Hanoi con AirAsia, acquistando questa tratta verso giugno prima che fosse troppo vicina la data della partenza.
    Quando si è trattato di finalizzare… beh, ero stanca, immaginavo che il Vietnam fosse effettivamente “impegnativo” da girare coi mezzi pubblici, e ho preferito un qualcosa che almeno sulla carta sembrasse più rilassante, per cui da Bangkok … sono andata in treno in Malesia.. poi in bus a Singapore.. e poi ho girato parecchie isole, insomma, quasi un mese di mare. Però il Vietnam… sicuramente è uno dei prossimi..

  6. E’ semplice, e i treni funzionano :ok: ci sono anche tanti bus, io avevo solo 10 gg e ho fatto un po’ la comoda predendo un’auto per gli ultimi giorni ma ormai in Vietnam è davvero tutto molto semplice. Unica cosa guardarsi dai pirati, governo in testa che qui in Italia cerca di vederti il visto a più del doppio del prezzo ottenibile per altre vie del tutto lecite
    e guardarsi dalla pioggia, non c’è mai certezza col meteo vietnamita ;)

    g

  7. ..eccomi Giovanna,
    noto con piacere che la foto “via col vento” ha riscosso altro successo…dai piu esperti pergiunta….ho avuto buon occhio allora:)
    il diario è meraviglioso….banale a dirsi…ma piu che un (a volte inutile) diario è un insieme di pensieri, riflessioni ed emozioni che veramente fanno sembrare di essere presenti, lì in quella baia al calar del sole, o sul materassino ad ammirare le risaie…:serenata:

  8. Sono appena rientrata da un viaggio in Oriente…per me la prima volta in quella parte di mondo…e ho impressi in mente e nel cuore a vivide tinte i paesaggi, gli odori, le persone, i suoni…. Leggere il tuo bellissimo diario e guardare le splendide foto, mi accentua la nostalgia per il meraviglioso Oriente:(. Visto che per me era la prima volta, ho scelto un posto un pò più turistico, la Thailandia, ma similitudini ce ne sono. E in futuro, chissà…le premesse potrebbero esserci, visto che anche mio marito, quando sente nominare il Vietnam, si illumina…anzi, sai cosa faccio? Stasera gli mostro il tuo diario:wink:!!!
    Complimentissimi:rose:

  9. Grazie Fede, sei davvero gentile :bacio:
    bentornata e adesso aspettiamo il tuo di diario eh? ;)
    Il sud est asiatico cattura, la cortesia di modi della sua gente, la dignità profonda nonostante le ferite subite che si incontra in questi paesi è qualcosa che resta dentro.

    E considera che un viaggio in Vietnam è comunque facilissimo, tienila buona come opzione futura ;)
    anche perchè c’è il bellissimo sud che io non ho potuto visitare, il delta del Mekong con la sua miriade di isole e il suo ambiente fluviale e contadino, l’isola di Phu Quoc, le viuzze di Hoi Han :serenata: insomma bellezze a non finire

    ciao

    g

  10. sono tornata….
    sono sul divano, col caminetto acceso e ho chiamato mio marito per leggere insieme il tuo diario….
    i prezzi sono aumentati…purtroppo…da quando siamo andati noi, per il resto hai scritto, anzi descritto, un pezzo di Vietnam per quello che realmente è…
    Alcuni posti da te descritti noi non li abbiamo visti, ma l’atmosfera che sei riuscita a trasmettere è quella reale…Il tuo Vietnam è come il nostro, intatto nella sua magica e anche triste realtà…

    (come ti invidio la baia di Along col sole)

    Le foto poi….di una poesia unica, ma questo te l’ho già detto….

    meraviglioso Giovanna, mi piacerebbe leggere del laos :)

  11. Pina, Laura, grazie davvero a tutte e due :rose:
    Pina, si i prezzi stanno aumentando e tanto. Ma dipende anche dalle zone, a Mai Chau per esempio si dorme in modo incantevole per due euro ;)
    P.S. il laos è in preparazione ;)

    Laura: bentornata, adesso aspettiamo il tuo Sri Lanka :serenata:

    g

  12. E’ la quarta volta che leggo il tuo diario da quando l’hai pubblicato e tutte le volte è come se fosse la prima: un’emozione dopo l’altra, una moltitudine di sensazioni che hai saputo trasmettere superbamente con il tuo racconto perfetto, mai monotono (e per un diario non è cosa facile), uno stile davvero invidiabile, emozioni che scaturiscono dalle tue parole per arrivare al cuore del lettore. Mi unisco allo stuolo di giramondini che l’hanno fatto prima di me per ringraziarti davvero per il contributo.:rose: Non nascondo che il tuo diario è stato di ispirazione per il mio prossimo viaggio in Vietnam. Beh anche le foto sono semplicemente superlative.

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