il 9 novembre, Berlino e il suo ventennale

Un viaggio non si sceglie per caso, una meta non si sceglie per caso, soprattutto quando in un posto ci torni per una seconda o terza volta: questo concetto ha maggior valore per berlino. A berlino non si torna per caso, soprattutto quando il ritorno lo si fa coincidere con una data che conserva per il popolo tedesco i ricordi nefasti della notte dei cristalli, ma anche sospiri di una riunificazione che molti temevano non sarebbe mai arrivata, una data che ormai i tedeschi definiscono Schicksalstag, il Giorno del destino.
Così finalmente mi basta una veloce chiacchiera su skype con roberto, il mio amico e compagno di questo viaggio e in un attimo il biglietto è lì, nella mia casella di posta elettronica: allo stesso modo, con la velocità di un’agenzia di viaggi e con l’intuito dato dalla conoscenza della città, abbiamo anche da dormire. Si parte! Sabato 7 novembre dall’aeroporto di Ciampino alle 09.40 decolleremo per la mia adorata berlino!
L’atterraggio intorno a mezzogiorno è accompagnato da un clima decisamente poco nord europeo – a novembre – con un’aria fresca e un giornata di sole che ci fanno accoglienza e tutto ci dice che questa vacanza non la dimenticheremo… perché siamo a berlino!
Ora però bisogna arrivare da Schonefeld al nostro bed and breakfast, scelto, ancora una volta non a caso, a pochi minuti a piedi dalla east side gallery: tra una fermata metro ed un’altra (quella che va da schonefeld fino alla mitte è la S9, alla modica cifra di 3 euro circa), tra uno sguardo furtivo (il mio) e uno meravigliato (il suo, è la prima volta per lui a berlino), arriviamo nella kopenicker strasse da dove, lasciati in fretta e in furia i nostri bagagli in camera, ripartiamo in un baleno per la (ri)conquista della città. Ciò che rende diverso e bello questo viaggio sta proprio nel fatto che stavolta non avevo aspettative: non sono andata a berlino per la maratona dei musei, non “cercavo” nulla. Quello che mi bastava era essere lì proprio per il 9 novembre..quello che ci sarebbe stato prima e dopo era una bellissima cornice a un momento per me storicamente importante. In più, essendo per roberto la prima volta, per quanto potessi dargli minime informazioni ciceroniane, mi son fatta trascinare dall’entusiasmo della sua prima volta…così è stata berlino a trovare me, stavolta.
Tenendo conto che roberto vuol giustamente vedere luoghi al massimo del turistico, facciamo una prima passeggiatina sull’Alexanderplatz e lì la mia meraviglia e la mia delusione: solo tre anni fa, quando l’ho attraversata per l’ultima volta, era ancora un cantiere e oggi rivederla in chiave ormai molto occidentale mi ha confermato quanto è ormai un dato acquisito, l’occidentalizzazione dell’oriente. Pannelli fissi e video proiezioni commemorano il perché ci troviamo lì in quei giorni, anche se questo non lo dimentichiamo mai in quei giorni lì! Lo sguardo verso l’alto ci fa fare un salto a quasi 400 metri da terra, per ammirare l’antenna della televisione, la Fernsehturm che, nonostante i grattacieli dal respiro statunitense che dominano la potsdamer platz, rimane l’edificio più alto della città. La passeggiata su una unter den linden piena di colori e vita ci fa arrivare fino alla Museum insel dove però, ormai è pomeriggio inoltrato, possiamo fare puntatina solo all’interno del duomo di berlino: normalmente l’ingresso qui è a pagamento ma stasera ci sarà un concerto, quindi riusciamo a entrare e poterla ammirare nel suo stile neobarocco.
La nostra camminata continua fino ad arrivare nel punto nevralgico di questi “festeggiamenti”: la Brandeburger tor, con le sue colonne, la quadriga che ha fatto avanti e indietro nell’europa dei vincitori e dei vinti e che a nulla è valso che a guidarla ci fosse una dea della pace… nonostante ciò Pariser platz (anche il nome della piazza non è un caso), l’ultima piazza ad est prima di attraversare questa mastodontica porta in direzione ovest, stasera è un pullulare di chioschi per l’assaggio di vin brulè a 3 euro, punti ristoro di wurstel, brezel e panini vari (a proposito, mangiare a Berlino non è mai stato un problema, se ci si accontenta di poco: le stesse stazioni ferroviarie hanno da mangiare e a costi molto ragionevoli, e sono anche puliti). Il passaggio però all’altra parte è parzialmente bloccato dalle transenne, maxi schermi, fari che illuminano a giorno quest’angolo di terra. Riusciamo a passare, ed ecco lì i pezzi di domino, che aspettano il loro giorno per cadere: esorcizzano quel giorno di vent’anni fa con un altro muro.
Oggi siamo un po’ stanchini, abbiamo bisogno di energie per altri 4 giorni intensi, quindi approfittiamo di un giro sul taxi risciò che, attraversando una parte di Tiergarten, ci porta alla Potsdamer platz che naturalmente lascia roberto ancora un po’ perplesso, nonostante l’incanto che si era regalato fino a pochi minuti prima vicino la porta di Brandeburgo. Lasciamo alle spalle l’urbanizzazione di potsdamer platz e proseguiamo sulla leipziger strasse per qualche isolato, fino ad incrociare la friedrich strasse: questa strada, che taglia la città da nord a sud, dal ‘61 all’89 ha subito anch’essa la divisione del muro, lasciando quindi la parte a nord in mano al blocco orientale, mentre la parte a sud rimaneva in occidente. Come molti sanno a dividere questa strada era il famoso Checkpoint charlie.
All’indomani, domenica 8, riprendiamo il nostro giro dalla East side gallery, quel che rimane del berliner mauer, il muro…che dalla sua caduta in poi è diventato un affresco a cielo aperto e che accompagna lo spree per un tratto di 1,3 km in direzione berlin ostbahnhof: curioso è che quello che ricordiamo come muro di divisione, di sofferenza, pianto aveva in realtà un altro nome ufficiale, ovvero Barriera di protezione antifascista (che, letta così, può quasi avere connotazione positiva…). Qui, gli ammalati di “ostalgie” possono continuare a rappresentare ed esprimere graficamente il tema della pace e della divisione, della riunificazione simbolica e fisica, delle barriere che ostacolano sentimenti puri e di fratellanza tra le genti. Un latte macchiato con un buon pezzo di torta proprio nella ostbahnhof ci rifocillano quanto basta per riprendere la seconda parte della giornata, che dedichiamo alla città nel suo sotterraneo: a nord nel Prenzlauerberg a pochi euro anche stavolta scendiamo in un bunker sotterraneo costruito già all’inizio del novecento. La guida italiana molto cordiale e socievole, un giovane romano, ci spiega il perché durante gli anni della divisione non si poteva scavare tunnel dovunque a berlino, in quanto la falda acquifera si trova appena a 4 metri sotto il suolo, ci racconta delle stazioni fantasma, da cui i treni pur passando tuttavia non facevano fermate.
Dopo questo tuffo nel classico berlinese decidiamo però di azzardare un giro serale nel Kreuzberg, il quartiere degli artisti, degli studenti, dei disoccupati, dei postpunk, dei turchi: tra una birra e un kebab saltiamo da un locale ad un altro e guardiamo la città da questo punto di vista.
9 novembre: quello che accadrà oggi rimarrà come un marchio a fuoco nella mia mente. Non ho mai provato le sensazioni che ho provato quel giorno lì, e infatti volutamente non mi soffermo su questo aspetto. Il 9 novembre il The story of Berlin museum consente l’ingresso a soli 20 cent: esattamente! Un quinto di euro e si può visitare il museo della storia di berlino: si trova sulla Kurfürstendamm, dopo la fermata metro dello Zoo. Oggi in realtà piove, quindi qualche ora in questo museo la spendiamo volentieri: il museo tuttavia non è grandissimo, in un paio d’ore si è già fuori, pronti a riaffrontare la pioggia e un caffè prima di dirigerci in quello che sarà il luogo dove ci fermeremo per tutta la serata, la porta di Brandeburgo per i festeggiamenti finali.
Eccoci quindi nuovamente qui: fari che illuminano a giorno la porta in alcuni momenti le danno una luce così bella da far dimenticare il cielo grigio e plumbeo che in realtà la avvolge. L’espressione ormai usata e abusata “il cielo sopra berlino” effettivamente rende al meglio qual fosse il colore che regnava, sembravamo tornati tutti in un film a bianco e nero. Così dedico un po’ di tempo a me, in questo percorso tutto mio, nonostante la folla che ormai sempre più incalza in questa parte della città, tra ombrelli, boccali di birra, hot dog straripanti di ketchup (peraltro se c’è una cosa che non capisco è questa: come fanno a mangiare un panino col wurstel che in realtà non ci sta tutto nel panino? Hanno sempre mezzo metro di wurstel fuori…bah!), patatine fritte, vin brulè accompagnato dall’amaretto…insomma, chi in un modo chi in un altro hanno tutti bisogno di scaldarsi. Improvvisamente oggi non ho fame, non ho sete: ho sospeso ogni mio bisogno. Ho tutto lì, sono lì, non ho altri bisogni. Oggi il passaggio l’hanno davvero bloccato, per andare dall’altra parte bisogna fare il giro dalla Wilhelmstrasse, le transenne che delimitano il palco dove le personalità si avvicenderanno sono una vera e propria barriera. Non male, perché proprio grazie a quel giro in largo riusciamo ad arrivare all’Holocaust Mahnamal, il monumento all’olocausto inaugurato nel 2005 su una superficie di 19.000 mq: è stato realizzato dall’architetto di origine ebraica Eisenman per commemorare le vittime dell’olocausto, e si presenta come un vero e proprio labirinto di cemento, con blocchi che raggiungono altezze differenti su un’estensione ondulatoria dell’asfalto. Paradossalmente si trova a un isolato dalla porta di Brandeburgo, proprio di fronte il Bundestag, la cupola di vetro del parlamento tedesco voluto da Hitler e neanche distante dal suo bunker: ma anche questa collocazione, ovviamente, non è un caso!
Intanto piove, e gli ultimi preparativi fervono, tutto è quasi pronto e noi anche: attrezzati di ombrelli, bicchieri di vino che non gustano l’atmosfera ci spingiamo il più possibile nella calca, sotto i maxischermi, lì davanti ai pezzi di domino. Inizia: dopo le note guidate da Barenboim, possiamo dire che ci sono tutti a commemorare questo giorno, a viverlo, ciascuno nei propri ricordi, ciascuno nelle proprie promesse, ciascuno nella propria lingua, ciascuno nella propria espressione artistica migliore…così il tempo passa, e anche se noi capiamo molto poco di quello che dicono, riusciamo a immergerci in quel momento, fino all’applauso finale, le urla finali, l’ovazione che accompagna la caduta del domino e a seguire le urla e ancora altri applausi di fronte a pochi semplici fuochi d’artificio. Ho regalato il mio pianto in quei minuti a quella città, a quelle persone che hanno vissuto sulla loro pelle terribili barbarie del novecento, sembra davvero che tutta la cattiveria sia passata di lì e loro infatti non lo vivono come vanto: i berlinesi ancora oggi, nonostante il flusso turistico determinato dalla caduta del muro si sia decuplicato negli ultimi anni, ancora oggi si chiedono cosa mai spinga tutta questa massa turistica a riversarsi a berlino. Per loro gli eventi vissuti non sono pagine da ricordare con il gloss, non sono momenti a cui ripensare nelle domeniche pomeriggio televisive: loro, i berlinesi di oggi, quelli che sanno cos’era la berlino di ieri hanno un timbro nella loro anima che non ha nulla a che fare coi festeggiamenti a cui tutto il mondo partecipa. Si tratta di un festeggiamento nel ricordo della sofferenza.
Ma superato questo momento d’empasse, riusciamo a continuare la festa, perché non dimentichiamo che questo è un giorno di festa, riunificazione, gioia…e anche noi ci lasciamo andare a festeggiamenti che, però a differenza dei teutonici, vanno avanti fino a notte fonda quando, dopo aver girato fino alla zona nord, al limite fra la zona A e la zona B, dobbiamo ritornare al nostro b&b: optiamo per un taxi che a berlino ci costa appena 12 euro, per attraversare la città…formidabile anche questo!
Il grigiore che avvolge la mattina del 10 novembre invita golosamente in direzione tiergarten, fino alla Siegessaule, la colonna della Vittoria che tanto mi ha fatto emozionare iniziando dai cinematografici wendersiani, fino ai musicali degli U2: qui prendo consapevolezza (cioè già l’avevo presa, ma qui diciamo la suggello) che berlino è novembre, è l’autunno, è nei colori che questo immenso giardino sa regalare in questa stagione, è nel contrasto di un cielo bianco, che quasi da fastidio alla vista nella sua insistenza: a soli 2 euro, saliamo i 60 metri di scala a chiocciola che ci portano fin su a quelle ali d’angelo. Arrivata sin lassù puoi subire con pathos estremo due momenti: inizi a girare intorno alla grande statua perché il tuo sguardo si vuole perdere nell’unforgettable landscape di questa capitale (no metropoli, si capitale, si grande città), e continui a girare in tondo chiedendo permesso in uno spazio che fa stare appena una decina di persone contemporaneamente; oppure (diciamo che è una visione meno realizzabile ma molto più suggestiva) provi a pensarti seduta lassù sul braccio dell’angelo e poi ti lanci fino a volare sulla città e a vedere cosa accade giù per le strade, nelle case, nelle macchine. Ma ahimè tocca scendere dalla stessa scala da cui siamo saliti, e quei gradini comprendiamo che è meglio salirli, piuttosto che scenderli, per i svariati motivi immaginabili.
Oggi ci concediamo un pranzetto al centro commerciale KaDeWe, sempre nella zona dello zoo, sul prolungamento della Kurfurstendamm: c’è così tanta roba che perdiamo la metà del tempo solo per decidere se fermarci alla cucina francese, o quella giapponese, o quella tedesca, ma l’importante oggi, non è tanto il pranzo, quanto il fare in fretta perché oggi visitiamo il museo di fotografia, l’Helmut Newton Foundation, che si trova proprio all’uscita della metropolitana dello zoo: qui il fotografo prima di morire donò molti suoi scatti, moltissimi celebri, e oggetti personali. L’esposizione ci impegna per metà del pomeriggio, anche questo museo non è grandissimo, ma per un appassionato di fotografia può significare perdere davvero la cognizione del tempo, che intanto scorre.

All’uscita dal museo riattraversiamo il porticato che costeggia la fermata, ormai celebre per quei ragazzi che negli anni 80 furono rappresentati al cinema come la gioventù allo sbando nella zona dello zoo: ad ogni passo sembra quasi di sentir cantare David Bowie, o dietro le facce che sono lì alla fermata del bus si potrebbero celare numerosi personaggi di quei racconti. Il resto del pomeriggio lo dedichiamo tra le strade, tra la gente, a cercare di cogliere lo stile di questo popolo, lo stile nell’abbigliamento, lo stile nel vivere la città, lo stile nell’avvicinarsi allo sconosciuto che gli va incontro. La compostezza tedesca, nella fattispecie berlinese, è invidiabile: in metropolitana, nei negozi, nei bar.
La serata la concludiamo al Tacheles: sul Tacheles si potrebbero spendere fiumi di parole, commenti, considerazioni, analisi sociologiche e artistiche, ma ciò necessiterebbe di molto tempo a disposizione da parte di chi legge e maggiore competenza da parte di chi scrive. Pertanto mi limito a dire in pochissime parole quello che è stato e quello che è: è quel che rimane di un cosiddetto “centro sociale”, un edificio ormai occupato da artisti, che realizzano le loro opere, molti sono oggetti d’arredo, alcune sono installazioni che non penso verranno mai vendute, tuttavia, qui gli artisti lavorano, vendono, e vivono. Ormai questo edificio è occupato da molti anni, ciò che lo caratterizza all’interno è l’esplosione di colori, murales che salgono su per le scale fino all’ultimo piano dove c’è il bar con musica. Giu invece, al piano terreno, c’è il famoso Cafè Zapata: quando entriamo c’è musica tipicamente elettronica tedesca, non la disdegnamo, per carità, ma certo notiamo straniti che i tedeschi, almeno quelli che passano lì dentro durante la nostra permanenza lì…non sanno assolutamente muoversi a tempo, per loro il ballo è lontani anni luce! Anche questa nottata sembra non voglia finire e usciti di lì continuiamo i giri per quelle che qui chiameremmo enoteche: anche se ormai fa freschino per la birra ghiacciata tocca bere quella, se abbiamo sete, anche perché da 3 giorni qui abbiamo constatato che l’acqua costa il doppio della birra, quindi abbiamo ripiegato sulla birra sin dal primo giorno!
Intanto la notte scorre tra gli incontri più assurdi: gruppi di musicisti francesi che appena avvertono che siamo italiani intonano una bella ciao bisbigliata, norvegesi che vorrebbero sapere da noi dove poter andare a bere o ascoltare un po’ di musica e con cui finiamo per trascorrere quel che resta della notte in un improbabile locale gay fino alle prime luci dell’alba. Ormai è 11 novembre: nel pomeriggio abbiamo il volo di rientro. Eppure non abbiam molto sonno: dopo un riposino di un paio d’ore e una doccia rivitalizzante, ci concediamo un ultimo giro nella zona di Frankfurter Tor dove, all’incrocio tra Rigaerstrasse e Liebigstrasse ci imbattiamo in un altro tempio squat della città: tutto sommato una zona abbastanza tranquilla, considerato il tipo di popolazione che la frequenta, fino ad arrivare alla catena Humana, che vende indumenti di seconda mano, ma tutta questa zona in realtà ha molti negozi di questo genere.
Ora però è proprio arrivato il momento di riappropriarci dei nostri bagagli e avviarci nuovamente a Schonefeld. Come si suol dire in questi casi, Alexanderplatz auf widersehen, sempre a malincuore ma ci dobbiamo salutare…in attesa della prossima volta, non per caso!

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