Paziente Birmania e splendida Angkor

Diario di viaggio
Viaggio di 15 gg in Birmania e Angkor a fine ottobre
Partiamo da Malpensa con volo Thai perfetto. Scalo a Bangkok dove, lungo i corridoi per il transfert, possiamo ammirare una quantità di fiorite orchidee di tutti i colori. E’ un arredo splendido!
Arriviamo a Yangoon in perfetto orario dove incontriamo la splendida guida che ci accompagnerà per tutto il viaggio in Birmana, compresi i trasferimenti aerei interni. Si chiama Myo Min Zaw ed è un giovane birmano che ha studiato italiano a Siena per un anno. Ha conservato però tutta la natura del popolo birmano: cortesia, disponibilità e pazienza.
Visitiamo la grandiosa statua del Budda disteso, la Chaukhtatgyi Paya, e la splendida Swegadon Paya, il luogo più sacro del popolo birmano. Lo stupa originario è attorniato da stupa più piccoli, da zedi e tutti contengono una statua di Budda. Qui c’è un tesoro inestimabile tra oro e pietre preziose e tutti vengono a pregare nel padiglione ove c’è quello specifico Budda che, meglio di un altro, potrà soddisfare quello specifico desiderio da esaudire. Alcune persone versano acqua sulle statue della divinità in segno di purificazione. In particolare, di sera, la zona tutta illuminata riflette all’intorno le dorature, e diventa una atmosfera magica, ricca di spiritualità. E’ anche un centro sociale di ritrovo per le famiglie con bimbi.
Ogni giorno decine di donne volontarie puliscono, in triplice fila, i pavimenti di marmo della Paya.
Partenza per Heho con volo interno. Per raggiungere le grotte di Pindaya attraversiamo colline con un panorama stupendo. Il colore rosso della terra si alterna al giallo delle coltivazioni di colza ed al verde delle colture di vegetali. I contadini nei campi sono privi di attrezzi meccanizzati e lavorano alacremente e nel silenzio, fra carretti di legno e buoi. I bimbi pascolano i bufali.
Arrivati alle grotte di Pindaya ci sono da salire 200 gradini o prendere l’ascensore. Vista la nostra qualifica di pensionati, cerchiamo di conservare le forze ove saranno indispensabili per le fatiche, e optiamo per l’ascensore. Le grotte sono umide e scivolose e contengono più di 8000 Budda di tutte le dimensioni, foggie e materiale. Sono la maggior parte dorate e tutto questo luccichio pare un po’ esagerato per la sola acquisizione dei meriti o per devozione. Si può capire il loro fervore religioso, ma ritengo che tutte le religioni sono nate povere, di spirito umile, e mi piacerebbe vederne l’applicazione in tal senso. Una signora scivola e sanguina dalla testa……..mi dispiace per la sua disavventura!
Visitiamo il monastero di Nee Paya dove c’è una festa in corso. Sopra l’albero delle donazioni ( una impalcatura a mo’ di albero dove vengono appesi i doni per i monaci) vediamo appesi pentole ed altri oggetti di cucina, soldi, tonache ed indumenti per i monaci, oggetti utili che a loro volta i monaci destineranno a famiglie bisognose. Oltre a pregare, resteranno in comunità tutta la giornata compreso il pranzo portato dalle famiglie locali. Siamo invitati anche noi a restare. Troppo gentili!
Naturalmente, lungo la strada, ci fermiamo ai vari mercati dove si possono ammirare le donne vestite con i loro costumi etnici, gli uomini in longj ( una gonna che viene avvolta intorno alla vita con un nodo che funge da portafoglio) e tutte le loro merci esposte anche su larghe foglie di loto. Una specialità che non abbiamo assaggiato è il formicaio lessato e condito con olio, cipolla ed arachidi.
Sono per lo più donne che vendono ed hanno con loro bambini, anche molto piccoli, che restano tranquilli al loro posto senza disturbare la mamma che procede nel suo lavoro. I bimbi non hanno giochi per distrarsi…..possono farlo salutando noi con un sorriso e dicendo “ta, ta”.
Finalmente raggiungiamo la meta ambita del lago Inle dove resteremo per 3 giorni ammirando la laboriosità dell’etnia Intha che sono autonomi in tutte le loro attività: agricoltori,fabbri, pescatori,sarti…Fervono le attività al telaio o per la fabbricazione dei sigari birmani. La vita quotidiana di questo popolo, che abita le palafitte e coltiva pomodori su orti galleggianti, è estremamente dura se pensate che un orto galleggiante è da rifare ogni 5 anni ed una casa su palafitta è da rifare ogni 10 anni. Eppure si sono adeguati fin dal loro insediamento a questa vita e continuano a farla serenamente. Sono agevolati dall’avere a disposizione un buon clima, l’acqua e l’afflusso dei pellegrini che affluiscono dai paesi per recarsi alla Pagoda Daw U incrementando così il loro commercio. In effetti qui, nelle palafitte ci sono le parabole e c’è segno di maggior benessere anche se sudatissimo! Non dimentichiamo anche l’afflusso turistico perchè il Lago Inle è assolutamente da vedere: ha troppe caratteristiche sue proprie, sia per il modo di remare dei pescatori, sia per la rete conica che usano per la pesca, sia per la coltivazione negli orti galleggianti.
Nella Daw U Paya assistiamo al solito rituale dove i soli uomini possono avvicinarsi alle statue di Budda per applicarvi la foglia d’oro. Le 5 statue sono diventate dei panettoni enormi ed informi a forza di applicazione di oro anche sul viso che non si vede più. Incredibile ed…assurdo!
Visitiamo anche la parte del Lago Inle un po’ inusuale, verso i territori dell’etnia Pao. Una volta questa zona era interdetta, ora, accompagnati da una loro guida, si possono visitare. Anche qui i panorami sono splendidi : ai lati delle sponde del Lago ci sono le risaie e poi i monti così vicini che si specchiano nell’acqua dove spuntano i giacinti rossi ed altri fiori acquatici.
Visitiamo vari ruderi dove alcune famiglie benestanti, forse sempre per acquisire meriti hanno stanziato fondi per i restauri da eseguire su alcuni zedi. Il risultato è che non sono stati rispettati i criteri per la conservazione originale dei manufatti e si vedono zedi diventati bianchi col cemento o dorati in mezzo a zedi lasciati con grande incuria, invasi dalle piante, in mattoni originali.
Lasciamo con sommo dispiacere il bellissimo lago Inle per raggiungere, sempre con volo interno, Mandalay dove possiamo assistere alla lavorazione delle foglie d’oro che i fedeli applicano sulle statue di Budda. Anche qui un lavoro massacrante e gli addetti a questo lavoro, considerato sacro, devono rispettare regole severe per essere degni di questo lavoro. Ma devono sempre acquisire meriti? A quale prezzo? Anche nella Pagoda Mahamuni assistiamo all’applicazione dell’oro e si accalcano i fedeli…. Indubbiamente la pazienza è il loro pezzo forte!
Bellissimi i monasteri, ancora rimasti, in legno di tek finemente lavorati con belle incisioni e stupendi pannelli alle porte . Sarebbero urgenti i lavoro di restauro per non distruggere questo patrimonio.
Interessante la visita alla Kuthodaw Paya , considerata la biblioteca più grande al mondo, che contiene 729 stupa ed all’ interno di ognuna viene conservata una lastra di marmo con incisa una pagina del canone buddista.
Visita alle antiche capitali di Sagaing, Amarapura, Mingun ed Inwa.
Ad Amarapura abbiamo assistito al pranzo dei monaci e sono rimasta esterrefatta dal fatto che tutto si sia svolto in completo silenzio nonostante vi fossero quasi 1000 monaci, fra cui alcuni giovanissimi, e non ho udito un rumore di stoviglia. Questo monastero ha regole molto rigide in quanto è da qui che usciranno i veri monaci. Gli altri monasteri sono o per gli eremiti, o per la meditazione o per il villaggio. Ogni fedele buddista dovrebbe fare un ritiro in un monastero almeno tre volte nella vita: da bambino, da adolescente e da adulto.
Ancora un volo interno per raggiungere la favolosa Bagan dove possiamo assistere alla
produzione delle lacche birmane. Sono artigiani artisti quelli che incidono questi articoli molto belli. Sempre in posizione accucciata, loro tipica, danno forma all’oggetto con strisce di bambu intrecciate con crine di cavallo e poi spalmano a mani nude un lattice prodotto dagli alberi. Si fanno fino a 7 applicazioni di lacca e seguente asciugatura, poi si levigano , poi si incidono i disegni che riproducono quelli che si trovano sulle pagode o zedi, si lucidano, si verniciano con colore o oro. Finalmente sono pronti per essere ammirati!
A Bagan non mi soffermo sui vari templi visitati, sempre rigorosamente a piedi nudi come in tutta i templi della Birmania. E’ ovvio che sono interessanti vuoi per i decori, vuoi per gli affreschi ed altro, ma la cosa che lascia in contemplazione è la veduta della piana di Bagan, a 360°, l’occhio può spaziare libero fra il verde ed i templi, mentre si odono gli scampanellii delicati delle foglioline che adornano le guglie piramidali e che sono mosse dal vento.
Splendida armonia nell’aria per il godimento di occhi ed orecchie in contemporanea.
Faticose le scalate, ma è logico: le ripide scalinate simboleggiano quanto sia faticoso raggiungere il cielo e le cupole arrotondate simboleggiano il ciclo della vita che non finisce e così via… Tutto qui simboleggia qualcosa.
Rientriamo a Yangoon, proseguiamo per Bangkok e poi per Phnom Penh dove visitiamo il Palazzo Reale, la Pagoda d’argento, il Museo Kmer dove sono conservate le più belle sculture al mondo del periodo pre e post anghoriano. Nei giardini all’intorno varie coppie di sposi sono in posa per le fotografie. Veniamo a conoscenza di un fenomeno particolare per la Cambogia: molti giovani sono morti durante i conflitti con i Kmer rossi e c’è una maggioranza di fanciulle sui maschi, invece il fenomeno contrario c’è per varie ragioni in Cina e Giappone. Pertanto vi sono intermediari che si adoprano per combinare matrimoni. Mentre mangiamo c’è, nel nostro ristorante, un gruppetto che vuole concludere il suddetto affare. Lui è un giapponese di circa 40 anni e lei è una cambogiana di forse 20 anni. Si parlano con il vocabolario tecnologico, mentre i parenti di lei osservano la scena.
Che salto nel buio! Diversità non solo di età, ma di nazione, lingua, costumi e usanze per uscire da una povertà…
Qui in Cambogia, la religiosità non è eccessiva come in Birmania, non si applicano foglie d’oro
Voliamo ancora e questa volta per Siem Reap dove ci attendono i templi di Angkor. Molto interessanti, ognuno per la sua grandezza e specificità, qualcuno restaurato splendidamente, come il Banteay Srei in arenaria rosa, qualcuno un po’ più trascurato ma sempre bello nella sua autenticità.
Terminiamo la visita al Lago Tonle Sap abitato principalmente da vietnamiti e le mamme con piccoli bimbi chiedono elemosine con insistenza. In Birmania non chiedevano elemosine, anche se poveri, ma ti avvicinavano col sorriso e cercavano di parlare nella tua lingua con simpatia. Alla fine comperavi quello che avevano, per compensare la loro buona volontà e perseveranza.
Alla Birmania hanno cercato di cambiare tante cose, compreso il nome, ma il popolo non è cambiato: è rimasto semplice, sorridente e…….paziente!!! Da amare!

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