Oman: ma dov’è Simbad il marinaio?

Premessa:
Salve, ho appena dato qualche informazione sul viaggio fatto a marzo sul link http://www.ilgiramondo.net/forum/birmania/14060-asia-myanmar-ex-birmania.html[/U] ed ora mi trovo qui per tramandare a posteri le vicissitudini dell’ultimo mio viaggio, fatto in Oman lo scorso 10 ottobre. Perché solo ora ?! Ma perché ho fatto un po’ fatica ad analizzare subito, per tanti motivi e lo preciserò in fondo al racconto; mi ci è voluto …un po’ di tempo.

La scelta del T.O. per questa zona è presto fatta per la sola differenza che, essendo le visite prevalentemente localizzate nel nord del paese, si trattava solo di trovare un buon compromesso fra le varie offerte; dato che quasi tutti si avvalgono dell’agenzia locale ( x l’Italia ) Arabia Felix. Noi abbiamo speso una cifra volendo estendere il tour di 8 gg. con altri 2gg. a Salalah: ben 2.200,00 euro in due solo per l’estensione! Forse è perché l’Oman è un po’ caro ( Il rial omanita vale circa 2,2 euro ): o serve per ora agli Omaniti ad avere un turismo ancora di nicchia ?

Quando siamo tornati a casa, qualcuno non avendoci visto per un po’ e sapendo del nostro vizio giramondino , ci ha chiesto: < siamo stati in Oman!> < Oman: e dove cavolo è l’Oman! > Ora, vallo a spiegare a chi al massimo sà solo dove sono i maggiori centri commerciali della zona. Per chi come noi ama posti dove di turisti si contano sulle dita della mano non è stata una sorpresa informarci sul dove, come e perché. Il rischio però è che essendo poco predisposti per il fai da te, dobbiamo appoggiarci a qualche T.O. , nella speranza che poi il “gruppo” non sia così numeroso (e per ora ci è andata quasi sempre bene).

Il viaggio:

Comunque, siamo arrivati a Muscat, la capitale, con un volo della Qatar air verso le 22°° dopo uno scalo tecnico a Doha; l’impatto con la nuova realtà aveva risvegliato momenti già vissuti nei vari viaggi fatti e quindi non ci ha trovato del tutto impreparati ad affrontare la nuova avventura.
Fra il via-vai di chi si accingeva a partire e l’agitazione di chi era già arrivato alla ricerca di un cenno amico siamo riusciti a guadagnare l’uscita: lo sbandamento iniziale si è poi dissolto nell’abbraccio di una tipica serata estiva, simile a quelle delle nostre parti; 37 gradi , con un po’ di umidità data vicinanza del mare. Un’occhiata in giro ed avevamo già immaginato chi fossero gli ulteriori componenti del gruppo, o meglio gruppetto in quanto ci siamo ritrovati in sei più una italoamericana già in hotel e la guida, Amir. Dopo le presentazioni e saliti su un pulmino abbiamo percorso una ventina di chilometri per giungere al centro di Muscat, nel quartiere di Madinat As Sultan Qaboos. All’una di notte ci siamo abbandonati e persi in uno dei mega letti di una stanza dell’ imponente Hotel Intercontinental : esagerato per passarci solo una notte.

Domenica, 11 ottobre: Il sole del giorno dopo non aspettava altro che darci un caloroso benvenuto : 42°, fortunatamente ventilato. Il peggio se la sono passata le donne ( erano 4 su 7 nel ns gruppetto ) perché per la prima visita, alla grande moschea Sultan Qaboos, vi erano obblighi sul come vestirsi.
Per le donne nessuna parte scoperta all’infuori delle mani e del viso, quindi…. Il resto della giornata è trascorso girando a bordo di due potenti fuoristrada Toyota Land Cruiser 2500 fra i diversi quartieri della capitale, il museo di storia naturale (interessante) e la residenza amministrativa del sultano
Al Qaboos: il palazzo Al Alam. La cosa che colpisce maggiormente noi occidentali è la scoperta di un paese mediorientale + occidentale dei paesi occidentali! Scusate l’intrigo delle parole, ma non si era mai visto un’ ordine, una pulizia, un senso civico coinvolgente in un paese mediorientale. Anche la nostra guida nonostante fosse di nazionalità somala con origini yemenita, con istruzione ricevuta presso una scuola italiana in Somalia, con doppio passaporto somalo-inglese e residenza in Dubai, ogni qualvolta che dava informazioni non perdeva occasione di esaltare la civiltà di quel paese.
Nel tardo pomeriggio, quando il caldo aveva cessato di perseguitarci, ci siamo recati al souq di Mutrah, di fronte la corniche ( lungomare ) della Muscat vecchia: un labirinto di viuzze, tutte al coperto, illuminate solo dalle vetrine e dalle insegne dei negozietti . Il profumo intenso dell’incenso acceso su piccoli bracieri in terracotta posti quà e là rilasciavano un nebbiolina, a volte pungente, ma rendeva l’ambiente surreale: era come se il tempo si fosse fermato. Si chiudevano gli occhi ed i suoni sembravano provenire da tutte le parti : il richiamo dei venditori, le risate dei bambini, odori di spezie , di essenze floreali …ora come poteva essere allora.
Solo dopo qualche consiglio da parte della guida ci siamo buttati a curiosare fra le varie mercanzie.
Con le dritte ricevute cercavamo i negozietti originali omaniti, perché la maggior parte erano gestiti da indiani con merce di scarsa fattura se omanita, non per quella indiana. Avendo poco tempo ci siamo subito diretti in un negozio doc, dove una ricca esposizione dei famosi Kanjar aveva colpito la nostra curiosità. Un particolare pugnale ricurvo fra i tanti, aveva attirato la nostra attenzione. Tutto ricoperto da filigrana d’argento finemente lavorata e con la parte posteriore ricoperta di pelle. Il suo valore lo si poteva semplicemente pesare confrontandolo con un altro fatto esclusivamente per i turisti; la differenza costruttiva ne giustificava il prezzo chiestoci, ma, dato il luogo non potevamo cedere subito. Dopo ben ½ ora di contrattazione eravamo riusciti a spuntarla per 105 rial ( circa 200 euro ), anche perché il negoziante, oltre non scendeva ed il tempo di ritornare era già al limite.

Lunedì, 12 ottobre: Partenza il giorno dopo per Sur verso le 9°°. Prima di lasciare Muscat e dovendo percorrere un lungo il tragitto, la sosta al più importante mercato di pesce a Qurayat era d’obbligo. Molte le varietà di pesce e crostacei, pescato nel vicino mar arabico, venivano continuamente movimentate in grosse cesta e scaricate sui banchi pronti per la contrattazione di vendita. Peccato non aver a disposizione una cucina da campo!
Percorrendo la strada litoranea, un’autostrada liscia come l’olio e non a pagamento , permetteva un’andatura veloce per il poco traffico.
La sosta pranzo era prevista presso una fossa in cui una profonda depressione aveva creato un laghetto raggiungibile scendendo una lunga scalinata a getto di cemento, tutta esposta al sole . Il “buco” protetto in cima da una cinta muraria intimoriva un poco per il colore blu denso delle acque: era la fossa di Himman. Solo io e mia moglie nonostante qualche difficoltà nel cambiarci d’abito per via di pochi ripari, ci siamo immersi in quelle tiepide acque, cristalline ai bordi , che diventavano man mano più scure con l’abbassarsi del fondale. Ne era valsa la pena: la cornice del luogo protetto da alte pareti, l’abbandonarsi e l’abbraccio delle acque non ci facevano sentire a disagio per essere al centro dell’attenzione di quei pochi locali che non avevano perso l’occasione di scrutare le nostre figure chiare, mezze svestite che spudoratamente si mostravano. Il prezzo da pagare poi ci è stato presentato sotto forma di tempo: un fugace pranzo al sacco ancora mezzi bagnati.
Nel primo pomeriggio ritornando sulla strada maestra abbiamo percorso ancora qualche chilometro per poi inoltrarci in una gola del Wadi Shab ed inoltrati lungo la parallela fino al Wadi Tiwi ci siamo fermati per una passeggiata. La stradina seguiva tortuosa il corso del torrente fino a risalire la gola. Il tutto in un’ambiente irreale: le alte montagne che facevano da cornice si ravvivavano di un colore rossiccio man mano allo scendere del sole; per contrasto il verde delle palme, anche se un po’ impolverate, si riflettevano nelle acque verdazzurre delle cascatelle del wadi. Sembrava di essere in un set di un film alla jurassicparc, ma la brezza del vento che scendeva lungo la gola, il rumore dell’acqua ed il richiamo degli uccelli riportavano alla realtà: non era un set costruito .
Di nuovo a bordo e lungo il percorso, dopo aver attraversato la spiaggetta di Fins ricoperta da uno strato di sabbia fine come il borotalco ( acch… il bagno l’avevamo già fatto! ), c’è stata la sosta presso l’antico insediamento di Qalhat dove rimanevano i pochi resti della tomba di Bibi Miriam.
Siamo giunti verso sera in prossimità di un promontorio dove dall’alto si vedeva il piccolo agglomerato di Sur: case bianche e basse rivolte verso il mare, tipiche di un paese di pescatori.
Soggiornato al Sur Plaza: catalogato con meriti più di quelli offerti.
Alle 21°° siamo ripartiti sotto le luci di una notte stellata e mitigata dalla brezza marina, verso la riserva naturale di Ras Al Jinz per un’escursione ( dietro pagamento di 17 rial a prs. ) . Nella speranza di aver fortuna ,dato il periodo ottimale e per l’assenza della luna, c’era l’occasione di vedere le tartarughe che deponevano le uova. E così è stato. In piccoli gruppi guidati da esperti, i soli muniti di torcia e a piedi nudi , si camminava in lungo e largo per la distesa sabbiosa , accompagnati dal dolce suono della risacca del mare, lì a pochi metri. Non poche sono state le testuggini che ci hanno offerto uno spettacolo unico: la natura stava continuando il suo percorso.

Martedì, 13 ottobre: Il giorno seguente dopo la visita agli antichi cantieri navali di Sur, famosi per fabbricare i “dhown”, anticamente conosciuti come “sambuchi”, navi resistenti per solcare i mari più impervi sin dai primi sultanati , siamo saliti a piedi sul promontorio che sovrastava il villaggio di Ayjah, dove le tre torri di guardia vegliavano sull’unico accesso alla laguna .
Allorché lasciato l’abitato ci siamo diretti verso l’entroterra, zigzagando tra le ripide pareti dei monti Hajar per giungere nell’oasi di Wadi Bani Khalid: unwadifra i più belli della zona. Dopo aver percorso a piedi un lungo sentiero che costeggiava il corso d’acqua e protetto da alte palme, ci si è aperto come per miraggio una vasta pozza profonda con acque turchesi protette da massi rocciosi color ruggine ai lati che, man mano che si proseguiva, diventavano sempre più alte. Lo sgorgare dell’acqua proveniente dalla parte opposta, dove iniziava a salire il sentiero, dava inizio ad una serie di cascatelle, alternate a profonde pozze molto più piccole in cui ci si poteva trovare refrigerio: sono state una tentazione non sofferta a lungo, perché sotto i 40 gradi di un sole africano, l’unico tentennamento era per trovare un luogo da poterci svestire e mettere il costume: e poi…a mollo! Purtroppo il tempo a disposizione non era molto e la decisione di uscire da quel paradiso era stata dettata dal gruppo che aveva ripreso la via del ritorno. In fretta e furia rivestitoci ed ancora bagnati subito all’inseguimento ed è bastato poco per ritrovarci già asciutti.
Nel proseguimento del viaggio il panorama stava cambiando conformazione e colore.
Dopo la pausa pranzo ed imbucato un viottolo a metà del villaggio di Al Mintirib , la strada è stata inghiottita dalla sabbia ed a poca distanza ampie dune si stavano parando dinanzi a noi. Non è che erano sbucate lì x lì, ma dal vederle dapprima lontane al trovarcisi immersi è stato un’attimo. Abili mani si destreggiavano al volante del potente mezzo, cercando di condurre il “bestione” che si dimenava in quella coltre di sabbia fine come la polvere. Dopo tre ore di sali-scendi a mò di montagne russe dei parchi divertimento ed i timpani indolenziti dagli urli delle donne, erano due ma sembravano venti, siamo arrivati al campo tendato del Safari desert camp.
Esperienza + unica che rara. Eravamo i soli ospiti allocati fra le venti tende beduine a disposizione.
Il buio sopraggiunto velocemente spegneva lentamente la fiocca luce del tramonto che dietro le dune, ne faceva risaltare ancora per poco la forma armoniosa. In cielo, dalla parte opposta, nell’oscurità totale, un’infinità di puntini illuminati; talmente vicini che allungando la mano sembrava poterli toccare. Anche in assenza della luna erano ben visibili le nostre sagome che si muovevano con noi sul tappeto sabbioso e compatto del campo. Si riusciva a vedere facilmente dove mettere i piedi anche senza l’uso di una torcia ed arrivare poi alla tenda che fungeva da luogo di ristoro. Il tutto illuminato da fiocche lampade ad olio rendeva l’ambiente misterioso, mistico: avventuroso.
Non era freddo, anzi , l’escursione termica era solo di pochi gradi, l’aria avvolgente e ….profumata.
Per la prima volta vedevamo le donne col volto coperto da strane mascherine, simili a quelle del tipo “beute” del carnevale veneziano, aggirarsi fra noi.
Nell’indicarci dove si era già sistemato il resto del gruppo notavamo le loro mani, ricoperte da ricami disegnati con l’henne, che si muovevano lentamente nella normale gestualità e conciliavano perfettamente in quel mondo, così vicino alla loro realtà quotidiana e così lontano dalla frenesia del nostro mondo occidentale. Trasmettevano tranquillità e rilassatezza. Nel modo più informale possibile ci trovavamo seduti a gambe flesse su una distesa di tappeti ed a consumare quel poco ma essenziale pasto serale. Il ritorno alla tenda lo si è vissuto il più lentamente possibile, rallentando anche la camminata: ci si fermava ogni qualvolta un minimo suono veniva percepito, quasi con stupore in quel mondo silenzioso: non avevamo voglia di andarci a coricare perché si aveva paura che tutto ciò fosse alla fine, solo un sogno.
Il bagno adiacente ad ogni tenda era del tipo maldiviano: un muro di pietra alto un paio di metri senza il tetto: non so voi, ma stare seduto sulla tazza del wc e guardare il cielo illuminato era il massimo! All’interno della tenda l’ambiente era molto spartano ma dava un non so che di cinematografico, alla Laurence d’Arabia.
I letti erano l’elemento principale, massicci, un po’ pacchiani ma…comodi. Per il resto si era allo stretto necessario: un tavolino trà i due letti, un comò panciuto con alte gambe, una sedia e qualche cuscino adagiato sui tappeti che fungevano da pavimento. Il tutto reso più “beduino” dalla difficoltà dei normali gesti da fare per coricarsi, dato da una lampada ad olio, unica fonte di luce a disposizione. Erano le 22°° e visto che non era poi così freddo, si aveva il desiderio di coricarsi al di fuori della tenda, usando come coperte il cielo stellato, ma dopo poco ci si è accorto che le stesse erano giunte si fino al mento!

Mercoledì, 14 ottobre: Mentre la sveglia negli alberghi era data di solito dallo squillo del telefono, qui è stata la guida a chiamarci per nome a sole già alto. Alla luce di quell’ora il campo aveva perso un poco del suo fascino.
La partenza è avvenuta nel silenzio più assoluto, senza caciara ed affanno, in punta di piedi per non lasciare traccie più di quelle già lasciate. Dopo circa un’ora le forme irregolari ma armoniose delle dune diventavano sempre più digradanti per poi lasciare spazio a quelle dei primi tetti piatti, lineari di Al Mintirib. Percorso un piccolo tratto e ci siamo fermati davanti all’unico gommista del posto: erano da rigonfiare le ruote prima di riprendere il tragitto verso Nizwa. A percorrere la “route” 23, lunga e monotona, ci trovava ogni tanto appisolati anche perché il paesaggio era sempre lo stesso: solo qualche intermezzo turistico ci riportava alla realtà del momento.
Attraversando l’abitato di Ibra ci siamo ritrovati circondati da una marea di persone: eravamo capitati in coincidenza del giorno di mercato. Non potevamo perdere l’occasione di vedere all’opera le varie contrattazioni effettuate solo dalle donne. Nei loro abiti , chi sgargianti e chi funesti e per lo più con i visi coperti da quelle strane mascherine, le donne facevano da padrone: uniche ed incontrastate. I pochi uomini bivaccavano al di fuori di quel labirinto disegnato dalla disposizione dei vari banchetti allestiti al disotto di una tettoia in muratura: ben furbi nel rimanere accovacciati attorno ad un bollitore di caffè a sorseggiare parlottare fra loro. Solo noi turisti con non poca difficoltà ci districavamo in quella marea di tuniche: evitando di calpestare la merce cercavamo di immortalare qualche momento e qualche viso senza essere visti, pena esser presi anche a manate per aver violato la loro privacy.
Dopo una sosta lungo la strada per la seconda colazione ed ulteriori pause “digestive” siamo capitati sulla collina alle spalle del villaggio di Birkat Al Mawz dove le distese di palmeti arrivavano sin ai margini di un piccolo villaggio: Bait Al Radidah, Altri 24 chilometri e siamo giunti a destinazione,l’hotel Golden tulip ,a pochi chilometri da Nizwa.

Giovedì,15 ottobre: L’atmosfera velata del mattino ci aveva fatto intendere che nonostante il poco sole, la temperatura non sarebbe stata lì a guardare, anche perché i 35 gradi delle 9°° di mattina mi avevano convinto di non essermi sbagliato.

La visita al castello di Jabreen è stata un po’ meno sofferta; la brezza riusciva a mitigare i vari locali entrando dalle tante feritoie delle finestre in legno intarsiato, attraverso le quali lo sguardo si perdeva nel verde delle ampie distese di palmeti a datteri. Per l’ottima conservazione della struttura, la visita si è mostrata interessante nell’ammirare la ricostruzione in epoca dei vari ambienti.
L’attraversamento di alcuni villaggi ci aveva portato a farci un’idea di quale linfa ne era alimentato e di quale tipo di vita si potesse svolgere all’interno. Al Hamra adagiato ai piedi dei monti Hajar era tipico per le case e quel che ne rimaneva fatte in mattoni crudi secondo lo stile yemenita, Bahla con la sua massiccia fortezza ed alla abilità artigianale nel costruire corde.
Una fra le tante deviazioni sui monti ci aveva portato ad un sito, Al Hoota Cave, , famosa per le sue ricchezze protette all’interno della grotta. Il direttore del sito, un italiano di nome Aldo,ci ha fatto da guida dato che essendo strutturata per raccogliere poche decine di visitatori alla volta, necessitavamo di un permesso di favore dato i tempi da rispettare. Quaranta minuti di visita personalizzata fra numerose stalattiti e stalagmiti, con tanto di laghetto pieno di pesci ..cavernicoli e ciechi.
Pranzato nel ristorante della struttura e ripreso il viaggio nel primo pomeriggio.
Per il resto, la giornata è stata dedicata all’escursione ad altri villaggi, alcuni abbandonati da diverso tempo per ragioni logistiche, ma che avevano conservato la loro struttura urbanistica nonostante la scarsa conservazione per essere stati costruiti in fango e pietre. Misfat Al Abrien , sotto la protezione dell’Unesco, era quello che di più aveva mantenuto la sua originalità di case in pietra terrazzate lungo la dorsale della montagna. I postumi del pranzo furono definitivamente smaltiti con un treckingg lungo un “falaj”, piccolo corso d’acqua per vari servizi ed usi.
Ci servivano ancora 25 chilometri per raggiungere Nizwa, ed il tramonto aveva incominciato a colorare di rosso le forme dei monti circostanti. Il centro antico era formato da una piazzetta con delle panchine in cemento e legno al centro e mentre tutt’attorno diversi negozietti si affacciavano su di esso.
Solo un’ora a disposizione per dare sfogo alla libido delle donne…purtroppo era solo per gli acquisti. Mentre per noi il problema era di trovare il solito ufficio cambiavalute. Corri corri il tempo si era già volatilizzato e nel ritorno verso le jeep, chi non aveva trovato il souvenir desiderato, cercava conforto nel trovare qualcunaltro senza nulla in mano.

Venerdì, 16 ottobre: Lasciato di buon ora l’hotel Golden Tulip di Nizwa ( nulla di speciale ) per percorrere l’ultima tappa del tour prima del rientro a Muscat.
Dopo i soliti 24 chilometri eravamo di nuovo al souq, animato oggi in concomitanza con il giorno di festa ( venerdì ), da un vivace mercato di bestiame. Le“candore”, le tuniche degli uomini, sembravano tante onde in quel mare monocromatico che si accalcava al centro di una piazzetta. In mezzo a due anelli di gente urlante e gesticolante, ruotavano in senso orario diversi capi di bestiame condotti dai venditori che mostravano la propria merce. Al di fuori,al riparo di alte piante stavano le donne beduine nei loro caratteristici costumi con ampie pezze di stoffa colorata , mimetizzate dalle tipiche maschere di diversa forma. Si limitavano alla compravendita di animali di piccola taglia ed in maniera più pacata , ma in osservanza dei tempi dettati dall’obbligo di osservare gli orari prestabiliti per le preghiere del giorno. Per la visita al ben conservato forte della città era servita solo un’oretta oltre l’aver goduto della visuale offerta dalla sua torre che dai suoi 40 metri dominava su tutto il panorama circostante.
Le jeep avevano ricominciato a percorrere la lunga strada per poi deviare fra quelle tortuose e polverose in direzione dei monti dello Hajar . Dopo aver attraversato la “gola del serpente” si è giunti al Wadi Bani Awf : quì ci si è organizzato per la sosta pranzo e steso ampie stuoie ci si è preparato per il pic-nic. E’ stata l’occasione del omaggiare gli autisti di un nostro “pensierino”: 150 rial ciascuno ( e non era poco! ). Nel pomeriggio visita al bellissimo e strutturalmente atipico forte di Nakhl ; saldamente amalgamato al costone roccioso ne aveva così consolidato la struttura evitando la costruzione di robuste fondamenta . La forma delle sue torri erano di forma circolare per deviare le palle di cannone e fra i vari livelli collegati da ampie scalinate scolpite nella roccia stessa , risaltava un evidente falaj che probabilmente serviva in caso d’assedio. Quà e là , si aprivano vani dove oltre a trovare rifugio , vi si svolgevano le normali attività quotidiane dell’epoca agevolate dalla progettazione di finestre che ricevevano la brezza proveniente dall’ampia pianura di Batinah.
La fine della visita aveva segnato anche la fine del tour insieme a noi dell’unica solitaria turista che a lì poco ci avrebbe lasciato per deviare il suo ritorno, verso Dubai con un altro mezzo privato.
Un’ultima sosta ad un paio di chilometri in una piccola wadi , la sorgente calda di Ath-Thowra. In quel giorno festivo, era animata da molte famiglie che organizzate in gruppi più o meno piccoli si erano accampate lungo il corso del torrente; una tipica musica araba che usciva da un mini stereo portatile proveniva all’interno di un gruppetto di soli ragazzi era accompagnata dal battito delle mani dove a turno, si lanciavano al centro, dimenandosi in un ballo fra il moderno ed il tradizionale. Il tutto fra i fumi delle braci che lentamente affievolivano e l’odore pungente della carme. I più piccoli li si vedeva sguazzare vestiti e fracidi nel piccolo corso d’acqua, sotto l’occhio divertito delle famiglie. Era un classico “fuori porta” locale. Verso il tardo pomeriggio giunti davanti all’entrata dell’hotel Tulip, vicino a Muscat abbiamo salutato definitivamente gli autisti che ci avevano accompagnato in questo lungo itinerario . Visto il tempo ancora a disposizione e dopo una condizionata trattativa con un autista in attesa davanti all’hotel, ci siamo fatti portare di nuovo al suk di Mutrah distante ora a 35 chilometri da noi.
Masticando quel poco inglese ci siamo accordati per il ritorno, da lì a circa due ore con lo stesso : in fondo conveniva anche a lui dato che a ritornare indietro da solo era una perdita di tempo e … di denaro. Il tutto ci costava 12 rial.

Sabato, 17 ottobre: Alzati di buon ora anche se la partenza per l’aeroporto era fissata per le 9 ed era distate pochi chilometri, ci siamo ritrovati soli ad aspettare il mezzo fuori dalla hall in quanto eravamo gli unici a proseguire il viaggio: gli altri partecipati erano stati salutati la sera precedente dato che per loro il ritorno verso casa era già iniziato. Così ci apprestavamo a lasciare il nord per volare a sud, nella regione del Dofhar, a Salalah, la terra di Simbad il marinaio e della Regina di Saba.

Quello che ci apprestavamo a salutare, per ora, era un mondo in rapida evoluzione ma ancora col piede sul freno ; tutto ciò considerato materialmente “moderno e tecnologico” veniva applicato su ciò che aveva a che fare con il mondo esterno, più per visibilità di progresso che di necessità vera e propria. La tradizione, i costumi, i ritmi ,l’interazione con gli stranieri erano ancora visibili e palpabili. Vedere un omanita scendere da una lussuosa auto nel suo tipico vestito con tanto di copricapo ed infradito, giovani donne vestite sempre a lutto ,con le loro mascherine più raffinate di quelle beduine , che tendevano a nascondere ogni parte del loro corpo ma nei movimenti lasciavano intravedere sotto quelle tuniche jeans, scarpe e magliette alla moda ci lasciavano un po’ disorientati. Il voler poi truccare pesantemente gli occhi per risaltarne la profondità ma allo stesso tempo chinare il capo se un turista voleva scoprirne i tratti di quel volto, celato dietro a quel poco che si vedeva, era un poco contraddittorio: per non dire che poi cosa si rischiava se ci si insisteva con lo sguardo curioso! Sembrava una contraddizione, ripeto, il volersi adattare ai tempi per il solo fatto di possederne materialmente e non del uso fine a se stesso. Più d’una volta abbiamo perso diverso tempo al checkout dagli alberghi perché alla reception non riuscivano ad usare il computer e non ultimo all’aeroporto di Muscat abbiamo dovuto rifare il checking ben tre volte per errori di dati inseriti. Mha…! Di questo mondo arabo di arabo ne vedevamo ormai ben poco ..

Dopo un’ora e quaranta di volo siamo stai prelevati all’aeroporto assieme alla guida che ci aveva seguito fin qui, dall’autista di turno, assomigliante più ad un beduino con un volante in mano; non più una jeep ma una berlina vista molte volta in altri viaggi in asia, una Toyota Camry, .
Salalah si presentava ben diversa a differenza di Muscat : costruzione più basse, strade meno imponenti, aspetto più lussureggiante dato da estesi palmeti. non più a datteri ma di cocco e le montagne; le montagne con forme più morbide e ricoperte di un verde tenue (che diventava più intenso nel periodo del khafir), molto differenti da quelle del nord, brulle rocciose ed aride.
Dopo aver lasciato i bagagli all’hotel Crowne plaza siamo andati all’Hilton per il pranzo: un controsenso ma il “pacchetto aggiuntivo” includeva solo la mezza pensione e poi l’Hilton era sulla strada per la destinazione del pomeriggio. L’unica scocciatura è che il budget essendo di 9 rial a testa all’Hilton non sono bastati: dovuto sborsare altri 16 rial per un pranzo a base di pesce (e vuoi proprio farne a meno?). Alle 15°° sotto un bel sole ma molto più sopportabile, ci siamo diretti a ovest di Salalah, in particolare alla tomba del profeta Imra ( Giobbe ) sulla piana di un’altura dove l’entrata una costruzione umile e scarna ad un unico locale dava le spalle al mare. L’aria era mitigata dalla brezza che giungeva sin qui dal mar arabico e lungo il percorso a piedi che collegava il sepolcro dal parcheggio, la presenza di bougainvillee ed alberi di media grandezza ai lati, davano la sensazione di trovarsi in un’altro luogo.
La discesa verso valle ha avuto fine una volti giunti di fronte al mare arabico, sopra alle scogliere di Mughsail beach . Ai piedi della scogliera vi erano degli anfratti recintati che specie nel periodo del kharif, quando il vento infuria ed il mare ingrossa, offriva lo spettacolo di alti soffioni a mò di doccia. Purtroppo non era periodo e quindi ci siamo accontentati di ascoltare il suono all’interno delle bocche. Dopo aver camminato un poco per quel luogo dal panorama suggestivo ed furbamente attrezzato per scampagnate, abbiamo ripreso la strada che portava verso il confine con lo Yemen, zigzagando e costeggiando il crinale, fino ad arrivare nella zona tipica e luogo naturale degli alberi d’incenso: fonte di ricchezza agli arborei del sultanato. Questi arbusti non più grandi di una pianta di melograno, con rami un poco spogli e scorticati per i vari prelievi di resina, riuscivano ad offrire il proprio tesoro a chi ne sapeva ben intagliare il tronco. Gocce color ambra aspettavano il calore del sole e l’aria tipica di quei luoghi per solidificarsi e racchiudere così quella essenza tanto preziosa da essere esportata sin dai tempi antichi in tutto il mondo: non per nulla anche la Roma imperiale mandò qui un sua legione ( la legione Felix ) per assicurarsene la fornitura. Amir ci informò che avevano provato anche d’impiantare alcune piante altrove, ma senza o con poco risultato: era la zona la linfa vitale per l’incenso.
Al tramonto eravamo di ritorno ed essendo in anticipo, il programma come da tempo secondo esigenze, necessità ed occasioni, veniva continuamente aggiornato e/o modificato. Ci siamo trovati perciò nel centro di Salalah, nel suo tipico souq tutto all’aperto, dove dal centro formato da una piazzetta costeggiata da una strada, numerosi negozietti si irradiavano verso l’interno. nel Al Husn Souq i negozietti erano raggruppati per il tipo di merce: da quelli dell’incenso a quelli con essenze di profumi, da quelli dei sarti che in sette ore ti cucivano a misura una “candora” ( ed io ne potevo farne a meno?….) a quelli dei tipici e variegati copricapo. Dappertutto aleggiava il profumo dell’incenso che si arroventava lentamente nelle apposite incensiere di terracotta a forma di torrette.
Verso le 20°° salutato Amir lasciandolo davanti al suo albergo, siamo stati trascinati in quella riserva per turisti che era l’hotel Crowne. Infatti, mentre in giro per Salalah non se ne era vista l’ombra, gli occidentali quì erano di casa. Per lo più tutti nordici, arrivati con voli charter appositamente per loro ( poveretti ) dove, dopo ben dieci ore di volo, potevano arrostire al sole e d accontentarsi solo un bagno ai piedi in questo bel mare, perché le onde erano troppo consistenti in questo periodo ed immolarsi per un bagno non era caso. La sera al buffet in riva al mare, abbiamo dato sfogo agli occhi per l’ampia e variegata scelta di pietanze che c’era: non è che durante il giorno si pativa la fame, anzi, ma dopo le quantità abbondanti ci si poteva gestire meglio le voglie, specie nei dolci e nella frutta. Il mare al rilassante suono della risacca, invitava ad una passeggiata digestiva ed abboccato come ad un canto delle sirene, siamo avanzati in punta di piedi nelle acque calde dell’oceano. Non meno di pochi secondi ed eravamo zuppi fin sopra le ginocchia per via di un’onda più birichina delle altre. Con la pancia piena, esausti e bagnati come pulcini, ci siamo poi diretti verso la camera anche perché non vi era nei dintorni nessuna altra attrattiva.

Domenica, 18 ottobre: Il tragitto che ci doveva condurre a Mirbat, ad est di Salalah, prevedeva alcune soste. Luogo di ritrovo per i locali era nei fine settimana la sorgente di Al Razat, che offriva oltre a piazzole per il ristoro anche la possibilità di rinfrescarsi nelle acque limpide che fuoriuscivano da anfratti rocciosi e la possibilità di lustrare gli occhi dal verde rigoglioso del posto.
Successivamente attraversato il villaggio di Taqah ed arrivati al sito archeologico di Samharah presso Khor Rouri. Il sito nonostante ne rimanessero che poche rovine all’interno di una bassa cinta di pietre, offrivano la possibilità di far rifiorire nella mente l’imponenza di quella roccaforte e di quale impressione dava nell’apparire agli occhi dei marinai appena imboccato la rada, attraverso la foce del fiume. Al riparo e a difesa di due alti promontori, dove il commercio prosperava con il mondo esterno grazie all’incenso. il porto aveva il privilegio di avvantaggiarsi oltre a questa sua posizione del beneficiare di un clima mite e ventilato . La veduta dall’alto delle sue torri poi godeva dal poter volgere lo sguardo sui campi coltivati, fin lungo il corso del fiume perdersi verso i monti fin sotto una bellissima cascata, sicuramente più viva nel periodo estivo durante le piogge.
A Mirbat si era giunti all’ora di pranzo. Il piccolo paese di pescatori con il porticciolo di un certo interesse visto il numero dei pescherecci attraccati, aveva già dato un indizio sulla tipologia delle specialità culinarie che ci aspettavano. Il locale senza pretese, molto spartano e cresciuto un po’ troppo per le aspettative del luogo, aveva avuto la consolazione di essere stato insignito di diversi riconoscimenti per l’arte della sua cucina. La fine dell’abbondante pasto è stata chiusa con una particolare chicca: le papaie e le bananine comperate lungo la strada e preparate come usano i locali ( con sale e lime ) erano state di grande aiuto digestivo. La via del ritorno con la pancia piena, il caldo mitigato dall’aria condizionata ed il lento ondeggiare del mezzo, hanno fatto sì che i 70 chilometri non fossero così tanti per via di qualche pisolino. Essendo arrivati un po’ in anticipo per via dell’orario d’apertura del museo, ci siamo diretti al Crown plaza per una rinfrescata. Alle 16°° dopo una visita al museo naturale ci siamo ritrovati fuori, al tramonto ( stava diventando un’abitudine il fattore tempo ). Dovendo gestire in qualche modo quel che rimaneva della giornata, abbiamo lasciato l’autista libero, salutandolo con una lauta mancia ( 10 rial ). E più tardi ce ne saremo rammaricati, un po’ per i soldi ma anche per altro. Siamo saliti su una macchinina elettrica appositamente studiata per far visitare il sito comodamente, scorazzati fra i pochi resti di quello che era uno dei più famosi porti per il commercio dell’incenso verso l’ India : Al baleed, ora sotto protezione dell’ Unesco. Il bello del poi è che al di fuori del sito non essendoci l’abituale traffico non eravamo in grado di reperire un mezzo e di taxi neanche l’ombra. Dopo un quarto d’ora d’attesa si erano fermate un ‘auto ed un suv : ci siamo separati dalla guida, Amir per giungere al suo albergo ed a noi furono così gentili di portarci nel posto richiesto: il suk di Al Hafa in centro. Abbiamo girato in lungo ed in largo di nuovo lungo le viuzze fra i vari negozietti per altre due ore, giungendo alla fine di fronte alla sartoria dove ci aspettavano per consegnarmi la “candora” ordinata. Amir, bello fresco, era lì seduto a chiacchierare con il proprietario. Poi accompagnatoci in piazzetta per tornate in hotel in taxi ci accordammo sugli orari per l’indomani.
Così si è conclusa l’ultima sera a Salalah.
In camera, non stato un gran peso rifare le valige, consci che lo era per l’ultima volta: magari non più di altre. Inoltre la serata doveva ancora concludersi davanti al buffet di fronte al mare !

E così è terminato questo tour, anche se poi ci aspettava il viaggio di ritorno a casa con ben dodici ore fra attese e scali : ma questa è un’altra storia. Ora ci apprestavamo la lasciare definitivamente questa terra, sapendo poi che difficilmente, per non dire mai più, avremmo avuto occasione di tornarci .
Insieme ai ricordi ed ai souvenir ci accompagnava anche un poco di delusione, specie per la mia signora, che l’aveva tanto desiderato per quell’idea tutta sua dell’Oman: probabilmente si aspettava qualcosa di più tipico. Personalmente non avevo ancora unito tutti i momenti , li avevo vissuti singolarmente e stavo ancora cercando fra i tanti quello da cui iniziare .Solo allora sarei riuscito a capire ciò che mi era stato offerto e ciò di quello che ne ero riuscito ad apprezzare.
Per ora non mi era certo dispiaciuto di non essere mai capitato in mezzo a comitive di giapponesi e …italiani: attualmente il turismo selezionato, forse il peso della crisi economica a livello mondiale e la paura sulla pandemia influenzale avevano un poco condizionato un po’ tutti.
Pochi, pochissimi turisti ed anche Amir, la nostra guida, se ne rammaricava: noi…no!

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Ci sono 5 commenti su “Oman: ma dov’è Simbad il marinaio?

  1. Bellissimo racconto…sono stata risucchiata nelle viuzze… con profumi d’incensi e di spezie… un piacere leggere unica nota dolente la mancanza di immagini, che sono sicura tu avrai… ma perche’ non le hai condivise con noi:(

  2. Avete tutte le ragioni, è come far vedere ed annusare ad un bambino il vasetto della nutella, e poi non fargliela assaggiare!
    E’ che purtroppo le foto sono tutte in alta risoluzione ed io sono un pò negato alla conversione: comunque ci proverò e vedro di rimediare.
    Un grazie per ora a tutti.

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