La mia Malesia 2004

La mia Malesia 2004: il Sabah, Tioman e l’isola di Gemia

Non è la prima volta che visito la Malesia: ci sono stata nell’estate del 2001, con la mia amica Tiziana, ed era stata una vacanza sorprendentemente piacevole. Sorprendentemente perché noi, amanti di storia e archeologia, avevamo sempre guardato a questo paese come a un luogo che avesse poco da offrirci e quindi, in viaggi precedenti nel sud-est asiatico, gli avevamo sempre preferito i suoi vicini, da questo punto di vista più illustri.
E invece, questa prima vacanza in Malesia, si era rivelata talmente interessante e varia da portarmi a promettere a me stessa: qui ci torno.
E così è stato: perciò questo mio diario di viaggio risulta un po’ diverso da quello di chi per la prima volta si affaccia su questo paese. Niente città storiche (Penang, Melaka, ecc.) poca capitale ma solo il Sabah, nel Borneo malese (perché nel viaggio precedente avevo visitato l’altro stato del Borneo appartenente alla federazione malese, il Sarawak), e più mare possibile, per recuperare le forze, insieme al mio fidanzato Ivo, dopo un anno molto pesante e privo di week-end e giornate festive (neanche un ponte in questo 2004!).
Ho opzionato i voli verso la metà di Gennaio, scegliendo come possibili mete sia BKK che KL, perché non avevo ancora ben chiaro l’itinerario: Francesca, nell’agenzia che si occupa dei miei voli e che ormai mi conosce bene, si è preoccupata di mettere i nostri nomi su due o tre compagnie aeree, in attesa di vedere le tariffe e scegliere quella più adatta a noi.
A fine giugno era ormai chiaro che la Emirates faceva al caso nostro: è una compagnia che mi piace, sia perché gli aerei sono molto belli e confortevoli, sia perché, contrariamente a molti viaggiatori, sui percorsi lunghi mi fa piacere potermi sgranchire le gambe per qualche ora verso la metà del viaggio e Dubai risponde bene a questa mia necessità.
Una volta stabilito
– che saremmo andati in Malesia con la Emirates,
– che improvvisi problemi lavorativi di Ivo non ce lo avrebbero impedito (come temo sempre fino quando non sono sull’aereo),
– che saremmo partiti il 31/7
tre settimane prima della partenza ho cominciato a preparare il programma di viaggio. Fino a qualche anno fa, non ero solita prenotare nulla, ma con l’avvento di internet, che fa sembrare dietro casa anche le destinazioni più lontane, mi capita di cedere alla tentazione di fissare qualche data, qualche volo interno e qualche hotel. In pratica, in questo caso, ho organizzato i primi 10 giorni con andata e ritorno dal Borneo, per poter usufruire delle tariffe low cost della compagnia aerea Air Asia, per poi lasciare al caso il soggiorno al mare nella cosidetta Malesia peninsulare.
31/7 – 1/8/2004
Un paio di ore prima della partenza, eccoci puntualmente alla Malpensa per il solito check-in: ci ritroviamo incanalati in un lunghissimo serpentone per quella che sarà la prima di una lunga serie di code. Per questa c’è l’aggravante della voce che, a un certo punto comincia a girare, di overbooking: quanto mai inopportuna visto che a Dubai abbiamo solo un paio d’ore circa di attesa da fare. Fortunatamente,a quanto pare, un certo numero di passeggeri con destinazione finale Australia, si lascia convincere a un piccolo detour su Londra (dietro compenso, suppongo), che non comporterà variazioni sostanziali al loro volo in coincidenza previsto per alcune ore dopo il nostro. Quindi, il check-in, notevolmente rallentato da carenza di posti, ricomincia a funzionare facendo spazio anche a noi su questo volo che in circa 6 ore ci porterà a Dubai. Nulla da segnalare per il resto del viaggio, svoltosi tranquillamente tra film (anche in italiano), video-giochi, musica, pasti a ore impossibili: la Emirates è un’ottima compagnia a mio avviso e non è la prima volta che la scelgo per i miei viaggi nel sud est asiatico. L’unico problema di queste compagnie mediorientali è che spesso i voli fanno degli scali, come è il caso del nostro Dubai-Kuala Lumpur, che ci accorgiamo essere “via Dakka”: Francesca si era dimenticata di dirmelo! In effetti il conto delle ore di volo non mi quadrava, ma pensavo fosse dovuto a un mio errato calcolo del cambio di fusi orari. Avrei dovuto chiamare Francesca per chiedere spiegazioni, ma avete provato a telefonare in una agenzia di viaggi a Luglio? Perciò avevo rinunciato. Fortuna che tra il volo e il fatto che per noi fosse notte, questa seconda tranche di viaggio l’ho passata dormendo, quindi Dakka l’ho vista solo nei racconti di Ivo, molto più insonne di me, come una enorme distesa d’acqua, intervallata da qualche palazzo. Solo il giorno dopo abbiamo scoperto che il Bangladesh era stato colpito da un’ alluvione più grave del suo solito.
L’arrivo nel gelido aeroporto di Kuala Lumpur è un po’ avvolto nella nebbia del sonno: anche qui code interminabili (soprattutto quella all’immigrazione, degna dell’aeroporto di Bombay) per prendere finalmente il taxi che ci porterà in un’ora in albergo. In realtà l’aeroporto è collegato a KL (come tutti chiamano la capitale) anche da comodi bus navetta e da un treno Ekspres da 30‘, ma noi preferiamo cedere alle lusinghe della comodità di essere direttamente scodellati di fronte alla reception dell‘Hotel Impiana, anche perché la differenza di prezzo, se si è in due, è veramente minima (tutte queste informazioni, come la maggior parte di quelle che hanno determinato molte mie scelte, sono state tratte dalla immancabile guida Lonely Planet, ovviamente, e poi confermate da una veloce ricerca su internet).
L’hotel, scelto tra quelli della LP e controllato sul sito, non corrisponde alle aspettative: lenzuola scurette, non ci sono il frigobar né la safety box promessi, ma c’è una piccolissima vista sulle Petronas. Non vale i 151,80 Rm (€ 33,00 colazione inclusa) ma la sua posizione, che ricordavo dal viaggio precedente, è ottima e centralissima, proprio di fianco alla Stazione Pudu, un punto di riferimento fondamentale non solo all’interno della città ma anche per i collegamenti bus e treno del paese.
Il programma prevedeva una rinfrescata e un’immediata uscita per una prima occhiata alla città e una veloce cena: invece la stanchezza si fa sentire e optiamo per il comodo servizio in camera e una bella dormita.
E abbiamo fatto bene perché il giorno dopo alle sette siamo stati svegliati dalla musica e dagli annunci dell’immenso altoparlante di una scuola situata proprio sotto le ns finestre: benvenuti a KL.
2/8/2004
Nonostante la sveglia non prevista, non ci siamo certo affrettati e, dopo aver incontrato Marco e Cristina (due amici monzesi con i quali abbiamo condiviso alcuni preparativi del viaggio) che arrivavano dritti dritti dall’aeroporto, abbiamo cominciato la classica visita della città. Niente di faticoso, ovviamente: io KL l’avevo già vista e Ivo non è particolarmente interessato a templi e musei, quindi abbiamo fatto soltanto una passeggiata per vedere due dei monumenti simbolo della città, la Masjid Jamek e piazza Merdeka. La prima è una moschea che sorge sul punto di confluenza dei due fiumi che dà il nome alla città (KL significa “confluenza fangosa”!); la seconda è la piazza dell’Indipendenza, che, con il suo immenso prato verde e gli edifici in stile britannico, sembra trasportarti direttamente in un sito elisabettiano.
Dopo le foto d’obbligo, dribblando grupponi di turisti malesi, saltiamo su un taxi (6Rm=€ 1,30) con meta Lake Gardens, un enorme parco pubblico situato in pieno centro città. Il parco è molto bello e curato, ma in particolare merita una visita al suo interno, l’immensa voliera che ospita una quantità di uccelli, sia in libertà che in gabbia: insomma una passeggiata nella natura per prepararci alla full immersion nella giungla del Borneo dei giorni successivi. Da segnalare, sempre all’interno del parco, in prossimità della voliera, l’accoglienza da parte di un nutrito gruppo di fotogeniche scimmie, in completa libertà, che corrono e si fanno scherzi, pressoché incuranti di noi turisti.
Intanto il sole comincia a farci capire che qui non scherza affatto: e con lui il tasso di umidità sale in maniera impressionante.
Torniamo in zona hotel e facciamo uno spuntino a base di spaghetti fritti al curry e teh tarik (te con latte condensato, montato a creare una soffice e saporita schiuma) da Yusoof, il mio ristorante preferito del viaggio precedente. Dopodichè ci dedichiamo allo shopping: sì, perché questa è una delle attività principali di KL – Central Market, i negozi Peter Hoe Evolution, Petaling Road (rispetto a tre anni fa questa strada piena di bancarelle è stata coperta con una futuristica volta: buona idea viste le acquate che mi sono presa allora). In particolare questo è il periodo dello Shopping Carnival, che significa non solo saldi, ma sconti su qualsiasi articolo (addirittura anche nelle farmacie!). Fortunatamente, o sfortunatamente, il tempo è poco, altrimenti chissà che dimensioni avrebbe raggiunto il mio bagaglio in questo primo giorno. L’altra volta sono riuscita a riempire un’intera nuova valigia, opportunamente lasciata poi in deposito alla stazione fino alla partenza per l’Italia, ma questa volta Ivo non mi ha permesso di esprimermi al mio meglio.
In serata, cena con Marco e Cristina al Kapitan’s Club. La compagnia è molto piacevole ma il ristorante, a mio parere, rivela una prima pecca di questa nuova edizione della LP: evidentemente molto non è stato adeguatamente controllato e quello che doveva “ricordare un museo“, si è rivelato il retrobottega polveroso di una sorta di rigattiere. La cucina nonya (cucina cinese degli Stretti) non è decisamente di mio gusto e in più verso le 9,30 ci hanno chiesto di uscire perché volevano chiudere. In effetti la scelta del ristorante è stata solo un’ azione di ripiego quando non siamo riusciti a prenotare al ristorante girevole sulla torre della comunicazione (KL Tower), che ci avrebbe permesso di cenare con vista sulla città illuminata. Dopo cena, salutati Marco e Cristina giustamente cotti dal viaggio, Ivo ed io ci inoltriamo nel Golden Triangle, la zona dei grattacieli di KL, per raggiungere la torre, nell’eventualità di riuscire almeno a berci qualcosa: peccato che non abbia consultato la LP, visto che la Torre chiude alle 10,00 e quindi la passeggiata non ha raggiunto lo scopo prefisso. Mi resta però il ricordo della sensazione di sicurezza che provavo nel passeggiare in queste vie quasi deserte: la criminalità qui pare essere un problema molto più remoto che in centro a Milano. La Malesia è un paese estremamente tranquillo, con una popolazione decisamente ospitale e simpatica: quasi ovunque si è accolti con un sorriso ed è sufficiente trovarsi per la strada con una cartina in mano perché qualcuno si fermi a chiederti se hai bisogno d’aiuto; sì, perché, a differenza di noi italiani, qui quasi tutti masticano un po’ d’inglese, anche le donne delle pulizie in albergo!

3/8/2004
Di buon’ora, con i nostri amici, ci rechiamo alle Petronas Tower per cercare di salire allo Skybridge, una specie di must per chi visita KL: si tratta di trovarsi per tempo a prendere i biglietti, gratuiti, che permettono a orari prestabiliti di salire su questo ponte di collegamento tra le due torri più alte del mondo, posto a 146 m di altezza e reso ‘famoso’ dal film Entrapment, con Sean Connery e Catherine Zeta-Jones (almeno così mi hanno detto). Purtroppo, forse per il fatto che il giorno precedente, lunedì, era giorno di chiusura, troviamo una coda tale che l’attesa si dilungherebbe ben oltre il tempo a nostra disposizione: infatti ci attende il volo per il Borneo e quindi salutiamo Marco e Cristina, ripromettendoci eventualmente di rivederci al mare, facciamo una rapida visita della Suria, il mega-centro commerciale ai piedi delle torri, (accidenti, ci sono i saldi ma i negozi sono ancora chiusi – sospiro di sollievo di Ivo) e ci rechiamo alla KL Tower. Da qui la vista (previo pagamento di ben 25Rm a testa, € 5,45) è anche migliore, perché si arriva all’altezza di 276 m, ma manca il fascino delle Petronas. Comunque questa panoramica sulla città, che adesso ci sembra già di conoscere benissimo, è un bel saluto da parte di KL. Magari, il giorno del rientro in Italia riusciremo a passare qui qualche altra ora: di shopping, ovviamente.
Il volo low cost della Air Asia che per 200Rm (€ 43,50) a testa ci porta da KL a Sandakan, nel Sabah, dura 2 ore e quarantacinque: l’aereo è nuovo, non mi creano problemi al check-in malgrado l’eccesso di bagaglio e il volo è tranquillo, anche se non si vede molto per via di una fitta nuvolaglia che si stende sotto di noi per la quasi totalità del viaggio (almeno secondo quello che dice Ivo, visto che io ho dormito per più di due ore).
La questione meteorologica era già stata affrontata in fase di organizzazione del viaggio: eravamo preparati a trovare un tempo piuttosto variabile e piovoso, considerate anche le mie esperienze nel Sarawak, ed per questo motivo avevamo optato per un soggiorno mare nella Malesia peninsulare, malgrado la grande quantità di splendide località che si sarebbero prestate benissimo allo scopo anche nel Sabah. Per esempio, abbiamo rinunciato in partenza alla visita alla meta preferita dai sub, l’isola di Sipadan, anche per via dei costi proibitivi e del fatto che noi facciamo solo snorkelling (sarà per il prossimo viaggio se nel frattempo convinco Ivo a fare un corso di sub).
A dieci minuti dall’arrivo, finalmente si comincia a vedere il Borneo, ma lo spettacolo è purtroppo desolante: in questa zona, invece della splendida giungla che ci si dovrebbe aspettare, non si vede altro che la serie infinita dei filari di una immensa, unica piantagione di palme da olio. La giungla, qui, con i legni pregiati dei suoi alberi secolari, è scomparsa da tempo per lasciare il posto alla innaturale simmetria dettata dall’uomo.
All’arrivo ci aspetta un incaricato del Sepilok Jungle Resort, albergo scelto a caso dalla LP e prenotato la sera prima da KL: si tratta di una serie di bungalow (alcuni nuovissimi – noi ne scegliamo uno da 100Rm con colazione inclusa, € 22,00) immersi in un lussureggiante giardino. Le varie zone sono collegate da un insieme di passerelle e ponti sospesi su un laghetto pieno di pesci. Ed è emozionante percorrerli la sera quando raggiungiamo il ristorante, immersi nel buio e nei rumori della giungla lì vicina.
A cena facciamo la conoscenza di Alessandro e Monica, una giovane coppia di Genova, con cui parliamo dei programmi per i prossimi giorni. Sepilok è un centro per la raccolta di oranghi malati o orfani: qui vengono curati fino a renderli nuovamente autosufficienti e quindi liberati. Molti comunque restano nei dintorni e si presentano puntualmente due volte al giorno al pasto a base di banane e latte che i ranger servono loro,. E questo è lo spettacolo che ci aspetta domani mattina. Tuttavia, avevo trovato in precedenza su internet che da Sepilok era possibile effettuare anche un’altra escursione per vedere le scimmie nasiche, endemiche della regione. Normalmente per avvistarle è necessario effettuare l’escursione al fiume Kinabatangan, a cui noi avevamo già rinunciato per ragioni di tempo, quindi l’idea di poterle vedere in un centro sul genere di Sepilok ci attirava molto. Oltretutto, dopo aver visto gli oranghi, l’indomani, ci restava mezza giornata libera e l’idea di passarla a Sandakan non ci entusiasmava, viste le informazioni che avevo raccolto sulla cittadina. Decidiamo quindi, con i genovesi, di trovare il modo di visitare insieme a un prezzo equo questo Labuk Bay Proboscis Monkey Sanctuary.
4/8/2004
Già prima delle 10,00, orario previsto per il pasto, un piccolo gruppo di giovani oranghi ci delizia con pose, espressioni buffe e giochi, bersagliati da decine di macchine fotografiche e videocamere. La giornata è splendida, non c’è una nuvola in cielo e, anche se parzialmente riparati dalla volta della giungla, si soffoca per il caldo e si suda a livelli mai visti: ma qui non doveva piovere sempre? Inutile sottolineare l’immediata reazione di tutti i primati presenti (ma in particolare mi riferisco ai turisti!) all’arrivo del ranger con il secchio del latte e il casco delle banane. E’ bellissimo osservare gli esemplari più giovani del popolo della foresta (orang utan, questo è il significato del loro nome) mentre ficcano la testa nel secchio del latte e ne riemergono gocciolanti; oppure vedere gli sguardi severi dei più adulti mentre dimostrano il loro disappunto ai macachi, che intanto si sono fatti sotto e che tentano con discreto successo di rubare le loro banane.
Nel frattempo i gruppi di visitatori hanno finalmente lasciato le loro postazioni e noi viaggiatori indipendenti ci possiamo godere con maggiore calma e con un po’ più di ombra, lo spettacolo degli oranghi ormai sazi ma ancora desiderosi di farci una bella impressione, continuando le loro evoluzioni e osservandoci con i loro occhioni attenti e un po’ malinconici. Questo fino a quando il ranger non ci chiede di uscire dal Centro, in quanto per la salvaguardia degli oranghi, della loro tranquillità e del loro ambiente, il parco viene chiuso nel tempo che intercorre tra un pasto e l’altro. Ci rechiamo quindi al resort, dove abbiamo giusto il tempo di farci una meritata, e necessaria, doccia prima del check out delle 12.00. Nel frattempo, Monica ed io cerchiamo di organizzare la visita al centro delle scimmie nasiche, ma malgrado le sue indubbie capacità da genovese nel trattare la questione economica, non riusciamo a scendere sotto ai 110Rm (€ 24,00) a persona per il passaggio auto, visita e ritorno a Sandakan.
Decidiamo comunque di accettare e alle 15,00 ci viene a prendere quello che poi risulterà essere il figlio del proprietario del centro. In circa trenta minuti di strada sterrata, arriviamo al resort: si tratta di una grande costruzione in legno dalla cui veranda si può assistere al pasto delle scimmie nasiche che ha luogo su delle apposite piattaforme erette lì attorno. E’ collocato al centro di una lingua di terra di 17 km che gli attuali proprietari hanno salvato dalla completa deforestizzazione delle zone limitrofe: questo ha comportato un concentrarsi della fauna locale entro i confini di questa baia ricoperta di mangrovia ed in particolare di alcuni gruppi di scimmie nasiche, così dette per via del grande naso proboscidato. Pare che le scimmie si siano affezionate a questo posto dopo aver rubato dei pancake nella cucina della casa preesistente al resort, trovando così un habitat a loro congegnale e creando una attività lucrativa per i proprietari. Tutte queste informazioni ci sono state date dalla suddetta guida-autista, un tipo al limite del logorroico, che avendo studiato in Australia, si esprimeva in un corretto ma a volte eccessivamente fluido inglese. Eventuali errori nella comprensione sono imputabili quindi all‘esagerato numero di parole al minuto che ci sparava nel corso della visita.
Ovviamente siamo rimasti tutti e quattro incantati dal posto e, nell’attesa dell’orario prestabilito per il pasto, insieme a un altro piccolo gruppo di persone, siamo riusciti a interrompere il nostro cicerone quel tanto che bastava per chiedergli quanto voleva per farci dormire lì. Abbiamo fissato a 160Rm (€ 35,00) a coppia per cena pernottamento colazione ed escursione guidata notturna.
Attirate dal pasto servito sulle piattaforme, finalmente qualche decina di scimmie si è presentata all’appello. In particolare si trattava di due gruppi distinti: uno facente capo al grosso maschio adulto Romeo, che se ne stava seduto un po’ in disparte a vigilare con occhio attento sul foltissimo entourage di femmine, cuccioli e maschi giovani. L’altro gruppo, più piccolo, faceva invece capo a Zidane, il quale però, in diretta, durante il pasto delle sue femmine, ci ha dato prova di voler ingrandire la famiglia!
L’escursione notturna non ha dato grandi frutti: in effetti lo staff del resort ci aveva consigliato di fare un’uscita all’alba, ma noi eravamo rimasti affascinati dall’idea romantica di aggirarci nella natura di notte, con il risultato che noi non abbiamo visto molto, ma chissà quante povere bestiole sono rimaste infastidite da questo gruppetto di rimbambiti con le torce che hanno interrotto il loro sonno!
Comunque, dire che non abbiamo visto nulla non è corretto, dato che al rientro in stanza, verso le due, ci siamo ritrovati come coinquilino uno grosso ragno nero, che lo staff ha prontamente provveduto a far sloggiare.
5/8/2004
Non particolarmente ristorati dalle poche ore di sonno rimaste, alle nove veniamo portati al molo delle barche veloci di Sandakan dal nostro sempre più ciarliero autista. Ma di questa conversazione non ho capito nulla: Monica era l’unica in grado di dargli ad intendere che lo stava ascoltando con attenzione, anche se ritengo che neanche lei abbia registrato nella propria mente un singolo concetto.
Dall’Italia avevo provveduto a prenotare una giornata di escursione all’isola delle tartarughe: compito non facile, che aveva richiesto una notevole quantità di messaggi e-mail all’agenzia preposta alla gestione dell’isola, e la richiesta di un intervento di mediazione da parte dell’Ufficio Governativo per il Turismo del Sabah, visto che i primi non mi rispondevano. Lo riconosco: quando mi metto in testa di avere qualcosa che ritengo essere mio diritto, sono un vero martello pneumatico finché non l’ottengo. D’altronde, prenotare questa giornata tramite altri canali, comportava dei costi molto diversi. I normali t.o. erano arrivati a chiedermi dai 140 dollari in su a testa per questa visita, mentre con la Crystal Quest, indicata dalla LP, sono riuscita a pagare 240Rm (€ 52,00) a persona per trasporto in barca veloce, pranzo cena colazione e alloggio.
L’isola di Selingan, detta anche comunemente Turtle Island, si trova a circa quaranta chilometri da Sandakan, in direzione Filippine: qualche anno fa questa zona era diventata tristemente nota per gli assalti di gruppi di pirati alle imbarcazioni e per il sequestro di un folto gruppo di turisti da un resort. Fortunatamente oggi la situazione è tornata sotto controllo e l’isola delle tartarughe, insieme a una serie di isolette lì attorno, fa parte di un vasto progetto di collaborazione tra Filippine e Malesia, per la tutela di questi coriacei animali. Questo è reso possibile dalla loro abitudine, ormai consolidata da anni, di arrivare ogni notte in gran numero sulle spiagge della zona a deporre le uova: per evitare di disturbare eccessivamente questa attività, ma allo stesso tempo al fine di contribuire economicamente alla continuazione del progetto, è consentito di assistere a questo piccolo miracolo quotidiano della natura a un gruppo ridotto di visitatori. Da qui, probabilmente, le difficoltà incontrate nel prenotare: questo è stato infatti il primo posto che ho contattato per la prenotazione, a più di un mese dalla partenza, e il viaggio è stato organizzato interamente in funzione dell’unica data che si era resa disponibile per la visita. Il 5 agosto, appunto, un’altra giornata di splendido sole che ci permette di passare il tempo stesi sulla spiaggia di sabbia bianca e a fare snorkelling, in attesa dell’arrivo delle ‘mamme‘. L’isola, bellissima in sé, è in stato di parziale abbandono o cattiva gestione, per ciò che non riguarda le attività concernenti le tartarughe, gestite dai ranger: il resort è piuttosto trascurato e la spiaggia è poco curata (con una certa abbondanza di rifiuti portati dal mare che evidentemente non vengono raccolti da tempo), diversamente dai lodge dei parchi gestiti dalle autorità statali, che avevo avuto modo di visitare precedentemente in Sarawak.
Verso il tramonto ci viene chiesto di riunirci nella zona ristorante, o quanto meno di evitare le spiagge, per non disturbare gli arrivi: verso le 10.30 i ranger ci chiamano sulla spiaggia per assistere alla posa delle uova da parte di una delle tante tartarughe giunte nel frattempo. Il ritmo con cui vengono sfornate queste ‘palline da golf’ è impressionante e rapidamente arriviamo a una settantina, prontamente raccolte dai ranger: lasciamo allora la mamma tartaruga a riposare dopo l’evidente sforzo,e ci rechiamo nella zona incubatoi per provvedere alla sepoltura delle uova. Previo lavaggio delle mani, ce le fanno anche toccare: tutta la procedura è volta a salvaguardare il maggior numero possibile di uova che, lasciate sulla spiaggia, sarebbero facilmente preda dei raccoglitori di uova, degli animali, nonché dei turisti incauti.
La fase successiva ci permette di prendere in mano i nuovi nati: vista la continua attività in corso, quotidianamente si schiude un grosso numero di uova. I piccolini sono un misto tra le tartarughine di ‘Nemo’ e dei giocattolini a molla. Le zampine si muovono febbrilmente, incuranti di non trovarsi sulla spiaggia ma nelle mani di questi umani curiosi o nel cestone del ranger: ma la loro attesa dura poco perché è subito tempo di lasciarle libere di trascinarsi fino all’acqua. Mentre osservo la ‘mia’ tartarughina, mi domando se sarà una delle pochissime che ce la fanno a sopravvivere là fuori: delle centinaia che vengono liberate ogni giorno, solo poche unità raggiungono l’età adulta e comunque già molte perdono la vita nei primi giorni di mare aperto.
6/8
Alle sette lasciamo Selingan alla volta di Sandakan: il programma di oggi è piuttosto complicato e azzardato. Si tratta di attraversare il Sabah da Sandakan a Kota Kinabalu (KK), la capitale, facendo sosta a circa metà strada per visitare le Hot Poring Spring, delle sorgenti termali sulfuree situate sulle pendici del monte Kinabalu. Tutto questo, ovviamente, con i bagagli al seguito. Alle nove partiamo con il primo bus disponibile, ma solo dopo aver prenotato due posti su un pullman successivo che ci permetterà di completare il percorso e di raggiungere un bellissimo hotel lussuoso, che ho prenotato, grazie ad una offerta speciale, a KK.
Incredibilmente, tutto si svolge come da programma.
Il bus si ferma lungo la strada, a Ranau, e ci raccomandano di ritrovarci esattamente nello stesso posto di lì a tre ore: non essendoci fermata, prendiamo nota della prossimità di un cartello stradale e della fogna. Non facciamo in tempo a mettere gli zaini in spalla che ci accosta un furgoncino (un taxi collettivo) e ci chiede se vogliamo andare alle sorgenti: lungo il tragitto fissiamo la tariffa e ci accordiamo anche per l’ora in cui dovrà ripassare a prenderci all’ingresso del parco. Lasciamo i bagagli in custodia ai ranger e seguiamo il sentiero che porta alle Poring Springs, in prossimità dell‘entrata: niente di più facile. Molto più difficile, o meglio faticoso, salire al Canopy Walkway, una serie di passerelle sospese in cima agli alberi, che permettono di osservare la giungla come se fossimo uccelli. Si tratta di un espediente molto in uso nei parchi malesi, una attrattiva molto gettonata. Questa volta, in particolare, i camminamenti non sono particolarmente lunghi, ma l’altezza è decisamente più elevata di quella del Taman Negara, il parco nazionale malese più famoso; e questo in virtù dei 500 Mt. di arrampicata che si fanno per raggiungerne l’accesso: ovviamente si consiglia di effettuare il cammino al mattino presto o la sera, per evitare il caldo soffocante delle ore centrali, qui particolarmente evidente per via della presenza delle sorgenti calde, che abbiamo lasciato alle nostre spalle rimandando il bagno a poco prima della partenza. Noi ci siamo arrampicati verso le due: lascio immaginare in che stato siamo arrivati in cima (tra l‘atro chiederei di ricontrollare se si tratta effettivamente di 500 Mt. o se il cartello serviva a non scoraggiare i ‘clienti‘!). Per fortuna dall’alto delle passerelle, l’aria si fa più respirabile, arrivando direttamente dal monte Kinabalu (ben 4095 Mt. di altezza). La vista è tale che comunque mozza il fiato.
Tristi per il fatto di dover abbandonare la brezza della cima, continuiamo lungo il sentiero che si inoltra nella giungla, alla ricerca della cascata Kipungit. Fortunatamente questo cammino è pianeggiante e molto più agevole, e ci rallegriamo all’idea del bagnetto rinfrescante che ci aspetta: ma l’acqua è così ghiacciata che rinunciamo immediatamente all’idea. Anzi, i piedi mi si sono talmente congelati che torniamo rapidamente alle sorgenti per poterli scaldare.
Le Hot Poring Springs sono una serie di vasche in cemento piastrellato, con tanto di rubinetti e tappi, in cui ci si può sedere tranquillamente in due o tre e godersi gli effetti benefici delle acque sulfuree, che qui sgorgano bollenti. Detto così non suona granchè bene, e in realtà non sono molto belle a vedersi, ma oltre al fatto che, dopo tanto faticare, abbiamo gradito il bagno, è stato interessante osservare tutti gli altri gitanti, al 90% malesi, che si godevano i soggiorni termali. Intere famiglie ficcate in queste tinozze, alcuni in costume, altri semi-vestiti, le mamme che versano acqua sui bambini, che intanto cercano di scappare a giocare nei giardini circostanti: è possibile ottenere per un prezzo modico un bungalow privato con vasca, jacuzzi e doccia, ma sarebbe stato un vero peccato perdersi la parte più interessante dell’esperienza.
L’autista arriva puntuale a prenderci e ci riaccompagna alla “fermata” del pullmann a lunga percorrenza, che al contrario non è altrettanto disponibile a farci portare a buon fine la nostra escursione: oltre ad arrivare in notevole ritardo (ricordo che noi aspettiamo di fianco alla fogna), affronta il rettilineo della fermata a tutta velocità e solo un miracolo ha permesso che l’autista, o chissà chi altro a bordo, abbia potuto notare questi due stranieri stracarichi del bagaglio che urlavano e si sbracciavano.
Finalmente a bordo, ci rilassiamo con la visione di Spiderman – capitolo due, rigorosamente già contraffatto, visto che da noi uscirà nelle sale solo a metà settembre.
L’hotel Promenade a KK è una piccolo pezzo di paradiso, dopo le giornate passate, alla modica cifra di 158Rm ((€ 34): lenzuola candide, vista mare dal settimo piano, piscina, frigobar, canali satellitari, tanto spazio per fare un po’ di bucato… di solito non bado tanto ai comfort ma in questo caso l’ho veramente apprezzato. Troppo conciati per cenare in tanto lusso, scegliamo uno dei tanti ristorantini sul lungo mare dove, con 29Rm (€ 6,30), mangiamo due piatti di spaghetti fritti molto saporiti e un bel pescione alla griglia. Fortunatamente solo dopo aver terminato il nostro teh tarik digestivo, ci siamo accorti che le aiuole di fianco al nostro tavolo pullulavano di topi. Meglio cambiare ristorante domani.
7/8/2004
Non so se per via degli strapazzi dei giorni precedenti o per gli spaghetti troppo saporiti, o magari per la vista dei vari topi, fatto sta che Ivo passa la notte in bianco. In programma c’era la visita ad alcune isole facenti parte di un parco marino, ma vista la situazione optiamo per colazione in camera, relax e giornata in piscina: del resto l’ennesima giornata di sole splendente si presta anche a questo programma. Solo verso sera lascio il malatino a guardare la TV e mi reco al molo a chiedere informazioni per la gita dell’indomani e per fare un po’ di shopping (libera!). Compro anche il necessario per una cenetta leggera in camera a base di sapori noti: sandwich con formaggio e pomodori, pane, biscotti secchi, succo d’arancia (e una bella Tiger Beer per me: in fondo io sto benissimo!)
8/8/2004
Ivo è in forma di nuovo quindi si parte ad esplorare le isolette del Tunku Abdul Rahman National Park: in particolare la nostra barchina, che funziona da taxi collettivo, ci porta a Mamutik, Mamukan e Sapi. In tutte e tre, mare cristallino, tanti pesci colorati, spiaggia da cartolina e… nuvole: sì, perché dopo una settimana di sole, il tempo ha pensato di cambiare proprio il giorno in cui un cielo azzurro sarebbe stato il più opportuno.
Questo piccolo angolo di tropico, a pochi chilometri da KK, è anche un po’ troppo affollato, per i nostri gusti: niente di paragonabile alle spiagge italiane nel week-end, ma oggi è domenica e quindi le isole, peraltro molto ben attrezzate, sono piene di cittadini in gita, che fanno giochi di gruppo, BBQ e picnic. La vicinanza della città è un po’ il limite di questo parco, ma allo stesso tempo il suo aspetto più caratteristico in quanto è veramente insolito vedere una mezza luna di sabbia bianca, orlata da palme rigogliose, avendo come sfondo i grattacieli di KK.
Al rientro, bagnati fradici perché oltre alle nuvole c’era anche un po’ di vento e il mare mosso, continuo lo shopping di ieri: anche qui ci sono i saldi.
Dopo una veloce doccia, decidiamo di concederci il lusso di un vero ristorante e dell’aragosta: si tratta di una specie di rito per me, da quando, anni fa, ho mangiato un’aragosta eccezionale a Bali, rimasta insuperata nel tempo. E neanche questa volta viene battuto il record perché gli aromi della cucina cino-malese non si addicono bene in questo caso al nostro palato. In compenso usciamo dal ristorante un po’ intristiti perché, come altrove qui a KK, pesci e crostacei vengono tenuti vivi in una serie di vasche fino a quando non li ordini (veramente impressionanti le vasche con le murene, tutte boccheggianti e unite tra loro a formare una specie di Naga sacro); e quindi ci sentiamo particolarmente colpevoli per la morte di queste due aragostine. Decidiamo: basta pesce, per un po’.
9/8/2004
A malincuore lasciamo il Promenade Hotel e in generale il Sabah, che in così pochi giorni ci ha offerto veramente tante emozioni.
Il volo della Air Asia (165Rm a testa, € 36) ci riporta sulla parte continentale del paese, a Johor Bahru, città al confine con Singapore. L’avevo visitata tre anni fa: la prossimità del ricco vicino ha fatto sorgere qui ancora più centri commerciali che a KL. Ivo è molto soddisfatto quando gli dico che ci conviene non fermarci e procedere per Mersing, la cittadina da cui domani potremo imbarcarci alla volta di una non ancora ben precisata isola.
Tre ore di bus ci permettono di chiarire alcuni punti oscuri di Spiderman II, che viene trasmesso anche questa volta, e di arrivare in questo piccolo centro dello stato del Johor.
Lasciamo i bagagli al Timotel (110Rm con colazione, € 23,80), in prossimità della fermata del pullman, e usciamo alla ricerca di Omar, il proprietario di un ostello che organizza gite alle Seribuat, un arcipelago di isolette di fronte a Mersing. Lo troviamo facilmente ma purtroppo ci informa che viste le avverse condizioni atmosferiche, in questi giorni non si possono fare escursioni alle Seribuat: si potrebbero anche fare ma visto che lo scopo è visitare e fare snorkelling, il mare mosso renderebbe il tutto complicato e soprattutto, con l’acqua intorbidita dalle onde, vedremmo ben poco di quello che c’è sotto. Ci consiglia di andare a Tioman, l’isola più grande qui di fronte, perché, a suo avviso, la posizione la protegge dalle correnti e dalle onde, e allo stesso tempo la distanza dalla costa fa diradare umidità e nuvole permettendo al sole di splendere, a differenza di quello che succede qui, dove ci aspettiamo un acquazzone da un momento all’altro.
Andiamo a cena al piccolo ristorante The Port, veramente carino e dove mangiamo decisamente bene: sono un po’ contrariata dalle notizie avute perché la gita in barca ci avrebbe dato la possibilità di scegliere dove passare qualche giorno. Siamo a Mersing, che è il posto da cui tutti partono alla volta di Tioman, isola nota per la sua bellezza e set di film famosi, ma io non riesco a convincermi ad andarci. Già tre anni fa ero stata qui e al momento di scegliere la località e il resort, avevamo deciso di riprendere il bus e andarcene. Questo perché quella volta eravamo state letteralmente assalite da un gruppo di procacciatori, che con metodi poco simpatici, cercavano di convincerci a scegliere un resort piuttosto che un altro, con l’aggravante di un bel temporale appena scoppiato. L’incontro con un gruppo di turisti appena sbarcati di ritorno dall’isola, era stato decisivo: ci hanno parlato dell’eccessivo sfruttamento di Tioman, di canali di scarico a cielo aperto in prossimità della spiaggia e della piaga delle sand flies, dei piccoli insetti della sabbia che ti riempiono di cottole sul tipo di quelle delle zanzare.
In occasione di una seconda visita della Malesia, mi sembra obbligatorio farmi una opinione personale di un posto tanto decantato, ma continuo ad avere dubbi: sia studiando la LP che consultando il web, non sono riuscita a trovare un solo resort che mi ispiri. Amdiamo a nanna con il dubbio.
10/8/2004
E il tempo coperto del giorno successivo, non ci aiuta: decido di affidarmi al caso e chiedo aiuto alla simpatica addetta alla reception del nostro hotel, che ci propone l’intervento di un suo amico, proprietario di una piccola agenzia al porto. Da lui, scegliamo il Juara Resort (150Rm con colazione, € 32,50), sulla base di due informazioni: la baia di Juara è la meno frequentata dell’isola e il resort è appena stato costruito. Prenotiamo per due notti.
Alle 10.30 siamo sul motoscafo che in circa un’ora e mezza ci porta a Tekek, al centro della grande baia che costituisce il versante occidentale dell’isola. Fortunatamente a Tioman splende il sole e già mi sento più ottimista (inoltre non c’è folla e non vedo la fogna!) Qui ci viene a prendere il manager del Juara con tre mototaxi che in venti minuti portano, non senza fatica, noi e i nostri bagagli al resort che si trova sul lato orientale: infatti, sempre a causa del mare grosso, le imbarcazioni hanno temporaneamente sospeso il servizio per Juara. Il problema è che l’isola è montuosa e permeata di giungla, e che non ci sono strade propriamente dette. Percorriamo quindi tutta la sterrata della salita in prima, mentre gran parte della discesa avviene a tutta velocità su un sentierino da trekking lastricato. Il mio unico pensiero fisso è quello di aver lasciato a casa il casco! A tratti, comunque, la bellezza della giungla che attraversiamo è tale da distrarmi da questo pensiero: comincio a capire perché la bellezza di Tioman sia tanto decantata. Vista in distanza, dalla barca, la veduta della mezzaluna di sabbia, le palme svettanti alle sue spalle, la montagna impervia coperta di una vegetazione rigogliosa e l’immancabile nuvola grigia agganciata alla cima, mi hanno ricordato alcuni documentari sulla Polinesia.
Il resort risulta più che nuovo, visto che è addirittura in costruzione, e il manager, dopo averci fatto scegliere tra i bungalow completati (il numero 1, visto che siamo gli unici ospiti), raggiunge gli altri addetti alla struttura, per continuare a piantumare il giardino.
Il posto comunque corrisponde alle aspettative: in spiaggia non c’è nessuno, il mare è purtroppo mosso (niente snorkelling), i soli rumori sono quelli del vento e delle decine di pipistrelli che abitano sulle palme sopra il nostro tetto. Niente da dire: mi piace tantissimo. Nel tempo di metterci il costume e l’autan (per via delle sand flies che il manager mi ha confermato esistere), il sole decide di nascondersi dietro la famosa nuvola aggrappata alla cima della montagna. Facciamo buon viso a cattiva sorte: Ivo legge la sua immancabile rivista di motociclismo ed io mi metto a riprendere i pipistrelli insonni. Non si tratta delle solite creature puzzolenti, simili a topi alati, presenti in tutte le grotte dell’Asia, ma dei “pipistrelli della frutta”, come li ho sempre sentiti chiamare, che più che a topi assomigliano a orsetti alati.
Il tempo non migliora: decidiamo di farci una bella passeggiata sulla battigia, lungo tutta la spiaggia. In fondo a questa parte di baia, un fiumicello che si butta in mare in questo punto, crea un’ansa sopra la quale notiamo i resti di un resort abbandonato: è un’immagine emblematica, a suo modo affascinante e selvaggia di Juara, che significa il gioiello.
Rientriamo mentre il sole infiamma le palme alle spalle della spiaggia, e i primi pipistrelli cominciano ad aprire le ali e a dare un’occhiata in giro.
11/8/2004
Malgrado la tranquillità assoluta del luogo, la notte non passa tranquilla: mi sveglio verso le due grattandomi, piena delle cottole lasciatemi dalle maledette sand flies. Alla mattina Ivo ne conta una quarantina. Anche lui ha un po’ di segni ma evidentemente a me hanno fatto una sorta di reazione allergica.
Cerco di non farmi scoraggiare, così dopo colazione e un primo antistaminico, partiamo in bicicletta (offertaci in uso gratuito dal manager) alla scoperta della baia: un sentierino si snoda alle spalle dei vari resort (tutti semi-deserti), fino alle abitazioni degli abitanti di Juara, alla loro scuola, la clinica, per poi superare un altro piccolo tratto di giungla che dà l’accesso a una seconda baia. Questa parte è ancora più bella: una distesa di sabbia con pochi piccoli bungalow, fino ad arrivare all’estremo margine al resort The Lagoon, una ventina di casette molto semplici, colorate e ben tenute. Qui il mare è riparato da una sorta di laguna e, sudati per la pedalata sotto il sole, ci concediamo un bel bagno ristoratore nell’acqua smeraldina (e così posso smettere di grattarmi per un po’). La cosa più bella del mare nelle zone tropicali è la temperatura sempre molto elevata dell’acqua che ti permette di buttarti in qualsiasi momento senza timore: nel Mediterraneo il mio bagno consiste in dieci minuti di tentativi di entrare, due minuti di bracciate per scaldarmi e la decisione finale di uscire per via del freddo. Qui passiamo le ore seduti in acqua, cullati dalle onde, a chiacchierare e ad ammirare lo splendido paesaggio che ci circonda. Dopo uno spuntino al ristorante di The Lagoon, ricominciamo a pedalare verso il nostro resort: vorremmo andare a prendere il sole sul molo lì vicino, in modo da stare alla larga dalla sabbia e dai suoi abitanti, ma lungo la strada il sole comincia a nascondersi dietro la solita nuvola. Alle tre e mezza, non ce n’è più traccia e noi ci accontentiamo di sederci sulle panchine del molo a leggere e a ossigenare i nostri polmoni cittadini: fino a quando non mi viene freddo e andiamo a scaldarci con un teh tarik.
Malgrado la crema fornitami dal manager, la notte passa come la precedente. Domani quindi ce ne andiamo.
12/8/2004
Al risveglio, prepariamo i bagagli e li consegniamo al manager che deve provvedere al loro trasferimento a Tekek. Noi intanto ci godiamo la giornata: colazione, bici fino al molo a prendere il sole, e poi di nuovo alla laguna a fare il bagno. Rientriamo al resort verso le due per un rapido pranzo, per una doccia, visto che la stanza era stata lasciata gentilmente a nostra disposizione, e alle tre siamo già a cavallo delle nostre motorette alla volta del molo: barca veloce e rieccoci a Mersing, ancora una volta incerti circa la tappa successiva. Alla fermata del bus, scopriamo che con l’unico pullman diretto a nord disponibile quel giorno, potremmo essere a Kuantan a mezzanotte e mezza, a Cherating verso le due e a Kuala Terenganu alle cinque e mezza: scegliamo KT, capitale dell’omonimo stato e luogo di imbarco per alcune delle più belle isole della Malesia del nord.
Attendendo il bus notturno, consultiamo ancora una volta la guida e internet; a cena a The Port decidiamo di cercare un hotel a KT per poter organizzare delle brevi escursioni da lì e poi decidere con calma dove andare.
Con un rapido giro di telefonate scopro però che tutti gli alberghi decenti di KT sono al completo e un po’ per disperazione provo a telefonare a un resort che mi aveva colpito per la descrizione: “elusivo”, “bungalow in legno appollaiati”, “unica struttura su un’ isola minuscola”, Gemia, di fianco alla più nota Kapas, nelle immediate vicinanze di uno dei punti migliori per lo snorkelling di tutta la zona. Da più di dieci giorni ci portiamo infatti in giro pinne maschere e boccagli, senza averli potuti usare molto: questo, unitamente al nome Gemia, la gemma, che mi sembra creare un filo logico con Juara, mi spingono a tentare la sorte. E così trovo, senza problemi, e anzi, mi danno anche la possibilità di non comprare il costoso pacchetto di 3 gg e 2 notti a 400Rm a persona (€ 86,50), ma di optare per un pernottamento più colazione a 180Rm al giorno in due (€ 39,00).
13/8/2004
I bus notturni sono decisamente comodi e, malgrado il freddo assurdo a bordo, ci dispiace arrivare a KT, peraltro in anticipo sul previsto. Tiriamo le sette su una panchina del terminal (se così si può chiamare il piazzale d’arrivo dei bus) in attesa di recarci al punto d’imbarco per Kapas e Gemia, Marang, che si trova a 15 Km a sud di KT. Troviamo un taxi che per 12Rm (€ 2,60) ci porta a destinazione e scopriamo che non sarà necessario aspettare le nove e mezza per raggiungere Gemia, come mi era stato detto la sera prima. Ci sono altri due passeggeri per Kapas, quindi organizzano un trasferimento per tutti e quattro e alle otto e mezza siamo già sull’isola. La nostra stanza non è ancora libera, ma consapevole del nostro livello di stanchezza, il manager ci assegna molto gentilmente una courtesy room, dove letteralmente perdiamo conoscenza; tanto più che il tempo pare veramente bruttino.
Al risveglio, alle undici, un timido sole pare riuscire a fare breccia nella cappa d’umido che avevo preso per maltempo: infiliamo il costume a partiamo alla scoperta del resort e soprattutto a continuare la dormita su un comodo lettino in spiaggia.
La struttura, a un’analisi più attenta, risulta essere un po’ vecchiotta e bisognosa di ristrutturazione: si snoda su una serie di passerelle lungo il lato dell’isola che guarda Kapas, così che tutti i bungalow, allineati su delle palafitte, hanno una parete finestra affacciata sul braccio di mare che ci divide dalla splendida spiaggia di fronte. E’ indubbiamente una vista eccezionale al risveglio. Il posto ha decisamente delle grosse pecche dovute all’età ed inoltre tutta una zona dell’isola è chiusa per lavori di ammodernamento: anche di fronte alla reception stanno costruendo una piscina per bambini e un’altra struttura di cui non capiamo bene la funzione. Ma il posto è favoloso e a stento ci accorgiamo di essere in una sorta di cantiere edile. Ovviamente non è quello che dico al manager, facendo presente che 180Rm (€ 39,00) mi sembrano tanti per quello che abbiamo trovato: il risultato è che in un primo tempo ci regala i trasporti (50Rm a testa, € 11,00) e poi porta la tariffa a 120Rm al giorno con colazione inclusa (€ 26,00).
14/8/2004 e successivi
Inizialmente avevamo pensato di passare due o tre notti a Gemia, per poi procedere verso nord alle isole Perenthian, per ricongiungerci a Marco e Cristina che nel frattempo erano approdati lì. Tre anni fa è nell’isola Besar che ho trascorso la parte finale del mio viaggio, e il posto mi era talmente piaciuto che ci sarei tornata volentieri per mostrarlo a Ivo.
Invece, di giorno in giorno rimandiamo la partenza, fino a quando, una mattina, chiedo al manager se ci sono problemi ad ospitarci fino al 22: come sempre molto cordiale, ci risponde che possiamo rimanere tutto il tempo che vogliamo. Gemia non è molto frequentata, sia per via dei lavori che per la vicinanza con la terraferma: la Lonely Planet accenna al fatto che Kapas e la nostra isola vengono prese d’assalto nel week-end dai malesi della costa e quindi scoraggia un po’ il turista che cerca la tranquillità, a favore di Redang e Perenthian, dove a quanto pare ci sono pochi malesi, ma un’altissima concentrazione di tutti gli altri.
Certe sere a cena, proviamo ad essere in otto ospiti in tutto; di giorno in spiaggia i sei lettini del resort sono sufficienti anche per ospiti esterni; malgrado l’isola sia tappa di gruppi di gitanti di un Club Med della costa, a noi sembra sempre di essere soli. Bisogna ricordare che i malesi, e gli orientali in genere, hanno abitudini molto diverse dalle nostre: frequentano la spiaggia nelle prime ore del giorno e al tramonto, cioè quando noi non ci siamo.
E comunque, se per caso abbiamo l’impressione di essere troppi, c’è sempre la possibilità di prendere gratuitamente una delle canoe del resort per pagaiare fino a Kapas, o per fare il giro dell’isola. Anche Kapas, durante la settimana, risulta pressoché deserta e solo nei week-end si anima in maniera evidente.
Ma l’attività più emozionante resta lo snorkelling: tutti i giorni non posso perdermi la mia gita nel giardino sommerso che si trova alle spalle dell’isola. Di facile accesso, si passa direttamente dalla spiaggia a una barriera corallina ben conservata, non appariscente nei colori – che vanno dal verde chiaro al bordò, con qualche traccia di blu qua e là – ma ricca di vita ed abitanti. In particolare, sorprendentemente, ad ogni bagno abbiamo avuto la compagnia di enormi pesci napoleone e di due o tre piccoli squali, che ogni tanto fanno la loro comparsa intorno a noi a farci rabbrividire malgrado la temperatura dell’acqua, in certi casi addirittura calda. Con la bassa marea, poi, che negli ultimi giorni è particolarmente evidente per via della luna nuova, la sensazione di nuotare in un acquario risulta accentuata, fino ad avere l’impressione che tutti quegli stupendi pesci colorati ci seguano nelle nostre esplorazioni.
Come dopo l’esperienza al ristorante di KK, anche qui non siamo più in grado di mangiare pesce: ci sembra una sorta di tradimento nei confronti dei nostri nuovi amici.
Il tempo è quasi sempre bello: i primi due giorni c’è stata questa pesante cappa d’umidità e il sole è uscito solo verso le undici, ma poi, a seguito di alcuni violenti temporali serali, anche alla mattina presto il cielo è stato limpido. Solo verso la fine del soggiorno ci sono stati due giorni un po’ incerti, ma anche allora la sera ci siamo resi conto che, anche se non visto, il sole è riuscito a filtrare dalla nuvolaglia e a compiere la sua opera sulla nostra tintarella.
In caso di maltempo, comunque, l’isola offre un centro benessere e con 10 € si può trascorrere un’ora tra le sapienti mani dei massaggiatori.
Siamo sempre rimasti a Gemia tranne che per una rapida visita a Kuala Terenganu per acquistare i biglietti del bus notturno della sera del 22 per KL (26Rm a testa, € 5,6): della città posso dire che è stata una fortuna non aver trovato da pernottare qui. A parte l’attivissimo mercato, c’è solo una fila di banche.
L’ultima sera ordino il mio ultimo teh tarik: Ikmal, il nostro simpatico cameriere e barista, me lo prepara con particolare cura. Lo assaggia 4 o 5 volte, per trovare la giusta combinazione e, passandolo da una caraffa all’altra, per fare la schiuma, a un certo punto manda tè da tutte le parti. Quando me lo porta, aspetta pazientemente il mio commento: è veramente ottimo, le macchie di tè sui suoi vestiti sono valse la pena.
22/8/2004
Speravo quasi che l’ultimo giorno fosse un po’ nuvoloso; invece, dopo un inizio incerto, la giornata risulta splendida, tra le migliori. Peccato che sia l’ultima.
Il manager ci lascia la stanza a disposizione senza limiti d’orario, quindi passiamo l’intera giornata a svolgere le nostre attività abituali: gli ultimi bagni, i saluti agli abitanti del “nostro” mare, la colazione sulla terrazza del ristorante, l’ultimo giro in canoa a Kapas… già rimpiangendo tutto questo. 9 giorni in paradiso ci costano 1500Rm (€ 324,00 in due, pasti e bevande incluse).
Prendiamo l’ultima barca possibile, appositamente ritardata per non perdere neanche un minuto di sole: il bus alle 22.00 è in assoluto il peggiore di tutto il viaggio, in quanto a freddo. Ormai, se non posso stare sulla mia isola, spero solo di arrivare a casa al più presto.
23/8/2004
Alle cinque e mezza arriviamo a KL, intirizziti e assonnati: un taxi ci aiuta a trovare un hotel (telefonicamente era stato impossibile prenotare per un solo giorno) e ci prendono al Mandarin Oriental, (106Rm, € 23,00), un hotel discreto che non ha nulla da invidiare all’Impiana dei primi giorni. Malgrado siano le 6 di mattina, l’impiegato della reception si ricorda anche di chiederci se vogliamo prenotare il taxi per l’aeroporto: fissiamo per le 23.00, così l’intera partenza è organizzata. L’unica pecca è l’aria condizionata non regolabile: appena entrata in camera mi metto una maglia e mi infilo sotto le coperte.
L’intera giornata passata a fare shopping non mi fa superare una specie di magone, che gradualmente si trasforma in mal di stomaco, che mi porta a stare male pochi minuti prima di prendere il taxi: capisco poi che non si tratta di magone, ma di tutto il freddo preso tra ieri e oggi, con l’aria condizionata che ti fa ghiacciare il sudore addosso.
A completare l’opera, arriva un taxista dalla guida “sportiva” che sbaglia strada e poi, malgrado il ritardo, si ferma anche a fare carburante e una visita alla toilette. Ovviamente il mio stomaco ne risente ampiamente e finisco con lo stare male di nuovo durante il check-in e poi una terza volta in aereo: voglio dire, mi hanno dovuto dare l’ossigeno!
Alle 15 del 24 Agosto, la Emirates ci riconsegna alla Malpensa, e incredibilmente arrivano anche le valigie. Ma malgrado i piccoli problemi durante il volo, il nostro unico pensiero è: riusciremo a tornare un giorno alla nostra isola?

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