La Principessa Scalza

C’era una volta una bellissima principessa discendente dalla piu’ nobile ed antica delle stirpi, che purtroppo anni di tirannide, lotte intestine e ristrettezze economiche hanno ridotto alla povertà piu’ estrema, ma che nonostante tutto, é ancora oggi in grado di incantare chi sceglie di ascoltare la sua meravigliosa storia: cosi mi ero sempre immaginata l’Etiopia, una perla incastonata nel cuore dell’Africa Nera. Mi nutrivo dei racconti di chi aveva avuto l’arditezza di lanciarsi alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza, di esplorare le chiese rupestri del Tigray, o di inseguire le tracce del leggendario e temuto Prete Gianni che forse regno’ qui in tempi ormai lontani, o forse solo nella fantasia di uno scrivano burlone….. Ma non si presentava mai l’occasione giusta per andarci: prima il conflitto con l’Eritrea, poi una carestia disastrosa ed infine inondazioni ed incidenti diplomatici, finché a dicembre 2008 arrivo’ il momento tanto atteso: mi diedero inaspettatamente dei giorni di ferie prima di Natale, ed il periodo oltre che tranquillo risultava essere quello ideale per visitare il Paese: la decisione di partire é stata immediata!
Il primo problema da risolvere era ovviamente la scelta dell’operatore: normalmente i piu’ gettonati concentrano le partenze nei periodi di massimo afflusso turistico, cioè durante ponti e festività, per cui era quasi impossibile trovare una data utile al di fuori del periodo natalizio; d’altro canto in Etiopia esiste un’unica catena di alberghi di standard turistico al di fuori della capitale, per cui in altissima stagione avrei rischiato comunque di non trovare posto … Per fortuna, dopo una serie di ricerche sul web, ho trovato un’agenzia locale con una sede a Milano che programmava anche tour su base individuale con un rapporto qualità-prezzo molto conveniente. Quando li ho contattati sono stati molto disponibili ed in brevissimo tempo ho avuto in mano diverse opzioni di volo e visita del Paese. Ho scelto il vettore Egypt Air perchè effettuava una partenza da Malpensa con scalo al Cairo, evitando cosi un altro scalo italiano; come tour ho optato per il classico circuito storico delle antiche capitali, omettendo purtroppo per motivi di tempo il prolungamento ad Harar.
Il pomeriggio del 12 dicembre sono partita, armata solo del mio zaino di 7.5 kg e non un grammo in piu’ (questo era il massimale previsto per il bagaglio da cabina della compagnia), ma io non volevo imbarcare niente in stiva visto che avevo una sola ora di tempo per prendere la coincidenza dal Cairo ad Addis Abeba. Inoltre, ho pensato che avrei comunque trovato a destinazione quello che non avevo portato da casa; uniche due eccezioni, nel mio caso sono stati medicinali e batterie di cui ho fatto una scorta cospicua perché sono entrambi abbastanza difficili da reperire in loco.
Quando sono atterrata nella capitale etiope era notte fonda, e sono rimasta sorpresa dal buio totale che circondava l’aeroporto: tutto quanto sembrava addormentato e silenzioso, per un attimo ho avuto perfino paura che si fossero dimenticati di me. Per fortuna mi si è avvicinato quasi subito un ragazzo con un foglietto con il mio nome scritto sopra: era l’autista che mi avrebbe portato in hotel … Mi sono chiesta come avesse fatto a riconoscermi subito, poi mi sono guardata intorno e mi sono accorta di quanto il mio aspetto occidentale “spiccasse” in mezzo alla folla di locali … non deve essere stato poi cosi difficile trovarmi!
Una volta arrivati in hotel, ho subito il battesimo della concezione del tempo africana: il mio voucher riportava il nome di un hotel differente da quello in cui mi ha portato l’autista e che si era appuntato sul foglietto. Cosi, una volta arrivati, la concierge ci ha guardati con aria confusa ed è iniziata quella che a me sembrava essere una lunghissima estenuante trattativa in amharico tra lei e l’autista … i minuti passavano, io mi stavo appisolando nella hall all’ombra di un gigantesco albero di Natale che era fuori luogo quanto me, e non succedeva niente … Alla fine, presa dallo sconforto, ho mostrato per la centesima volta il mio voucher ed chiedo con una certa energia alla concierge di chiamare l’altro hotel … Lei dapprima mi guarda disorientata dalla mia reazione, poi chiama e mi sorride placidamente: per fortuna il mio voucher era corretto e la mia stanza mi sta aspettando … dall’altra parte della città. Per un attimo mi sento un po’ a disagio, incasso cosi la lezione numero uno, che terrò ben presente durante il resto del viaggio: qui sono abituati a fronteggiare un ordine di problemi ben diverso da questo. Cosi mi abbandono sul sedile della jeep, sto smaltendo l’adrenalina del viaggio e visto che sono ormai le tre del mattino mi lascio cullare dalle prime immagini della mia casa di stanotte attraverso i finestrini. Quando arrivo in hotel, sono già pienamente entrata nel mood locale per cui non mi scalfisce per niente il fatto che la concierge stia dormendo sul bancone e mi faccia segno (nel sonno?) di prendere da sola la chiave della mia stanza … ma come, mi chiedo, una qualsiasi? Certo che no, la ragazza sta cercando di recuperare lucidità e dal suo dormiveglia scandisce il numero 401. Prima che accada qualcos’altro, afferro la chiave e corro in camera scoprendo che, a dispetto della hall un po’ sgarruppata non ha quasi niente da invidiare ad un hotel europeo di categoria media: c’è addirittura la tv al plasma ed un piccolo terrazzo. Ho detto quasi perchè ho notato un buco che si apre verso l’ignoto nel soffitto del mio bagno, ma mi convinco che ignorarlo sia la scelta giusta e mi butto sotto la doccia … per prendere poco dopo dolorosa consapevolezza della lezione numero due, e cioé che in Etiopia non si deve dare mai niente per scontato: l’elettricità mi ha abbandonato e l’acqua è diventata gelida ed in tempo zero. Finisco di lavarmi a tutta velocità nella romantica luce di una candela, e qui apro una piccola parentesi: quella che io credevo fosse una poetica cortesia verso l’ospite ho scoperto invece essere una necessità perchè per gravi problemi di fornitura energetica, in Etiopia vengono programmati black out a qualunque ora del giorno ed in qualunque posto …. La gente ne parla come se fosse normale, ma vi assicuro che lo shock iniziale è stato forte, anche se non scalfisce il sonno che mi avvolge poco dopo sotto un piumone profumato di Marsiglia.
Il giorno dopo, risveglio ancora un po’ confuso perchè ho dormito poche ore, e mi sembra di essere in mortale ritardo cosi impiego pochi minuti per ricomporre lo zaino e scendere a fare una veloce colazione … poi pero’ il tempo inizia a scorrere, le nove si allontanano e non c’è traccia della mia guida, allora chiedo informazioni alla concierge (sempre lei, nel frattempo riavutasi dalla mia intrusione notturna) che mi spiega con un sorriso paziente che qui le ore si contano a partire dal sorgere del sole: le loro zero sono le nostre 6, le loro 6 sono le nostre 12 e le 9 indicate come ora di ritrovo? Sono in realtà le tre del pomeriggio locali. Con la coda tra le gambe, mi rifugio in camera dove mi metto a guardare un film e poco dopo mi addormento. Mi sveglio definitivamente in tarda mattinata e decido di colmare le mie imperdonabili lacune sugli usi e costumi locali (incluso il conteggio delle ore) con un’attenta lettura della guida in terrazzo. Scopro tra l’altro che in Etiopia il calendario non é mai stato cambiato dall’epoca di Giulio Cesare e pertanto ci troviamo nell’anno giuliano 2001.
Il mio sguardo ora si fa lungo sulla metropoli che alla luce del sole si è trasformata in una distesa infinita di piccole costruzioni ad un piano, poco piu’ che capanne, brulicanti di vita come un formicaio, che creano un acceso contrasto con i pochi grattacieli di chiara impronta cinese. Estremi d’Africa, misteri d’Africa, qui dall’impiegato doganale che mi ha minuziosamente compilato il visto a mano alla cameriera che impiega un quarto d’ora per servirmi la colazione, tutti sembrano avere una diversa concezione del tempo; pero’ quando salgono in macchina sembra che anche loro vengano contaminati dalla furia occidentale: iniziano a correre, imprecano, suonano il clacson e perdono il loro sorriso genuino.
Alle tre in punto un signore vestito con una sgargiante polo rossa si presenta alla reception, ormai ci metto poco a capire quando stanno parlando dell’unica straniera in zona, cosi mi alzo e lo raggiungo, cogliendo come un complimento il suo sguardo che vaga alla ricerca degli altri bagagli. Mi sorride ed in italiano impeccabile mi dice che sono la donna piu’ “leggera” che abbia incontrato in viaggio, poi si presenta: sarà la mia guida durante tutto il tour e si chiama Mario, un nome che sembra affibbiato da qualche turista con (poco) senso dell’umorismo, ma come mi spiegherà piu’ tardi, è il suo nome di battesimo perchè è figlio come moltissimi suoi coetanei di un soldato italiano che ha sposato una donna etiope …
Intanto siamo passati a prendere i miei compagni di viaggio: una coppia di Gerona con guida spagnola al seguito ed un giovane botanico tedesco che diventerà a breve anche lui guida turistica. Tutti insieme arriviamo alla chiesa della SS Trinità che si presenta in un indefinito stile neoclassico con alcune reinterpretazioni locali … accanto ad affreschi di chiaro stampo religioso si trovano infatti riprodotte scene piu’ secolari incentrate sulla lotta per l’indipendenza dell’Etiopia. Anche l’interno è uno strano mix di croci e bandiere che rivestono statue di increduli santi. In questo edificio è custodita anche la tomba di Hailé Selassié, un tiranno che prima di diventare sanguinario era stato acclamato quale difensore del popolo etiope e venerato come un eroe (il suo trono si trova proprio di fronte all’altare!). Hailé Selassié è stato il 224° nonchè ultimo imperatore in discendenza diretta dalla stirpe di Salomone e della regina di Saba, prima che un golpe lo deponesse e venisse assassinato nel 1975.
Dopo aver visitato la cattedrale, arriviamo al Museo Nazionale per rendere il doveroso omaggio alla piu’ illustre delle nostre antenate: Lucy, un piccolo ominide alto solo 110 cm che incredibilmente camminava già in posizione eretta. Il suo scheletro, famoso anche per il soprannome curioso che porta (al momento del ritrovamento una radio trasmetteva la canzone dei Beatles “Lucy in the sky with diamonds”, ecco svelato l’arcano) é stato per lungo tempo un rompicapo perché ha rimesso in discussione tutte le datazioni conosciute sullo sviluppo dell’Homo Erectus, spostando di fatto la sua comparsa indietro nel tempo fino a 3.2 milioni di anni fa. E’ ormai pomeriggio inoltrato, le ombre si allungano sul Merkato, che pare essere il piu’ esteso dell’Africa (ma questa l’ho già sentita altrove….) ed una breve passeggiata conclude la visita a questa città. Veniamo smistati nei nostri alberghi, ed io decido di consumare una cena veloce perchè l’indomani mi aspetta una levataccia, cosi mi faccio convincere dalla maitre a prendere un cheeseburger che pare essere il vanto del ristorante, per poi scoprire che è pieno di berbere, una spezia locale che definire piccante è un eufemismo!
La mattina dopo lascio Addis senza rimpianti perchè mi sembra che questa, come forse tutte le capitali, sia in realtà un’oasi a sè stante, non rivelando niente di troppo autentico sul Paese. Il mio Fokker bimotore un po’ datato decolla di buon’ora alla volta di Bahir Dar: per me che non ho particolare paura di volare, é una felice scoperta sapere che senza pressurizzazione si volerà a bassa quota e cio’ mi consentirà di ammirare il panorama. In effetti il volo sul Lago Tana, sulle cui sponde si trova Bahir Dar, é spettacolare: questo immenso bacino è punteggiato da migliaia di isole su cui si trovano antichi e veneratissimi monasteri, e dove la leggenda dice sia stata anche custodita l’Arca dell’Alleanza che il principe Menelik, figlio illegittimo di Re Salomone e della Regina Saba (e non “di Saba” come diciamo noi, Saba era il suo nome!) aveva portato qui dopo averla NON trafugata, ma bensi salvata (qui bisogna dosare le parole perchè sono molto suscettibili sull’argomento) dal sacco di Gerusalemme. La leggenda infatti narra che l’Arca fu portata via da pochi fidati sacerdoti in gran segreto appena in tempo prima che il Sancta Sanctorum del Tempio di Salomone venisse profanato dai Babilonesi, per prendere la strada dell’Egitto, e proseguire poi alla ricerca di un luogo sicuro per custodirla verso sud seguendo il corso del Nilo fino alle sue sorgenti che si trovano poco distanti da qui. Curiosamente, si tratti di leggenda o verità, qui ci sono molti indizi che richiamano l’Arca, a partire dal Tabot rituale che viene portato in processione che ne sembra una riproduzione, fino agli ebrei Beta Israel, etiopi che professano la religione ebraica dell’Antico Testamento: attenzione a non chiamarli Falasha perchè in lingua locale è un dispregiativo e suona come “esule”.
Al di là delle leggende, le rive del lago sono un fiabesco tripudio di piante ed uccelli dai colori sgargianti, ed i monasteri stessi, purtroppo difficili da raggiungere ed in gran parte non accessibili, sono dei piccoli scrigni d’arte. Durante il percorso in motobarca il mio compagno di viaggio di Koblenz mi racconta del suo hobby assai poco rassicurante di collezionare teschi e mentre mi dice che ho un gran bel cranio (non so se mi devo spaventare o considerarlo un complimento) siamo per fortuna arrivati alla prima isoletta dove visitiamo il monastero di Ura Kidane Meret che si avvista dopo una piacevole passeggiata in mezzo alle piante di caffè e che si rivela davvero bello, rotondo con il suo tetto di paglia e con un ciclo pittorico originale ben conservato.
C’è tempo per visitare solo altri due monasteri, tra cui quello di Mahal Zeghie Ghiorghis dove ho appreso la storia del cannibale che dopo aver divorato ben 72 persone, è stato redento dalla Madonna per aver offerto dell’acqua ad un lebbroso … praticamente il primo sconto di pena della storia!
Sulla via di ritorno in hotel mi godo uno spettacolare tramonto sul lago anche se mi resta un po’ di rammarico perchè avrei voluto esplorare qualche altra isoletta. La mia camera é divertente ed un po’ folk, con tanti plaid geometrici sui toni del blu che fungono da stuoia, copriletto e imposta della finestra; l’ho battezzato il Ghion Style perchè è identico in tutti gli altri hotel della catena.
A cena assaggio l’injera, piatto nazionale a base di una grande piada di tef che secondo me sa un po’ di legno ed avevo inizialmente scambiato per la salvietta, ma che opportunamente accompagnata ad uno speziato stufato di nome wat, diventa molto appetitoso; ormai la berbere non mi intimorisce piu’ e ne divoro una intera.
La mattina seguente, la mia componente occidentale si convince che l’aereo sia il mezzo di trasporto ideale per visitare il Paese, ma il mio spirito di adattamento ribatte che in aereo mi sarei persa il primo contatto con questo popolo incredibile, che cammina, cammina, cammina instancabilmente avvolto in mantelli che restano miracolosamente bianchi a dispetto della polvere, e che sorride sempre nonostante le ristrettezze in cui versa, rivelando una serenità interiore che non puo’ lasciare indifferente e che mi fa sentire anche un po’ a disagio. Questa immensa terra sembra sospirare come una principessa povera, perchè ha ricchezze inestimabili ma non ha i mezzi per utilizzarle; forse pero’ se perdesse la sua genuinità non sarebbe cosi autentica. Nel frattempo sono arrivata alle cascate del Nilo percorrendo una strada su cui buche larghe come crateri mettono a dura prova la guida impeccabile dell’autista. Dopo una piacevola passeggiata, accompagnata da alcuni piccoli pastori, arrivo alle cascate che ci presentano una veste un po’ dimessa, da stagione secca, ma in compenso ci pensa un arcobaleno a rendere speciale il momento.
Lungo il percorso ho incontrato tante famiglie che mietono il kef, il cereale che è alla base della dieta locale e che pur essendo un alimento povero regala un senso di sazietà … mi si stringe il cuore pensando di venire dalla civiltà degli sprechi a visitare un posto in cui la fame è ancora un problema, dove un abitante su sette contrae l’AIDS e la speranza di vita media non supera i 35 anni.
Sto abbandonando la regione dominata dall’etnia guerriera Oronia per puntare verso nord, in territorio Amharari dove si parla la lingua ufficiale della Federazione Democratica Etiope; nonostante l’altitudine superi spesso i 1500 mt qui il terreno è abbastanza fertile e si coltivano molti cereali, oltre al caffè ed il riso: mi viene spiegato che questo significa ricchezza perchè c’è acqua nel terreno. Me ne rendo conto non appena arriviamo a Gondar, la piu’ recente e stravagante delle capitali dell’impero (Axum è la più antica, dal X secolo ac al XII dc, e Lalibela quella intermedia dal XII al XVII secolo dc), chiamata non a torto la Camelot d’Africa perchè non solo sorge in una vallata piena di laghi e vegetazione, ma anche perchè é costellata di torri e castelli merlati in puro stile europeo che creano un contrasto molto vivace con la fauna locale …
Buongiorno Gondar, stamattina osservo la città dall’alto della terrazza dell’hotel e mentre divido la colazione con un gatto affamato osservo la nebbia sottile come un velo che lentamente si dipana, lasciandomi scorgere i contorni del suo glorioso passato: castelli incredibili fatti costruire da architetti portoghesi nel Medioevo, ma anche gli edifici in stile Ventennio che coi loro colori pastello mi ricordano che questo posto fu sede di un’importante guarnigione italiana durante gli anni dell’occupazione. Il tutto cucito insieme da un’intricata ragnatela di piccole capanne che sono la terza vita di questa città, la vita attuale.
Visito il recinto imperiale con i castelli di Fasiladas, Iyasu e di altri quattro imperatori, tutti collegati tra di loro da sistemi di camminamenti merlati, oltre agli edifici pubblici (bagni, archivi, biblioteche) ed apprendo che l’ultima imperatrice, di nome Mentewab, ha dovuto spostare la sua residenza in collina per paura di essere uccisa (cosa poi puntualmente accaduta). Dopo il recinto imperiale, visitiamo anche il castello che l’imperatrice divise con il suo amante occidentale e l’adiacente monastero di Kuskuam che custodisce le sue spoglie. Puntiamo poi ai bagni di Fasiladas, un’enorme piscina che viene riempita d’acqua una sola volta l’anno in occasione del Timkat per una cerimonia di bagni rituali di purificazione dei pellegrini … peccato essere in anticipo di quasi un mese, deve essere uno spettacolo incredibile!
La visita alla città termina con una chiesa che è un po’ il vanto locale, si chiama Debre Berhan Selassie, é interamente costruita in legno e di unico presenta (oltre ad uno stato di conservazione quasi perfetto) un soffitto interamente dipinto con 104 cherubini tutti differenti ma uniti da un dettaglio comune: un sorriso enigmatico ed un po’ sinistro che ha valso loro il titolo di Monna Lisa d’Africa …. Mi fanno un po’ ridere da questi continui paragoni a monumenti e status symbol piu’ noti, ma capisco anche la voglia di emancipazione di questa nazione che prova a pubblicizzarsi in ogni modo. Sono cosi assorta che poco dopo mi perdo in una specie di celebrazione che si sta svolgendo nel sagrato della chiesa: con grande compostezza i fedeli si avvicinano al sacerdote e si fanno bagnare le mani senza che l’acqua benedetta sia entrata in contatto con altri oggetti o persone. Mentre osservo la scena, un signore mi fa notare che osservando il recinto della chiesa posso riconoscere la testa, le zampe e la coda di un leone simbolo della dinastia regnante …Non avverto subito cosa ma c’è qualcosa di strano in tutta questa scena: il signore che si è rivolto a me sta parlando in italiano!!! E’ un anziano etiope che probabilmente ha imparato la lingua dai nostri soldati durante gli anni dell’Occupazione. Gondar infatti è stata un punto strategico della guarnigione italiana e passeggiando per le vie della città si scoprono il vecchio ufficio postale, le banche, i caffè … tutti scritti in italiano.
La mattina seguente, mi aspetta un’escursione sui monti del Simien, un altopiano che oggi è parco naturale e dove non di rado è possibile avvistare falchi, babbuini gelada e lupi. La strada per arrivarci é tremenda, piena di buche affrontate con grande coraggio dal nostro minibus che si annuncia rumorosamente in ogni villaggi che attraverso che si popola istantaneamente di piccoli scolari in divisa che ci rincorrono fino a perdere il fiato, accompagnati dallo sguardo un po’ spento dei vecchi seduti a bordo strada.
Una volta entrata nel parco, percorro a piedi un tratto di sentiero sul crinale di un canyon gigantesco, conosciuto come…. Gran Canyon d’Etiopia, a cui fanno da cornice vette di altezza considerevole (anche 4500 mt); purtroppo di lupi nemmeno l’ombra, in compenso ci troviamo di colpo circondati dai simpatici babbuini gelada per nulla turbati dalla nostra presenza; mentre consumo il mio pranzo al sacco nel cestino ritirato in hotel, respiro l’aria pulita di montagna mentre in cielo volteggiano falchi e gipeti oltre ai goffi avvoltoi endemici ed agli ibis. Il mio idillio si rompe perchè vengo quasi subito circondata da un nugolo di piccoli pastori cinguettanti; tra loro si fa strada un anziano che mi offre un astuccio di pelle contenente alcune banconote conservate con cura: meraviglia delle meraviglie, sono di epoca coloniale! Pensando ad una bufala turistica, tratto assai sul prezzo, ma una volta ritornata a casa scopriro’ con rammarico che sono autentiche: tornerei quasi quasi indietro a dargli la differenza …
Sulla via del ritorno verso Gondar visitiamo anche un villaggio semitico di nome Wolleka: questi etiopi di religione ebraica sono diventati famosi perchè pare siano stati proprio loro, prima di “mimetizzarsi” con gli indigeni, a condurre l’Arca fuori da Gerusalemme fin qui, e questa loro fama li ha resi popolari come rockstar anche se che oggi il villaggio giace in stato di abbandono, quasi disabitato dopo che un ponte aereo negli anni ’80 li ha rimpatriati quasi tutti in Israele.

La mattina dopo, siamo di nuovo in aeroporto in attesa del solito Fokker: ho scoperto che è lo stesso aereo che parte ogni mattina da Addis Abeba e come un autobus effettua fermate nelle principali città etiopi del nord.
Oggi sono diretta a Lalibela, la Gerusalemme d’Africa (ci risiamo coi paragoni!), città santa fondata dall’omonimo imperatore della dinastia Zagwe nel XII secolo, dove ancora oggi le celebrazioni avvengono nella lingua liturgica ufficiale, il ge’hez. Questa è la patria tra l’altro anche del misterioso Prete Gianni, di cui non si sa nulla perchè è citato in alcuni scritti medioevali senza dettagli ulteriori se non quello di essere sovrano di un potentissimo e ricchissimo regno. Piu’ che una Gerusalemme, questa città somiglia ad una Cenerentola, ricoperta com’è da uno strato di polvere e flagellata da anni dalla siccità come tutta la regione del Tigray; la povertà di mezzi ed il mesto senso di abbandono comunque non riescono a scalfire la meraviglia suscitata da queste dodici incredibili chiese interamente scavate nella falesia della collina su cui la città è appollaiata e tutte diverse l’una dall’altra. Bet Medhane Alem é scolpita in un unico blocco di basalto e circondata da un colonnato come un tempio greco; al suo interno si trovano tre tombe vuote che, mi hanno raccontato, attendono di ospitare le spoglie dei profeti dell’antico testamento Abramo, Isacco e Giacobbe. Bet Maryam è piu’ piccola e raccolta, ma all’interno é totalmente affrescata ed in un angolo conserva il misterioso pilastro rivestito, sotto cui nessuno sa cosa si trovi esattamente. Bet Mikael invece ha l’accesso protetto dalla tomba di Adamo, mentre Bet Gabriel e Rufael sono due chiese unite che purtroppo in parte sono crollate. Bet Merkorios che si raggiunge dopo aver percorso un avventuroso tunnel, Bet Libanos è piccola ma incredibilmente simile ai monumenti di Petra perchè scolpita a ridosso della collina. I miei occhi non finiscono di meravigliarsi, queste chiese sono tutte incredibili ed uniche, ma il meglio deve ancora venire: Bet Ghiorghis, a forma di croce, che se ne sta isolata dalle altre e che fu dedicata personalmente dal re Lalibela al San Giorgio per placare la sua ira dopo aver scoperto che non gli fosse stata dedicata nessuna chiesa. Il re si deve essere impegnato a fondo, perchè questa costruzione è impossibile da descrivere a parole, una croce perfettamente simmetrica con soluzioni ingegneristiche di stabilità ed un sistema per drenare l’acqua piovana ed evitare la corrosione che stupiscono visti i mezzi dell’epoca …..
La visita di queste chiese é resa unica dall’intricata serie di tunnel, botole e cunicoli che le collegano, nonché dalle ricchissime croci processionali, paramenti ed ex voto che il solerte guardiano di turno, inforcati gli occhiali da sole, si appresta ad indossare per la delizia dei turisti che lo flagellano di scatti. Pero’ accanto a queste immagini un po’ patinate, basta guardarsi intorno e scoprire l’autentico misticismo che regna sul luogo: le nicchie scavate nelle pareti di roccia sono ancora oggi occupate dagli asceti, piccole processioni di fedeli riparati sotto gli ombrellini parasole di ombrellini colorati attraversano silenziosamente i colonnati, gli anziani sacerdoti siedono alla finestra salmodiando in ge’hez i versi liturgici dai libri sacri.
Ritrovo nel corso della visita due ragazzi di Milano già incontrati a Gondar: anche qui siamo noi gli unici turisti; loro hanno scelto di passare le vacanze di Natale come volontari in un orfanotrofio di Addis Abeba, ed hanno colto l’occasione per visitare anche il Paese, un modo secondo me bellissimo per avvicinarsi veramente a questo popolo cosi dignitoso ma tanto bisognoso.
Il giorno seguente terminiamo le visite e con un’escursione al monastero di Na’akuto La’ab sorto su una grotta appena fuori da Lalibela, con una fonte sacra da cui é nato un albero. A Lalibela ho tentato inutilmente di collegarmi al ventunesimo secolo dopo aver scovato un internet point scovato dentro un pollaio, ma alla fine non mi dispiace essere cosi lontana dal mondo. Sta scendendo la sera e mille piccoli lumini si accendono nelle capanne, la cena del lodge fresco di apertura (non ci sono nemmeno le serrature della porta) è ottima e la stellata che si apre sopra di me qualcosa di magico. Non ero abituata a vedere le costellazioni spostate, ma qui sono vicina all’Equatore!
Il mattino dopo, sono nuovamente in aeroporto: dopo aver sbrigato con sorprendente rapidità le operazioni di imbarco, una ragazza scalza si avvicina per annunciarci con un gran sorriso “boarding time!” e poco dopo decolliamo con l’ormai familiare Fokker (sempre lui): prossima fermata, Axum.
Axum é la piu’ antica delle capitali etiopi, a quei tempi il regno si estendeva anche in Eritrea ed Yemen, ed ecco forse spiegata la perenne disputa sulla nazionalità della regina Saba (qui chiamata Maacheba), che in realtà non era nè etiope né yemenita, ma semplicemente axumita, come dire nessuno ed entrambi. Dopo secoli di potenza, la città semplicemente si addormento’ nell’oblio e cosi oggi l’ho ritrovata io, con un gigantesco mercato di cammelli nella piazza principale, ed il recinto delle superbe steli che come sentinelle osservano mute lo scandire del tempo. Qui ci sono donne dalle elaborate che si intravvedono appena tra le pieghe dei mantelli, ceste coloratissime ed un vivace artigianato locale. Dal 2005, sulla piazza principale campeggia un cartello inneggiante alla fratellanza tra Italia ed Etiopia in occasione del ritorno in patria della stele di Roma, che svetta ora dai sui 24.6 metri accanto alla gemella del re Ezana: queste due costruzioni sono le uniche due rimaste in piedi di tutto il recinto; accanto a loro, spaccata in quattro tronconi, giace tristemente la piu’ grande stele del mondo che misurava 33 mt di altezza ma non è chiaro se sia mai stata in piedi o sia crollata subito. Purtroppo il 98% del patrimonio della città, tra cui alcune bellissime tombe ipogee giace ancora seppellito sottoterra, ma portare qieste opere alla luce è molto problematico perchè si rischia di minare la stabilità delle stesse steli. Il parco settentrionale é il piu’ spettacolare, mentre alle porte della città si trova il parco Gudit che somiglia ad un alignement bretone perché le steli sono meno raffinate e di dimensioni piu’ modeste. E’ ormai arrivato il tramonto mentre passeggio tra le fondamenta del palazzo della regina di Saba. Nel corso della giornata ho avvistato la famigerata chiesa di Santa Maria di Zion, fatta costruire da Selassié si dice per fungere da ultima dimora dell’Arca: impossibile avvicinarsi perchè é presidiata giorno e notte da un custode severissimo e soprattutto armato fino ai denti.
L’ultimo blackout mi sorprende nel bel mezzo di una sessione di shopping locale, mentre stavo contrattando alcune croci processionali d’argento … superato lo smarrimento iniziale, mi arrampico nel silenzio sulla collina in cima alla quale si trova l’hotel Ghion, guidata solo dalla mia pila tascabile e penso che tra tre giorni é Natale, qui come in Italia, ma mentre nella mia città probabilmente è già partita da tempo la corsa delirante al regalo, qui sarà tutto immobile come adesso. Mi fermo anch’io per respirare ancora un po’ la magia di questo posto: è l’immagine che mi si scolpisce nel cuore, nè albe nè tramonti, ma questa stellata notturna pura e perfetta perchè qui non esiste inquinamento luminoso, specie durante i black out!
Il giorno dopo, rientro ad Addis Abeba, ma é il comfort ovattato di un Boeing che mi accompagna e si vola troppo in alto per poter ammirare i panorami; inevitabilmente il ritorno alla realtà si sta insinuando poco a poco dentro di me, il mio viaggio finisce da dove era iniziato, sono io che ho cambiato (spero) l’inquadratura del mio sguardo sul mondo.
Arrivederci principessa dimenticata, è stato bellissimo conoscere la tua storia.

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Ci sono 8 commenti su “La Principessa Scalza

  1. Bellissimo :serenata:
    anche col nuovo conteggio delle ore, nonostante il macabro hobby del compagno di koblenz e grazie agli incontri come l’anziano etiope parlante italiano, beh vorrei partire ora :ok:

    peccato la mancanza di qualche foto a corredare un racconto così ben scritto, se le vuoi aggiungere contattami e vedremo di inserirle

    g

  2. Con la classe di una Principessa e la leggerezza di una Fata mi hai condotto in questo angolo di mondo come fosse una Favola. Tra storia, architettura, aneddoti curiosità e leggende ho rivissuto alcuni momenti della mia esperienza zairese.
    Grazie…..:ok:

  3. Complimenti!
    raramente si leggono diari di viaggiatori italiani zaino in spalla in paesi come l’Etiopia.
    Ancor più raramente viaggiatrici!
    Bel giro e lettura piacevole!
    … forse fra qualche mese ti chiederò informazioni… :ok:

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