San Andres

S.Andres (Los Roques – Costarica)

Partiamo da Bologna e via Parigi arriviamo con Air France a Caracas. All’arrivo scopriamo che entrambe le valige sono rimaste a Parigi.
Il giorno dopo partiamo da Caracas e via Panama arriviamo a S. Andres.

S. Andres
Il pomeriggio lo passiamo a “sbatterci” per il bagaglio, aiutati dal proprietario del “Noble House Hotel” e dalla moglie colombiana. Lui è un italiano, Arturo, e si rivelerà molto gentile e disponibile, come già lo era stato via mail al momento della prenotazione.
Facciamo una passeggiata sul lungomare e arriviamo al ristorante italiano “Margherita Carbonara” gestito da due reggiani. E’ qualche anno che hanno aperto il ristorante e sono soddisfatti.
Facciamo una bella chiacchierata, seduti ad un tavolino. A dire il vero pensavano che la stagione lavorativa fosse di un anno intero ed invece si lavora un po’ a stagioni, con mesi dove non si vedono molti turisti.
La giornata è nuvolosa, fa molto caldo, ma c’è una bella brezza che arriva dal mare. Ritorniamo sul lungomare, mentre sta scendendo il sole. Ci sono ancora alcuni “locals” che si attardano sulla spiaggia o sono ancora in acqua.
Il paesino (chiamato dai locali “El Centro”) non ha niente di particolarmente caratteristico, anzi le poche vie di cui è composto il centro sono veramente incasinate. Ci sono molti motorini e le auto o i camion che passano sono molto rumorosi e le sgasate puzzolenti ci ricordano l’Havana.
Anche se è iniziata l’alta stagione, ci sono pochi turisti in giro. Probabilmente sono nelle spiagge dei resort “all-inclusive”. Ce ne sono 5 in tutta l’isola e fanno capo alla stessa struttura (Decameron). Sono veramente brutti.
Le vie del paese sono piene di negozi perché qui è porto franco. Ci sono negozi giganteschi praticamente vuoti.
Le “leggende” affermano che quest’isola colombiana sia una base del narcotraffico e del relativo riciclo di denaro.
Andiamo a cena in un posto trovato per caso: “Sweet Mama’s”. Si tratta di una vecchia casa di legno, con un bel giardino e una bellissima veranda. L’atmosfera è molto “fusion” e la musica “chill out” contribuisce. Anche il menù è particolare con un misto di sapori orientali e caraibici.
Si è alzato forte un vento caldo, e appena si ferma si sente subito l’umidità. Torniamo dagli amici italiani per un cafè e conosciamo altri italiani. Ormai hanno creato una piccola comunità e questo ristornate è diventato il luogo di ritrovo. A volte passano solo per un saluto veloce o appunto per un cafè. La prima impressione è che davvero si aiutino tra loro nelle varie attività.
C’è poca gente in giro, ma i pochi locali sono frequentati fino a tardi.
Il livello della gente in giro è ora cambiato e specialmente quello delle ragazze si nota. Iniziamo a capire il motivo della presenza di molti ragazzi occidentali (e soprattutto italiani), da soli o in piccoli gruppi.
Quindi non sono qui solo per il mare e per l’atmosfera…


Passiamo la mattina ad ascoltare le telefonate di Janet (la moglie di Arturo) con le varie compagnie aeree ma si rimpallano le responsabilità della perdita delle valige.
Ci rassegniamo e tentiamo l’acquisto di alcuni capi di biancheria.
I prezzi sono buoni ma le taglie… troppo piccole!
Affittiamo un motorino per non stare più ad ascoltare le telefonate e partiamo per il giro dell’isola.
Il vento diventa molto forte non appena usciamo dal paese principale.
Lo scooter si rivela la scelta giusta per andare in giro. Non c’è bisogno di affittare un’auto.
La strada costeggia quasi sempre il mare. Facciamo prima il lato delle spiagge, mentre dall’altro lato dell’isola troveremo principalmente roccia.
S. Andres si rivelerà molto verde. Ci sono solo alcune dolci colline nel centro dell’isola. Non esistono fiumi.
Incontriamo alcune baie con piccole spiagge e anche se il mare è piuttosto mosso ci mostra accattivanti colori. Ci facciamo prendere la mano perché la gita è piacevole e in un’ora e mezzo facciamo il giro completo.
Ritorniamo in paese per pranzare alla cooperativa dei pescatori: “Fisherman Place”. Il ristorante si trova alla fine della spiaggia del centro abitato, ed è vicino al luogo dove partono i pescatori con le loro lance. E’ aperto solo a pranzo. Si paga veramente poco, servizio spartano, ma il pesce è ottimo.
Il locale e il servizio sono davvero “alla buona, ma è pieno d’impiegati locali che vengono qua per la pausa pranzo e continuano a parlare di lavoro.
Ritorniamo sul versante delle spiagge, ma lo facciamo attraversando la zona centrale dell’isola (Loma) e percorriamo la strada che arriva alla chiesa più antica dell’isola (1870). Da qui si vede un bel panorama.
Si può entrare nel ristorante Mirador, dove dalle ampie finestre si gode una vista che spazia dai palazzi della cittadina sulla sinistra, alla barriera corallina di fronte, fino alla spiaggia di S. Luis.
Scendiamo verso le spiagge, ma purtroppo arriva il brutto tempo. Le spiagge sono selvagge, nel senso che sono pubbliche e non sono curate.
Ci fermiamo lungo la strada per visitare una galleria d’arte, o meglio la casa di un artista che è diventata laboratorio e sala d’esposizione.

La signora è molto simpatica e mentre ci espone le sue opere artigianali, sbuca il compagno, italiano di Como, che vive lì da cinque anni.
Ci vede interessati alle sue opinioni sulla vita dell’isola e non si fa pregare. Hanno deciso di trasferirsi in Colombia in una specie di villaggio per artisti, perché qui il flusso di turisti è molto calato. I pochi che vengono stanno chiusi nei resort “all-inclusive” e non girando per l’isola non comprano più. Per quanto riguarda la popolazione residente non è molto interessata all’arte o alla cultura in genere. Afferma che i giovani poi cercano le scorciatoie legate al narcotraffico.
Ci fermiamo per un tuffo in una spiaggia e poi ritorniamo verso la piccola città. Dopo le 18 diventa “quasi” frenetica. Facciamo un giro con lo scooter per le vie dei negozi.
Al ritorno in albergo una bellissima sorpresa: I BAGAGLI!
I due proprietari sono stati grandi. Non avevamo niente di valore e avevamo tenuto qualche cosa nel bagaglio a mano, ma l’dea di averle perse ci stava stressando…
Per festeggiare ceniamo al ristorante “Regata”. Uno dei più rinomati della città. Con 15 € a testa mangiamo un’ottima cena a base di pesce. Il locale è molto carino. Una taverna in legno direttamente sul mare, con vista sulle barche dei pescatori o dei turisti ormeggiate nel porticciolo vicino.
Ritorniamo in scooter verso l’albergo e facciamo la via, (ma si tratta solo di alcune decine di metri) dei locali notturni. E’ tutto molto tranquillo. Le vie dei negozi, che solo alcune ore prima erano teatro di clacson e sgasate, ora sono deserte. Non ci sono auto parcheggiate e non ci sono motorini in giro. Le vie sembrano grandissime.
Procediamo a bassa velocità per non disturbare questa tranquillità e per farci accarezzare dal vento caldo della notte.


Raggiungiamo, sempre con lo scooter, la spiaggia di S. Luis.
Prendiamo una stradina che porta da “Donde Francesca”. Siamo a Sandy Bay, appena prima del resort Decameron di S. Luis, praticamente di fianco alla chiesa Battista.
La baracchina sulla spiaggia diventerà uno dei nostri luoghi preferiti. E’ gestita da una signora molto elegante.
Il posto è molto curato. Davanti ai tavoli ci sono, praticamente sulla sabbia, delle sedie basse dove si può stare a prendere il sole.
Ci sono bagni e docce puliti e soprattutto… tanta musica reggae.
Si mangia bene, ma i prezzi non sono proprio bassi, (in rapporto ai prezzi medi dell’isola).
L’atmosfera è comunque coinvolgente. Un senso di libertà e tranquillità davanti a questo splendido mare azzurro. La spiaggia è molto piccola e poco curata. Generalmente solo davanti ad alcuni ristoranti o baracchini si prova a tenere pulito e si fornisce la possibilità di usare qualche lettino o sedia.
Torniamo per cena dagli amici italiani del rist. “Margherita Carbonara”. E’ ormai diventato il punto di ritrovo sia degli italiani che vivono qui ma anche di quelli in vacanza. Diventa piacevole venire a caccia di “dritte” o a sentire i racconti degli altri vacanzieri sui luoghi dell’isola o sui vari locali. Quelli che vivono qui si fermano anche solo per un cafè volante o passano qui davanti con la moto e comunque salutano sempre con ampi gesti.
Facciamo mille domande su Providencia, l’isola che insieme alla piccola Catalina, fa parte dell’arcipelago di S. Andres. Si raggiunge in 20 minuti d’aereo da S. Andres. Purtroppo i voli non sono molto affidabili, nel senso che saltano per niente e si rischia di rimanere alcuni giorni prigionieri di quello che ci hanno detto essere un vero e proprio paradiso. Abbiamo troppi pochi giorni e non vogliamo rischiare, ma la voglia è veramente tanta.


Giornata spettacolare !!!
Grazie ad Arturo (il proprietario dell’albergo) passiamo la giornata sull’isolotto di “Haines Cay”. Si tratta di un piccolo isolotto disabitato, con un giardino e palme, distante alcuni minuti di barca da S. Andres. Di fianco a quest’isola c’è una striscia di sabbia denominata “Acquario”, per la limpidezza delle sue acque e per la possibilità di vedere una grande quantità di pesci intorno al pezzo di barriera corallina distante pochi metri dalla lingua di sabbia.
Partiamo dall’imbarcadero di fronte alla stazione di Polizia, con la lancia di Bibi.
Bibi è un rasta proprietario di uno dei due bar presenti su Hines Cay. In mezz’ora si arriva sull’isola. Oggi c’è vento e il mare è un po’ mosso, perlomeno rispetto agli altri giorni.
Tutti i resort dell’isola organizzano la stessa escursione: mattina all’Acquario, poi all’ora di pranzo si riparte per l’altro isolotto (Jhonny Cay), dove si pranza e si passa il pomeriggio.
Quindi il nostro consiglio per evitare la ressa dei turisti è di fare il giro al contrario (se trovate qualche lanceros o pescatore che vi accompagna. Arturo ne ha uno, ma in questi giorni non aveva molta voglia di lavorare….), oppure di fare le escursioni in due giorni differenti.
Passiamo la mattina davanti alla baracchina di Bibi, sui lettini, ascoltando musica reggae, in compagnia di quattro o cinque turisti presenti in questa spiaggetta. Il clima è perfetto: ventilato e un po’ nuvoloso! Giusto per non bruciarsi subito. Il rasta ci cucina un piatto misto di pesce che è uno spettacolo. Nel pomeriggio facciamo snorkeling in tranquillità, anche se la corrente è molto forte e ci si stanca facilmente.


Doveva essere la giornata per l’escursione a Jhonny Cay, l’isola che situata di fronte alla spiaggia principale del paese. Sapevamo già che il giorno scelto, domenica, non sarebbe stata una buona idea. La giornata parte male perché aspettiamo più di mezz’ora davanti alla cooperativa dei lanceros. E’ un gran casino tra quelli che vanno all’Acquario e le numerose famiglie che vanno a Jhonny Cay. Appena arrivati sull’sola ci aspetta uno scenario veramente “apocalittico”. Spiaggia piena di gente e miriade di bambini urlanti in acqua. Sotto le palme adiacenti alla spiaggia ci sono alcune baracche, praticamente una di fianco all’altra, circondate da panche piene di persone che si riparano dal sole cocente. Tutti stanno preparando il barbecue e fanno puzza e un gran fumo.
La spiaggia si trova sul lato sotto vento e praticamente “non tira un filo d’aria”. E’ un vero peccato perché i colori del mare sono notevoli e la sabbia bianca rende ancor trasparente l’acqua.
Cerchiamo così di impietosire l’omino che “coordina” le lance in arrivo e in partenza e riusciamo a ritornare subito a S. Andres.
Affittiamo nuovamente un motorino e partiamo verso il sud dell’isola, verso “Donde Francesca”.
Ci sorprende un forte temporale che ci costringe a ripararci sotto il piccolo e decadente portico di una piccola casa di legno che si trova al bordo della strada.
Il pomeriggio lo passiamo sulla piccola spiaggia di Sandy Bay. Anche da Francesca c’è più gente del solito, ma saremo al massimo in venti persone…. Ci sono alcuni italiani, residenti o turisti, e colombiani. Si respira davvero l’aria della piccola comunità e iniziamo a sentirci quasi parte di essa.
Cominciamo a salutare la gente che rivediamo nei vari luoghi.
Conosciamo un’altra coppia d’italiani che vive qui da 14 anni. Ha venduto da un anno l’attività che aveva ed ora …… non fa niente.
Alla domanda se vuole ritornare in Italia dice “ho sessant’anni, cosa vengo a fare in Italia? A guardare la televisione tutto il giorno….”

(pensieri confusi sul volo che ci riporta via Bogotà a Caracas)

Sarà stata per la disponibilità di Arturo e sua moglie; per la simpatia di Vanni e Ettore e della loro cameriera Carmen; per la facilità con cui si salta su e giù da una lancia o da uno scooter; per il vento costante che ti toglie la calura; per il sorriso di quel padrone di casa quando ci ha sorpresi a riparaci sotto la sua veranda mentre infuriava il temporale; per le tre aragoste mangiate alla cooperativa dei pescatori con pochi pesos; per la genuina simpatia della ragazza del cappuccino che si sbracciava quando passavamo in motorino; per la fila di un’ora ! per cambiare i soldi, dove ogni volta ti prendono le impronte digitali mentre nella piazza di fronte ci sono i tipi del cambio nero e tutti ne sono a conoscenza; per la faccia del bimbo del “mirador” che ci ha agganciato, spavaldo, parlando in inglese e voleva venderci qualche cosa mentre poi è arrossito quando in spagnolo gli abbiamo chiesto di parlarci della sua fidanzata mentre gli adulti presenti ridevano; per l’omino di internet che si vergognava a chiederci mille pesos in più (praticamente neanche 400 centesimi di euro)….. ma effettivamente qualche cosa di questa isola ci è rimasta nel cuore…. o forse nell’anima……
Abbiamo visto molte isole dei carabi, ma forse è in questa che abbiamo visto e, in parte vissuto, la vera vita della popolazione locale. Anche per questo che il costo della vita è per noi molto economico. Non ti senti in uno zoo con locali solo per turisti. Probabilmente cose che in alcuni giorni di presenza ci hanno fatto sorridere, a lungo andare potrebbero far “sclerare”. Come il traffico caotico per le quattro vie del paese dove tutti suonano il clacson delle auto o dei motorini, senza alcun motivo.
Presa per singoli “argomenti” l’isola non è migliore di altre, anzi. Le spiagge, generalmente, non sono granchè. Ci sono alcune belle baie e alla fine abbiamo anche rivalutato la spiaggia del paese, nonostante il traffico attiguo, ma basta andare nel pezzo di spiaggia vicino al piccolo tratto di zona pedonale, ed ecco ritrovata la tranquillità.
Il mare ha effettivamente vari colori in pochi metri, ma è spesso mosso e con una forte corrente e le due escursioni ai cayos sono prese d’assalto da turisti e locali. Ci sono pochi buoni ristoranti e pochi locali per uscire la sera.
Ma forse è proprio questo il bello. E’ un’isola comunque “viva”.

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Ci sono 2 commenti su “San Andres

  1. Diario molto interessante e ricco di spunti Lollo, complimenti :ok:
    quanto a quel che dici:

    Ci vede interessati alle sue opinioni sulla vita dell’isola e non si fa pregare. Hanno deciso di trasferirsi in Colombia in una specie di villaggio per artisti, perché qui il flusso di turisti è molto calato. I pochi che vengono stanno chiusi nei resort “all-inclusive” e non girando per l’isola non comprano più.

    purtroppo ormai succede in tutto il mondo, e c’è da chiedersi che senso abbia fare tanti chilometri per chiudersi tutti nello stesso posto a fare le stesse cose mangiando cibo simile a quello di casa incontrando solo altri turisti. Mah

    g

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