Laos. Di monti e di fiume, di riso e d’oppio

Laos. Di monti e di fiume, di riso e d’oppio. I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano crescere, i laotiani ascoltano il suono del riso che cresce 21/23 gennaio: Luang Prabang, il colore arancio

Siamo pochi a sbarcare dal volo della Lao Airlines Hanoi – Luang Prabang (152 usd), al massimo una quarantina e ci affolliamo tutti all’ufficio immigrazione per il balletto del visto.
Che qui varia in base alla nazionalità: noi italiani paghiamo 30 usd, gli statunitensi 40 e i canadesi 42. Perché? Nessuno lo sa.
Antico gioco dell’Asia: ciascuno cerca di guadagnare più che può, vendendo quello che ha. Il governo comincia vendendo visti.

Notte deserta, umido, freddo. Esco giusto a prendere dei dolci di manioca in una bancarella fuori dalla porta e poi a nanna nella cabina armadio fronte parcheggio che la sig.ra Rattana ci ha rifilato come camera per ben 22 usd. Domani si cambia guest house.
Senza quasi aver dormito, all’alba siamo in piedi per la famosa processione buddista della mattina.
Non è un simpatico ed esotico intrattenimento pubblico, non è una manifestazione folkloristica a favor di telecamera con la quale annoiare al rientro parenti e amici: è un sentito rito religioso e noi viaggiatori dovremmo ricordarlo.
Invece sono in tanti a sparare il flash in faccia ai monaci che prendono il cibo dalle mani dei devoti.
A rispondere ai flash: la pazienza, il pudore, la compostezza dell’Oriente, armi dirompenti nello scatenare un profondo senso di vergogna per essere lì, con gli altri, con la digitale in mano.

Freddo intenso del primo mattino, umidità gelata che comincia già a scomparire alle 8 insieme alla nebbia fino a mutarsi in caldo tropicale.
Siamo in mezzo al coloratissimo e animato mercato alimentare dell’alba: sarà la vista di tutti quegli animali della foresta macellati, sarà il calore crescente ma si comincia a sudare.

Scoiattoli neri e grandi, uccellini variopinti, alcuni già spiumati, nutrie vive e morte. In una cesta dei cuccioli palla dal musetto peloso che si stringono insieme (destinazione pentola?) pipistrelli e topi essiccati, enormi pesci del Mekong. Per fortuna niente scimmie. Frutta e verdura di ogni forma, dimensione, colore immaginabili. Venditrici sveglie e sorridenti, gonna lunga e sorriso pronto.



Luang Prabang città del grande Buddha d’oro e cuore spirituale del Laos sembra ancora ferma nel tempo. Il regime riteneva vi si annidassero covi di controrivoluzionari realisti e ha reso disponibile corrente elettrica e servizi solo dopo il 1990. Poi nel ’95 è arrivata l’Unesco a porvi il sigillo di patrimonio dell’umanità e i lavori di restauro sono cominciati.
La chiusura ha forzatamente mantenuto quasi intatta la più bella città asiatica che abbia avuto la fortuna di vedere. A parte qualche palazzo moderno e l’abbondanza di turisti (che nella via centrale la fanno quasi sembrare un villaggio vacanze) Luang Prabang conserva pieno il fascino che devono aver avuto le città coloniali dell’Indocina fino al secolo scorso. Hanoi ne lasciava intravedere le tracce in mezzo al traffico e alle mille attività, Luang Prabang offre bellezza e quiete in ogni angolo.
Ma, se potete, andateci presto: albergatori cinesi e thailandesi la stanno già aggredendo e mutando.

Sorge a 700 metri di altitudine, tra montagne e foresta tropicale, alla confluenza del Nam Khane e della grande madre Mekong.
Minuscola penisola, un chilometro per 250 metri di giardini acquatici e ninfee, palme e banani, ville coloniali francesi e vecchie case su palafitta, staccionata di legno e appezzamento di terra intorno come fossimo in campagna, viuzze strette perse nel verde e ponti di bambù. Brigadoon asiatica, ferma ad un’epoca passata.
26.000 abitanti in tutto, sorriso timido e cortese che pare tratto collettivo, antropologico. Forse nascono sorridenti e, chissà come, quel viso riescono a mantenerlo anche da grandi.




Città fluviale, città reale, città dei templi buddisti. Qui i più belli del paese, dal tetto elaborato, lungo, spiovente e sovrapposto, che quasi tocca terra in un susseguirsi di volute e giochi armonici.
Cittadelle dell’illuminazione dai recinti sacri ricchi di fiori e vita, con biblioteche e cappelle nascoste, that per i defunti e alloggi per i vivi, tamburi rituali che ti svegliano all’alba, mosaici e raccoglimento, salmodiare ritmico, devozione dorata incrostata su pareti nere nel profumo avvolgente del Cham Pa.


Monaci ovunque, sorriso arguto e testa rasata, tanti con l’ombrellino parasole, la città ha il colore zafferano delle loro vesti.
Piccoli novizi, ancora bambini, fanno il bagno nel Nam Khane arrotolando il telo arancio intorno ai fianchi e ridendo forte.
Nei cortili interni gli studenti si occupano del tempio come farebbero della propria casa: pulizie, bucato, cura del riso steso a seccare al sole.
Sabai dii (ciao) la prima parola che ho imparato in Laos. Sabai dii, e si siedono a discutere con te
Sok dii (buona fortuna) quando te ne vai.



Nel Wat Mai veniva ospitato il patriarca supremo, chiamato spregiativamente dal nuovo regime “il presidente dei monaci”.
Non stupisce che il potere avversi quello che il buddismo rappresenta qui, con templi che sono centri di studio e aggregazione, spesso unica scuola per i ragazzi: da sempre i regimi considerano il sapere come un nemico da combattere. E con metà della popolazione ridotta all’analfabetismo, com’è ora, le cose sono senza dubbio più semplici. E comunque, visto che non si riusciva ad impedire ai laotiani di andare alla pagoda, adesso anche il clero buddista pare sia inquadrato dal governo. Di certo i novizi devono mandare a memoria Das Kapital.

Una città giardino, una città foresta. Dall’alto del Phousi, il monte santuario che vi sorge al centro, si vedono solo alberi e tetti di tegole rosso scuro, ogni tanto il bagliore dorato di un tempio.
Ci arrampichiamo lassù anche noi di sera, 328 gradini in mezzo a piccoli that e banian, per ammirare la città dall’alto.
Tra la folla spicca una guida italiana che, nel tramonto arancio, arringa il suo gruppo: li invita a godere della quiete circostante. A tutto volume.

L’imbrunire sul fiume è un gioco di immagini e tremolii tratto da una tela impressionista. Sull’acqua scura del Mekong ondeggiano slow boats con balaustre e casetta, colorate come i gemelli tuk tuk che sostano sopra l’argine. Macchine non ce ne sono.

Beer Lao in un cafè improvvisato sotto ciuffi di bambù e palme altissime. Alghe fritte con sesamo e uno spettacolo vivente da ammirare. Atmosfera e zanzare.
La sera ha le luci morbide delle lanterne. Niente neon thailandesi qui.

Nelle viuzze laterali tra il Palazzo Reale e le Poste si allestisce lo spettacolo della cena in bancarelle profumate e sfrigolanti. Ci si trova di tutto: pelle di bufalo fritta (con peli), serpente caramellato, teste di gallo piccanti, carne arrostita, riso, zuppe, verdure e dolci. Le vie sono strettissime e i tavoli addossati tutti su un lato, dall’altro si cucina e si cerca di camminare.

Una signora rotonda e decisa, amabile via di mezzo tra un gerarca fascista e la preside delle medie diventa appuntamento fisso delle nostre serate. Conosce solo due parole in inglese: “SIT DOWN!” e le scandisce brandendo polli e pesci allo spiedo.
Per il resto ci si intende a gesti, sorrisi e sguardi intimidatori. Anche per il conto: 3 euro a testa, birra, riso, verdure e pesce compresi. Saranno prezzi da farang (forestieri) ma sono pur sempre bassi.



Rientro con obbligatorio zigzag nel mercato notturno, tra stand rossi illuminati da lumi di carta di gelso e tutti i turisti presenti in città, ché lo show serale viene montato solo per noi farang.
Finto antiquariato locale e bottiglie di vino di riso allo scorpione, splendidi tessuti e paccottiglia da tourist market stesi per terra in mezzo a bambini addormentati.
Venditrici giovanissime e assonnate, o anziane ed esperte.
L’età qui sembra tramontare all’improvviso come il sole: un giorno giovani, quasi bambine, quello dopo delle vecchie.
Non sembrano esserci mezza età o soste. E’ facile invecchiare in fretta in un paese in cui la vita media è di cinquant’anni.


24 gennaio: Potato bags lungo il Nam Ou

In Laos tutto si muove via fiume: merci, persone, animali e anche noi. Con le nostre potato bags, così Graham e Judy, canadesi, hanno collettivamente ribattezzato l’intrepido e malconcio “parco zaini” caricato a prua.

Andiamo a nord, risalendo il fiume Nam Ou che confluisce nel Mekong poco sopra Luang Prabang, là dove nelle montagne si aprono le sacre Grotte di Pak Ou costellate da statuette votive dell’Illuminato.
Il paesaggio è di una bellezza coinvolgente: fiume, montagna, foreste, grandi anse sabbiose e piccole rapide, coltivazioni sulle sponde, bambini nudi che fanno il bagno e donne in sarong che lavano i panni.
Bufali d’acqua e maiali selvatici ci osservano passare.

Sette ore “accomodati” nella slow boat (110,00 kip, 10 €) su basse panchette a rischio incolumità chiappale. Ogni tanto sosta toilette: sulla spiaggia dietro al primo cespuglio, ovviamente.
A volte un passeggero occasionale da caricare e sbarcare poco più su, lui sì armato di vera potato bag o grande sacco di riso in spalla. E’ lontano il mondo sterilizzato.

La piroga è anche la casa del barcaiolo e della sua famiglia. La bimba mi osserva mentre finge di dormire. Le sorrido, ma la sua timidezza non mi offre la chiave che apre la confidenza.
Avrà 5 anni e sa fare tutto da sola: prendere da mangiare, lavarsi, afferrare copertina e cuscino e mettersi a nanna. La necessità rende pratici.

Arriviamo in serata a Nong Khiaw, tra casette di legno che si affacciano su una via polverosa, insegne che ondeggiano, un bar, qualche palma, un cane giallo. Suggestioni da vecchio film sul far west, ma con occhi a mandorla.
Favolosa la vista dal ponte giapponese e dal nostro bungalow arrampicato sulla montagna

La strada finisce qua, per andare a nord c’è solo il fiume.
La strada verso ovest invece porta in pieno triangolo d’oro, verso Muang Sing e il confine con la Cina. Il Laos è il terzo produttore mondiale d’oppio e questa è la zona in cui la cosa comincia a notarsi.


25/26 gennaio: Missili in giardino

Muang Ngoi è persa tra cielo e terra ad appena un’ora di fiume (10.000 kip – 1 €) da Nong Khiaw.
Siamo nel nord animista e l’ingresso al villaggio è dalla porta degli spiriti che separa e protegge il mondo umano da quello incerto, provocante e pauroso dei phii e forse, chissà, tiene lontani i potenti ngeuk del fiume.

Abbiamo dormito nella prima palafitta a disposizione: il proprietario ci ha catturati allo sbarco, ha detto 50.000 kip (5 €) e noi abbiamo detto ok.
Immagino ritenga che il bagno sia autopulente ma pazienza. La zanzariera poi è uno spettacolo di nylon rosa a balze dorate che farebbero impallidire la carrozza di Cenerentola.
Inquilino occasionale della veranda sembra essere un topo di tutto rispetto, calmo e rilassato manco vivesse in un monastero buddista. Oddio magari ci vive davvero.

Casette, orti addossati alla montagna, una scuola che sembra un hangar spelacchiato, un’improbabile farmacia, gente a passeggio che scambia rape e uova, bottigliette di plastica che dissetano un viaggiatore distratto e diventano carro, papera, torre nelle mani di un bambino.
La vita è sul fiume, dal trasporto al rimessaggio, dal lavaggio panni a quello delle persone, dalla pesca al bufalo.
Tanti bufali e nemmeno una goccia di latte da bere. Qui non si munge e gli unici consumatori di latte (ma in polvere, il dannato e onnipresente Nescafè) sono gli occidentali. Ancora mi chiedo cosa diano ai neonati.

L’atmosfera generale è di quieta gentilezza unita ad una specie di stupore per l’arrivo dei forestieri. Le guest house stanno cominciando a sorgere, ad approfittare di quei kip che portiamo. Ma se cercate comfort andate altrove anche se qui i sostegni delle palafitte sono fatti di mogano.
Una ricchezza pericolosa il legno pregiato se i vicini di confine sono avidi e finanziano nuove strade per facilitare il disboscamento.
I contadini invece tagliano e trasportano i tronchi ancora come centinaia di anni fa, affidandosi alle braccia e agli spiriti capricciosi del fiume.






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La montagna è bellissima e ricca di grotte ma non è consigliabile percorrere i sentieri senza guida o uscire da quelli già tracciati: gli ordigni inesplosi (UXO) restano un gentile dono della guerra che non c’è mai stata.
Gli Stati Uniti scaricarono sul solo Laos tra il ’64 e il ’73 circa due milioni di tonnellate di esplosivo, più di quanto gettarono su Europa e Pacifico insieme in tutta la seconda guerra mondiale, garantendo a questo fazzoletto di terra il poco invidiabile primato di stato più bombardato al mondo.

Cluster bomb e napalm a bruciare vivi contadini colpevoli di vivere lungo il sentiero di Ho Chi Minh che per buona parte si snodava in Laos. In un conflitto che “ufficialmente non è mai esistito”, negato al Congresso, tenuto segreto allo stesso popolo americano, contro un paese cui non avevano mai dichiarato guerra.
Le bombe hanno reso impraticabili i campi, rendendo impossibile la coltivazione del riso in un paese di pura sussistenza agricola, facendo di colpo regredire parte del Laos all’età della pietra. Ci vorranno altri 200 anni, dicono gli esperti, per sminare le zone coltivate procedendo al ritmo attuale. Le montagne e la foresta invece custodiranno per sempre gli ordigni inesplosi. Impossibile sminare in mezzo ad una vegetazione così lussureggiante.

Gli ordigni non discriminano e, a 40 anni di distanza, quasi ogni giorno ci si ritrova con un contadino senza gambe o un bambino senza occhi.
Così muoiono, ancora oggi, figli e nipoti delle guerre di Indocina.

Le bombe danno anche lavoro in un riciclaggio di spirito sino/partenopeo della disgrazia caduta dal cielo. Nonostante il pericolo.
Io e Paolo non riusciamo quasi a guardare quei gusci di morte piazzati a chiudere una staccionata o le grandi cluster usate come pilastro nelle costruzioni.
Ma lì sono comuni come da noi i muretti a secco.


Cibo ottimo a base di bufalo, riso e verdure ma meglio non ricordi bicchieri e posate. A volte penso che la cortesia con cui un piatto ti viene porto sia un ottimo antibatterico visto che per l’intera permanenza abbiamo mangiato di tutto e ovunque e non abbiamo mai patito conseguenze.

Cialde croccanti e cocco fresco per pochi centesimi sulla via, in mezzo a pelli di bufalo stese a seccare. Uno dei cocchi ha il succo gelificato al suo interno. Nella mia ignoranza penso sia guasto ma l’entusiasmo con cui i bambini lo guardano ci fa capire che è cosa rara e prelibata così lo condividiamo nell’allegria generale e un coro di khop tchai lai lai (grazie, grazie mille). Lo desiderano tutti, non solo i bambini, anche le signore presenti. Che festa! e tutto per un solo cocco.


Il giorno dopo il rientro è da bestiame da turismo caricato e sbarcato da slow boats troppo piene che imbarcano acqua, rapide tumultuose che ci costringono a scendere, e un economico, interminabile martirio sul retro di un camioncino coperto chiamato songthew dove al posto delle merci si caricano persone a sballottare insieme finché ci stanno. Gli ultimi finiscono sulla stanga posteriore o appesi all’esterno. Quindi arrivate puntuali che è meglio :wink:


L’intera gita a Muang Ngoi ci è costata meno di 10 euro a testa.


27/28 gennaio: il regno del milione d’elefanti

Lane Xang: regno del milione di elefanti, questo è il nome del Laos. Si saranno contati in milioni qualche secolo fa, adesso saranno decine, centinaia ad andar bene. Non ne abbiamo visto nessuno libero in natura ma parecchi in cattività e al lavoro nei dintorni di Luang Prabang.
Sono diversi i progetti per la salvaguardia dell’elefante, alcuni seri, alcuni meno, altri solo pacchi da turista per cui se volete contribuire scegliete bene.
Paolo comunque si è divertito molto a lavare il “suo” elefante nella giornata che abbiamo passato tra pachidermi e villaggi nel rifugio sul fiume della Tiger Trail (carissimo, 60 usd a testa, tutta la giornata) che si occupa anche del recupero di animali presi agli sfruttatori.
Navigazione finale alle cascate Tad Se, posto incantevole in cui fare il bagno dentro piscine naturali celeste fluorescente incastonate nella foresta. I laotiani, pudichi, si lanciano nelle pozze completamente vestiti.


Sulla via, semisommersa dalla jungla, la tomba di Hanry Mouhot.

Sul Nam Khane, poco distante dal centro città, c’è un piccolo ponte di bambù. Per attraversarlo si pagano 4.000 kip (40 centesimi) al vecchio che lo custodisce.
Dall’altra parte sabbia dorata e campi di verdura verde tenero. I bambini giocano sulla sponda, si sale da uno stretto sentiero, tra fagiolini e libellule. Ragazzi stranieri chiacchierano con i monaci in un tempio che domina l’ansa del fiume. Ci salutano e ci chiedono dove siamo diretti. Ma stiamo solo passeggiando senza meta precisa. Domani lasciamo Luang Prabang.

29/31 gennaio: Vientiane

Sette ore di bus vip diretti a sud verso la capitale su una magnifica strada tra le montagne. Il “vip” significa che il posto è tuo e guai a chi te lo tocca e che hai una specie di gabinetto interno. Comunque sia meglio la solita, vecchia, cunetta dell’altisonante gabinetto vip.
Saltiamo Vang Vieng, cannibalizzata dalle birrette, dal tubing e dalle pizze allucinogene, ché se proprio devo farmi un viaggio preferisco farlo in un paese che non preveda la pena di morte per questo.
Da qui in poi cominciano le fabbriche, poche. A nord non ne abbiamo vista nemmeno una.

Ad una prima occhiata Vientiane appare un paesone dall’aria di eterna periferia. Sei in centro e nemmeno te ne accorgi.
Palazzi dall’aria sovietica nelle vie centrali, capanne e polvere in riva al Mekong in secca.

Dopo lo sconcerto, le auto che si ripresentano e il rimpianto per la pace di Luang Prabang, la nuova capitale inizia a raccontarsi tra bellezze nascoste e fabbriche statali, tra l’erba rasata di parchi pubblici e lavoratori all’opera chini sulla strada come fossero forzati.

Tanti templi anche qui, alcuni troppo lucidi come il Wat That Luang, simbolo nazionale anche sulle monete, quasi l’oro attuale scacciasse le devastazioni e il fumo dei predatori di ogni epoca.
Altri sobri e incantevoli come il Wat Ho Pra Keo che, anche se distrutto, restaurato e ormai nudo del gioiello di cui era scrigno (il venerato Buddha di smeraldo ora a Bangkok dopo la razzia) ha molto più fascino dell’omonimo thailandese.

Museo della rivoluzione. Un museo dichiaratamente di regime ma illuminante. Specie per chi ha solo sentito parlare distrattamente di quanto cinesi, siamesi, francesi e americani han fatto da queste parti. Ho sempre pensato che una foto sapesse raccontare la realtà meglio di mille parole. E qui di foto ce ne sono tante.
Distruzione e facce di combattenti. Ragazze, belle come sono le laotiane, decise, con lo sguardo indurito e il berretto in testa. Chissà se qualcuna di loro è sopravvissuta.

Tessuti e ciabatte, stuoie e cestini al mercato popolare di Khua Din tra piccoli venditori di uova, uomini addormentati sul bancone e donne che fanno pedicure in mezzo alla macelleria.


Qui in città è più facile che altrove trovare alti funzionari di partito in abito scuro e calice di vino in mano, e autentico cibo laotiano nei diversi ristoranti della capitale: uova di formica, uova di pesce crude marinate nel lime, salsicce di maiale dolci, insetti, rane all’aglio, stufato di bambù, serpenti.
E gli onnipresenti noodles, i migliori dei quali mangiati nel giardino tropicale della nostra guest house, tra parasole, amache e due ragazzi del bar/reception che sparano ad ogni ora soap thailandesi con attrici truccate come in un Lanciostory anni ‘70.

1 febbraio: alla ricerca delle radici Khmer, tra i fumi del lao lao.

Taxi all’alba e volo per Pakse, (123 USD a testa).
Com’è diverso il paesaggio. A nord foresta e montagne, qui terra rossa e alberi radi che con bufali e aironi in mezzo ricordano vagamente il bush africano.

Dividiamo la strada con Vittorio e Jacopo, anche loro diretti a sud a scattare qualche foto del “nulla” e della avvolgente calma che sembra prenderti a questa latitudine. Nell’auto della versione laotiana di Pino la Lavatrice: “non c’è problema: tu mi dici dove ti devo portare e io ti ci porto”. Ci cattura lui all’aeroporto con uno scassatissimo tuk tuk. Per fortuna, viste le voragini sulla via, la sua auto jap con ancora un residuo di ammortizzatori è sotto il telone a casa e ci stringiamo in quella fino al ferry per Champasak.
Un ferry che già da solo è uno spettacolo. Nella breve traversata le venditrici di noodles riescono a sfamare mezzo traghetto con padella rovente appesa a un lato del bilanciere, verdure, spaghetti e salse all’altro capo.

La fauna è varia, contadini per lo più. Unici forestieri noi due e una coppia di motociclisti (beati loro, scopriremo poi)
Il punto di sbarco è a qualche chilometro dal paese. Non c’è nessuno, solo qualche camioncino che si allontana veloce prima che possiamo chiedere notizie o passaggi. Caldo devastante senza nemmeno una nuvola a velare il nemico giallo lassù. Finiamo a trascinarci dietro zaini e valigione (il bagaglio purtroppo è lievitato esponenzialmente) lanciando maledizioni ai nostri acquisti per tutta la lunga via polverosa.
Vivente immagine pubblicitaria del “turista fai da te? ahi ahi ahi”.
Salvati a metà strada da un tuk tuk driver. Mi avesse chiesto 10 dollari per un chilometro glieli avrei dati.

Champasak è piccola e polverosa. In pratica una via lungo il fiume con antiche ville principesche su un lato, guest house e palafitte dall’altro. Abbiamo preso la terza GH che ci hanno mostrato, quella dal bagno con meno licheni.

Shake di frutta e via in bici verso il Wat Pho. 11 km sotto il sole dell’una. Che ci si sia risvegliata una sconosciuta vena masochistica?
Nel sito, preangkoriano e semi distrutto si venerava il lingam (fallo) di Shiva che avrebbe fecondato il mondo durante la creazione. Ora è sacro per i buddisti.
Lo scenario è superbo per imponenza, collocazione naturale e per i frangipani che lo ravvivano, dando quasi il mal di testa per il profumo che spandono nell’aria.
Alberi d’argento col fiore bianco contro rovine nere, a ricordarci che passeggiamo nell’antico champa-nakone: il regno del frangipani.



Stesi al rientro da un laolao cocktail. Grappa di riso densa, con miele e lime a temperatura ambiente. Praticamente un suicidio. Consigliata da anziano backpacker francese da anni in giro per il mondo e non si sa come ancora in piedi. Meno male eravamo nel ristorante vicino casa, se no trovare campo d’atterraggio sarebbe stato un problema anche se nello stomaco, sopra il lao lao, abbiamo buttato a galleggiare il solito pescione arrostito.


2/7 febbraio: Persi nel Mekong, tra 4.000 isole di pace e bellezza.

Tuk tuk “last minute” già mezzo pieno e via verso il ferry: si torna sulla via del sud.
Inutile correre, il nostro bus non c’è.
Ma perché prendersela quando la vita sul Mekong scorre così lenta e serena?
Abbiamo atteso un paio d’ore nel crocevia pieno di traffici di Ban Phapin sbucciando rape dolci, donateci, con regolare sorriso d’accompagnamento, come genere di conforto e gesto di scusa.
Pare che alla fine la calma asiatica abbia colpito pure noi.
Sarà che sempre, di fronte al nervosismo altrui, i laotiani oppongono un volto sorridente, quasi a voler neutralizzare la tua negatività.
Beh: funziona. :-)

Recita la Lonely Planet: “In Laos deve esserci una regola non scritta per cui più ci si inoltra nel sud del paese più l’atmosfera si fa rilassata, poi quando la vostra pressione arteriosa sembra aver toccato il minimo si arriva a Si Phan Don”


Si Phan Don, la regione delle 4.000 isole, confine tra Laos e Cambogia, là dove il Mekong è largo e sembra a volte quasi un lago.
Isolette tropicali perse nelle mille anse del fiume, in un delta interno enorme e arzigogolato.
Mutevole mondo acquatico di terre che appaiono e scompaiono a seconda delle piene. Necessità ciclica di reinventarsi il campo e l’approdo. Invito perenne ad accettare il cambiare delle cose.
Colline verdi dominate da piccole pagode che si specchiano nell’acqua, monaci in piroga, palme, famiglie che dondolano sull’amaca, pescatori, case galleggianti in cui alloggiare cullati dal fiume mentre il piccolo mondo locale ti scorre davanti.


Delfini d’acqua dolce, rari e protetti. Li abbiamo visti di fronte alla Cambogia, dopo una navigazione serale in mezzo ad alberi piegati dalla corrente. Visti da lontano, ma è bello sapere che ancora vivono e che i pescatori locali si stanno riciclando in guide per noi, guadagnando qualcosa dalla semplice osservazione. Spiriti del fiume, sono sempre stati sacri in questo angolo di mondo in cui il comunismo non è riuscito a debellare animismo e buddismo. Ma finire in una rete è facile. Il guadagno è solo un incentivo in più a rompere una rete pur di salvare il delfino che un turista vuole osservare.



Saremmo dovuti restare un giorno. Ci siamo fermati per sei.
Prima alloggiati a Don Khong, poi nella minuscola Don Khone.
Abbiamo ritrovato Judy e Graham (conosciuti sul Nam Ou), abbiamo ritrovato Jacopo e Vittorio.
Giornate morbide passate tra gite alle cascate più grandi del sud est asiatico, inviti nelle case del paese o a giocare sul vecchio biliardo sopravvissuto chissà come sotto una palafitta, feste pubbliche e bagni nel fiume in spiagge luccicanti di pagliuzze d’oro. Le donne setacciano la sabbia per cercarle, ma non è che si racimoli molto.

Cene con gli amici conosciuti sulla via. Chissà come si finisce per ritrovarsi simili, come ci si conoscesse da un tempo più lungo. Ridere delle stesse cose e incazzarsi per gli stessi motivi.
Pomeriggi con Lay, la negoziante barcaiola. Lay col bambino in braccio che mi intervista in una netta inversione dei ruoli. Lay che vuole sapere com’è l’Italia, come vivo, che faccio. Francobolli riferiti e cartoline spezzettate di una realtà che mette insieme dai racconti dei viaggiatori.
Lay con una sorella sposata in Australia. Non sorprende che il marito sia venuto qui e se la sia portata via, belle come sono le laotiane, con quella grazia esile che possiedono più di altre asiatiche.
Lay che mi ha detto: tornerai.

Un bus diretto a Luang Prabang porta via Jacopo e Vittorio un giorno prima dell’aereo che, da Pakse, porterà me Paolo, Judy e Graham in Cambogia.

Sabaidii Laos, forse tornerò

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Links:

Comportarsi educatamente in Laos nei do’s e don’ts dell’ottimo sito ecotourismlaos (tante informazioni e links)

laoairlines (occhio mi hanno segnalato occasionali errori a questo sito)
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Guest House

Luang Prabang:

Rattana GH 22 usd, va bene solo se la signora (molto gentile) vi da le camere la piano di sopra. Se vi proprone una qualsiasi delle altre rifiutate e cercate di meglio.

Thongbay. 30 dollari per addormentarsi e svegliarsi sulla sponda del Nam Khane in un giardino di fiori e farfalle. I proprietari siedono sulle stuoie con le cameriere e il resto dello staff, l’atmosfera è rilassata e tranquilla, il posto un po’ fuorimano ma vale la pena di una sosta relax. Bungalow graziosissimi in bambù e bagni enormi in muratura. Niente A/C ma a Luang Prabang non serve.

Bouakham Chantasack gh. [EMAIL=bouakham_gh@yahoo.com]bouakham_gh@yahoo.com[/EMAIL] Centrale, graziosa e molto comoda, proprio dietro al museo con internet gratis nella hall, caffè, the e frutta fresca sempre a disposizione degli ospiti. (40 usd)

Nong Khiaw:

Nong Khiaw Riverside. Gran bei bungalow, arredati con gusto e con vista favolosa sul fiume. Ma troppo cara (38 usd) quando lì si dorme ottimamente con 10 dollari. Per giunta i furbacchioni fanno lo scherzo di dire via mail 30 dollari e poi pretenderne 38 dicendo che ti sei sbagliato. Scorretti.

Muang Ngoi:
non c’è corrente e non ha un sito consultabile. Se vi dovesse capitare di arrivare fin lassù provate i piccoli bungalows alla destra della porta degli spiriti ;)

Vientiane:

Villa Nong Duang
(la ex Thongbay di Vientiane qui qualche foto dal vecchio link ancora funzionante) [EMAIL=villanongduang@gmail.com]villanongduang@gmail.com[/EMAIL] antica casa laotiana ristrutturata. Grande charme, AC e polvere per 180.000 kip in due (18 €) a notte, 12 euro le camere con ventilatore, nel mezzo di un giardino in un quartiere appartato ma non lontano dal centro. Si mangia molto bene.

Champassak:
Souchitra Guest House. Senza infamia e senza lode, bagni verde muffa ma A/C per 12 dollari. Buona la posizione, noleggio bici, molto gentile il ristoratore di fianco (che cucina ottimi pesci arrosto)

Visto da fuori sembra molto bello l’Inthira Hotel (ovviamente molto più caro) vale la pena visitare il sito per le belle foto del Wat Phu e le informazioni logistiche sull’area.

Si Phan Don:

Sala Don Kong
isola di Khong. Vecchia casa laotiana ristrutturata. Belle specialmente le camere al piano superiore. Organizzano i trasporti per le altre isole. 25 dollari

Sala Don Khone
isola di Khone. Incantevoli bungalows galleggianti sull’acqua per 40 dollari. Miglior ristorante del paese, vista sulla dirimpettaia isola di Don Det. Altri alloggi in case laotiane o nella vecchia French residence, vestigia coloniale a prezzi più bassi.

Pakse:

Champasak Palace Hotel
. Spaventosa meringa nuziale a più strati di stile Franco/Thailandese. Palazzone a tre ali più una dependance, tutto bianco oro e lustrini. Adorato dalle comitive cinesi e da Judy e Graham che ci hanno trascinati qui. Per soli 25 usd per camere molto comode però. Ottima la colazione. Taxi per l’aereoporto.[/LEFT]

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Ci sono 28 commenti su “Laos. Di monti e di fiume, di riso e d’oppio

  1. :bacio:Grazie Gio per avermi fatto sentire il suono del riso che cresce !!!
    ho stampato tutto ehhh ..penso che presto mi servira’ ,
    foto meravigliose che descrivono la magia di questo angolo di indocina ancora poco toccato dal turismo .
    assaggiati i topini arrosto ummmm…..!!!*-)*-)

  2. E’ valsa la pena attendere questo diario :ok::rose:

    Le foto sono incredibili :serenata:

    Alla fine mi hai fatto sorridere:
    “Champasak Palace Hotel. Spaventosa meringa nuziale…ci hanno trascinati qui”. Giò non ti ha trasmesso nemmeno un po’ di romanticismo? :-P:wink:

  3. non perchè sei “mia amica”..
    non perchè adoro il modo in cui mescoli viaggio e rispetto
    non perchè le foto “parlano”
    non perchè il Laos rientra nei miei sogni
    non perchè sei “viaggiatrice zaino in spalla”
    …ma questo è veramente il piu bel diario che ho mai letto…
    grazie per aver condiviso con noi le tue meravigliosamente semplici emozioni
    mi hai fatto ridere…e “drizzare” i peli…:rose:

  4. @Rob: grazie (sono riflessiva io a volte :D)

    @Cinzia: già, ma per loro più che contraddizione direi sia accettazione (della disgrazia). 12 dollari (tanti) per un metal detector e via a cercare le bombe per rivedersi il metallo.
    Lì di fianco a quella casa ce n’era un’altra con le grandi cluster usate come pilastro di sostegno…

    Nel si phan don invece hanno usato le traversine della vecchia ferrovia francese come corrimano per recintare la scuola

    g

  5. Potrei scriverci un racconto sul tuo diario… lo sai quanto io ami l’Asia
    Non ho parole per dirti quel che ho provato nel leggerlo…ti dico solo la sequenza dei miei occhi…
    prima di tutto mi sono beata delle immagini…perfette, limpide, vere , poi ho letto il testo, poi ho scorso tutto l’insieme…
    grazie Giovanna, perchè… tu sai…il perchè…

    Terzani ci sta da Dio…lui che dell’Asia sapeva, amava e odiava…

    :ok:

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