Israele : Fai da te con lo zaino in spalla

La Terra Santa…
Giovedi 16 luglio.
Finalmente arriva il giorno della partenza: sono immerso nella mia apprensione che solo l’ arrivo a Tel Aviv riuscirà a stemperare. Parto da Saluzzo verso le 5.40 quando la notte ancora non ha lasciato il teatro alle prime luci dell’ alba. Arrivo a Savigliano, dove il mio treno partirà verso la città torinese, con un notevole anticipo. Dopo aver salutato i miei genitori, inizio la mia avventura in direzione Torino. Arrivato nel capoluogo piemontese, via metro raggiungo la stazione di Torino Porta Susa e con un successivo cambio arrivo alla stazione di Milano Centrale.
Ora mi tocca andare alla ricerca di un bus che faccia la spola tra la stazione e l’ aeroporto di Malpensa: bus prontamente trovato dopo una breve consultazione con persone del posto. Sono costretto a questa soluzione, a dire il vero non molto comoda, in quanto il giorno antecedente la partenza non ero riuscito ad acquistare il biglietto online per il comodissimo bus della Sadem che da Torino mi avrebbe direttamente consegnato a Malpensa aeroporto. Ma dato che l’ unico metodo di vendita è tramite internet, mi vedo costretto a ripiegare ad altra soluzione. Dopo un ora circa di viaggio eccomi finalmente arrivare all’ aeroporto di Malpensa. Vado da subito alla ricerca del gate dove avere il mio biglietto. E’ desolante vedere Malpensa cosi vuoto, cosi tristemente vuoto. Uno spazio immenso dove poche anime camminano in tutto silenzio apparentemente senza meta ne destinazione. Varco il primo controllo di giornata ( il primo di una lunga serie ) dove uno sbirro impreca per l’ assenza della firma sul mio passaporto (nuovo). Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo a posto…
Il mio gate è deserto: dopo aver consegnato i documenti ecco avere il mio biglietto Meridiana che di li a poco mi consegnerà alla terra d’ Israele. Dopo una breve attesa m’ imbarco, il tutto in perfetto orario. Il mio volo è quasi al completo e dopo 4 ore tra i cieli ecco atterrare nella capitale Tel Aviv!

…Tel Aviv e Jaffa…
Alle 5 ora locale sono finalmente in Israele, pronto ad iniziare questa lunghissima avventura in solitudine. L’ apprensione non è ancora del tutto svanita: mi tocca superare i controlli rigidissimi dello stato ebraico, cosa non da poco. Al primo controllo una ragazza mi porge una miriade di domande: da dove vengo, perchè sono qui, dove alloggerò…e via dicendo. Dopo una decina di minuti passati a rispondere alle sue domane, finalmente mi consegna un fogliettino bianco barrato di nero con il visto israeliano appresso. Senza un motivo particolare, opto per il timbro israeliano separato e non sul passaporto come da prassi: sono consapevole del diniego di taluni stati medio orientali e africani ad accettare la mia pia anima nel qual caso mi saltasse in testa di partire per tali lidi. Ma una volta con il visto israeliano in mio possesso,
tranquillo e rasserenato cammino verso l’ uscita. Ma, ahimè, un ulteriore controllo è previsto. Vengo fermato nuovamente e quando mi viene chiesto di far visionare il visto che mi porto appresso, ecco accendersi una lampadina: caro Valdo, avrai problemi! Me lo sento, sono sicuro che qualche intoppo è sulla mia strada. Noto infatti nella fila accanto alla mia altre persone in attesa di controllo. Fin qui tutto normale, anche perchè hanno lo stesso fogliettino come il mio, ma con una differenza sostanziale: non è barrato di nero, ma di rosso! Tutti con lo stesso timbro dello stesso colore, e tutti tranquillamente guadagnano l’ uscita una volta averlo mostrato al personale di sicurezza. La prima guardia mi intima di aspettare in disparte e nel frattempo chiama due altre persone addette alla sicurezza. Mi vengono alla mente, come in un film già visto, le problematiche avute a Bristol qualche mese addietro. Una donna di colore inizia a porgermi senza interruzioni mille domande di ogni genere. Penso di averle raccontato la mia vita in quelle risposte, e fors’ anche il mio futuro. Dopo una ventina di minuti ( interminabili ) mi vedo riconsegnare il passaporto e aprirmi, finalmente, le porte alla Terra Promessa. La signorina, gentilissima oltretutto, non riusciva a comprendere come fosse possibile che un cittadino potesse avere in un mese soltanto un nuovo passaporto dopo una denuncia di furto dello stesso ( avessi detto lei di aver svolto le pratiche in 5 giorni, sarebbe stata la fine…). Viste le lunghezze burocratiche del proprio paese in materia di sicurezza, per questa ragazza era incomprensibile come un Paese straniero potesse in un solo mese consegnare un passaporto ad un suo cittadino. Se questi sono i controlli israeliani, mi vedo vita complicata per i prossimi 15 giorni…
L’ aeroporto di Tel Aviv non è particolarmente grande ed una volta guadagnata l’ uscita vado alla ricerca della linea ferroviaria che collega l’ aeroporto al centro città. Dopo aver acquistato il biglietto con carta di credito, scendo al binario dove dopo essermi accertato l’ esattezza della direzione da prendere, parto verso la capitale poco istanti dopo. Noto da subito quanti giovani in tenuta militare affollano Tel Aviv, con il loro zaino e il loro M16 in spalla. Ho qualche difficoltà a comprendere quale sia la fermata dove scendere dato che Tel Aviv dispone di 3 stazioni ferroviarie. Opto per la stazione centrale della capitale che è forse quella più distante dal luogo ove devo recarmi. La stazione sorge a fianco di una grande arteria ed in lontananza si denotano i grattacieli ove, a mio parere, sorge il centro economico e nevralgico della città.
Opto per una passeggiata di qualche chilometro ed inizio a domandare quale direzione prendere per arrivare in centro città? Quando un signore con la testa mi fa cenno che è preferibile arrivare in direzione Herbert Samuel Eslanade con un taxi o più semplicemente con un bus, decido di seguire il suo consiglio. Il mio pesante bagaglio ed il caldo, nonostante siano le sei passate, mi consigliano di seguire l’ indicazione di quest’ uomo. Vicino sorge la stazione dei bus, che io raggiungo ovviamente con un giro più lungo di quanto in realtà non sia. Chiedo informazioni su quale bus prendere per raggiungere Jaffa: c’è chi mi dice il 15, chi il 100. Bene. Oltretutto mi vedo costretto ad andare alla ricerca di un bancomat, scovato poi nelle vicinanze, per prelevare valuta corrente al fine di avere spiccioli per pagare il biglietto, acquistabile unicamente sul bus. Mi distendo nel frattempo su una panchina in attesa che giunga il bus 14 ( quello che porta a Jaffa ), in compagnia di una balda ottantenne totalmente intronata che continua imperterrita a parlarmi nella sua lingua a me incomprensibile. Tutt’ attorno e un via vai di ragazzi e ragazze con i loro mitragliatori e le loro mimetiche. E’ giovedi, domani è festa. Da una parte può, inizialmente, mettere apprensione il vedere tutti questi giovani con armi alla mano quasi fossero giocattoli, ma poi in me subentra sicurezza. Sicurezza di non essere mai solo, di avere sempre qualcuno pronto a dare una mano, ad avere forze dell’ ordine sempre accanto.
Sicurezza maniacale, fors’ anche eccessiva, cui gli israeliani non rinunciano neanche in tempo di pace ( se vi è mai stata in quello specchio di terra ).
Dopo minuti passati a capire su quale bus salire, eccomi finalmente partire nella speranza di aver fatto la scelta giusta. Con un occhio attento scruto le vie che man mano il bus imbocca e con l’ altro il nome delle strade riportate sulla mia guida, in modo tale da capire in quale zona della città io sia e soprattutto, in caso mi smarrissi con questo bus, per avere una minima concezione su come raggiungere Jaffa anche a piedi. Dal mio finestrino osservo la città, viva come non mai nonostante il buio l’ abbia avvolta. Le vie fremono di giovani e meno giovani, i locali sono affollati e le insegne luminose colorano questa notte, lunga come non mai. Dopo una ventina di minuti trascorsi osservando la città dal mio finestrino, ecco il bus fermare in Roslan st dove sorge illuminata la torre dell’ orologio ottomana, costruita nel 1906. Sono finalmente a Jaffa, l’ antica Jaffa. Cammino verso il centro città ( Jaffa è quasi una città nella città ) , luogo dove trascorrerò la notte. Le vie sono illuminate a festa, migliaia di persone affollano Jaffa dove risuonano musica e danze, dove una folla confusa va alla ricerca di mercanzia nelle centinaia di bancarelle. Faccio confusione e mi perdo in questo dedalo di viuzze, musica e colori, fin quando grazie ad alcune indicazioni riesco a trovare il mio alloggiamento, situato in una via parallela a ridosso della piazza centrale. La posizione è ottima, il quartiere auspica a pensare ad un luogo tranquillo e cosi le mie iniziali preoccupazioni scemano. Dopo un lungo giorno, trascorso su aerei, treni, bus, taxi e a superare mille controlli di frontiera, eccomi finalmente nel punto che farà da riferimento per i prossimi tre giorni. Alla reception un ragazzo gentilissimo
mi mette a totale agio e dopo aver scambiato qualche parola con un ragazzo spagnolo sopraggiunto anch’ egli in quel momento, ecco venirmi assegnata la camera: il terrazzo! Splendido! Insieme ad altri giovani, il mio letto non è altro che un materasso e diverse coperte, posto sul terrazzo del palazzotto. Il cielo e le stelle saranno il mio soffitto per tre notti, le musiche e la voce del mezzuin saranno la melodia del mio sonno e la melodia del mare sarà la mia compagnia durante il buio della notte. Posato i bagagli parto immediatamente alla scoperta di questo angolo di Tel Aviv illuminato a festa. Cammino confusamente tra una vietta e l’ altra, immergendomi nella musica e negli odori che pervadono Jaffa. Si sta svolgendo una festa locale, tipica del luogo. Artisti di strada, venditori di cianfrusaglie, balli…l’ arrivo a Jaffa non poteva essere dei migliori. Cammino osservando in silenzio l’ allegria delle persone, giovani e meno giovani. Ad ogni strada che da ingresso al quartiere, servizi dell’ ordine controllano borse e persone. Avverto che la paura è avvertita ovunque, che il pericolo potrebbe essere celato dietro l’ angolo e che solo il destino è consapevole di come andrà a finire la serata per ciascuna di queste persone. E un risuonar di musica, di sorrisi, di voci che mettono allegria ai miei occhi attenti. Vago senza destinazione, senza mappa, lasciandomi guidare unicamente dalle sensazioni. Ed eccomi svoltare verso la torre ottomana, illuminata a giorno, sentinella onnipresente di Jaffa. Negozietti da
cui sgorgano odori variopinti mettono in vendita dolci all’ apparenza gustosissimi. Mi concedo un cibo particolare, un pane ripieno di formaggio e pomodoro, molto simile al nostrano calzone. Poco più avanti il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli mi riportano alla realtà di questa serata, la mia prima serata lontano dall’ Italia. Mille luci mi attirano verso una stradina in salita, che porta diretta al cuore di Old Jaffa. Qual bel posto!
Giaffa è il porto storico del Paese sul Mar Mediterraneo, citato nell’Antico Testamento come porto di arrivo del cedro del Libano usato per la costruzione del tempio di Salomone.
Durante il Medioevo si trattava del principale porto della Palestina, usato dai mercanti europei. I Veneziani avevano creato nel tardo medioevo un servizio di galee di linea tra Venezia e Giaffa per il trasporto dei pellegrini europei che desideravano recarsi in pellegrinaggio in Terrasanta.
Mi inoltro in queste strette viette che silenziosamente celano un passato millenario, abbandonandomi al suono di festa udibile in lontananza. E’ un piacere immane camminare in Old Jaffa, è un luogo affascinante non appena il buio avvolge la città, riconquistando l’ antico borgo col calar delle tenebre. Mentre passeggio tranquillamente scorgo un ristorante carino, proprio mentre la mia fame inizia a farsi sentire. Gestito da una famiglia particolarissima, mi godo, nell’ attesa di una pizza fumante, il paesaggio cui si ammira dalla terrazza laddove sono io. Mangio felicemente mentre questa prima e lunga giornata volge al termine. Con la pancia piena, soddisfatto e soprattutto felice che la mia apprensione sia scemata lasciando spazio ad una grande serenità, mi dirigo verso il mio alloggiamento. Jaffa è ormai semideserta, poche anime camminano ancora lungo le strade e viottoli. Metto la mia anima sotto la copertina, la sera è alquanto fresca ed un leggero vento spira dal mare. Le stelle mi faranno da custode in questa notte israeliana. Chiudo gli occhi pensando alla mia terra lontana e a questo lungo viaggio dinanzi ai miei occhi.
Quando mi riapproprio del mondo reale, le ore otto sono passate da alcuni minuti. Mi godo i raggi di sole che irradiano il mio viso per alcuni istanti e poi, dopo aver fatto colazione, parto alla scoperta di Tel Aviv. M’ incammino lungo Rostlan st. ,lunga arteria che porta diritto al cuore della città. Capisco essere il centro cittadino, alla luce di questa giornata, alquanto distante da Jaffa. Ma non importa, cosa vi è di meglio di una bella passeggiata lungomare e sotto un bel sole caldo? Ma fors’ anche troppo…Già intorno alle dieci il caldo inizia ad essere fastidioso; non oso immaginare intorno alle due del pomeriggio… Non presto preoccupazione alcuna ed allegramente cammino ai piedi dei grattacieli che s’ innalzano nel cielo azzurrissimo della capitale.

Cammino avvolto dai lussuosi hotel, da quell’ aria cosmopolita tipica europea che avvolge Tel Aviv, forse l’ unica città israeliana dove non si respira quell’ aria pesante dovuta ai contrasti tra religioni. E’ un mondo a parte, molto più aperto all’ occidente di quanto non siano le altre città che popolano Israele. Lungo la via incontro poche anime: il caldo rende difficoltosa la camminata e la maggior parte delle persone preferisce spostarsi in auto al fresco dell’ aria condizionata. Arrivo finalmente in Ben Gurion Ave, un bel viale alberato ( finalmente ) dove i raggi solari vengono attenuati dalle grandi piante che arrecano al povero turista, cioè io, un poco di ombra necessaria alla sopravvivenza. Il consumo di acqua è elevatissimo e sono convinto che la maggior spesa a cui andrò incontro in questo viaggio sarà proprio l’ acquisto di liquidi. Mi soffermo una mezz’ oretta a riprendere le forze all’ ombra di queste grandi foglie sorseggiango la gustosissima ( ?? ) acqua al gusto di mirtilli…
Vado alla ricerca dell’ abitazione dove Ben Gurion trascorse la sua vita ma, ahimè, unico giorno di chiusura è proprio il venerdi. Molto confortante come inizio alla visita alla città..Non mi scoraggio più di tanto, consapevole che la capitale Israeliana non ha molto da offrire dal punto di vista storico: è una città moderna, con una storia molto recente ( venne fondata nel 1909 da un gruppo di residenti della vicina Jaffa guidati dal futuro sindaco Meir Diziengoff ), ma che pian piano ha saputo diventare il maggiore centro economico del paese.
Il nome Tel Aviv, che significa collina della primavera, fa riferimento ad un passo della Bibbia: nel Libro di Ezechiele, infatti la “collina della primavera” è proprio il luogo dove – nella visione del profeta – trovano casa i fuoriusciti che rientrano in patria dopo l’esilio.
“Collina della primavera” è anche il titolo della traduzione ebraica di Altneuland, il romanzo scritto nel 1902 da Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista. Nell’edificazione della città i costruttori si ispirarono all’ideale della “città-giardino”, poi reinterpretato dalla corrente del Bauhaus (tanto che Tel Aviv nel 2004 è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità).
Passeggio tranquillamente all’ aria fresca di Ben Gurion Ave fino a quando giungo nella piazza del municipio laddove dove si erge il memoriale a Yitzhak Rabin nel luogo ove nel 1995 venne assassinato da un colono ebreo estremista. Si tratta di un memoriale abbastanza semplice, inusuale. Qualche foto e riparto.
Necessito di informazioni: sulla mia mappa, quella della Lonely Planet, viene riportato esserci un Tourist Information proprio ai lati della City Hall. Mah, forse per stanchezza, forse per poca attenzione prestata, io di questo punto informazioni proprio non ne trovo traccia. Chiedo lumi a persone del luogo, ma nessuno sa darmi un qualche minimo aiuto, fino a quando decido di entrare in una serie di uffici ( il municipio? ) dove, ahimè, nessuno è in grado di darmi le informazioni di cui necessito. Alquanto desolato, cammino nella grande piazza piuttosto desolata e triste, fino al monumento centrale che l’ abbellisce ( di poco, onestamente ). Il caldo afoso, la sterminata piazza, la mancanza di informazioni, portano il mio umore in basso. Mi soffermo una mezz’ oretta a riposare le mie povere gambe ormai stanche, fino a quando riprendo la camminato imboccando Sha’ ul HaMelech Ave. Poco oltre infatti si cela il Tel Aviv Museum of Art. Faccio ingresso nella speranza sia esso interessante. Una volta tentato invano il giochetto dello ‘studente’, mi inoltro nelle varie stanze dove interessanti dipinti appaiono alla mia vista.
Il museo fa parte di un affascinante complesso moderno che comprende anche il tribunale e la biblioteca comunale. Ospita una superba collezione permanente di opere impressioniste e post-impressioniste, oltre ad alcune slendide opere dell’ avanguardia del XX secolo. Gli artisti più rappresentati sono Picasso, Matisse, Gauguin, Degas e Pollock, ma si possono ammirare anche alcune opere degli ebrei Chagall e Soutine. Ma senza dubbio, l’ opera più affascinante è quella del mio pittore preferito: Van Gogh con ‘ La Pastora’. Terminata la visita, mi soffermo alcuni istanti nella grande sala d’ ingresso. La stanchezza è molta e per di più non sono ancora abituato a questo caldo torrido che pian piano lesina le forze. La giornata è ancora lunga, diverse cose ho ancora intenzione di vedere nonostante siano esse distanti tra loro. Il piazzale antistante il museo è molto carino, adornato di sculture mentre non troppo lontano si ergono sontuosi palazzi e grattacieli. Uno di essi, l’ Azrieli Complex, è la prossima meta da me prefissata. Passeggio lungo Sha’ ul HaMelech Ave fino ad incrociare Begin st dove poco oltre questi tre grattacieli si innalzano alla mia vista. Fatico ad abituarmi a questo caldo: senza scorte di acqua, costosa come l’ oro, non credo sia possibile la sopravvivenza. Giungo cosi al soprappasso sospeso su questa arteria a grande scorrimento, approfittandone per alcune foto da lontano. Ma a pochi passi da me, un poliziotto nero grande e grosso mi stoppa intimandomi di non scattare ulteriori foto. Eccheppalle sti israeliani! Dopo aver mostrato il mio passaporto ed aver controllato minuziosamente i miei averi, mi dirigo verso l’ interno del complesso dove a parte un grande magazzino con negozi di bigiotteria e di abbigliamento, poco altro si trova. Passeggio finalmente al fresco dell’ aria condizionata sparata a mille, preoccupandomi della botta di vita a cui andrò incontro non appena tornerò al caldo torrido del mondo esterno. Non scorgo nulla di mio interesse cosicchè mi dirigo da subito verso l’ attrazione principale del complesso: la torre panoramica del grattacielo Azrieli. Fatico inizialmente a trovare l’ ingresso ma poco dopo ecco trovarmi alla soglia: una ragazza di una bellezza solare mi attende, deludendo però le mie aspettative. La visita alla torre, a differenza di quanto riportato sulla mia LP, non è oggi possibile. Devo quindi rimandare la mia visita al giorno successivo, tra mille improperi e arrabbiatture.
Quando apro la porta d’ uscita mi devo trattenere dallo svenire: mi pare di essere entrato in una sauna con il moncler. E’ impresa davvero encomiabile riuscire a camminare per i primi dieci minuti. Sono a pezzi, è come se la stanchezza m’ avesse ammazzato in poco meno di una manciata di secondi: maledetti condizionatori! Raggiungo a fatica, risollevato dalle mille bottigliette d’ acqua in mio possesso, a Kikar Magen David che dal punto di vista estetico non ha praticamente nulla di apprezzabile, nulla di particolare riscontro. Si chiama Magen David perchè le sei strade che si intersecano in questo punto rappresentano la Stella di Davide a sei punte ( ‘magen ‘ significa infatti ‘ stella di ‘ ). Mi trovo di fronte il mercato di Carmel, particolare ed animato come poche altre strade di Tel Aviv. Mi tuffo in questo piccolo e frenetico mercato stretto fra l’ antico Quartiere Yemenita e Nahalat Binyamin St, dove i commercianti offrono di tutto, dai fiori appena recisi ai mucchietti di cumino. Bancarelle che vendono frutta e verdura, ma anche pane caldo e spezie. E’ particolare e suggestivo inoltrarsi in questo mercato, ma dopo aver passeggiato nel bazar di Istanbul non rimango per nulla sorpreso. E’ comunque sempre piacevole notare la frenesia delle persone nel camminare, nelle voci urlanti dei venditori, negli odori che profumano Carmel St e nei mille colori vivaci delle spezie. Il mercato Carmel si estende per poche centinaia di metri in direzione lungomare. Uscito da questo dedalo di vie di Carmel, mi trovo davanti ai grandi complessi alberghieri che s’ innalzano nel cielo della capitale. La mia stanchezza sta raggiungendo picchi di non ritorno, al che mi decido di raggiungere Jaffa in bus. Attendo una ventina di minuti sotto il sole nella speranza che il 10 arrivi il prima possibile. Ecco finalmente tornare in camera a riposare dopo ore passate a camminare sotto il sole: un malditesta mi rende difficoltoso pure il sonno. Bene! Mi appisolo per circa tre ore, e quando mi alzo sono più rin********to di prima. Ottimo!
Il buio ha avvolto Tel Aviv quando mi appresto a raggiungere il lungomare al fine di una buona passeggiata al fresco ed immerso nella tranquillità. Ma quando sono sulla passeggiata…o mio dio!!! E’ un accampamento di arabi! Mi trovo a camminare lungomare in mezzo a migliaia di arabi intenti a mangiare cena, con i loro barbecue e le loro cotolettone fumanti. Bambini giocano urlanti mentre tutt’ attorno è aria di festa. Per loro ovviamente, per i restanti abitanti della capitale, credo meno. Il verde pubblico fa da tappeto a migliaia di famiglie intente a passare un fine settimana all’ aria aperta. E’ una visione incredibile, rimango stupito ed esterefatto. Per di più sono l’ unico non arabo che passeggia tra loro, ma non porto con me timore o paura. Anzi, sono abbastanza tranquillo a camminare circondato da questa famiglie che respirano aria serena e di festa. Respiro l’ odore di carne alla brace, voglioso anch’ io di una cotolettona spessa tre centimetri…
Passeggio per un paio di chilometri fino a quando la stanchezza inizia nuovamente a farsi sentire. Torno indietro immaginandomi quale disastro sarà il giorno successivo in queste aree verdissime. Ed invece…
Torno in camera intorno alla mezzanotte esausto ma appagato da questa prima giornata in terra d’ Israele.
La mattina seguente apro gli occhi intorno alle nove dopo una nottata passata ottimamente, al fresco del mare. Cozzo ancora un ora sotto le coperte mentre le voci della città iniziano a farsi sentire in lontananza. La mia principale prerogativa della giornata è raggiungere l’ ambasciata d’ Egitto per chiedere lumi a riguardo del visto egiziano da apporre sul mio passaporto. Leggendo sulla mia guida LP e sul sito viaggiaresicuri ( si, come no…con le informazioni che danno…) scopro che per raggiungere il Cairo è necessario il visto egiziano. Per il solo Sinai no, ma per la restante nazione egiziana purtroppo si. Percorro il lungomare come la sera precedente: incredibilmente è pulito come al solito, come se le migliaia di arabi della sera prima fossero solo un ricordo, un sogno lontano. Arabi con un gran senso civico o nettezza urbana israeliana di un efficenza impeccabile? Sono più propenso a questa seconda ipotesi…
Cammino al fresco del mare rispetto al caldo privo di vento della grande strada che porta nel cuore della City Hall. Mi chiedo, ancora ora, perchè anzichè viaggiare comodo su qualche bus o taxi, imperterrito camminavo sotto questo sole caldissimo che mi azzerava le forze e fors’ anche l’ umore. Domande irrisolte. Dalla grande piazza del municipio l’ ambasciata egiziana èdistante un chilometro circa. Quando arrivo, sorpresa: il guardiano mi fa cenno in una lingua a me incomprensibile che oggi è giorno di chiusura. Rimango incredulo: sono arrabbiato, ********* o deluso tremendamente? Probabilmente tutto insieme. Mi vedo costretto il giorno seguente a farmi nuovamente tutta questa interminabile strada sotto il sole. Pazienza, arrabbiarsi è tempo perso infondo. Mi dirigo verso il complesso Azrieli, il giorno precedente chiuso ai visitatori. L’ entrata dal sovrappasso è inspiegabilmente chiusa: possibile? M’ inoltro nei parcheggi sotterranei e da qui verso l’ interno del grande magazzino, tristemente vuoto. E’ impressionante camminare in questo grande complesso dove quasi tutti i negozi hanno le serrande abbassate, dove poche, pochissime anime camminano senza destinazione alcuna. Il silenzio regna sovrano, il caldo è un lontano ricordo ( ma la paura di uscire al caldo mostruso, un sogno vivo! ). Giunto alla cassa dell’ osservatorio una ragazza a dir poco bellissima m’ attende e dopo aver pagato, con il velocissimo ascensore, raggiungo il 49° piano da dove una vista spettacolare sulla città m’ accoglie.
Trascorro una buona mezz’ ora seduto ad ammirare la vista a 360° di Tel Aviv dall’ alto, talmente è spettacolare e piacevole. La vista di questo spettacolo ripaga ampiamente la grande fatica della giornata, senza ombra di dubbio. Quando giunge il momento di scendere al piano terra, ecco l’ imprevisto. Sull’ ascensore premo il tasto ‘ zero ‘, ovvero piano terra. Ma dimentico che l’ entrata era avvenuta al piano terzo del complesso Azrieli. Velocissimamente raggiungo il piano terra dove una volta aperte le porte scorgo un piccolo corridoio con una decina di ascensori e l’ uscita ovviamente sbarrata, essendo il centro commerciale chiuso. Pazienza, riprendo l’ ascensore e raggiungo velocemente il piano terzo: questo è il mio pensiero. Ma non faccio bene i conti: sul tastierino numerico noto l’ assenza del numero ‘ 3 ‘. Come possibile? Come fare? Rimango sorpreso ed esterefatto: ma non mi pongo particolari problemi, in fondo di ascensori ve ne sono dieci! Ma…quando salgo su ognuno di essi…santo dio! Raggiungono ciascuno piani diversi: i primi dieci piani, dal 26esimo al 45esimo e cosi via…è un casino allucinante! Non mi resta che tornare all’ osservatorio, e poi ridiscendere per guadagnare l’ uscita. Ma…a che piano è l’ osservatorio? 49 o 48? O cristo! Salgo fino al 48esimo piano, ma una volta aperte le porte,
eccomi in una grande e sontuosa sala riunioni..( che curiosità dentro di me di inoltrarmi in quelle sale. Ma se mi avessero scorto sarei finito bello diritto in galera! ) Ridiscendo verso il piano terra ma vado in totale confusione e panico. Non trovo più nessun ascensore che possa portare la mia povera anima al 49esimo piano… che diavolo fare? Scavalcare ed uscire con il serio rischio di incorrere in pericolose grane? Urlare? Prendere mille volte gli ascensori fino a quando un anima pia incontrerò? Già mi vedo dormire in quel piccolo corridoio al cospetto di mille ascensori, quando senza sapere come ma sicuramente grazie al buon signore, eccomi al piano terzo! Mi prende voglia di baciare la giovane ragazza alla cassa non appena vedo davanti a me le porte dell’ uscita…
Guadagno l’ uscita ed esco all’ aria aperta, o meglio, al caldo torrido, camminando in una città semideserta. E’ impressionante passeggiare nella capitale a quest’ ora della giornata di un sabato qualsiasi. Sembra il tempo essersi fermato, nessuna anima incontro lungo il cammino che mi porta a ripercorrere il mercato Carmel, angosciamente vuoto. Le urla, i colori, i profumi, le persone …sono un lontano ricordo. Regna unicamente il silenzio. All’ ombra dei grattacieli che s’ innalzano nel cielo azzurro poco distanti da Carmel, mi riposo una decina di minuti. Due giovani ragazze mi chiedono informazioni, anch’ esse sperdute in questa vasta e deserta città. Essendo nei pressi del quartiere Yemenita, quale miglior giorno per passeggiare nelle mille stradine colorate? Questo quartiere pare un oasi nel pieno centro cittadino: sembra davvero aver dormito per l’ intero XX secolo il quartiere yemenita. E’ un labirinto di vicoli stretti, case decrepite e altre coloratissime. E’ senza dubbio una parte di Tel Aviv molto particolare, forse la più caratteristica ed interessante. La tranquillità del posto mette serenità all’ animo e se non fosse per il venire meno delle forze, avrei passato tutta la giornata a perdermi in questi viottoli dai mille colori vivaci.
Ma perdermi mi perdo ugualmente, sia ben chiaro. Fin quando oltrepasso un gruppetto di persone che mi inquietano un poco. Dopo un lungo passeggiare ecco finalmente apparire il lungomare ed aprirsi davanti me la via del ritorno. Stanchissimo, privo di forze, mi trascino fino al mio alloggiamento non prima però di aver comperato uno di quei deliziosi panini ripieni: stavolta di un formaggio molto simile alla ricotta. Superbo! Penso erroneamente di non aver contanti appresso cosicchè non compero acqua necessaria alla mia sopravvivenza, ma una volta in camera mi viene in mente che alcune banconote le avevo lasciate nella tasca posteriore del costume: c***o! Mi riposo pochi minuti sulle grandi seggiole del terrazzo, e preso asciugamano e costume parto alla volta della spiaggia. Sono appena le cinque del pomeriggio ma nel cielo risplende ancora un sole caldissimo. Le spiagge della città sono bellissime: sabbia dorata e finissima nonchè un’ acqua trasparente son il biglietto da visita per migliaia di turisti. Mi svacco sul mio asciugamano sperando di abbronzarmi velocemente, mentre entro ed esco dall’ acqua caldissima. E’ un piacere dopo ore passate a camminare sotto il sole cocente questo momento di relax. Rimango un paio di ore in spiaggia nella tranquillità più totale.
La spiaggia di Jaffa non è molto affollata grazie al cielo. Diverse donne e bambine entrano in mare vestite e seppur inizialmente può arrecare inquetudine tale vista, successivamente si fa l’ abitudine. Le forze ritornano in me dopo ore di fatica immana. Quando rientro all’ ostello faccio un amara scoperta: l’ orologio del computer cui mi ero affidato, è sbagliata! Sono rientrato 40 minuti prima rispetto all’ ora cui il sottoscritto credeva…cavolo, quando si parla di s**** sono sempre in prima linea! Bene! Dopo essermi docciato e cambiato, esco nuovamente mentre la capitale pian piano viene avvolta dal buio della sera. Sono privo di denaro contante cosicchè mi vedo costretto andare alla ricerca di un bancomat. Ripercorro il lungomare mentre il solito marasma di arabi intenti a cuocere braciole fa da contorno alla mia passeggiata. Sono sempre l’ unico non arabo a camminare tra loro, ma non mi pongo problemi e a mio avviso, neanche loro. Gli odori della carne cotta sulla brace m’ avvolge portando la mia fame a livelli di guardia. Il mio passo diventa sempre più veloce nella speranza di scorgere un bancomat il prima possibile. Arrivo nei pressi dei primi hotel sul lungomare con la certezza di trovare uno sportello automatico: convinzione totalmente disattesa.

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