La Perla dell’Oceano Indiano

Erano anni che volevo tornarci. Il 2003 mi sembra ancora oggi così lontano. E in effetti in 7 anni sono cambiate tante cose a Zanzibar… Vi racconto il mio secondo incontro con la Perla dell’Oceano Indiano.
Il viaggio si sa, dura un po’, ma l’idea di essere diretti verso un posto pieno di amore fa passare qualunque noia! Scalo tecnico a Luxor, strano… Sarà perché voliamo in pochi, vicini vicini, con un aeroplano piccolo piccolo? Probabile.
Finalmente la mattina si atterra. Mi preparo psicologicamente all’impatto emotivo che avrò appena uscirò dall’aereo. Non mi pare ancora vero. Sono di nuovo qui, al di la dell’Equatore, in pieno Oceano Indiano. Ed ecco che l’aria umida e profumata investe il mio volto. Che caldo! E sono solo le 7.30 di mattina! Pensare che fino a poche ore fa ero nel profondo Nord Italia, in una Bolzano coperta da una coltre di neve ormai diventata grigia. Zanzibar, jambo!
Ricordavo il caratteristico aeroporto di Stone Town, una costruzione alquanto “atipica” rispetto ai nostri moderni hub europei. E il ricordo non mi tradisce, ritrovo infatti un insieme di persone, odori e rumori che danno l’idea di caos e disordine, ma che invece, a ben guardare, sono perfettamente organizzati fra loro: chi si occupa di farti attraversare la pista di atterraggio a piedi, chi di recuperare i bagagli, chi di prenderli uno a uno e passarli al collega per disporli ordinatamente sul bancale per il ritiro. Per agevolare la procedura, ci sono alcuni ragazzi che leggono il tuo nome dall’etichetta, cercando in ogni modo di farsi sentire sovrastando le urla e le imprecazioni di quei turisti che probabilmente si considerano progrediti e civili. Che ridere! Vedo i volti di alcuni signori distinti ed eleganti improvvisamente sfigurare, una signora della Borghesia Lombarda recupera il bagaglio ed esce imprecando in brianzolo. Uno spasso! Decido di attendere con calma che la ressa diradi, che fretta c’è? Pole pole! Il mio bagaglio puntualmente compare sul bancone, un ragazzo stanco e sudato chiama il mio nome, con un sorriso disarmante me lo passa. Non mi chiede nulla, mance, danaro, nulla. Grazie, gli dico. Asante sana.
Ho il cuore che batte forte, sto per entrare ufficialmente in Tanzania, ho il visto, tutto regolare… sto per rivedere dopo sette anni la mia amata Zanzibar…
Il sole è accecante, il caldo e l’umidità intensi, ho bisogno di qualche secondo per rendermi conto di quello che mi circonda. E vedo un formicaio di pulmini, jeep, taxi, auto, un brulicare di uomini indaffarati alle prese con i trasferimenti dei nuovi arrivati a destinazione. Individuato il nostro accompagnatore finalmente mi fermo, mi fermo ad osservare il cielo, le palme, la terra rossa, il gesticolare degli autisti che fra loro parlano di chissà quali cose, visto che la loro lingua per me è quasi del tutto incomprensibile. E piango. Dall’emozione. Forse dalla gioia di aver potuto rivedere questi posti ancora una volta nella vita.
Il nodo alla gola mi accompagna durante tutto il viaggio fino a Nungwi, rivedere le foreste di palme da cocco, i banani, i villaggi con le abitazioni in fango e tetto makuti, i bimbi che lungo la strada inseguono il pulmino salutando, rivedere tutto questo mi emoziona come una bambina a Natale. Il pulmino corre veloce lungo la strada asfaltata, saltella ogni tanto per le buche che incontra, si ferma ai posti di blocco della polizia. Tutto bene, si riparte. Allontanandosi dalla parte centrale dell’isola e arrivando a nord il paesaggio come per magia cambia. Non si vedono più le alte palme da cocco o i meravigliosi alberi di mango che toccano il cielo, ma una radura bassa e verde fatta di arbusti e di alberi di papaya pieni di frutti prende il loro posto. Lasciamo la strada asfaltata per un sentiero sterrato. Mai divertita tanto! I commenti dei vicini di posto sono esilaranti! “Ma dove siamo finiti?!” dicono, io gli rispondo “in paradiso signori…”
Chi dice che il paradiso deve essere fatto di comodità, agiatezza e progresso? Chi dice che il paradiso profuma di deodorante per ambienti o di Chanel numero 5? Io il mio paradiso l’ho sempre immaginato così, pieno di verità e libertà, quella verità che non nasconde le difficoltà della vita e la libertà di essere me stessa, amata o odiata per quella che sono, un posto dove il rispetto per quella terra che ti fa sopravvivere è pieno e totale. Questo è il paradiso per me. E Zanzibar incarna tutto questo, un paese dove le difficoltà esistono, dove nulla è scontato nemmeno la vita. Ma dove nessuno ha interesse a cambiarti, dove chiunque, nel rispetto degli altri, può essere se stesso con la propria dignità.
Saluto il nostro accompagnatore, siamo a destinazione, lo ringrazio anche se non sono sicura di essermi fatta capire. Lui riparte, chissà, forse lo rivedrò alla fine della mia vacanza. Jambo rafiki.
Vengo accolta dal personale dell’Hotel, una piccola struttura italiana sulla spiaggia di Nungwi. E’ semplice ma curata, il personale è quasi tutto locale, sono cordiali, parlano italiano meglio dei miei concittadini altoatesini! Mi offrono una bevanda di benvenuto, un succo di ananas fresco, non di quelli allungati con l’acqua, è ananas fresco frullato, mi dicono. Eh già, qui in effetti la frutta non manca, rispondo io. E ci ridiamo su! Già, ridiamo, sorridiamo, come se fosse diventato strano per noi occidentali sorridere delle piccole cose.
La mia camera è al piano terra, alla fine di un bel vialetto accompagnato da ibiscus in fiore e alberi di tiarè; alla porta finestra ci sono delle splendide bougainvillées fiorite, color viola e bianco. Gli stessi fiori li trovo adagiati sul letto, come segno di benvenuto. L’odore del legno e dell’umidità ma soprattutto la bianca zanzariera posta sopra il letto mi ricordano che sono in Africa, sotto l’Equatore, e che in queste zone la malaria è ancora endemica e la gente muore.
Ma adesso ho solo un desiderio… Il tempo di liberarmi dai fagotti e mi dirigo verso il mare, quel mare dai colori accesi che tanto avevo sperato di rivedere un giorno. E’ lì, come se mi stesse aspettando da sempre, come se da sempre fosse in attesa di un mio sguardo. Non importa se è l’ora più calda della giornata, non importa se non ho avuto il tempo di proteggere la pelle dai raggi di un sole forte molto forte, non importa, mi lancio verso quell’acqua trasparente e fresca, quel fondale pieno di stelle marine coloratissime, che pare salutino con i tentacoli sussurrando “benvenuta Tamara”. Sono felice. Per la prima volta dopo tanto tempo sono di nuovo felice.
Nel giro di pochi minuti imparo a conoscere i tanto famigerati Beach Boys che stazionano sulla spiaggia alla ricerca di business, mi salutano e si presentano: Tonino Carino da Ascoli, Bob Marley, Edoardo detto Edo, il piccolo Alì.
Sono ragazzi giovani, iniziano a raccontare qualche storia dell’isola, dei villaggioni che sono sorti da pochi anni sulla spiaggia e che paiono delle enormi colate di cemento a cielo aperto. Sai, il Baobab è stato chiuso dalla polizia! Davvero, perché? I tubi delle fogne perdevano, passavano sotto le cucine, è successo un gran casino, mi dice Edoardo detto Edo. Sorride Edo, bel ragazzo di 24 anni che ha fatto i soldi con i turisti italiani, come dice lui, polli da spennare, ci chiamano. Già, proprio polli da spennare! Li saluto, ci vediamo più tardi e nei prossimi giorni per girare l’isola insieme, li rassicuro.
E’ ora del briefing di benvenuto, imperdibile. Un’ora di indottrinamento durante la quale i gestori italiani dell’hotel ti raccontano di quanto sia pericoloso girare l’isola da soli, di quanto i BB siano delinquentelli locali da evitare, di come sia meglio, molto meglio affidarsi all’hotel per ogni cosa, altrimenti loro non rispondono per noi in caso di problema. Certo, mi dico, perché dovrebbero rispondere dei miei problemi? Giusto. Per cui se deciderò di uscire da sola dall’hotel lo farò a mio rischio e pericolo. Beh, un po’ come quando esco di casa, nessuno ne risponde per me. E lo faccio a mio rischio e pericolo. Per cui ok! Tutto a posto!
Mi rendo conto che sono sveglia da ben oltre 24 ore, un po’ per la partenza alle 9 di sera, un po’ perché non ho chiuso occhio durante il viaggio, troppa l’adrenalina in corpo. Ma soprattutto mi rendo conto di avere fame, tanta fame! Per fortuna è ora di pranzo, mi dico. Infatti alle 12.30 aprono puntuali il ristorante, è sulla spiaggia, mentre pranzi si vede il mare… Tante buone cose, tanta frutta, tanto di tutto, c’è l’imbarazzo della scelta. I cuochi sono tutti del posto, i ragazzi e le ragazze di sala sorridenti e premurosi. Pole pole, ovviamente, ma tanto che fretta c’è? Con mia grande gioia scopro che ci saranno tutti i giorni piatti della cucina tipica locale, cosa chiedere di più? Ah, Jambo Zanzibar!
Il pomeriggio scorre veloce, sonnecchio all’ombra, con il rumore della marea che sale. Ma so che l’emozione più forte di oggi deve ancora arrivare… Il sole inizia a scendere, il caldo è meno intenso, sta arrivando l’ora del tramonto… già, il tramonto… i colori sono intensi, il mare sembra prendere fuoco. Immancabili le foto, uno due tre dieci, tante immagini che non riescono ad intrappolare nemmeno in minima parte quello che sta di fronte a me. Il mio sguardo si perde nella palla infuocata che va a spegnersi nell’oceano. Mi chiedo, ma poi dove finisce, sott’acqua? Ma non si spegne? E il giorno dopo come fa a riaccendersi? …come una bambina a Natale! In pochi minuti diventa buio, il mare continua il suo lento rullio, i BB sono andati via, oggi chissà quanti affari avranno fatto con noi polli da spennare. In controluce vedo sulla spiaggia un movimento di granchi e paguri, adorabili granchi e paguri, tanti come a San Siro al concerto di Madonna! Sono stanca, è ora di riposare, dopotutto la giornata è stata intensa, Rossella O’Hara direbbe “domani è un altro giorno”.
Il mattino seguente il risveglio è piacevole, se non fosse per l’umidità alla quale ancora non ho fatto l’abitudine. Il sole è alto, è già caldo anche se è ancora mattina presto. E’ marzo, piena estate, il sole è quello delle grandi occasioni, bisogna stare attenti, altrimenti si rischia di farsi male. Mi impiastriccio di crema solare ad alta protezione e vado subito in spiaggia, non voglio perdermi nemmeno un’ora di sole e di mare. La marea è bassa, sulla spiaggia c’è un gran viavai di persone, tra BB e locali che si spostano usando la via più comoda. Ho voglia di bagnarmi un po’ i piedi, scendo verso il bagnasciuga e ritrovo Tonino,Edo, Bob e il piccolo Alì. Ciao come stai? Bene! Allora, quanti polli oggi da spennare? E grassa risata di Bob Marley! Edo mi da un foglietto con l’elenco delle escursioni che organizza, è preciso, ordinato, ha un blocchetto con le ricevute per le caparre. Mi presenta una coppia arrivata il giorno prima, sono ospiti del resort affianco al mio. Hanno deciso di fare l’escursione alle piantagioni di spezie e a Stone Town il giorno seguente. Se vuoi puoi iscriverti, segni il tuo nome sulla cartellina con l’elenco dei partecipanti, 10 dollari di caparra, il resto quando torniamo ad escursione fatta. Soddisfatti o rimborsati, penso io, mi piace! Alla fine mi convinco, Edo mi sembra un bravo ragazzo, è il capetto degli altri, si vede che ha una marcia in più, Tonino è il suo vice, sveglio ma meno “commerciale”, un operativo insomma, Bob invece è un po’ il giullare della situazione, con il berretto tipico dei rasta, a volte dà l’idea di non esserci del tutto, che fumi qualche canna ogni tanto? Mi colpisce particolarmente il piccolo Alì, non avrà più di 10 anni, gioca nell’acqua, sembra un delfino, educato e mai arrogante. Cosa ci fa con questi furbetti invece di essere a casa con la mamma e i fratelli a fare i compiti? Comunque ho deciso, domani si esce dall’ambiente ovattato dell’hotel per vedere qualche scorcio di isola, le famose piantagioni di spezie e la capitale, Stone Town. Sarà cambiata dal 2003 ad oggi?
Arriva l’ora della partenza, il pomeriggio seguente, sono le 13.50, appuntamento alle 14 all’entrata dell’hotel. I ragazzi sono già qui, che mi aspettano, puntualissimi loro, ritardataria invece una famiglia che farà l’escursione con noi. Alle 14.10 si parte direzione piantagione delle spezie. Come quando sono arrivata, anche adesso mi lascio prendere dall’emozione, mentre il pulmino corre veloce lungo la strada. Non so dire il perché, ma ogni volta che incrociamo qualche villaggio o vediamo lungo la strada i bambini che escono da scuola, mi sale un forte malessere, vivo il disagio di chi ha troppo e si confronta con un mondo che invece non ha niente, ma vive la povertà con estrema dignità, quella dignità che noi occidentali abbiamo perso molto tempo fa. Credo sia questo che mi pesa, che mi fa sentire in colpa: perché io ho tutto e loro niente? Ma poi, a ben guardare, mi chiedo: sono io che ho tutto? O forse non ho niente?…
Arriviamo alla piantagione delle spezie. Il termine piantagione è forse un po’ altisonante per un fazzoletto di terra immerso nella foresta tropicale. Ma entrando nel verde, accompagnati da Pietro, un ragazzo sorridente e pacioso che ci farà da guida, mi rendo subito conto come alcune famiglie del posto abbiano ottimamente sfruttato la benevolenza di questa terra per coltivare ogni bendiddio, con una sapienza paragonabile a quella di agronomi esperti. Pietro ci racconta per ogni spezia tutto quello che è possibile sapere, dall’utilizzo alimentare a quello estetico, dalle proprietà medicinali a quelle “spirituali”, tutto in un italiano impeccabile. Insomma, come essere ad una lezione universitaria ma in un posto decisamente molto più stimolante di un’aula didattica. Ci sarà un motivo se Zanzibar è conosciuta come l’isola delle spezie…
Ad un certo punto la nostra guida ci fa notare, sotto un cespuglio, un esserino verdognolo, nascosto, all’ombra, che fa di tutto per non farsi notare. Uno splendido ramarro fa capolino, intimorito dalle urla di stupore della famiglia brianzola; lo osservo, ha il terrore negli occhi povera bestiola. La luce è poca ma provo a catturare una sua immagine, per ricordo gli spiego. Lui acconsente. Asante Sana, piccolo amico. Salutato il lucertolone, continuiamo l’esplorazione della foresta, Pietro ci dice che il bello deve ancora arrivare. Camminiamo molto, è umido, il caldo sempre maggiore, ma non importa, si prosegue perché è tutto così interessante, così nuovo e lontano dalle nostre abitudini. Durante il cammino incontriamo alberi di cannella, cacao, caffè, le banane rosse, chiodi di garofano, l’albero dello ylang ylang. A terra decine di arbusti di ananas, citronella, piante rampicanti di vaniglia e di pepe… Sei in cucina, stai preparando un piatto di spaghetti cacio e pepe. Prendi il macinapepe e macini. Ma cosa macini? Il pepe nero. Ma cos’è il pepe nero? Adesso lo so!
Ad un certo punto incontriamo un gruppo di ragazzi che ci omaggia di oggetti fatti con le foglie di banano, a me un anello di fidanzamento (giusto qui posso fidanzarmi!), a mamma un ciondolo preziosissimo a forma di ranocchio, il principe azzurro, e a papà nientemeno che una corona, per il re della foresta! Ridiamo di gusto, sono stati bravissimi, siamo tutti divertiti e ci fotografiamo nelle pose più assurde! Il ragazzo più vecchio del gruppo ci fa intendere che salirà in cima ad una palma da cocco per farci una sorpresa. Come? Arrampicandosi come una scimmia, ci dice Pietro ridendo. Il ragazzo si prepara imbragando i piedi con una corda di cocco che lo aiuterà a sostenersi mentre sale. Si avvicina al fusto della palma ed inizia a salire, veloce, velocissimo, in pochi secondi è già in cima! Con il machete taglia alcuni cocchi che cadono a terra. Ne fa cadere ben cinque. Prima di scendere si esibisce in alcune evoluzioni aeree, si tiene con le sole mani mentre le gambe volano alte. Impressionante, fa quasi paura, ma lui non mostra mai insicurezza. Finalmente scende, per prendersi il meritato applauso, bravo, che coraggio! I cocchi raccolti vengono aperti con il machete davanti a noi. Siamo accaldati e il fresco nettare che sgorga da questi frutti è eccezionalmente piacevole, non potevamo chiedere nulla di più. La polpa è morbida, succosa, dissetante. Intoniamo un “Jambo Bwana” tutti insieme, è un modo per ringraziare questi ragazzi che ci hanno regalato momenti intensi. Prima di lasciare la piantagione, passiamo come di rito al mercatino delle spezie. Non ci penso due volte, compro stecche di vaniglia, cannella, pepe nero e chiodi di garofano. Poi vedo delle ampolline, sono estratti di ylang ylang e gelsomino, profumatissimi, perfetti per i miei brucia essenze. Pochi dollari in tutto in realtà, ma credo spesi bene. Grazie Pietro, grazie ragazzi. Asante sana.
Ufficialmente fidanzata e principessa della foresta, riparto con la comitiva per Stone Town. Ripenso ai ragazzi della piantagione, matti e simpatici, a Pietro, alla sua incredibile bonarietà nei modi e nel parlare, al suo sorriso, grande e sincero, al suo sguardo fanciullesco. Sono contenta di averlo incontrato, è stato un onore per noi avere lui come guida. Con questi pensieri ed il ricordo ancora vivido dei profumi sentiti poco prima, ci avviciniamo a Stone Town, la città di pietra, pietra corallina s’intende. Si capisce subito che si approccia una città, il traffico aumenta, mille biciclette, motocicli, carretti pieni di verdura trainati dagli asini, clacson che suonano, la gente che urla. Come ovunque nel mondo, anche qui in città regna il caos! A ridosso del centro, scendiamo dal nostro pulmino, ci attende una nuova guida, un ennesimo personaggio strano. Capelli chiari, occhi verdi, zanzibarino doc di origini arabe e non africane. Ma non praticante, ci tiene a sottolineare, la religione non gl’interessa. Ok, apprezziamo la presentazione schietta e sincera, nemmeno a me interessa la religione, che importa, alla fine siamo tutti figli di un unico Dio, mi dico. Con questi pensieri iniziamo l’esplorazione cittadina, seguendo la nostra guida speranzosi. Il suo italiano è più stentato rispetto a quello di Pietro. Mi vengono in mente i miei concittadini di Bolzano, quelli di madrelingua tedesca che nemmeno dopo 10 anni di studi riescono ad esprimersi così; questi ragazzi hanno imparato la lingua sulla strada, relazionandosi con noi turisti. Nulla da dire. Chapeau.
Ci addentriamo in città, iniziano i primi palazzi storici, forieri di un’epoca d’oro che non esiste più. La colonizzazione inglese qui si è mescolata a quella portoghese, forte è ancora l’influenza dell’ultima colonizzazione indiana. I segni si vedono chiari nell’architettura e nei modi di vestire, le etnie si possono riconoscere facilmente osservando il colore della pelle. I ricchi sono quelli che hanno in mano il commercio, sono tutti arabi di origine, pelle chiara e occhi furbi, vivono in città negli appartamenti e nelle ville di mattoni, girano in moto o in macchina. I poveri sono gli indigeni, gli africani autentici, quelli scuri con gli occhi profondi e tristi, vivono nelle baracche di fango e makuti, nei villaggi in giro per l’isola, si spostano con le loro biciclette sgangherate. In mezzo stanno gli indiani, benestanti, un po’ la nostra media borghesia. Un crogiuolo di etnie che rende la città ancora più affascinante e Zanzibar unica al mondo.
Decidiamo di entrare al mercato generale, il mercato di Darajani. All’interno di un’area molto vasta, coperta, incontriamo decine di banchetti che vendono letteralmente di tutto, dalla frutta e verdura agli abiti, agli elettrodomestici alle immancabili spezie. Da un passaggio aperto vedo alcuni pezzi di carne appesi al soffitto, circondati da un nugolo di mosche. Poco oltre stessa scena ma sono tonni. E dentro ci sono almeno 35 gradi. Al pensiero delle nostre celle frigorifere, alle varie normative sull’igiene dei locali e sulla manipolazione degli alimenti sorrido, i NAS rabbrividirebbero di fronte a queste scene! Ma se non fosse così non saremmo a Zanzibar!
Torniamo a passeggiare lungo le strade del centro, arriviamo alla “via dell’oro”, viale centrale dove si concentrano tutti gli orafi e i commercianti d’oro della città. Sono tutti arabi e indiani, ci dice la guida, ma in verità me ne accorgo subito, basta osservare il loro abbigliamento e i tratti somatici. In questi negozietti si può trovare di tutto, oro pietre preziose orologi. Il contrasto con la povertà diffusa è però stridente. In pochi possono permettersi il lusso dell’oro, forse i turisti, ma faccio fatica a non pensare a quelle famiglie che vivono nelle baracche di fango ed hanno difficoltà a procurarsi anche solo dell’acqua pulita. Usciamo dalla via dell’oro per passare affianco alla chiesa anglicana Chiesa di Cristo dove si trova il monumento alla schiavitù, un’opera in pietra che raffigura alcuni schiavi legati da catene in attesa di essere venduti. Zanzibar era in passato un importante centro per il commercio di uomini… Passiamo oltre, anche se il pensiero che sopra questa piazza siano passati migliaia di schiavi mi turba. Arriviamo alla House of Wonder, una struttura coloniale molto ben tenuta divenuta museo della cultura swahili. Non ci dicono perché è una casa delle meraviglie, forse perché qui agli inizi del ‘900 è stato installato il primo ascensore funzionante di tutta l’Africa, o forse semplicemente perché la cultura swahili è in effetti piena di meravigliose peculiarità. Non so, ma mi piace tifare per quest’ultima ragione.
Arriviamo davanti ad un portone intagliato con sopra una targhetta, Freddy Mercury House. Già, è la casa dove è nato Freddy Mercury, quello dei Queen. E chi non lo conosce! Dentro è stato creato un negozio di souvenir, un negozio di lusso mi dicono, con oggetti di artigianato locale molto costosi. Decido di entrare, non posso tornare a casa e dire di non aver visto la casa natale di Freddy! All’interno trovo due indiani che gestiscono il negozio. E’ tutto ordinato e con i prezzi esposti, un cartello alla cassa sottolinea come i prezzi qui siano fissi, niente contrattazione insomma, a differenza di quello che succede altrove dove contrattare è una vera arte e un segno di rispetto verso chi vende. Mi perdo a guardare i portagioie di legno intagliati a mano, vere opere d’arte, con lamine dorate agli angoli e borchie di rame a sottolineare le linee. All’entrata c’è uno stand pieno di cartoline, le prime cartoline che vedo qui a Stone Town! Leggevo non molto tempo fa che ormai, nell’era dei telefonini, degli sms e delle mail, le cartoline non le spedisce più nessuno, non vanno più di moda insomma. A me sono sempre piaciute, mi ricordano l’infanzia, le ferie passate a Misano Adriatico con mamma e papà, quando non si poteva fare a meno di spedire un saluto ai nonni che altrimenti stavano in pensiero. I miei primi viaggi all’estero da sola sono stati di studio, ma anche allora comprare e spedire la cartolina con la foto del duomo o della piazza principale era un obbligo quasi morale. Per questo decido di comprare qualche cartolina anche qui, e di spedirla ovviamente. Il dubbio sull’affidabilità del servizio postale mi sfiora in effetti, ma non importa, ci voglio provare. Il costo dei francobolli è quasi ridicolo, approfitto di questo per allungare l’elenco dei destinatari. Sono contenta, le cartoline sono proprio belle, e così posso vantarmi di avere comprato qualcosa anch’io al negozio di Freddy Mercury!
Lo shopping è finito, la guida ci accompagna verso l’ultima tappa di questo pomeriggio cittadino. Sono stanca ma so che le emozioni oggi non sono ancora finite… Ci dirigiamo verso l’Africa House. E’ un vero monumento al ricordo questo storico hotel nel cuore della città, sul lungomare. Costruito nel ‘800 da un commerciante di schiavi come residenza locale, viene donato al sultano di Zanzibar che ne fa una residenza per i propri famigliari in visita sull’isola. Finisce poi in mano al Governo inglese durante il periodo del Commonwealth. Gli interni sono riccamente arredati, tappeti appesi alle pareti, quadri, splendidi lampadari in stile vittoriano adornano le sale. Al piano superiore c’è il Sunset Bar aperto al pubblico con un’immensa terrazza che guarda il mare. Seduta al bancone del bar vedo una signora, pelle bianchissima e capelli rossi. Ha sulle gambe due scimmiette, due cuccioli mi dice, un maschio e una femmina. E’ originaria dell’Irlanda, ma vive a Stone Town per lavoro. Scambio due parole, mi piace parlare in inglese, rispolvero il mio accento dublinese. E’ simpatica, mi sorride e mi augura un buon proseguimento di permanenza. Thanks a million! Ci accomodiamo fuori, ordiniamo da bere, siamo stanchi e assetati, il pomeriggio è stato intenso. Sono quasi le 6 di sera, fra poco comincia lo spettacolo, ci dicono Tonino e Bob che nel frattempo ci raggiungono. Già, lo spettacolo… da qui infatti ammiriamo uno dei più bei tramonti mai visti, con colori così intensi da lasciarci senza parole. Davanti all’Africa House ci sono i Giardini di Forodhani, vedo tantissime persone che dai giardini ammirano il tramonto. Mi meraviglia notare come molti siano persone del posto, loro il tramonto lo vedono tutti i giorni, mi dico. Evidentemente questo spettacolo non è mai banale, mai sempre lo stesso, ogni giorno differente, ogni giorno emozionante, come emozionante lo è ora per me.
E’ buio, il pulmino corre veloce verso Nungwi. Qui a Zanzibar da dicembre dell’anno scorso manca la corrente elettrica, un guasto, pare, al cavo che collega l’isola alla Tanzania. I ragazzi ci dicono che è il governo che vuole tenere l’isola senza corrente, è un ricatto. Fra poco ci sono le elezioni, si vota, qui nessuno ama il governo del continente, si chiede l’indipendenza, con tutti i soldi che portiamo grazie al turismo, ma che poi finiscono nelle tasche dei ricchi politici a Dar Es Salaam, uno schifo, chiosa Tonino. Loro lo sanno bene quanti soldi porta il turismo qui, ne porta tanti, ogni turista paga il visto, sono 50 dollari per entrare e 30 per uscire. E i turisti sono tanti, sempre di più, ogni stagione che passa. Resta il fatto che l’isola rimane al buio, ogni tanto si intravedono delle lampade ad olio che illuminano le moschee, le persone che camminano lungo la strada lo fanno al buio, avranno abituato i loro occhi a vederci ugualmente, mi dico, magari con la luna piena è più facile ma quando la luna non c’è anche l’immensa volta celeste piena di stelle non basta ad illuminare la via. Le strutture turistiche sopravvivono grazie ai generatori a petrolio, uno due o tre a seconda di quanto è grande il villaggio. Almeno tre volte al giorno vanno spenti però, per non farli surriscaldare e per non correre il rischio che esplodano. Arriviamo a destinazione, saldiamo con piacere il conto, assolutamente soddisfatti del servizio che questi ragazzi ci hanno offerto. Ci vediamo domani in spiaggia, così organizziamo la cena di pesce, mi suggerisce Tonino. Ok va bene. Ci vediamo domani. Asante sana ragazzi, buon riposo.
Piove. Piove una pioggerellina sottile e fitta, che bagna tutto in pochi secondi. Che si fa? Si sta in camera? Assolutamente no, qui gli scrosci d’acqua sono normali, così come arrivano così se ne vanno, in pochi minuti. L’aria si carica di umidità, il sole picchia, torna il sereno e il mare riacquista quei colori paradisiaci di sempre. Nungwi è una località a nord dell’isola di Zanzibar, è un villaggio di pescatori, si vive di pesca di tonni da queste parti. Il villaggio si raggiunge con una camminata di circa mezz’ora lungo la spiaggia. Una gradevole passeggiata per tenersi in forma, penso. Ma non considero il sole cocente che rallenta il passo e rende la bianca sabbia farinosa quasi accecante. In gruppo, siamo una quindicina, ci incamminiamo verso la scuola del villaggio. Ho magliette, scarpine, quaderni e penne con me. Anche altri hanno avuto la stessa idea, piccoli gesti che non possono cambiare la vita a nessuno ma che forse possono donare un sorriso. Arrivati alle scuole, incontriamo il custode che ci dice che sarà ben lieto di raccogliere i quaderni e le penne, li terrà lui per distribuirli in base al bisogno nel corso dell’anno. Mi piace l’idea, non vorrei che i bambini usassero i regali come merce di scambio fra loro, un mercato che potrebbe lasciare a mani vuote i più piccoli e i più deboli. Ci lascia visitare un’aula, in quel momento vuota, le pareti sono ricoperte di disegni, sono carte geografiche, si riconoscono l’Africa e l’Oceano Indiano. C’è una lavagna nera molto grande dove si vedono scritte in arabo, a me incomprensibili. Affianco c’è un’altra aula, questa volta occupata da una classe di bambine, maschi e femmine vanno a scuola in aule separate. Non si possono scattare foto, le femmine non si possono fotografare, è vietato dalla religione. Ci salutano, ci sorridono, sono tutte vestite uguali, con le divise bianche a bordi azzurri, il velo bianco, i sorrisi sinceri. Le salutiamo, sperando che possano godere anche loro dei nostri piccoli regali. Islam, il nostro accompagnatore di origini tunisine, ci accompagna all’acquario di Nungwi. Altro termine altisonante, che descrive una piscina naturale collegata al mare da un canale sotterraneo che la alimenta. Alcuni ragazzi, autorizzati dal governatore locale, hanno il compito di accudire delle tartarughe marine, tante grandi e belle. In una vasca a parte, più piccola, ci sono i cuccioli di tartaruga, almeno una decina. Ne prendo uno in mano, chi lo avrebbe mai detto, così piccolo ma già così pesante! In un angolo, a mo’ di museo all’aperto, ci sono delle carcasse di delfino, si sono spiaggiati alcuni anni fa a pochi chilometri da qui. Non posso non notare come un teschio sia decisamente più grande degli altri, è di una balena mi dicono. Appunto, mi pareva! Uscendo notiamo sopra il portone d’entrata una grande e fitta ragnatela. A guardare bene si possono notare due grossi ragni, corpo rosso zampe nere pelose. Per fortuna non li ho notati entrando, non avrei visto le tartarughe altrimenti…
Fuori dall’acquario ci stanno aspettando una decina di bambini, dai 5 agli 8 anni, non di più. Hanno sentito che i turisti bianchi hanno dei regali. E’ vero, abbiamo due zaini colmi di magliette, scarpe, sandali, ciabatte, tutti numeri piccoli per bambini. Abbiamo mobilitato l’intera famiglia e alcuni amici, tutti hanno voluto aiutarci di buon grado. I bimbi sono seduti a terra, su due file, i più piccoli davanti i più grandi dietro. Cerchiamo di prenderci con le misure, sono tutti maschi, i sandali rosa me li chiede un signore, ho una bambina, ha quattro anni, mi dice in uno stentato inglese. Forse è vero, forse no, non importa, quei sandali andranno ai piedi di qualche bimba, questo è certo. Svuotiamo gli zaini, non abbiamo altro. I bimbi ringraziano e corrono via a giocare, alcuni tengono i sandali ai piedi, altri se li tolgono, abituati come sono a camminare scalzi, sempre. Spero non le perdano, le scarpe nuove, spero le possano sfruttare il più possibile, che non diventino della merce di scambio. O forse sì, se può aiutarli a vivere meglio. Jambo.
Torniamo verso l’hotel, il sole ha fatto il suo dovere, ci sono spalle rosse e doloranti, fa caldo e la fatica inizia a farsi sentire. Manca il cantiere navale, ci dice Islam. Sulla spiaggia, poco oltre, incontriamo alcuni artigiani, stanno costruendo i dhow, tipiche imbarcazioni da pesca. Il lavoro è tutto manuale, si utilizzano legno chiodi e resine naturali. E’ affascinante vedere come un’antica arte artigiana si sia tramandata nei secoli, come oggi così cent’anni fa, ci dice Islam. Incrociamo un piccolo gruppo di turisti tedeschi, per caso capiscono che parlo la loro lingua, scambiamo due parole, è un manager in pensione, vive sei mesi in Sudafrica e sei in Germania. E’ in viaggio con la moglie e una coppia di amici. Gute Reise mi dice, Danke ebenfalls gli rispondo. All’altezza del cantiere, sul bagnasciuga, ci sono decine di imbarcazioni ferme, i pescatori stanno riparando le reti, alcuni bambini scavano profonde buche nella sabbia. Cosa cercano? Le esche! Sono vermi lunghi e stretti, colore della sabbia, dei lombrichi zanzibarini penso. Uno di loro ha pescato un’aquila di mare, piccola, forse un cucciolo. Poco sopra vediamo due furgoncini, li stanno caricando di tonni appena pescati. I tonni finiscono anche sul tetto dei furgoni, ammassati a decine, con il rischio che caschino, sotto il sole cocente! I furgoni non sono refrigerati ovviamente, siamo ad un’ora dal mercato generale di Stone Town, i tonni arriveranno già cotti penso! Il sole è forte, si avvicina il mezzogiorno, è proprio ora di tornare…

Quando si viaggia in località di mare, la prima cosa che ti viene chiesta al rientro è se hai mangiato il pesce, fa lo stesso se magari in quel punto esatto del mondo il pesce nemmeno si pesca, la cena di pesce per noi italici è un obbligo morale, a prescindere da tutto. Per non infrangere questa antica e consolidata tradizione, mi accordo con Tonino per una cena a lume di candela sulla spiaggia, a base di pescato fresco. Mi parla di aragosta, cicale, polpo e gamberi. E le patate fritte? Anche quelle! Allora ok, affare fatto. Anche in questo caso vogliono solo la caparra, il resto a cena ultimata, il collaudato soddisfatti o rimborsati. Saremo noi tre e altri quattro ospiti del resort affianco, bene dico io, faremo gruppo e conosceremo persone nuove! Ci diamo appuntamento alle 20 all’entrata sulla spiaggia. Come sempre i ragazzi sono puntuali, ma c’è un cambiamento, i quattro ospiti italiani del resort affianco hanno ben pensato di non presentarsi e quindi siamo solo noi tre. E’ buio, manca la corrente per cui fuori dagli hotel e dai villaggi si gira con le torce. Il villaggio italiano alla destra del nostro hotel è chiuso da mesi per la famosa storia delle cucine inquinate. Non si vede nulla se non i quattro ragazzi che ci sono venuti a prendere. Oltre a Tonino, Bob e Alì c’è un altro ragazzo che non abbiamo mai visto prima. Chissà perché ci viene il panico, non ci fidiamo a muoverci di lì. Forse qualche residuo psicologico della lobotomizzazione subìta all’arrivo durante il briefing di benvenuto, sta di fatto che iniziamo a discutere con i ragazzi, ci fanno notare che loro il pesce lo hanno già comprato che ci stanno aspettando, come fanno a giustificare che di sette persone non se ne presenterà nemmeno una. Proponiamo di coprire i costi con le caparre, ma iniziano a tirare sul prezzo. Dovete pagarci la quota intera. Non se ne parla, ti copro i costi. Oggi, a ripensarci, mi dico che la ragione stava decisamente dalla loro parte. Se prenoti un viaggio e poi non ti presenti senza un motivo, la quota viene trattenuta per intero, mica ti chiedono di coprire i costi! Alla fine, sfinita, mi decido, accendere le pile tascabili mettersi la fifa in tasca e andare! Partiamo per la grande avventura, arrivare al ristorante camminando sul lungo mare al buio! Durante il tragitto, fatto di saliscendi fra la spiaggia e i resort sopra le rocce, incrociamo turisti che passeggiano al buio, mentre si godono lo spettacolo della luna piena riflessa nel mare. Ma quanto è lontano questo posto! Ci avevi parlato del Nungwi Inn, ma lo abbiamo già passato e quindi dove ci state portando? Alla fine arriviamo, il ristorantino è gestito da locali, ci sono dei tavolini illuminati dalle candele, sulla spiaggia, affianco ad un hotel di tedeschi. I tavolini sono graziosi, ci sono altri due gruppi di ragazzi che stanno già cenando. Ci stanno aspettando, siete in ritardo, scherzano. E’ vero, scusateci, un contrattempo… Ci sediamo. Chiediamo a Tonino cosa ne faranno del pesce dei quattro che non sono venuti. Nulla, è perso. Ma il pesce c’è? La nostra quota copre tutto? Sì sì. Allora è deciso: chiediamo un tavolo più grande, i ragazzi mangeranno con noi, una bella cena di pesce con le nostre guide ufficiali! Iniziano a portarci il bere, poi arriva il primo vassoio con aragostelle e cicale, un altro piatto di gamberi grigliati, un’infinità di gamberi grigliati, e infine un vassoio di polpo e calamari da non credere, tutto accompagnato da patate al forno (non fritte, però, soddisfatta e rimborsata!), per soli 15 dollari a testa. Mangiamo di gusto, mamma è un po’ schizzinosa, ma sappiamo che non va pazza per i crostacei, io e papà non ci tiriamo indietro. C’è con noi anche il piccolo Alì, oggi non ha mangiato tutto il giorno. Lo faccio sedere affianco a me. Mai visto mangiare così di gusto un bambino. Che soddisfazione! Si chiacchiera con i ragazzi, si scherza, ci raccontano un sacco di aneddoti e di storie di vita. Alì è orfano di padre, morto per la malaria. Ha altri tre fratelli più piccoli che stanno con la mamma. I ragazzi lo hanno in un certo senso adottato, lui ha visto in loro la figura del padre che non ha, cercano di insegnargli il mestiere, parla già italiano, perché non prenda una brutta strada. Bob, il giullare, stasera non sta bene, vedo che ha il volto tirato. Si lamenta di avere dei forti crampi allo stomaco, è andato dalla mami che però non gli ha dato niente. Vai dal dottore, ce l’avete il dottore a Nungwi? Sì sì, lo farò…
La cena è stata divina, la compagnia ancora migliore. Sono le dieci passate, a chiacchierare si è fatto tardi. Ci incamminiamo per tornare all’hotel, ovviamente i ragazzi ci vogliono accompagnare, continuiamo a chiacchierare. All’altezza dell’hotel dei tedeschi vediamo uscire da una camera Edo in compagnia di una ragazza, un’italiana. E’ la sua fidanzata, ci dice Bob sghignazzando. Lo salutiamo, ci chiede se è tutto ok, certo è tutto ok grazie! La ragazza ci squadra, la rassicuro, ci ha venduto le escursioni, è un bravo ragazzo. Ma questo probabilmente lo sa già. Proseguiamo, nel buio si vedono sulla sabbia decine di paguri, io e papà li puntiamo con le pile, uno spasso, si scavano la buca e si nascondono per non essere visti! Arrivati all’hotel ringraziamo i ragazzi, mi scuso per quanto accaduto, la paura a volte ingiustificata si presenta spesso per colpa dei pregiudizi, sempre così forti e difficili da allontanare. E’ stata una bella serata, bella e adrenalinica. Asante sana ragazzi, a domani.
Le giornate passano veloci, cerco di godermi la tranquillità del mare il più possibile, fra pochi giorni riprenderà l’inferno quotidiano. Mi manca ancora una cosa fondamentale da fare, comprare il pareo-ricordo! Ormai è diventata una tradizione quella del pareo-ricordo, ne ho un esemplare diverso per ogni paese visitato, Zanzibar Kenya Capo Verde Tunisia Grecia Croazia. Non posso tornare a casa senza, porta sfortuna! Alla sinistra dell’hotel ci sono una serie di baracche di souvenir gestite dai Masai. A dire il vero quasi nessuno è Masai ma da queste parti travestirsi e impersonarli può aiutare a vendere. Sono tutti maschi, le donne sono sedute all’ombra a preparare collane e bracciali da vendere. Di queste ce n’è una, molto giovane, una bella donna in tipici costumi Masai che ha sempre con sé una bimba, non avrà nemmeno due anni, cammina a malapena, un frugolo nero con due occhi enormi e un sorriso disarmante. Mamma ha tenuto due paia di sandalini, uno per la piccola e uno per il fratellino più grande. Glieli portiamo, aiutiamo i piccoli ad indossarli, sorridono, la mamma è timida, ci ringrazia con lo sguardo ed un sorriso, lei l’italiano non lo parla, parla solo swahili. I bimbi corrono fra le baracche, sono contenti, anche noi lo siamo, li salutiamo con un bacio.
Mi fermo a guardare i loro parei, ma non c’è nulla che mi colpisca. Io sono così, le cose mi devono colpire subito, senza pensarci troppo, mi piace immaginare che sia il pareo che trova me e non viceversa. Ci sono splendide tele con Masai stilizzati, con leoni ed elefanti, tele bianche con colori sgargianti. Ma nessuno di questi mi parla, nessuno mi chiama. Pazienza, questa volta vorrà dire che tornerò a casa a mani vuote, tanto non sono scaramantica…
Decidiamo di fare due passi verso sud, vogliamo vedere il famoso Gemma Dell’Est, il resort di lusso che si trova a pochi minuti dal nostro hotel. La marea è bassa, ci consente di camminare sul lungo mare. Il sole picchia ma ci copriamo, bandana in testa sciarpa sulle spalle e il problema è risolto. Ritirandosi il mare lascia scoperte splendide rocce coralline, che svelano delle rientranze scavate dal rollio dell’acqua in migliaia di anni. Le rocce sono alte, altissime. Sotto le rientranze c’è ombra e guarda caso molti ragazzi si appostano proprio lì sotto per vendere le loro mercanzie. Incontriamo pittori, artisti di ogni genere e sorta, mami che vogliono farti l’extention colorato, insomma sembra il mercato del sabato in centro a Bolzano! Arriviamo alla Gemma, è un resort blindato, grandissimo, alcuni BB del posto ci dicono che è il più grande che c’è sull’isola. Dalla spiaggia non si vede quasi nulla, sicuramente sarà bellissimo; penso che venire in un posto come questo per cercare il lusso a me non sarebbe mai venuto in mente, ma non siamo tutti uguali per fortuna…
Torniamo indietro, la Gemma alla fine l’ho vissuta un po’ come una delusione, così inaccessibile, così lontana. Ma posso sempre dire di esserci stata! Camminiamo, l’acqua del mare rinfresca i piedi, la brezza è piacevole, se non ci fosse, il caldo umido sarebbe insopportabile. Chiacchiero, osservo, rido, mi rilasso. Ad un certo punto il mio sguardo viene attirato da una macchia bianca a punti blu, sulla roccia. C’è un ragazzo che vende souvenir. Ha tirato un filo sul quale ha appeso una serie di parei. Mi avvicino, gli chiedo gentilmente se posso vedere quel pareo, quello lì, quello bianco con i fiori di ibiscus blu notte e le foglie di un verde tenue. Me lo mostra, è uno splendore, morbido, bello, particolare, me lo provo, è grande, comodo… è lui. 5 euro mi dice l’amico, ok gli rispondo affare fatto ma con me non ho nemmeno un dollaro. Hakuna Matata, mi risponde, prendi il pareo mi porti i soldi dopo. No, non è giusto. Allora vengo con te all’hotel, ok? Ok, va bene! Il pareo finalmente è mio, l’ho trovato, anzi lui ha trovato me, mi ha chiamata e io l’ho sentito! Anche per questa volta la scaramanzia ha vinto sulla ragione!
Fiera del mio acquisto, sento il bisogno di concedermi un bagno, se non lo faccio in queste acque dove lo faccio? Alcuni ospiti dell’hotel girano dicendo che l’acqua oggi “pizzica”. Pizzica? Sì, pare ci siano le uova di medusa che girano. Questa esperienza ancora mi manca. In acqua incontro Tonino Bob e Alì, li saluto, gli chiedo dell’acqua che pizzica. Ridono di gusto, per loro è normale, è vero ci sono le uova di medusa che galleggiano, sono urticanti, per fortuna non quanto i tentacoli delle madri. A guardare bene riesco ad individuare delle “catene” fatte di uova con all’interno, si vede bene, un puntino nero, il cucciolo di medusa mi dico. Interessante, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Mentre mi godo l’acqua pizzica, Bob e Alì si fermano con me a chiacchierare. Guardando verso il mare, di fronte a noi si vede un’isola, si chiama Tumbatu. E’ abitata da pescatori, mi dice Bob. Sull’isola si praticano riti Woodoo. La magia nera. Sono matti, fanno sacrifici per ottenere benevolenza dagli spiriti. Ma cosa sacrificano? Pecore, mucche, asini. Dipende. Chi l’avrebbe mai detto, la magia nera a Zanzibar! Ma se io volessi chiedere la benevolenza agli spiriti, potrei andare da loro e farmi fare la magia? Certo, basta che paghi. Ma saranno ricchissimi allora gli abitanti di Tumbatu. Macchè, poveri in canna, tutti i soldi che guadagnano con la magia li spendono per comprare gli animali da sacrificare. Insomma, il cane che si morde la coda! Ma cosa si chiede agli spiriti? L’amore, un buon matrimonio soprattutto. E fortuna nella pesca per fare i soldi. Ma funziona? Bob non smette di ridere, no certo che no, altrimenti sarebbero ricchissimi! Meglio i turisti, mi dice! Giusto, ottime vittime sacrificali noi, polli da spennare!
Le sere le passiamo a chiacchierare, al fresco sulla spiaggia. A letto presto! Ma solo dopo aver assistito agli spettacoli organizzati dall’hotel. Ogni sera uno spettacolo diverso, le danze Masai, il gruppo musicale che suona dal vivo musica africana, gli acrobati, le danze aborigene. Viene creato un “palco” sulla spiaggia, gli sdrai come panche per sedersi, alcuni faretti ad illuminare la scena. Sono gruppi folcloristici, nati con l’avvento del turismo di massa. Ragazzi che sono stati capaci di inventarsi un mestiere, darsi un futuro diverso, sfruttando i loro talenti. Ogni spettacolo si lega alla cultura aborigena, del continente per le danze Masai, delle tribù locali per i balli etnici. Sono bravi i ragazzi, indossano costumi dai colori sgargianti, non si risparmiano, le musiche sono suonate dal vivo, con tamburi e strumenti tipici. Il loro senso del ritmo è impressionante, i tamburi ti costringono a muoverti, non puoi evitare di ballare, anche solo con il pensiero. Durante lo spettacolo, alcuni ballerini portano in scena un sacco di iuta chiuso con una corda, farà parte della scenografia, magari è pieno di sabbia. Non è propriamente sabbia… ne esce un pitone, lungo almeno tre metri, impressionante! Sono seduta in prima fila, questa sera volevo essere in posizione privilegiata, amo la danza e soprattutto le tradizioni. In pochi secondi mi ritrovo in fondo alla spiaggia, bello il pitone ma da lontano lo è ancora di più!
La partenza si avvicina, sento quel malessere da nostalgia, quel fastidio allo stomaco che ti fa perdere la fame, il pensiero di tornare nella fredda Bolzano non mi piace. Le ultime giornate passano tranquille, il sole si mescola alla pioggia, sempre breve ma intensa, il tramonto è ogni giorno più affascinante. Questa sera c’è il mercatino zanzibarino, ancora shopping penso. Ci sono alcuni quadri che mi piacciono, uno in particolare su sfondo bianco con alcuni Masai stilizzati. Lo prendo, è bello, starà bene affianco a quello keniota con i Masai su sfondo arancione. Vedo un quadretto “naif”, è dipinto con la tecnica Tingatinga. Tingatinga era un signore, di Dar Es Salaam, che amava riprodurre l’Africa a modo suo, un po’ naif appunto. Colori forti, linea curve, gli animali sono caricaturati, a volte i quadri sembrano vignette allegoriche! Mi piace, è ritratto un elefante con due giraffe, le macchie delle giraffe spiccano rispetto allo sfondo giallo. Un ricordo particolare mi dico, ma ci starà sulla parete ormai ricoperta da quadri e quadretti provenienti da tutte le parti del mondo? Ma sì, ce lo farò stare!
Il momento di partire è arrivato… ultimo giorno, il tempo dei saluti. Scatto tante fotografie in giro per l’hotel, vicino alle colorate bougainvillées, ai fiori di tiaré, sulla spiaggia, in mare. Voglio portare a casa con me tutte le immagini possibili che ricordino i bei momenti passati qui. Ringrazio i due bagnini che orgogliosi indossano i cappellini che ho regalato loro, le mamis con i loro sorrisi timidi, i Masai guardiani, possenti guerrieri che ho scoperto usare l’ombrello per coprirsi dalla pioggia! Non posso non salutare gli amici che ci hanno accompagnato in giro per l’isola, che hanno reso la nostra permanenza speciale. E’ sera, li trovo ancora a contrattare in spiaggia. Instancabili. Ci vedono, Edo, Tonino, Bob, Alì, ci salutiamo, abbracci, l’emozione è forte. Mamma regala ad Alì un blocco e una penna, così impari prima a scrivere l’italiano! Ride Bob, ci ringrazia, ci vediamo presto! Sì, ci vediamo presto, è una promessa…
Torno a casa cambiata, questi sette giorni hanno modificato inevitabilmente i miei ricordi le mie esperienze le mie convinzioni. Com’è giusto che sia. Nulla è casuale, ogni particolare ha un valore, l’acqua pizzica, la magia nera, i polli da spennare! Sono consapevole che molto probabilmente non rivedrò mai più i volti che hanno accompagnato il mio soggiorno qui, so che appena ripresa la quotidianità i ricordi sbiadiranno velocemente. Ma certe emozioni, i sorrisi, l’adrenalina, quelli no, quelli resteranno indelebili nei miei ricordi. Come fotografie.
Kwaheri Zanzibar, asante sana.

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Ci sono 11 commenti su “La Perla dell’Oceano Indiano

  1. Lo chapeau te lo meriti tu….bellissimo ed intenso diario complimenti…mi hai fatto tornare in mente un diario di un viaggio fatto in Kenya nel 2005, letto sul web:o, bellissimo, ogni tanto me lo rileggo e piango sempre….a primo impatto mi sembrava la tua “mano”…….ma il mondo sarebbe troppo piccolo…

    Condivido molti dei tuoi pensieri….in particolare questo:
    “Chi dice che il paradiso deve essere fatto di comodità, agiatezza e progresso? Chi dice che il paradiso profuma di deodorante per ambienti o di Chanel numero 5? Io il mio paradiso l’ho sempre immaginato così, pieno di verità e libertà, quella verità che non nasconde le difficoltà della vita e la libertà di essere me stessa, amata o odiata per quella che sono, un posto dove il rispetto per quella terra che ti fa sopravvivere è pieno e totale. Questo è il paradiso per me”
    Parole sante le tue:)
    Grazie di aver riportato anche me ai ricordi di quel bellissimo viaggio fatto in Kenya l’anno scorso
    …paese ricco di contraddizioni…i polli da spennare..hè hè…la povertà….la miseria…gli “ovattati villaggo all inclusive”…ma alla fine qualcosa dentro ti resta…ti resta per sempre!:rose:
    Elisa

  2. ci so stata 1 mese fa a zanzibar…..ancora conn il profumo d’africa addosso mi sono trovata a legger eil tuo diario,che qualche lacrima me l’ha strappata.scrivo sempre i miei diari,ma questa volta no riesco ad ordinare le idee,le sensazioni,i ricordi.tu hai scritto di zanzibar con il cuore e con gli occhi di chi ama viaggiare per conoscere e non per trovare servizi a 5 stelle.bravissima!

  3. Silvietta grazie… pensa, sono stata a Zanzibar a marzo, il diario è nato solo poche settimane fa… è stato difficile riordinare le idee, focalizzare le sensazioni e le emozioni. Amo viaggiare, conoscere persone, poter ricordare sorrisi ed emozioni. E l’Africa è difficile… E unica. Grazie.

  4. ciao , ho letto tutto in un fiato il diario …… molto molto sentito!!!!
    stavo pensando anche io di visitare zanzibar devo dire che adesso non posso fare a meno di andarci .. Grazie per le tue impressioni

  5. piccoloprincipe wrote:
    ciao , ho letto tutto in un fiato il diario …… molto molto sentito!!!! stavo pensando anche io di visitare zanzibar devo dire che adesso non posso fare a meno di andarci .. Grazie per le tue impressioni

    Grazie piccoloprincipe. Zanzibar ti resterà nel cuore, ne sono certa. Jambo!

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