USA 2004: I parchi dell’ovest e Isole Cayman

Diario di viaggio USA 2004:I parchi dell’ovest & Isole Cayman

18 agosto: siamo partiti da Milano Malpensa alla volta di Las Vegas, con scalo a Londra e Miami. Il viaggio è stato molto lungo, ci abbiamo impiegato quasi 24 ore per raggiungere Las Vegas, colpa degli scali, ma per spendere poco in aereo questo ed altro. Arrivati a Las Vegas siamo andati a ritirare la macchina alla Dollar dove avevamo prenotato una 4×4 su internet. Presa l’auto ci dirigiamo di corsa in hotel, visto che eravamo stanchissimi. Pernottamento al Quality Inn Key Largo Casino per soli 35$ a camera.
19 agosto: alle 6.00 siamo già in piedi pronti per partire per la nostra avventura, ma prima è d’obbligo fare una squisita colazione. Decidiamo di andare in uno dei tanti buffet che ci sono in città e precisamente al Sahara Hotel. Dopo un’ottima abbuffata partiamo alla volta della Death Valley, a 200 km da Las Vegas. Peccato che arrivati in prossimità della Valle abbiamo trovato le strade sbarrate e abbiamo scoperto, increduli, che la Death Valley era stata chiusa per alluvione! Depressi e sconsolati torniamo a Las Vegas dopo aver percorso 400 km per niente e andiamo in un centro commerciale aspettando la serata per girare gli alberghi e i casinò più famosi. Per la cena decidiamo di andare a mangiare al buffet del Paris, che era indicato sulla guida (Lonely Planet) come uno dei migliori. Peccato che non eravamo i soli a saperlo, visto la coda che c’era! Affamati andiamo al vicino Bally’s dove troviamo un discreto buffet di pesce e carne. Dopo cena abbiamo fatto un giro sulla Streep, la strada centrale della città con tutti gli alberghi più famosi cominciando col Bellagio, il Paris, il Caesar Palace, il Venice… e altri. Purtroppo il fuso ci colpisce inavvertitamente e andiamo a dormire prima della mezzanotte senza neanche giocare un centesimo al casinò.
20 agosto: siamo tornati a fare colazione al Sahara e finalmente abbiamo giocato un po’ alle slot machine prima di partire alla volta dello Utah: destinazione Zion Park. Come entriamo in Arizona cominciamo ad avere un assaggio dei panorami, davvero eccezionali. Arrivati al parco facciamo il National Parks Pass per soli 50$ a macchina che permette di entrare in tutti i parchi nazionali degli Stati Uniti per un anno. Arriviamo in auto fin dove possiamo, poi prendiamo una navetta che ci porta ai vari punti di vista. Scendiamo e facciamo un’escursione a piedi tra le alte rocce rosse che ci circondavano e gli scoiattoli che elemosinavano da mangiare. Rimaniamo nel parco diverse ore poi ritorniamo alla macchina, visto che in giornata volevamo visitare anche il Bryce Canyon… poveri illusi! Ci dirigiamo verso l’altro parco sperando di arrivare per il tramonto, ma un grosso temporale ci assale e rimandiamo la visita al giorno dopo. Andiamo a dormire a Panguitch (Utah) al Blue Pine Motel, un posto dove in inverno gli americani vanno a sciare, siamo oltre i 2000 metri, e dove d’estate si trova qualche motel aperto. Spendiamo circa 50$ a camera. A cena andiamo in un localino vicino al motel dove servivano bistecche e facevano musica dal vivo.
21 agosto: facciamo la colazione in camera con quello che avevamo comprato al supermercato la sera prima e andiamo fuori solo a prendere un caffé. Meno male che il brutto tempo era passato, anche se faceva ancora un po’ freddino. Arrivati al Bryce Canyon ci troviamo davanti un panorama senza precedenti: un vasto canyon colmo di guglie di roccia rossa che si stagliavano verso l’alto. Ci fermiamo in tutti i vari visit point e facciamo un’escursione a piedi in uno in particolare: un giro circolare portava in fondo al canyon, passando attraverso uno stretto passaggio fra le rocce rosse, chiamato Wall Street. Credo che sia, tra tutti i parchi che abbiamo visitato, il più spettacolare.
Partiamo quindi alla volta dell’Arizona, direzione Page, nei pressi del Lake Powell, alla fine del Grand Canyon. Lungo la strada abbiamo fatto una piccola deviazione per visitare una Ghost Town che era indicata in cartina, dove hanno girato diversi film western. Prendiamo una strada sterrata, che sembrava non finire mai, ma arrivati ci si presenta un altro spettacolo naturale: la città era coatituita solo da due casette in legno, ma il panorama circostante era formato da montagne striate di tutti i colori, dal rosso al viola, dal rosa all’arancione. Piccoli canyon affiancavano la strada e ogni tanto emergevano strane formazioni rocciose. Sembrava veramente di essere dentro un film. Entusiasti del fuori programma arriviamo a Page dove troviamo un motel a 40$ circa a camera, proprio in centro. Prima però ci fermiamo a visitare la grande diga che forma il Lake Powell. La sera andiamo a mangiarci una pizza e poi a dormire.
Da specificare: l’Arizona, pur appartenendo allo stesso fuso orario dello Utah, non ha l’ora legale, quindi d’estate è un’ora indietro rispetto agli altri stati; però nelle riserve indiane Navaho è rispettata l’ora legale, quindi un’ora avanti… un vero casino! Praticamente abbiamo girato per due giorni con l’orologio avanti di un’ora senza saperlo e ci alzavamo alle 5.00 del mattino credendo fossero le 6.00.
22 agosto: solita colazione in camera da supermercato, sosta per un caffè e via verso il Grand Canyon, parte North Rim. Lungo il tragitto percorriamo una magnifica valle, circondata da montagne di rocce rosse e affiancati sempre dal Grand Canyon che ancora piccolo diventava man mano più grande. In prossimità del parco abbiamo attraversato un vasta foresta di pini, e prati verdi, con tanto di cerbiatti che attraversano la strada, una vista che certo non mi aspettavo al Grand Canyon. Ma sapevo che il North Rim era diverso dalla zona sud più visitata e anche più verde. Arriviamo sull’orlo del canyon e una vista mozzafiato ci appare davanti. Per quanto uno se l’aspetti il Grand Canyon è sempre più grande di come uno se lo può immaginare dalle foto. Inoltre la parte nord è più alta della sud, quindi ancora più spettacolare. Anche qui facciamo il nostro giro all’interno del parco con l’auto fermandoci in tutti i punti di vista per osservare il panorama, ogni volta sempre più grandioso.
Tornando a Page, dove abbiamo dormito un’altra notte, ci siamo fermati su un ponte indiano sul Grand Canyon e più avanti su un’ansa, sempre del canyon, chiamata Horseshoe Bend, una delle cose più belle che io abbia mai visto: un’ansa a forma di ferro di cavallo col fiume Colorado verde che scorre all’interno di pareti scoscese di roccia rossa.
La sera cena in un ristorante messicano a Page, dove abbiamo mangiato da favola.
23 agosto: colazione alle 5.00 del mattino, prepariamo le valigie e aspettiamo che aprano i negozi: mi sono resa conto dopo 5 giorni che le cose da vedere erano di più di quelle che ci aspettavamo e quindi era d’obbligo acquistare un’altra scheda di memoria per la mia macchina digitale. Prossima sosta Antilope Canyon, nella riserva indiana, appena fuori Page. Ci siamo prenotati per il tour con la guida indiana in prossimità del canyon stesso, ma visto che era ancora troppo presto abbiamo fatto un giro al Lake Powell. Siamo quindi tornati all’appuntamento dove ci hanno fatto salire su dei pick up sgangherati e ci hanno portati al canyon attraversando un asciutto e impolverato letto di un fiume. L’Antelope Canyon è famoso per i giochi di luce che si creano al suo interno in determinate ore della giornata, quando il sole penetra dall’alto. L’orario migliore va dalle 11.00 a mezzogiorno, quando il sole è a picco, ma per problemi di tempo abbiamo optato per l’ora precedente; ci siamo poi resi conto che abbiamo fatto bene, visto la quantità di gente che ci ha poi raggiunto nell’ora successiva. Il canyon è davvero spettacolare; si attraversa a piedi e ogni angolo è buono da fotografare, una meta da non perdere assolutamente, soprattutto per gli amanti della fotografia.
Siamo quindi ripartiti alla volta dello Utah, attraversando la Monument Valley. Devo ammettere che la valle è più bella vista in foto che dal vivo e un po’ delusi siamo andati a visitare un’altra valle poco lontana, la Valley of God. Qui abbiamo trovato un paesaggio incantato, soprattutto perché c’eravamo solo noi. Abbiamo quindi proseguito per Monticello dove ci siamo fermati a dormire. Cena a base di carne di bisonte e a letto presto, il giorno dopo sarebbe stato abbastanza pieno, visto che dovevamo visitare due parchi.
24 agosto: prima tappa Canyonland. Dal nome sembrava un parco giochi americano, ma in realtà è un parco bellissimo dove la terra mantiene l’aspetto che aveva milioni di anni fa. Ci sono dei bei percorsi in fuoristrada da fare; noi ne abbiamo fatto uno che ci ha portato vicino all’altro parco: Arches National Park. Abbiamo percorso una strada sterrata che dopo il primo tratto tranquillo si è presentata in forte pendenza, con burroni di fianco; è stato divertente, anche se con un po’ di paura in certi tratti e alla fine del percorso ci siamo ritrovati su una strada che affiancava da un lato il fiume Colorado e dall’altro alte rocce con i Petroglifici delle antiche tribù indiane. Siamo quindi arrivati ad Arches, il parco con il più alto numero di archi di pietra naturali. Anche questo parco si percorre in auto, ma ci sono anche delle belle escursioni a piedi, per andare e vedere gli archi più nascosti. Anche questo parco è molto spettacolare.
Anche se un po’ stanchi abbiamo deciso di fare la tirata fino a Cortez, in Colorado, dove il giorno dopo avremmo visitato Mesa Verde.
25 agosto: Mesa Verde è un parco archeologico, dove si può vedere la storia dei nativi indiani, con i loro villaggi scavati incredibilmente nella roccia. Anche qui abbiamo alternato escursioni a piedi con tragitti in auto; quindi siamo ripartiti alla volta dell’Arizona, per concludere il nostro giro. Nel pomeriggio siamo arrivato al Canyon de Chelly, nella riserva indiana Navaho, paesaggio spettacolare con le antiche abitazioni indiane scavate nella roccia. L’unico problema è trovare da dormire nei dintorni, visto che solo un paese possiede due hotel e anche abbastanza cari. Abbiamo quindi deciso di arrivare fino ad Holbrook dove c’erano maggiori possibilità di trovare da dormire.
26 agosto: la prima tappa della giornata è la Foresta Pietrificata. All’interno del parco, in paesaggio che sembra lunare, emergono dal terreno fossili di alberi di milioni di anni le cui fibre vegetali sono state sostituite dalla pietra; sono riconoscibili tutte le caratteristiche degli alberi, persino i nodi dei tronchi, ma coi colori della roccia. Ma oltre agli alberi pietrificati all’interno del parco troviamo anche altre zone suggestive come Blue Mesa, con colline striate che vanno dal bianco al blu al nero al viola e il Painted Desert, un vero quadro naturale.
Riprendiamo la macchina e dopo una breve sosta al Meteor Crater, dove non siamo entrati per mancanza di tempo, abbiamo deciso di arrivare fino al Grand Canyon, nella parte South Rim, la più famosa e visitata. Dopo parecchi km che non sembravano finire mai arriviamo al Grand Canyon e subito ci siamo pentiti dell’idea, soprattutto dopo aver visto la parte nord. C’era parecchia gente e sembrava di essere a Disneyland; solo auto, pulmann e parcheggi e per vedere una vista discreta del canyon ci siamo dovuti allontanare di diversi km dai più frequentati visit point. Per chi è indeciso se visitare il Grand Canyon tra nord e sud, consigliamo sicuramente la parte nord, molto più bella e suggestiva, anche se le classiche immagini dei film sono quelle del South Rim. Dopo la delusione andiamo a Flagstaff, dove avremmo dormito la notte, dopo aver mangiato una pizza in camera.
27 agosto: cominciamo ad essere un po’ stanchi e decidiamo di prendercela un po’ con calma. La tappa successiva e Phoenix e visto che la distanza non è tanta facciamo una piccola sosta a Pedona, città della New Age. E’ veramente carina, incastonata tra montagne di rocce rosse, e appena arrivati si capisce che la gente del posto non è del tutto ordinaria coi loro vortici cosmici. Facciamo una passeggiata tra i negozi, tutti di souvenirs, indiani e new age. Ripartiamo e arriviamo nel primo pomeriggio a Phoenix. La città è molto carina, con ville bellissime in mezzo a campi da golf, un po’ diversa dalla solita metropoli americana, a parte la downtown. Ci fermiamo a dormire a Scottatale, un quartiere residenziale un po’ fuori dal centro; il caldo è devastante e soffocante, più di 40°, quindi l’unica cosa da fare finché c’è sole è buttarsi in piscina dove finalmente, dopo parecchi giorni faticosi ci rilassiamo un po’. La sera, quando il caldo diventa un po’ più sopportabile siamo andati a fare un giro in centro, anche se dopo la chiusura degli uffici è praticamente vuoto. Ci fermiamo a mangiare messicano, un giretto a piedi e poi a dormire.
28 agosto: i panorami sono ormai cambiati, sempre meno canyon e più deserti e finalmente lungo la strada per Tucson appaiono i saguari, cactus alti più di 6 metri. Prima di fermarci in città facciamo una sosta al Saguaro National Park per vedere tutte le varietà di cactus della zona; purtroppo non è il periodo giusto per la fioritura e ci fermiamo solo per qualche foto, anche per evitare qualche spiacevole incontro con qualche serpente a sonaglio, che lì si trovavano di casa. Decidiamo allora di andare al Sonora Desert Zoo per ammirare gli animali tipici del deserto dell’Arizona. Quindi siamo andati a Tucson, dove non faceva meno caldo di Phoenix e quindi abbiamo passato un altro pomeriggio in piscina, prima di andare in centro a mangiare.
29 agosto: è il nostro ultimo giorno; dobbiamo tornare a Phoenix da dove saremmo partiti con l’aereo, ma prima di tornare abbiamo fatto una sosta a Biosphera 2 appena fuori Tucson. Qui, in un’enorme serra hanno ricreato gli ecosistemi della terra e fatto in passato degli esperimenti isolando un gruppo di persone all’interno per un paio d’anni. La visita è interessante anche se non è possibile visitare ogni parte dell’impianto. Torniamo quindi a Phoenix dove in serata abbiamo lasciato la macchina.
30 agosto: sveglia alle 3.00 di notte e di corsa in aeroporto dove ci aspetta l’aereo per le Isole Cayman…. Finalmente cinque giorni di mare e relax. Almeno così pensavamo.
La giornata comincia subito male: l’aereo che dovevamo prendere per Dallas (primo scalo) era in forte ritardo per problemi tecnici. Ci hanno fatto aspettare più di un’ora sull’aereo per dirci che poi non sarebbe partito per avaria. Ci fanno scendere e prendere un altro aereo che partiva subito dopo. Arriviamo a Dallas in ritardo, ma quando pensavamo di aver ormai perso l’aereo per Miami (secondo scalo), ci vengono a prendere direttamente sull’aereo per portarci all’altro che era in partenza. E noi pensiamo: oggi siamo proprio fortunati! Saliamo in aereo, tutti contenti, anche se aveva un po’ di ritardo. L’aereo parte, si porta verso la pista e poi si ferma… di nuovo…Altri problemi tecnici, altro ritardo di un’ora e mezza, col comandante che ormai non sapeva più cosa dirci. Affranti aspettiamo legati come salami, finchè arriva la notizia che i problemi sono stati risolti, finalmente partiamo! Arriviamo a Miami con forte ritardo, ma confidando nella nostra fortuna ci dirigiamo verso l’altro aereo che doveva portarci a Grand Cayman. Confidavamo male! L’aereo era già partito e purtroppo non c’era più posto negli aerei successivi, se non fino al giorno dopo. Meno male che la compagnia aerea ci mette a disposizione vitto e alloggio e ci porta, ormai delusi e affranti in un hotel di Miami, oltretutto lontano dal centro. Ci consoliamo con la cena offerta in hotel e andiamo a dormire, visto che lì in zona non c’era niente da fare.
31 agosto: al mattino arriviamo in aeroporto dove finalmente riusciamo ad imbarcarci sull’aereo per Grand Cayman, dove arriviamo dopo un breve giro di un’ora e mezzo. Una piccola band attende i visitatori in arrivo all’aereoporto di Gorgetown, suonando musica caraibica e subito entriamo in atmosfera, anche perché la giornata era bellissima. Prendiamo un taxi e andiamo al nostro B&B prenotato dall’Italia via Internet, dove ci aspetta il nostro piccolo appartamento. Noleggiamo una scassatissima macchina e via alla spiaggia. Arriviamo a Seven Miles Beach, la spiaggia più lunga dell’isola, forse anche l’unica, sabbia bianca, acqua cristallina e calda e pochissimi turisti. Ci buttiamo subito in acqua e ne usciamo solo qualche ora dopo. Finalmente un po’ di relax. Prima di tornare a cambiarci per la cena facciamo una sosta al supermercato per la colazione del giorno dopo. Andiamo a mangiare in città, ma subito ci accorgiamo che i prezzi sono alle stelle. Del resto cosa dovevamo immaginarlo alle Isole Cayman. Ci fermiamo quindi a mangiare all’Hard Rock Cafè poi una passeggiatina in centro. Come già c’era successo alle Isole Vergini, Georgetown, oltre che sulle banche, vive sui turisti da crociera, quindi, dopo le cinque del pomeriggio, quando le navi ripartono, non c’è più nessuno in giro. I negozi sono chiusi e i locali pochi. Decidiamo allora di andare a dormire.
1-2 settembre: altra giornata splendida. Facciamo una bella colazione, visto che avevamo una cucina attrezzata, quindi partiamo alla scoperta dell’isola e delle altre spiagge. Non c’è nessun pericolo di perdersi, visto che di strade ce n’è solo una che fa il giro dell’isola. Purtroppo di spiagge neanche l’ombra, tanti punti per le immersioni, ma di sabbia poca. Torniamo allora alla spiaggia del giorno prima, che comunque era bellissima. Prima ci fermiamo in città per fare un giro per negozi, tutti duty free, visto che erano aperti. Facciamo zigzag tra i turisti scesi dalle navi, che affollano i negozi e comprano qualsiasi cosa. Scopriamo poi che a parte qualche souvenir, non potevamo acquistare nulla, perché non eravamo in transito con le navi, ma stabili sull’isola. Delusi ancora una volta decidiamo di sfruttare fino in fondo l’unica cosa che offre l’isola e cioè il bellissimo mare. Andiamo in spiaggia e rimaniamo in acqua fino a sera. Prima di tornare a casa ci fermiamo al supermercato per la cena dove prendiamo del bellissimo pesce spada da fare ai ferri.
Il giorno dopo stessa cosa, mare, relax e pesce.

3 settembre: ci alziamo con calma al mattino e mentre ci prepariamo per andare in spiaggia ascoltiamo come sempre le previsioni del tempo. Del resto è settembre e siamo ai carabi… Doveva essere il nostro ultimo giorno alle Cayman, il giorno dopo saremmo partiti per Miami e quindi per l’Italia. Ma la notizia al telegiornale ci arriva come una mannaia. Un grosso uragano era previsto in arrivo a Miami proprio il giorno della nostra partenza. Preoccupati per la situazione andiamo in aeroporto per capire cosa stava succedendo e lì ci dicono che sicuramente i nostri voli sarebbero stati cancellati. Riusciamo ad avere il numero verde della British Airlines, la nostra compagnia per il ritorno in Italia. Ci confermano che i nostri voli sono stati cancellati e che da Miami non c’era più posto per tornare in Italia fino al 9 di settembre. Visto che dovevamo andare a lavorare e che erano in arrivo altri uragani, uno sarebbe passato qualche giorno dopo proprio sulle Isole Cayman, abbiamo chiesto altre soluzioni. Fortunatamente c’era posto su un aereo che in serata sarebbe partito direttamente da Grand Cayman per Londra. Pur rinunciando a un giorno abbiamo deciso di partire. Torniamo di corsa in appartamento, facciamo le valige e prendiamo l’aereo sconsolati, anche se poi la British non ci ha fatto spendere un euro in più. Fortunatamente l’aereo doveva fare scalo alle Bahamas per caricare altra gente, visto che dalle Cayman eravamo in pochissimi; ma le isole in quel momento erano proprio sotto l’uragano. Quindi abbiamo fatto scalo a Bermuda, dove non è salito nessuno e ci siamo fatti un’intercontinentale da favola, visto che l’aereo era vuoto e ognuno aveva a disposizione tre sedili a testa dove poter dormire. Siamo arrivati a Londra il giorno dopo e aspettato l’aereo per Milano fino a sera, dove siamo arrivati stanche e distrutti. Ma a parte gli ultimi giorni, il viaggio è stato davvero spettacolare.

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Ci sono 1 commenti su “USA 2004: I parchi dell’ovest e Isole Cayman

  1. nonostante tutto mi pare che alla fine sia andato più che bene…. dovrei andare a grand cayman e mi piacerebbe avere qualche info in più. se non sono troppo di disturbo potresti contattarmi in pvt? grazie mille

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