Usa Marzo 2011 – Here We Comes!

Un sogno che si avvera.. un viaggio bellissimo, incredibile… quasi indescrivibile. Ma naturalmente ci proviamo! Dopo tanti dubbi sulla fattibilità del giro che volevamo fare (New York, San Francisco, tour dei parchi dell’ovest, Tucson, Los Angeles) nell’unico periodo a disposizione (cioè le prime tre settimane di marzo) grazie ai molti consigli dei giramondini sul forum, ci siamo decisi. Avevamo ben chiaro che, vista la quantità di cose da visitare, sarebbe stato tutto poco approfondito.. un giro di antipasti, insomma. Ma per diverso tempo a venire questo potrebbe essere l’unico viaggio in USA che riusciamo ad organizzare, quindi abbiamo preferito toglierci lo sfizio di vedere tutto quello che ci attraeva maggiormente.. a vivere davvero un posto specifico degli States ci penseremo la prossima volta. In estate sarebbe stato un viaggio diverso, forse più simile all’immaginario creato da “Alla conquista del West” con cui siamo cresciuti da piccoli, ma ci dobbiamo accontentare, ed accettare la sfida dell’incognita del meteo… attraverseremo più e più volte climi diversissimi, dalla primaera all’estate all’inverno, quindi abbiamo preparato una valigia piena di vestiti a “strati” come le cipolle. Abbiamo prenotato i voli, l’autonoleggio, l’assicurazione sanitaria, gli hotel e richiesto i passaporti ed i documenti dell’ESTA.

ITINERARIO (totale percorrenza in auto: km 4000)

02/03 – Italia – New York

03/03 – New York

04/03 – New York

05/03 – New York – San Francisco

06/03 – S. Franscisco

07/03 – S. Franscisco

08/03 – S. Franscisco – Big Sur – San Simeon

09/03 – San Simeon – Ridgecrest

10/03 – Ridgecrest – Death Valley NP – Las Vegas

11/03 – Las Vegas – Zion NP – Bryce Canyon NP

12/03 – Bryce Canyon NP – Capitol Reef NP – Torrey

13/03 – TorreyGoblin Valley SP – Arches NP – Moab

14/03 – Moab – Dead Horse Point SP – Canyonland NP – Blanding

15/03 – Blanding – Mexican Hat – Monument Valley – Page

16/03 – Page – Antelope Canyon – Grand Canyon

17/03 – Grand Canyon – Tucson

18/03 – Tucson – Sonora Museum

19/03 – Tucson – Tombstone – Joshua Tree NP – Yucca Valley

20/03 – Yucca Valley – Los Angeles

21/03 – Los Angeles

22/03 – Los Angeles

23/03 – Los Angeles – Italia

Siamo pronti!


 

2 MARZO 2011

Alle 10,30 di mattina, il fidanzato ed io partiamo da Torino Caselle con AirFrance, scalo a Parigi, coincidenza alle 13,15 per New York, dove arriviamo alle 15,30 locali. FUSO ORARIO: – 6 ORE DALL’ITALIA. Il viaggio è stato lungo, ma più confortevole di come immaginavamo.. ogni sedile aveva lo schermo con giochi, musica e film in varie lingue ed il tempo è passato abbastanza velocemente. Una volta atterrati, seguiamo le indicazioni per prendere l’Air Train direzione Jamaica Station e poi da lì prendiamo la metro per il Queens, dove abbiamo prenotato l’hotel Ramada Long Island. Si rivela un’ottima scelta: carino, pulito, economico, a 10 minuti a piedi da 2 linee metro. In 5 minuti sei a Manhattan. Siamo stanchissimi e su consiglio del concierge ordiniamo dello squisito ed abbondantissimo cibo indiano in camera. Alle 20,30 di sera eravamo già a nanna!


 

3 MARZO 2011

Alle 7 siamo svegli, partiamo con l’idea di visitare il MET (è all’altezza del lago sullo sfondo del Central Park) .. scendiamo sulla 5th Avenue, perchè ci sembrava vicino, e volevamo camminare lungo il Central Park.. ingenui!

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Quando guardo questa foto mi rendo conto di tutta la strada che abbiamo fatto.. Una 20ina di street a piedi è un massacro.. almeno, se dopo vuoi avere le forze per girare ancora in città.. soprattutto se ci sono -4 gradi e tira un vento siberiano (stile Bora a Trieste!) che ti congela anche il cervello! Felici ci rinchiudiamo al MET a visitare varie sale.. peccato che io sia venuta ansiosa di vedere i dipinti di Sargent e l’ala americana sia chiusa per restauri. Sigh. Non mangiate nella caffetteria, è una tavola fredda (nel vero senso della parola: solo insalate e panini) assolutamente scadente/pessima. Nel tardo pomeriggio ci dirigiamo al Rockfeller Center, saliamo sul tetto al Top Of The Rock e ci godiamo un tramonto incredibile..

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le mille luci di New York davvero… da innamorarsene.

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Sfiniti, ci trasciniamo in hotel, stasera ordiniamo cinese, 1 piatto a testa. Iniziamo a capire perchè si parli di obesità in USA. Le porzioni sono enormi, e di nuovo, avanziamo un sacco di roba.


 

4 MARZO 2011

Abbiamo prenotato già da casa via Internet la visita ad Ellis e Liberty Island.

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Prima di salire sulla barca, preparatevi ad una ispezione in stile aeroporto, gli Americani sono molto gentili e disponibili.. a parte gli officer o gli addetti alla security, che, ovunque, abbiamo trovato sgradevoli.. sono molto presi dal loro ruolo e piuttosto aggressivi e sgarbati. Il freddo ed il vento gelido ci perseguitano, qui, esposti al massimo, abbiamo rischiato seriamente di congelare.. ci costringevamo a togliere per un secondo le sciarpe ed i cappelli solo per una foto veloce.. ma in realtà andavamo in giro bardati così:

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Ma il sole splende e rende i colori della Statua della Libertà e della scintillante Manhattan all’orizzonte un paesaggio imperdibile. La visita al museo di Ellis Island, dove smistavano gli immigrati, con audioguida in italiano, è interessante ma dopo un po’ la trovo opprimente ed esco a prendere un po’ di aria, mentre il fidanzato segue interessatissimo fino alla fine. Nel pomeriggio andiamo a Times Square, un enorme giocattolo luccicante per spellare noi turisti, ma divertente. Camminiamo fino al Madison Square Garden, dove avevamo prenotato i biglietti per una partita di basket dei Kniks. Fantastica esperienza!

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Ci siamo divertiti da matti, abbiamo tifato e ci siamo appassionati nonostante non avessimo mai seguito questo sport (uh-uhm, a parte nella serie tv One Tree Hill).. Non aspettatevi un incontro sportivo, è molto più simile ad uno show, una festa.. la partita dura 40 minuti ma l’evento in sè dura 2 ore e mezza, in cui succede di tutto (balletti delle cheerleeder, numeri di acrobati del circo, proposte di matrimonio tra gli spettatori, inquadrature e saluti dai personaggi famosi presenti: l’attrice Jessica Biel, John Stewart dal Daily Show ecc) ci sono megaschermi che riprendono gli incitamenti del pubblico e li sottolineano con un commento musicale.. insomma, una esperienza imperdibile se siete a NY.


5 MARZO 2011

Dopo aver fatto le valige, ci spariamo 6 ore di volo (davvero lunghe a così breve distanza dall’arrivo a NY!) ed arriviamo a San Francisco in serata. Nonostante la Bart sia comodissima, abbiamo optato per un taxi, sfiniti perchè siamo riusciti a perderci un paio di volte per uscire dall’aereoporto ed arrivare al train di collegamento (lavori in corso) e a dimenticare il nostro librone degli appunti con tutte le mappe, tappe e prenotazioni sul desk dell’information point… un’ansia! Per fortuna lo abbiamo ritrovato sano e salvo L’hotel che abbiamo scelto, lo Stratford (grazie Molokai!), è comodissimo per la posizione, proprio su Powell Str., dove passano bus e cable car.

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Davvero molto pittoreschi questi tram con gli interni in legno dei primi del ’900 e dove ti puoi attaccare alla sbarra esterna e guardarti la città, l’alternarsi delle sue collinette e degli scorci panoramici che intravedi! Costano un po’ di più, ma fare un giro ne vale sicuramente la pena! La tariffa dell’hotel per una doppia è 70 $ a notte, abbastanza confortevole e pulito. C’è il wi-fi, ma a pagamento, quindi noi ci siamo fiondati nello Starbucks dall’altra parte della strada, quando volevamo videochiamare su skype. Quella sera, a pochi metri dal nostro hotel, mangiamo salmone e bistecca alla griglia in un localino chiamato Tad’s Steak, più una tavola calda che altro, ma abbastanza buono, tranquillo ed economico.


 

6 MARZO 2011

Il tempo è piovoso e grigio, ma almeno ci sono una decina di gradi, molto confortevoli. Ci dirigiamo con i bus nella parte alta della città, per vedere Alamo Square ed il quartiere di epoca vittoriana salvato da un incendio ad inizio secolo.. un posto incantevole, dove passeggiamo circondati dai colori vividi di cancelli e case. Andiamo a zonzo in questa domenica sonnolenta, con pochissime persone in giro, e ci fermiamo ad ascoltare un coro gospel che proviene da una chiesa dall’altra parte della strada.. la curiosità di entrare c’è, ma non ci è sembrato giusto intrufolarci, così ci godiamo in silenzio l’inatteso spettacolo.

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Da qui prendiamo un bus per il Marina District, verso un monumento che ho sempre desiderato vedere.. Il Palace of Fine Arts, costruito per una esibizione internazionale ai primi del 900, con uno stile molto classicheggiante, quindi per noi molto familiare. Ora vi tengono concerti estivi ed eventi. E’ incatevole, silenzioso, ed enorme, anche se può non sembrare! Le grida dei gabbiani e i richiami delle paperelle che ci sono nel laghetto completano un delizioso momento di pace.

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Ci dirigiamo verso il centro, attraverso un bel quartiere residenziale, fatto di casette con tratti spagnoleggianti ed il porto proprio davanti, dove gli abitanti corrono con i cani al guinzaglio.. noi intanto prendiamo il bus verso il Golden Gate.

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Il tempo è rimasto grigio e piovoso a tratti, con banchi di nebbia che calano o si alzano sul profilo della città molto repentinamente, ma ha donato un bellissimo mood malinconico alle nostre foto! Ci è piaciuto molto e decidiamo di prenderci una Caesar Salad da mangiare lì nel parco, godendoci la vista, mentre i commessi ridacchiano fra loro delle nostre difficoltà con l’insalata. Un consiglio: non è come quella del MCDonald’s che si scuote. C’è il condimento solo sopra, per cui rassegnatevi a mangiucchiare foglie scondite fino a che ci sarà abbastanza spazio per condirla meglio. Sul finire del pomeriggio abbiamo prenotato la visita serale ad Alcatraz, così riprendiamo il bus verso il Pier 33 dove ci aspetta l’Alcatraz Cruises: fila interminabile per i controlli (peggio che in aeroporto la security!) ma perfettamente organizzati. La guida parla inglese ma cerco di capire e tradurre qualcosa per il maritino, che non sta più nella pelle dall’emozione.. Alcatraz in queste condizioni atmosferiche e di luce, è al suo meglio: inquietante e sinistra, si staglia all’orizzonte spoglia e decadente.

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La visita è davvero interessante, emozionante, l’audioguida in italiano fatta benissimo, fin troppo.. ad un certo punto non sono più riuscita a stare dentro, troppo angosciante! Mi sono seduta fuori a prendere un po’ d’aria e a guardare S. Francisco di notte, le sue luci inghiottite dalla nebbia. Torniamo verso l’hotel con il Cable Car, stanchissimi ma davvero soddisfatti. Questa sera proviamo la Cheesecake Factory situata all’ultimo piano di Macy’s (un grande store) e ce ne innamoriamo. E’ una catena di ristoranti specializzati nel famoso dessert; il posto è bellissimo, luce soffusa, un misto di marmo anni 30, pareti a mosaico e stile orientaleggiante! Menù molto esteso, e finalmente un po’ di verdura (che non sia insalata!) io mi butto su un dip di spinaci con nachos divino! il maritino su una fetta di Red Velvet Cheesecake che è più grande del piatto.. rapporto qualità prezzo buono, ma naturalmente non economico.


 

7 MARZO 2011

Stamattina non riusciamo ad alzarci, troppo stanchi, dormiamo fino a tardi e con un pallido sole che fa capolino fra le nubi usciamo diretti a Lombard Street. Carino, ma non ci ha colpito tantissimo. E’ solo una strada molto scoscesa dove hanno costruito tornanti per aiutare il transito delle auto. Intanto ci guardiamo in giro alla ricerca del navigatore, che ci servirà domani e lo troviamo in un qualsiasi mart (si risparmia più a comprarlo che a noleggiarlo, se affittate l’auto per 2 settimane come noi!) Il sole tiene, ma c’è un vento gelido (naturalmente nulla confronto al gelo newyorkese!) che ci fa sospirare qualcosa di caldo al Fisherman’s Wharf.. peccato che i bus ed i cable non stiano passando per chissà quale problema, per cui dopo un’ora di attesa ci incamminiamo verso la zona moli.. che scarpinata! Mooltoooo commerciale, pieno di negozietti che vendono gadget e stupidaggini varie.. carini invece i leoni di mare che dormono sulle banchine.. ma state sopravento se non volete essere investiti da zaffate di odori poco piacevoli

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Proviamo la zuppa di granchio chiamata Clam Chowder, che ti servono in una pagnotta scoperchiata, davvero deliziosa e delicata.


 

8 MARZO 2011 – S. Francisco/San Simeon – 338 km
Ci alziamo sul presto per sbrigare le formalità del noleggio auto. Prenotato con Enoleggio, ci affidano ad una agenzia della Dollar proprio dietro l’hotel, in O’Farrell Str, comodissimo! Ci trasciniamo le valige fino lì e piuttosto tesi scendiamo ai garage per partire. All’inizio il cambio automatico ed il traffico di San Francisco mi fanno sudare freddo, ma una volta presa la mano è un paradiso!!! E’ facile ed intuitivo, rilassante, fai molta meno fatica che con le nostre marce, soprattutto nel traffico! Scorriamo velocemente verso il Big Sur, con una breve tappa a Carmel per pappare e guardare i surfisti che intrepidi affrontano le onde nonostante il freddo. Carmel è una cittadina deliziosa, di casette e villette, negozietti chic e botteghe di artisti, abitata principalmente da pensionati, dove Clint Eastwood ha fatto il sindaco tempo fa.
Percorriamo veloci la Highway 1, che costeggia tutta la costa e rientra per poche miglia fra i boschi. Siamo stati incredibilmente fortunati, c’è una magnifica giornata di sole e tutto splende, il mare, la costa, le colline verdi, i boschi. Un panorama mozzafiato, che consigliamo a tutti.

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Vedrete l’ingresso a pagamento per il “Pfeiffer Big Sur State Park”, ma, se come noi, non avete tempo di visitarlo, non temete; la famosa cascata è visibile più avanti, in uno dei vari spiazzi panoramici, c’è un incantevole affaccio in mezzo ai pini ben segnalato.

L’istinto ti dice di fermarti ogni nuovo scorcio, tanto il paesaggio è suggestivo. Se poi vi sparate “Freeway” dei Beehive mentre spingete l’acceleratore con i capelli al vento, vi sentirete anche voi in un cartone animato. Meraviglia! Ci fermiamo a goderci un tramonto bellissimo, rosa e lilla, con la bruma che sale dal mare e trasforma tutto in un paesaggio da fiaba.

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Arriviamo in ritardo di quasi un’ora sulla tabella di marcia al nostro Motel 6 di San Simeon, dove ce la caviamo con 44 $ per un doppio queen bed.. certo il buio pesto e la nebbiolina non hanno aiutato, ma siamo contenti e pronti per la pappa.. sono a malapena le 20, ma scopriamo che i pochi diner della zona sono già chiusi a quest’ora e ci accontentiamo di qualche snack dei distributori automatici. Sigh!
L’hotel non è male, la stanza molto spaziosa e bagno decoroso, ma le coperte logore, di quella lana spessa e pungente, rigidissime tipo cartone proprio no. Sconsigliato, a meno che non siate davvero elastici sul comfort.


9 MARZO 2011 – San Simeon/Ridgecrest – 392 km
Di buon mattino attraversiamo la statale e scendiamo alla spiaggia a fare una passeggiata, davvero una bella atmosfera.

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Ci dirigiamo verso Hearst Castle, la magione del magnate della radio e della stampa anni ’20, un trionfo di edifici in stili diversissimi, come questa ricostruzione di una cattedrale spagnola, e poi copie di opere d’arte sparse per tutta la tenuta, piscine, resti dello zoo che all’epoca dei divi del muto intratteneva gli ospiti, insomma.. un insieme bello e pacchiano.

Ne vale la pena già solo per vedere la piscina interna, interamente mosaicata blu e dorata.

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Senza parlare della vista strepitosa sulle dolci collinette che declinano fino alla costa.

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E’ tempo di partire per una delle tappe noiosette del viaggio, in serata arriveremo a Ridgecrest, nessuna visita in programma.
In realtà è un altro pezzo interessantissimo di panorami: scendiamo fino a Cambria poi tagliamo verso l’interno dirigendoci verso Paso Robles, si susseguono dolci collinette verdi che ci fanno pensare all’Irlanda, tenute agricole e vinicole, mucche al pascolo e prati fioriti.

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Man mano scendiamo verso la pianura, avvicinandoci a Bakersfield è un susseguirsi di filari interminabili di mandorli in fiore da un lato e dall’altro pozzi petroliferi. Vederli all’opera è davvero brutto, sembrano violentino la terra, il paesaggio è squallido e desolato. Le poche cittadine si diradano e gli orizzonti si allargano. Siamo in paesaggio più brullo di prima, ci sono delle alture ricoperte di pale eoliche e qualche raro treno merci che va nella nostra direzione. Senza quasi accorgerci, intorno a noi il paesaggio è diventato desertico, piatto, fatto di cespugli erbosi con alberi di yucca spinosi che spuntano quà e là. Arriviamo nella zona di China Lake con la luce dorata del tramonto che inonda la prateria. Abbiamo guidato quasi tutto il giorno, eppure la stanchezza è leggera, stiamo vedendo troppe meraviglie per essere affaticati.

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Dormiamo nuovamente al Motel 6, coperte migliori del precedente, bagno carino e pulito, dove paghiamo 43 $ per un doppio queen bed. Lì intorno è pieno di locali fast food, scegliamo John’s pizza, dove capiamo che non è possibile sia solo una coincidenza ricorrente.. in America proprio non esiste la pizza al prosciutto. Ne prendo una olive e funghi, davvero enorme, servita a quadrotti come da noi le pizze al taglio.. il fidanzato sceglie una lasagna.. il ragù è fatto col curry, quindi diciamo che sapeva di tutto meno che di lasagne, ma non era male. Conto conveniente.


10 MARZO 2011 – Ridgecrest/Death Valley/Las Vegas – 500 km circa
Oggi si parte per la Death Valley e si dorme a Las Vegas. Uscendo da Ridgecrest verso le 9, si attraversa il paesaggio desertico fino a Trona, un paesino minerario che sa di periferia abbandonata, roulotte che cadono a pezzi, cimiteri di camion, bar e gas station con porte e finestre di legno sprangate.. quando penso ad “un posto dimenticato da Dio” a me viene sempre in mente Trona! Dopo c’è solo il deserto, la strada asfaltata più rossa che abbia mai visto, una serie infinita di pali della luce ed arbusti, e l’orizzonte che ti viene incontro sempre più sconfinato.. sullo sfondo montagne e cielo blu.

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E tanto caldo. Nonostante sia marzo, ringraziamo di aver portato la crema solare, ci sono 35 gradi ed il sole picchia. E’ primavera e quel poco di acqua che deve essere caduta, è bastata a far fiorire dei bellissimi fiorellini nella vallata.

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A mezzogiorno circa siamo a Stovepipe Wells, l’ingresso sud del parco (consiglio vivamente di fermarsi a parlare con i ranger, che gentilmente ti danno una cartina dettagliata della zona e procurarsi dell’acqua, se già non l’avevate con voi!). Guardiamo velocemente i view point: Mesquite Flat Dunes, una zona di dune sabbiose dove fare belle foto, Devils Golf Course, una specie di spiazzo di terra nel bel mezzo di un’area completamente ricoperta di minerali solidificati che spuntano dal terreno, Badwater Basin, un’area di un bianco abbacinante, che sembra neve ed invece è sale, dove c’è il punto più basso del continente americano sul livello del mare – 86 metri ). Ci soffermiamo maggiormente nelle incredibili vallate colorate dell’Artist Palette e allo Zabriskie Point con le sue conformazioni particolari, erose dall’acqua.

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Un paesaggio meraviglioso, incantatore, sconfinato, stupefacente.. sei completamente in contatto con la natura. Nonostante il timore di viaggiare in questa landa desolata da soli fuori stagione, mai, neanche una volta ci siamo sentiti in pericolo. Ogni tanto qualcuno passa, incroci un veicolo che procede in senso opposto, arrivi in un view point e ci sono altri turisti. Non abbiate timore. Certo è straordinario lasciare l’auto in mezzo alla strada (su un rettilineo naturalmente!) e farsi fotografare con la lingua di asfalto che si allunga dietro di voi per chilometri e nessuno in arrivo!

Siamo stanchissimi e si sono fatte le 16, non abbiamo più tempo di fare altri view point, quindi ci dirigiamo verso Las Vegas, attraversando il confine con il Nevada ed il paesaggio cambia ancora.. non è più desertico, solo.. desolato. Piuttosto squallido, sigh. Attraversiamo qualche paesino con una concentrazione di ATM e casino e videopoker incredibile.. ma si sa, siamo nel regno del gambling.
Per le 19 siamo a Las Vegas, ci trasciniamo al nostro hotel, lo Stratospere, che consigliamo vivamente a tutti. Camera bellissima ed enorme, letto superking size e strip view ad un prezzo ridicolo 45$ a notte (naturalmente abbiamo prenotato per un giorno infrasettimanale e con i deal di LasVegas.com).

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Nonostante avessimo sentito di un decadimento nella qualità, decidiamo di cenare al Buffet del Bellagio, formula “All you can eat” a 35$ a testa. Si rivelerà una delle più buone cene del viaggio. C’è QUALSIASI cosa vi venga in mente. La sala è organizzata benissimo, con varie isole dedicate ai primi, alle carni, agli antipasti, ai dolci, alla frutta fresca, ecc, mi sono ingolfata di spinaci al burro, zucchini e carne di kobe alla griglia… mamma mia che sapore squisito! I dolci erano superlativi. Il maritino si è fatto fuori 3 piatti di tortelli al pesto.. la mancanza di casa
Per digerire una salutare passeggiata sulla strip, incantevoli i giochi di acqua del Bellagio, di fuoco dei vulcani davanti al Mirage, la riproduzione della torre Eiffel, ed in generale le luci, l’atmosfera ed i colori della città..

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che abbiamo poi ammirato dal 112 piano del nostro hotel.. una vista imperdibile, si ha l’impressione di essere su una navicella spaziale..

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Non riusciamo neanche più a trascinarci, quindi a malincuore la chiudiamo qui ed andiamo a nanna.. con senno di poi, Las Vegas merita due notti. Anche solo per riprendersi dalla Death Valley! Non amando la pacchianeria, lo shopping nè il gioco, avevamo deciso che una notte era sufficiente, ma in effetti Las Vegas è come un grande giocattolo per adulti, un immenso luna park.. vale la pena di lasciarsi travolgere un po’ :)


11 MARZO 20122 – Las Vegas/Zion NP/Bryce Canyon – 400 km circa
Ci alziamo piuttosto intontiti e facciamo colazione con calma, ci fermiamo a giocare 10 $ alle slot machine, giusto per dire che ci abbiamo provato, poi si parte per Bryce Canyon. Guido io e mi immetto nel traffico di Las Vegas, contenta di cavarmela in una selva di 4 o 5 corsie, quando mi si para davanti un cubo bianco, penso distrattamente sia un cartone, mentre David urla “è un frigo! è un frigo ti rendi conto????” .. la buona stella ci assiste e non c’è nessuno nella corsia a sinistra, con una manovra veloce lo schivio e ci chiediamo quelli dietro di noi come se la saranno cavata!! Ci aspetta una bella tirata, attraversiamo nuovamente vari paesaggi, per lo più desertici, poi si inizia a salire, siamo in Utah. Il paesaggio è molto verde di alberi e si vedono già le montagne con una colorazione rossastra tipiche della regione.
Ci fermiamo a mangiare un boccone al Subway di Hurricane, facciamo due chiacchiere con una coppia giovanissima con pupo al seguito che ci da consigli sugli hike dello Zion Park, ma purtroppo noi non ne faremo, siamo solo di passaggio in zona.
Ci sono paesini sonnacchiosi, campeggi, fortini in legno usati come gift shop, fattorie e recinti con cavalli che pascolano tranquilli nell’erba.
Nel tardo pomeriggio attraversiamo lo Zion, una bellezza indescrivibile, il colore particolare fa risaltare i tratti boschivi, e la neve, che in alcuni tratti si sta sciogliendo, crea delle cascatelle che cadono dalle rocce rossastre.

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Mentre usciamo dal parco, sul ciglio della strada c’è un branco di piccoli Bambiiii che pascola beato, si girano a malapena a guardarci mentre commossi scendiamo con delicatezza dall’auto per guardarli e fotografarli, tenendo la distanza per non spaventarli.

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Si sale ancora, viaggiamo su strade solitarie, pulitissime nonostante intorno sia tutto innevato, ci fermiamo a fare benzina e prendiamo da bere in un posticino pieno di teste di cervo appese alla parete.. :( E’ già buio quando raggiungiamo il nostro motel, gestito da una simpatica famigliola mormone, certo guardando il loro figlioletto che giocava al pc tutto solo, ci siamo chiesti come deve essere vivere così isolati.. noi siamo figli della città, sicuro. E’ il Bryce Canyon Pines (per niente economico rispetto alla media USA, ma siamo piuttosto fuorimano e si paga sempre di più, come nel Grand Canyon d’altronde), per 61$ dormiamo al caldo in una stanza semplice, ma pulita, grande e confortevole. Wifi gratis. Ci consigliano il loro ristorante poco distante, davvero carino, intimo, c’eravamo solo noi turisti, gli altri erano avventori locali e ci squadravano con curiosità. Divertente.. ti senti un po’ come il cowboy nuovo in città che entra nel saloon e tutti smettono di parlare.. :) Sulle pareti c’è raccontata la romantica storia d’amore dei bisnonni con lettere e fotografie, davvero carino da vedere. Cibo non male, verdure di contorno alla bistecca un po’ fredde, ma la torta con il gelato era deliziosa. Sfiniti, andiamo a dormire subito. Non vediamo l’ora di alzarci e vedere Bryce.


12 MARZO 2011 – Bryce Canyon NP/Torrey – 215 km
Siamo fortunati, oggi è una bellissima giornata di sole e nonostante il freddo si può girare tranquillamente. Ci dirigiamo al parco, e dopo aver preso le mappe al visitor center, dove i ranger ci hanno sconsigliato i trail perchè sarebbe stato scivoloso e a rischio frane, ci dirigiamo verso i view point. Siamo ricompensati da viste magnifiche. Leggiamo dai depliant che secondo la mitologia Paiute indiana, agli abitanti della zona non piacevano i coyote, così questo animale magico si vendica pietrificandoli tutti in hoodos (e forse è da qui che viene la credenza nella religione voodoo che la forma dei pinnacoli porta sfortuna).

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Decidiamo almeno di farci la passeggiata da Sunset a Sunrise Point, circa 1 km e mezzo, che sembra una stupidaggine, ma devi
sperare di trovare sotto di te il sentiero più in piano possibile e non uscirne mai, o come me, sprofondi nella neve fino alle cosce.
Invece David se la ride dei miei sforzi sovrumani per uscire dall’impasse più di una volta. Certo, quando sei alto più di 1,90 la neve fresca ti fa un baffo. Ci fermiamo a mangiare i nostri panini sulle panchine del point, ci godiamo il silenzio assoluto, l’infinito orizzonte che si estende davanti a noi, il contrasto dei colori della neve, degli hodoos e degli alberi verdi. Il momento magico viene interrotto da una banda di ragazzi in ciabatte da mare!!! senza calze!! che si diverte a scivolare lungo il sentiero innevato che scende verso il Navajo Trail.. ci aspettiamo la tragedia da un momento all’altro, ma evidentemente sono molto più ginnici di noi e se la cavano alla grande. Noi preferiamo tornare indietro e cambiarci i jeans  le scarpe da ginnastica pieni di neve ed avvicinarci a Torrey, meta della serata.

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Ci dirigiamo verso la scenic byway che consigliamo a tutti, uno dei pezzi più belli del viaggio. Dalle montagne di Bryce si scende verso degli altipiani dove la neve è per lo più già sciolta, si incontra ogni tanto una fattoria, molto più spesso mucche e cavalli che vagano liberi. Una cosa comodissima degli USA è che, come si vede nella prossima foto, loro non fanno tortuosissime strade come noi, che seguono le curve delle montagne, spesso tolgono loro un pezzo e ci si passa attraverso, con sommo compiacimento del mio stomaco, che non ha sofferto di nausea neanche una volta in questo lungo viaggio!

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Si susseguono paesaggi stupefacenti, rocce stratificate, colorate dal bianco al rosa all’arancione punteggiate di alberi verdissimi.. fa di nuovo caldo. Togli il giaccone e stai in maglione.

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Ora la strada riprende a salire, ci sono curve e neve e boschi di betulle bianche tutto intorno, un freddo glaciale. Rimetti il giaccone.

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Ormai è quasi sera, scendiamo dalle montagne e ci avviciniamo nuovamente agli altipiani, ricompaiono i campi, le fattorie di mormoni, gli animali, fa caldo. Il paesaggio cambia ancora colore, tutto è rosso intenso. Togli il giaccone.

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Finalmente siamo a Torrey, ci godiamo un tramonto strepitoso ai piedi del Capitol Reef NP, guardiamo il panorama da Gooseneck Point fino a quando il sole non va giù ed il cielo è un trionfo di lilla e rosa.. ma il vento gelido ha la meglio su di noi. Rimettiamo il giaccone :)

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Cerchiamo lungo la strada principale di Torrey (una 20ina di edifici in croce) il nostro Days Inn, che con 58 $ ci da il solito doppio queen bed. C’è anche la piscina, ma è occupata da una coppietta che amoreggia.. non ci sentiamo di interromperli, e decidiamo di fare subito cena, sapendo che qui chiudono presto. Sono le 19,30 e l’unico locale tipo fast food sta già pulendo i pavimenti, si rifiuta persino di venderci un panino freddo.. really?? Ma a che ora mangiano questi?? Tornando al motel chiediamo consiglio al manager. Ci dice titubante che c’è un locale più avanti il Patio, ma è un “fancy dinner”, dove si fa “una vera cena” non una tavola calda.. va bene qualsiasi cosa, i soldi sono l’ultimo problema, la pancia vuota protesta. Troviamo il posto e una volta entrati.. scoppiamo a ridere! Alla faccia del ristorante di lusso.. E’ un buco con pochissimi tavolini, interamente di legno, come un nostro pub, ne più nè meno! E’ strapieno perchè c’è un ragazzo con la chitarra e fisarmonica che stasera suona, è un po’ l’eroe del locale, c’è gente che si è fatta 50 km per venirlo a sentire.. gli offrono la birra, lui sembra molto timido e le signore che tifano per lui e fanno anche gli urletti di compiacimento quando termina di cantare, lo fanno arrossire.. non so descrivere il genere, ma non sembrava contry.. forse folk? il modo di cantare mi ricordava di più Bob Dylan anni 60, quella voce un po’ da topo.. e quei “lalala-lalala” molto di gola.. bah! Cmq è stata una serata davvero piacevole, in cui ci siamo immersi nel folklore lacale.
Le cameriere, Patty e Trina, sono davvero particolari.. quella che ci ha servito gira sui pattini a rotelle, ha un’aria sfatta alla Patti Smith ed i capelli rossi raccolti in due codini. Svampita è dire poco, ma è gentilissima. La pizza ordinata non era male, più alta delle nostre, come al solito. Gelato monoporzione Ben&Jerry. Conto economico/normale.


13 MARZO 2011 – Torrey/Goblin Valley SP/Moab – 288 km
Al mattino colazione veloce e poco soddisfacente al Days Inn, facciamo benzina e siamo subito in marcia. Non abbiamo tempo di scoprire il Capitol Reef NP, ci accontentiamo dell’assaggino di ieri e procediamo.. appena fuori Torrey il paesaggio bucolico di Fruita ci incanta. Ci sono dei resti delle fattorie dei primi del 900 immerse nei frutteti.. peccato sia primavera e non ci siano ancora i frutti, perchè sono accessibili ai visitatori. Mentre deviamo per visitare questo splendido posto, ci accorgiamo che la strada è chiusa per rifacimento del manto stradale. Sigh. Ci accontentiamo di qualche foto. Inoltre, ci sarebbero da visitare anche i petroglifi della zona, lungo il fiume. Da tornare assolutamente.

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Qui inizia il territorio più sconfinato e solitario che abbiamo toccato nel nostro viaggio.. purtroppo avevo una macchina foto compatta e non avevo il cavalletto, quindi questa panoramica del lato sinistro della strada, in cui ho appiccicato insieme 4 scatti, è proprio poca cosa, ma è per darvi una idea di cosa voglia dire guidare per ore ed ore senza incrociare nessuno, lo sguardo che spazia l’orizzonte, l’infinito a perdita d’occhio.. noi che siamo abituati a vedere case, costruzioni, recinti, strade ovunque.. anche quando ti allontani dalla città è praticamente impossibile avere un colpo d’occhio del genere.. questa è la caratteristica principale per noi degli USA.. gli spazi aperti, ti viene voglia di respirare.

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Ci inoltriamo nuovamente in una zona desertica. Prateria e caldo, siamo sui 30 gradi. Ed ecco il Goblin State Park. Davvero carino, ci siamo divertiti come bambini a scalare questi funghetti di roccia friabile, nasconderci e farci foto stupide. Qui incontriamo qualche famiglia americana (sempre giovanissimi, sempre con almeno 2/3 bambini e qualche cane) che si fa la gitarella domenicale, gioca a football e con gli animali. Pappiamo i nostri panini nell’area attrezzata, da cui si gode la vista della valle sottostante.

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Mentre usciamo dal parco, ci fermiamo strabiliati lungo a strada ad osservare questi strani animali che mangiano placidi. Scopriremo essere delle antilocapre, gli animali più veloci al mondo dopo i ghepardi; sono splendidi, si lasciano guardare e non scappano neanche quando ci avviciniamo a fare foto.

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Ripartiamo per Moab un po’ sonnolenti, il deserto è liscio e monotono davanti a noi. Ogni tanto superiamo un camion, via via la strada si fa più trafficata ed arriviamo a Moab. Ci dirigiamo subito al nostro motel, l’Inca Inn che per 43 $ ci offre una stanza modesta, pulita, con una doccia che sognamo da tempo. Ci rechiamo all’Arches Park, sebbene la stanchezza del tour inizi a farsi pesantemente sentire.. ci guardiamo sconsolati negli occhi, vorremmo solo andare a dormire per una settimana di fila.. ma non si possono sprecare certe occasioni, così scegliamo di fare i trail più facili e meno stancanti.. ed il resto amen, sarà per la prossima volta.

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Dal sentierino dietro il parcheggio guardiamo in lontananza il simbolo dello Utah (che usano anche sulle targhe automobilistiche) il Delicate Arch

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poi giriamo Park Avenue, Balanced Rock, la Fiery Furnace ed al tramonto siamo al piccolo trail del Private Arch..

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ora fa freschino e mentre torniamo verso il parcheggio incontriamo un gruppetto di cervi.. non smettiamo mai di stupirci ed emozionarci per questi incontri con la vita selvatica. Per fortuna ci limitiamo a quelli e i leoni di montagna non si vedono. La sera mangiamo discretamente alla Fiesta Mexicana.. tutto il resto.. non pervenuto, a nanna subito.


14 MARZO 2011 – Moab/Dead Horse Point/Canyonlands/Blanding – 280 km
Oggi siamo talmente stanchi che ci sveglia il telefono a mezzogiorno, il manager ci chiede di lasciare la stanza che siamo in ritardo di un’ora sul check out.. ops! Ci trasciniamo in auto, ma siamo molto rintronati.. e con nessuna voglia di correre.. decidiamo di glissare un po’ sul nostro itinerario, voglio fare vedere a David un hotel che ho sognato a lungo mentre preparavo il viaggio, ma che è davvero troppo caro per le nostre tasche.. il Red Cliff Lodge.. è situato in una ansa sul fiume Colorado, una serie di cabinet con vista sulle cliffs.. sospiriamo.. ehh prima o poi ci torneremo..

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La Big Bend Ricreation Area è davvero carina, intorno ci sono fattorie e vigne, un angolo di relax incantevole. Esserci presi questo piccolo stacco mentale ci è servito.. partiamo per il Dead Horse Point SP, uno sperone di roccia a picco sul canyon, dove si racconta che nell’800 ci fossero stati portati dei cavalli selvaggi che però sono morti di sete sotto il sole a picco (probabilmente dimenticati durante una scaramuccia con gli indiani). E’ un posto incredibile! Ci godiamo le montagne innevate sullo sfondo, le vallate di red cliffs, le anse del fiume Colorado.. un incanto.

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Incontriamo una comitiva di liceali giapponesi che veramente!! ridono, fanno V di vittoria con la mano in ogni foto, ed eccitatissime, si vogliono fare una foto con noi a tutti i costi.. perchè? Perchè siamo italiani… AH.. questo spiega tutto.. :)
Divertiti, proseguiamo verso il Canyonland NP. Il parco è immenso, circa 1365 km quadrati, e suddiviso in 3 aree. Immaginatevi un triangolo con la punta verso il basso, dato dalla confluenza di due fiumi: da ovest il Green River e da est il Colorado. Ci sono the Maze, ad ovest, e The Needles, accessibile dal paese di Monticello, a sud est.
Come la maggior parte dei turisti, noi visiteremo solo la zona nord, chiamata Island in The SKy, che è accessibile da Moab.. per arrivare al Grand View Point ci mettiamo quasi un’ora e 1/2 (passaggio al Dead Horse compreso).
La nostra guida descrive questo parco come un labirinto di canyon, altopiani, fenditure e faglie, disseminati di speroni rocciosi, monoliti, archi e caverne e percorso solo da mezza dozzina di strade cieche. Se si vuole visitare con calma, ci vorrebbe almeno una settimana di campeggio libero (ed il permesso del Parco).. noi ci accontentiamo del solito assaggino.. lasciamo l’auto e ci dirigiamo verso il Mesa Arch, facille trail che conduce ad uno spettacolare arco a picco sul vuoto, sotto la vallata del canyon e sullo sfondo le montagne con la neve.. spettacolo!

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Durante il percorso ci imbattiamo in una apprendista ranger 15enne dai capelli rossi, sosia di Pippi Calzelunghe. Ci accompagna praticamente per tutto il trail, e David che già ride da solo non può fare a meno di dirglielo, io preferirei evitare, metti che si offende?! Ma lei è curiosa, così traduco e scopriamo che anche da loro esiste Pippi Longstocking.. ha capito l’allusione, e ce la ridiamo tutti come matti.. ci racconta che ama la vita all’aria aperta e questo sarebbe il suo lavoro ideale, che spera la tengano finito lo stage. Le auguriamo in bocca al lupo e torniamo all’auto per dirigerci verso il Great Point View. Sotto di noi si apre una mesa scavata dai profondissimi canyon creati dai due fiumi. Un paesaggio selvaggio, lunare e primitivo.

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Torniamo indietro e stavolta prendiamo a sinistra, vogliamo ancora vedere la guglia chiamata Candlestick: con una piccola passeggiata dal bordo strada, si raggiunge la fine del cliffs e si ha un’ottima panoramica della zona.

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Proseguendo arriviamo all’Upheaval Dome, ci facciamo il trail verso questa formazione circolare, sulla quale gli esperti non hanno ancora deciso l’origine: potrebbe essere un cratere di un meteorite o l’evaporazione di un lago salato. Qualunque cosa sia, non ci appassiona molto, così torniamo verso la macchina. Ci taglia la strada un coyote, che rimane incuriosito a guardarci, mentre noi, tentando di soffocare gli urletti di gioia, fotografiamo a manetta.

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Ci aspettano circa 120 km fino a Blanding, ma tardi per tardi, decidiamo di fare pappa lì, almeno guideremo con la pancia piena. Il Sunset Grill si rivela piuttosto caro rispetto a ciò che offre (bistecca piuttosto dura). Sulla strada incontriamo traffico, enormi truck con enormi fari che ci abbagliano, e in queste strade sali e scendi completamente buie e prive di illuminazione, non è piacevole. Non ci piace guidare con il buio, dopo S. Simeon questa è una ulteriore conferma. Dopo un’ora e mezza siamo al motel Super8, ce la caviamo con 58 $, stanza tranquilla, grande e buona colazione, ma ci rimane in mano l’appendiasciugamano e si intasa il water.. not our finest moment!


15 MARZO 2011 – Blanding/Mexican Hat/Monument Valley/Page – 316 km
Un’altra bellissima giornata di sole. Sulla strada incrociamo vari camioncini di indiani navajo, la riserva della Momunment Valley è infatti loro. Facciamo ciao ciao a Mexican Hat dalla strada, è una formazione rocciosa che ricorda un sombrero, carina ma niente di che, tiriamo dirtti verso la riserva e per mezzogiorno siamo lì. Poco prima, dalla Highway 163 c’è un colpo d’occhio stupendo, visto in decine di film.

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Cerchiamo al visitor center qualcuno che faccia le escursioni a cavallo, ma è tutto chiuso e non c’è in giro quasi nessuno. Saranno in pausa pranzo? Dispiaciuti perchè volevamo fare una visita guidata o almeno un giro a cavallo, torniamo al parcheggio e vediamo un chioschetto gestito dagli indiani, che per la modica!!! cifra di 75 $ a testa ti portano in giro per un’ora e mezza. Jo, l’aspetto di un biker con tanto di baffo e bandana rossa, sale in auto con noi e ci porta al suo appezzamento di terreno, dove si trovano i cavalli. Lo sterrato è talmente brutto che abbiamo temuto per la coppa dell’olio più di una volta. E qui nasce una frase cult del nostro viaggio: “RENTAL CARE… DOESN’T CARE!” (naturalmente avevamo l’assicurazione roadsafe).
Lasciata l’auto, camminiamo un bel po’ per questa strada sterrata, mentre Jo ci racconta che questo terreno è suo e l’ha comprato con altri pellerossa. Ci fa vedere dove ha messo le fondamenta per la casa che vuole costruire e ci racconta che il problema di tanti villaggi Navajo è la mancanza di acqua in casa ed i km che devono fare per procurarsela. Dice che lui fa questo lavoro di “organizzatore di gite a cavallo” per 6 mesi all’anno, mentre gli altri 6 mesi fa il muratore in una città vicina. Il suo inglese imperfetto per noi è molto più comprensibile di quello di tanti americani.
Arriviamo ad un recinto, dove ci sono 7 o 8 cavalli e dopo che lui ed un collega preparano i cavalli, finalmente possiamo partire. Anche se sono passati diversi anni, io ho cavalcato più volte all’americana nei boschi della mia zona, ma David non ha mai provato. Lui ci rassicura che basta fare ciò che dice e seguirlo e andrà tutto bene. Ci incamminiamo su una piccola mesa e sbuchiamo dietro i “mittens” le spettacolari guglie a forma di manopole.. il paesaggio è bellissimo, ci sentiamo dentro ad un film di Ford, ma.. la passeggiata si rivela ben più avventurosa di quanto ci aspettavamo.. non c’è un sentiero che il cavallo possa seguire, è tutto un camminare sul crinale della mesa, scendere dalla mesa, risalire su un altra mesa, con la sabbia che frana sotto gli zoccoli dei cavalli e gigantesche pietre da evitare.. più volte ho avuto paura che il cavallo si spezzasse una zampa e di finire per terra con lui. Tanto per farvi capire dove cavalcavamo..

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Mi sono tranquillizzata pensando che fanno questo lavoro tutti i giorni, e sapranno bene la strada. David ha un cavallo molto placido, che, probabilmente sentendo che non sa portarlo, spesso e volentieri si ferma a brucare l’erbetta. Jo gli propone di scambiare l’animale e così lo vediamo correre in avanti, ben più sveglio. David sembra divertirsi, ma ben presto è tutto un coro di parolacce perchè il cavallo sta indietro e poi per raggiungere noi galoppa e lui cerca di frenarlo con le redini ma lui si irrita e si imbizzarisce e cerca di sbalzarlo dalla sella più di una volta.. momenti di terrore! Ho sinceramente paura per lui, ma Jo è serafico e cmq stiamo già tornando indietro.. quando scendiamo sono tutta anchilosata, un male alle ginocchia ed alle caviglie per aver tenuto così forte la posizione a cavallo.. ma siamo vivi e vegeti,  e dopo questa esperienza.. “tutto il resto è noia”!!!

L’adrenalina se ne va e siamo stanchissimi.. il sole picchia e ci attende il giro della valley in auto. Nonostante siano stradine sterrate con varie buche, con un po’ di attenzione in due ore la giriamo, e scopriamo che i tour a cavallo sono fatti direttamente qui!!! Strade di battuto, pianeggianti e fattibili anche dai bambini.. Quindi consiglio: non fate come noi, informatevi esplicitamente su dove vi porteranno! Certo, abbiamo visto da vicino le mesas, cosa che non si riesce a fare sulla strada normale, ma la cavalcata nei terreni Navajo la consiglierei solo a qualcuno molto sicuro con i cavalli, di sicuro non ad un principiante.

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Sul finire della giornata il cielo si vela un po’, ma il panorama è da cartolina ugualmente.. peccato davvero non potersi fermare a guardare il tramonto arrossare le cliffs, dobbiamo proseguire per Page, dove dormiremo stanotte. Dopo diversi chilometri in solitudine, la strada si fa più trafficata. Stiamo scendendo verso la “civiltà” e si vede. Si intravede in lontananza il Lake Powell, tutto vira sul viola azzurro ed è notte. Un altro gran tramonto. Mangiamo con molta soddisfazione da Bonkers, locale semplice e carino, con un’ottima Caesar Salad al carrello ed un dip di carciofi e pane all’aglio. Squisito ed economico! Il motel 8 di Page ci costa 42 $ ed è abbastanza carino. Almeno qui evitiamo di fare danni :)


16 MARZO 2011 – Page/Grand Canyon NP – 221 km
Stamattina partecipiamo alla visita di Antelope Canyon, un piccolissimo canyon, largo appena qualche metro, scavato dall’acqua i cui colori cambiano a seconda dei raggi del sole che penetrano dalle fenditure in alto. Amazing! Ci portano in zona su dei super fuoristrada, le ruote mi arrivano quasi alla vita, ci si arrampica su e via, a tutta forza dentro una valle sabbiosa, lasciando infinite scie dietro di sè.. bello eh, ma è meglio portarsi una sciarpa per coprirsi il viso, perchè ti riempi di sabbia rossa ovunque!!! Peccato il sole è pallido e ci sono tante nubi, quindi anche nelle ore centrali della giornata, quelle perfette perchè il sole cade perpendicolare sul canyon, e crea questi giochi di luce bellissimi, i colori risaltano poco, sigh.

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La nostra guida, in realtà non lo è affatto, si limita ad aiutarci ad avere le migliori inquadrature possibili, quindi letteralmente ti prende per le braccia e ti sposta lui dove ritiene meglio.. c’è una signora americana che evidentemente è soddisfatta del trattamento perchè gli sta sempre appiccicata e ulula “Oh my God” e “that’s amazing” e “thank you” a ripetizione con vari urletti di godimento.. nel gruppetto ci scambiamo qualche occhiata e si ride sotto i baffi..

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in alcuni punti lancia un po’ di sabbia sulle pareti del canyon e ci permette di fare dei bellissimi scatti..

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Finalmente è uscito un pochino di sole, un raggio si affaccia sulle pareti e cade sulla sabbia..

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Al ritorno a Page mangiamo un boccone da Pizza Hut, non male e porzioni enormi per il prezzo che hanno. David si lancia su un gelato artigianale, e rimane piuttosto soddisfatto, ma non c’è paragone con i nostri.. e la panna?? Una schifezza immonda, sa di chimico.. ecco pensate di mangiare panna fresca e trovarvi in bocca il Dolceneve della PaneAngeli.. buono eh però la panna proprio è un’altra cosa!!
Siamo di nuovo in auto per arrivare al Grand Canyon, sulla strada ci fermiamo ad un point, c’è una marea di gente.. beh sì c’è gente, comunque, rispetto a quello visto finora!

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Il problema è il vento, fa un freddo gelido ed il vento soffia ed ulula fra gli alberi. Ci rimettiamo subito in auto per arrivare al Bright Angel Lodge e fare qualche foto prima che tramonti il sole, poichè si affaccia proprio sul rim (la fenditura del canyon).

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Ben presto ci chiudiamo in camera. Mangiamo qualche provvista che avevamo dietro, non abbiamo voglia di spendere soldi al ristorante dove dicono che si mangia pure male. La stanza è una cabinet con solo il lavandino ed il wc. Vorremmo tanto farci una doccia perchè abbiamo i capelli, gli occhi ed il naso ancora pieni di sabbia rossa, ma non ci sentiamo di usare la doccia in comune. Ci guardiamo “Sciarada” sul nostro pc e scivoliamo nel sonno.. più scomodo di tutto il viaggio. Chi ha detto che si dorme tranquillamente in due in un letto ad una piazza e mezza (130 cm)  forse intendeva se i due si abbracciano ammonticchiati nella stessa posizione a cucchiaio tutta la notte.. per chi come noi dorme occupando spazio o si gira nel letto e cambia spesso posizione.. sarà una tortura.


17  MARZO 2011 – Grand Canyon/Tucson – 523 km
Alle 5 e mezza decidiamo che ne abbiamo abbastanza e tanto vale andarsi a godere l’alba sul canyon. Prendiamo il primo bus per Hermit’s Rest, dopo 15 minuti al freddo ed al gelo, in cui ci chiediamo come resistere alla bora che ci ricorda tristemente quella di New York. Non sappiamo quanti gradi ci siano, ma sono sicuramente vicini allo zero. Non capiamo esattamente il meccanismo del bus (eravamo noi e l’autista non esattamente esauriente) ma abbiamo avuto l’impressione che non aspettasse alle fermate, quindi se scendevo a fare una foto avremmo dovuto aspettare il prossimo bus.. fra mezz’ora.. saremmo morti assiderati. Ci accucciamo vicino al finestrino e l’alba la guardiamo da qui. Scendiamo a Hermits Rest e facciamo una passeggiatina per tenere il calore corporeo.
Il Grand Canyon per ora sembra bellissimo ed ostile :) Si allarga e si allunga fino all’orizzonte, è imponente e increspato. La luce buca il cielo grigio, e l’oscurità si ritira come un manto, con fasci di luce rosa che si fanno strada a poco a poco.

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E’ uno spettacolo difficile da descrivere. E’ una gola profonda un km e mezzo, è un abisso inconcepibile di una larghezza che varia dai 6,5 ai 29 km, una distesa interminabile di forme e colori sconcertanti, di abbacinante bagliore desertico e ombre impenetrabili, nudi speroni di roccia e pinnacoli di arenaria. Quasi tutti i visitatori vi accedono dal South Rim (orlo meridionale) dove ci sono strutture e hotel (anche il nostro).
Sul pulmino del ritorno, l’autista donna è decisamente più cordiale.. la sentiamo raccontare ad un passeggero che guidando per queste strade è possibile incrociare delle linci e che alcuni anni fa, per un certo periodo, aveva avvistato al bordo della strada una famiglia di caproni. Mentre torniamo al Village Center, visitiamo una particolarissima casetta costruita completamente in legno, senza fondamenta, quindi appoggiata sul suolo, a picco sull’orlo del Grand Canyon! che è stata trasformata da poco in un museo. Hanno vissuto qui una famiglia di coloni per 60 anni tra la fine dell’1800 e l’inizio del 1900… c’è anche un gift shop e varie fotografie dell’epoca. La cosa più interessante è lo strapiombo ed il vuoto sotto di sè quando si esce sulle scalette per tornare sul sentiero.

Visto che ci aspetta una tirata di 500 km fino a Tucson, alle 9 siamo già per strada. La strada è scorrevole, si scende da una zona montagnosa verso la pianura, che ben presto diventa sterpaglia e zona desertica. Fa caldo. Passiamo Phoenix e grazie alla circonvallazione ce la caviamo in fretta. Certo ci sentiamo di puntualizzare che è una strada trafficatissima e molto pericolosa per il livello di concentrazione che richiede. Ci sono una marea di enormi truck che si spostano di corsia e cercano di sorpassarsi l’un l’altro. Ci fermiamo a mangiare un hamburgher di angus da MCDonalds davvero buono! Approfittiamo del wifi per salutare i genitori in ansia per il rischio nucleare post tsunami in Giappone. Qui in effetti se ne parla poco e mai con allarme. Ci mettiamo circa 6 ore per arrivare a Tucson, andiamo a rinfrescarci al Red Roof Inn.

Ceniamo al Red Lobster, una catena di ristoranti specializzati in crostacei. Prendiamo un’aragosta grigliata e servita già pulita con un intingolo di burro fuso, aglio e prezzemolo; spiedini di gamberetti e linguine all’alfredo con aragosta, gamberetti e sugo di pomodoro. Tutto strepitoso, anzi divino e per meno di 60 $ in due. Perchè non c’è anche in Italia??
Tornando in motel inizio a sentirmi strana, ho caldo e mi prude la faccia.. tempo di guardarmi allo specchio e realizzo che sono allergica ai crostacei, allora è definitivo.. mi era già successo una volta tempo prima, ma pensavo fosse un caso. Mai avuto problemi in vita mia, proprio ora devo diventare allergica!? Sigh.. per di più ad una cosa che mi piace tanto :( Per fortuna non mi prende la gola, vado a dormire con 2 compresse di Fenistil e mi giro un po’ con la febbre che poi passa durante la nottata.


18 MARZO 2011 – Tucson
Stamattina sveglia presto, ma dopo la doppia dose di antistaminico non riesco a tenere gli occhi aperti.. mi sono molleeee non riesco ad alzare un braccio per vestirmi, figurarsi a guidare… David si puppa l’ora e mezza di strada verso il confine messicano mentre io dormo appoggiata al finestrino.
Meta delle giornata è Tombstone, la cittadina divenuta famosa nel 1881 grazie alla leggendaria sparatoria dell’OK Corral. Il 26 ottobre di quell’anno, alle 14.30 del pomeriggio vennero sparati 30 colpi di pistola in soli 30 secondi tra 2 fazioni di uomini: da un parte lo sceriffo Wyatt Earp, con i suoi 2 fratelli e il medico locale Doc Hollyday, dall’altra i fratelli Clanton, 2 ladri di bestiame, e 3 loro complici. Le vittime furono tutte fra i malviventi, e da allora è ricordato come un evento storico nella mitologia del Far West, ha ispirato ben 16 film (tra cui “Sfida all’O.K. Corral” e “Tombstone”).
Arriviamo a Tombstone e ci dirigiamo nella parte centrale della cittadina e per magia ci ritroviamo proprio nel 1880.. Sì perché in questa zona tutto è stato ricostruito come allora: la strada non è asfaltata ma in terra battuta e tutte le case, i negozi e i saloon sono interamente di legno.. è bella ma fa anche molto parco giochi… Ci sono tutto il giorno degli attori vestiti da cowboy che girano per le strade a piedi, in sella a dei cavalli o che guidano carrozze. Esattamente come allora e addirittura qui ogni giorno alle 14.30 viene messa in scena la mitica sparatoria.

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Andiamo un po’ in giro per negozietti a fare shopping e poi alle 12 ci mangiamo un hamburger al Big Noose Kate Saloon. Tutto il personale è rigorosamente in costume, un vero pianista-pistolero e la grande vetrata dietro il bancone. Tutto ancora arredato in perfetto stile western, sembra proprio di essere in un film. Nel bagno degli uomini al posto del water c’è una grande vasca da bagno piena di ghiaccio e un liquido disinfettante azzurro.. sopra c’è scritto: “Vi assicuriamo che questi cubetti di ghiaccio non verranno mai utilizzati nei vostri cocktail” :)

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Tornando verso Tucson ci ferma la polizia di frontiera per un controllo.. Tijuana è a 20 km da qui.. fucili in mano, cercando clandestini.. ma noi siamo solo turisti e ce la sbrighiamo in fretta. Andiamo a visitare il Desert Museum, un grande bioparco con tutte le specie di animali che vivono nell’Arizona.

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Si va dai pappagalli, ai puma, ai serpenti , agli orsi, agli scorpioni ecc.. E’ davvero interessante, ma fa davvero molto caldo e persino le bestiole si rintanano all’ombra delle rocce a cercare refrigerio.. noi ci svuotiamo inter bottiglie di acqua addosso, ma serve a poco. Alle 18 usciamo, e vogliamo ancora andare a fare un giro lì vicino al Saguaro Park, ma siamo troppo a pezzi e rinunciamo. Prima di tornare in hotel passiamo per una strada di campagna nei dintorni e facciamo tante foto ai giganteschi cactus.

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Arriviamo in hotel e sentiamo strani rumori dalla stanza di fronte a noi.. prima pensiamo che siano due amanti che si divertono, poi le urla diventano più decise, si sentono rumori e tonfi molto forti ad un certo punto sembra ci sia una motosega… allibiti ci guardiamo e cerchiamo di convincerci che è solo l’audio alto della tv, ma visto che siamo a Tucson (famoso per casi di cronaca nera e sparatorie legate al cartello della droga) la nostra immaginazione galoppa verso film come “Saw” e “Hostel”.. ma neanche questo macabro pensiero può nulla contro il nostro sonno. Dopo una doccia crolliamo, ci svegliamo dopo un paio d’ore e ci ricordiamo che qui a Tucson… c’è una Cheesecake Factory. Io mi consolo con il solito deep di carciofi e spinaci e di Raspberry Cheesecake, David si ingolfa di Outragious Cheesecake, fatta di vari strati: brownie, crema di cioccolato e cocco, cioccolato fondente duro. Per me la migliore rimane quella al tiramisù e la red velvet. Per oggi siamo a posto e andiamo a nanna. Ci volevano proprio due notti di fila nello stesso posto, dopo tanto vagare. Certo questo implica che la fine del viaggio si avvicina.. io inizio a sentire un po’ di tristezza, invece David è molto eccitato perchè fra poco si arriva a Los Angeles.. la mecca del cinema.


 

19 Marzo 2011 – Tucson – Yucca Valley

Con calma ci mettiamo in strada per un’altra tirata… sono circa 550 km fino a Yucca Valley dove dormiremo, passando per Phoenix ed il suo traffico micidiale e il Joshua Tree National Park. Perdiamo molto tempo anche a causa di qualche incidente, ma nel pomeriggio ci inoltriamo a vedere il parco che ha dato il titolo ad un bellissimo album degli U2. E’ carino, ma dopo le meraviglie che abbiamo visto negli ultimi giorni, non ci colpisce più di tanto. E’ un luogo desertico, con qualche collinetta, cactus e piante di yucca con questa forma spinosa, davvero belle a vedersi.

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Quando scende il tramonto però l’atmosfera diventa magica.

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Guidando verso il Travel Lodge ci fermiamo a fotografare le orecchie scure ed enormi della lepre californiana, che ci osserva con curiosità dai bordi dei sentieri. E’ sera ormai, e vogliamo solo una doccia e fare cena. Il motel è vecchiotto ed è l’unico che, rispetto alle fotografie date sul sito, ho trovato ingannevoli. Stanze grandi e confortevoli, ma vecchiotte e rappezzate, certo non un 4 stelle!!! Mangiamo da Pizza Hut, osservando cosa fanno per divertirsi il sabato sera i ragazzi della zona.

 


 

20 MARZO 2011 – Yucca Valley/Los Angeles – 200 km

La mattinata è fredda e ventosa, carichiamo di valige la nostra amata Focus e partiamo verso LA. Sulla strada cerchiamo disperatamente qualcosa di aperto per fare colazione, ma è domenica e sembra tutto ostinatamente chiuso. Usciamo quindi dalla highway e ci fermiamo ad una pasticceria della catena Happy Donuts, dove David si ingolfa di ciambelle con varie decorazioni, brioches e frittelle ripiene, buttando giù Sprite per digerire. Io vorrei qualcosa di meno nausante e aspetto di tornare indietro perchè ho visto un MC Donalds. Purtroppo entriamo alle 11:05 e da 5 minuti non servono più la colazione. Sigh. Decido di tenermi la fame fino a LA. Riprendiamo il viaggio e per le 13 siamo vicinissimi alla città, quando… inizia a piovere! Ma non una pioggerellina innocua di marzo, NO!! Una pioggia tipo acquazzone primaverile?? NO!! Inizia a cadere tanta di quell’acqua che farà scattare l’allarme alluvione in città!

Il traffico è impazzito, il navigatore stesso va in tilt e inizia a darci indicazioni sbagliate e ci fa perdere tantissimo tempo. Quando sono sull’orlo di una crisi isterica finalmente riusciamo ad uscire dall’highway e cerchiamo di orientarci con le cartine.. decidiamo di cercare la leggendaria scritta di Hollywood. Piove a dirotto, David vuole andare lo stesso, io aspetto in auto. Si incammina su questa strada sterrata in salita, dopo vari tornanti la pioggia diventa una specie di burrasca, gli rompe l’ombrello e scende anche la nebbia! Incazzatissimi per non aver concluso nulla, se non essere bagnati fradici, ci dirigiamo verso il nostro hotel: l’Hollywood City Inn, in pieno centro, un po’ sullo stile “casetta di Melrose Place” con tanto di piscina in mezzo. Non nuovo, ma la camera è ampia e confortevole. Ci asciughiamo e finalmente andiamo a far pappa in un ristorante peruviano lì vicino che fa un  lomo saltado divino (una specie di fajitas messicane con anche patatine fritte mischiate sulla griglia).

Troviamo una farmacia che vende anche ombrelli, ne compriamo due ed usciamo sotto il diluvio per dirigerci in centro. Parcheggiamo davanti al Kodak Theatre, il teatro dove vengono assegnati i premi Oscar. Scendiamo facciamo una foto di numero e ci rintaniamo in un negozio di souvenir, in giro non c’è quasi nessuno a causa del tempo. Ci accorgiamo che abbiamo parcheggiato dove non si può, mentre ci affrettiamo per spostare l’auto, una raffica di vento ci rompe l’ombrello e siamo di nuovo quasi fradici. Capiamo che oggi proprio non ce n’è! Non si può girare così e distrutti torniamo in hotel. Siamo a pezzi, delusi e incazzati, come se non bastasse alla tv passa una scritta rossa lampeggiante di allarme alluvione per il nostro quartiere, che sconsiglia di uscire di casa.. David è  in piena depressione, si mette a letto, dorme un po’, io cerco di navigare su Internet ma la pioggia ha fatto saltare completamente il wifi. In TV parlano solo dello scandalo di Charlie Sheen… la sua faccia, i servizi sui giornali e alla televisione, ci hanno inseguiti e perseguitati per tutto il nostro viaggio! Gli americani sembrano ossessionati dai suoi casini!

In serata andiamo al centro commerciale “The Groove” per mangiare qualcosa, quando usciamo realizziamo che piove meno… proviamo a fare un giretto sul Sunset Boulevard, da sempre famosa per i negozi di musica e per quelli di strumenti musicali, ma soprattutto per i mitici locali rock, dove suonano e hanno suonato tutti ma proprio tutti i più grandi della storia!! Facciamo per entrare al Whisky a Go Go (qui hanno suonato: i Doors, Jimi Hendrix, i  Led Zeppelin ecc…) ma il buttafuori dice che stanno chiudendo, però gli altri due sono ancora aperti… si riferiva al Rainbow (che è il locale dove hanno mosso i primi passi i Guns n’ Roses) ma noi andiamo dall’altra parte, al Viper Room!!!

Il Viper Room negli anni 90 era di proprietà di Johnny Depp, questo è stato per anni il regno dei Metallica, Poison, Motley Crue e tantissimi altri. Ma il locale è famoso anche per un altro motivo: qui nel 1993 è morto per un’overdose a soli 23 anni forse il più grande dei giovani attori hollywoodiani di quel periodo: River Phoenix!

L’ambiente è semplice e piuttosto piccolo, c’è un grande bancone del bar dall’altra parte della sala alcuni divanetti di pelle verde proprio a lato di un piccolo palco dove un gruppo sta suonando. E’ incredibile!!! Musica, luci e molta atmosfera… il morale sicuramente è tornato alla grande!

 


 

21 MARZO 2011 – Los Angeles

Ci svegliamo con un pallido sole, tanto che ieri sembra così lontano… il tempo di uscire e diluvia! Andiamo alla solita farmacia a comprare un nuovo ombrello e ormai, diventati clienti abituali, la dottoressa ci sorride in modo diverso (da clienti acquisiti: fidelity!). Nonostante l’acqua battente guidiamo verso la collina e arriviamo al famoso Osservatorio Astronomico di Griffith Park. Improvvisamente la pioggia cessa e compare il sole.

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Finalmente possiamo fare le foto alla scritta di Hollywood (anche se non si può dire che sia vicina) e alla statua in memoria di James Dean. E’ situata qui, dove è ambientata parte del mitico film “Gioventù Bruciata”. Giriamo un po’ attorno all’edificio e guardiamo il panorama di Los Angeles dall’alto.

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A mezzogiorno siamo di nuovo in centro a camminare sulla Walk of Fame: due marciapiedi che corrono lungo l’Hollywood Boulevard e su cui sono incastonate oltre 2400 stelle a cinque punte in ottone che recano i nomi di celebrità onorate per il loro contributo – diretto o indiretto – allo star system e all’industria dello spettacolo (ci sono sia star del cinema, della musica, della televisione e della radio). Le prime stelle che incrociamo sono quelle di Steve McQueen e dei Doors.

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Entriamo in tantissimi negozietti di souvenirs, dove si trova di tutto sul mondo del cinema. I divi su cui trovi più materiale sono sicuramente: James Dean, Marilyn Monroe ed Elvis Presley. Invece tra le t-shirt e le felpe stravincono quelle del più famoso gruppo rock di questa città: i Guns n’ Roses!!!

Continuiamo il nostro giro, passiamo davanti al museo delle cere, ed entriamo nel centro commerciale accanto al Kodak Theatre che è tutto decorato con sculture di elefanti e graffiti tipo epoca dei sumeri. Facciamo pranzo al “The Grill on Hollywood” cibo non male, ma non esattamente economico! Entriamo nel vero e proprio Kodak Theatre, il teatro dove, dal 2002, viene celebrata la notte degli Oscar. Il grande ingresso e la maestosa scalinata che porta alla platea sono circondati da colonne su cui sono ricordati tutti i titoli, suddivisi anno per anno, che dal 1932 ad oggi hanno vinto il Premio Oscar come miglior film.

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Dopo un mare di foto continuiamo il nostro giro e ci troviamo al Grauman’s Chinese Theatre, un vero e proprio teatro cinese costruito negli anni 20’.

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E’ famoso soprattutto perché nel piazzale davanti alla struttura sono fissati dei blocchi di cemento che recano le firme e le impronte delle mani e dei piedi di personaggi popolari del mondo dello spettacolo dal 1920 a oggi, tipo: Sylvester Stallone, George Clooney, Hugh Jackman, John Travolta, Shirley Temple, Robert Downey Jr., Christopher Walken, Clint Eastwood e l’intero cast del serial anni 60 “Star Trek”.

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Passiamo il resto del pomeriggio da Amoeba su Sunset Boulevard. Immaginate un edificio enorme, pieno soltanto di cd, dischi in vinile, dvd e Blu Ray. C’è la musica di tutto il mondo e di tutti i generi. Abbiamo trovato perfino la sezione italiana con Pausini, Ramazzotti, Zucchero, Vecchioni e Vasco. Ci sentiamo tornare negli anni 80 quando il sabato pomeriggio lo si passava così, a caccia di qualche buon vinile.

Più tardi mi fermo all’Off Broadway Shoes, un grosso outlet con vari brand famosi, e mi innamoro di un paio di sandali mozzafiato.. ho trovato le scarpe per il giorno del matrimonio! E sono superscontati, torneranno con noi in Italia per soli 21 $…follia! David gira da Borders, una grande libreria, cerca affannosamente la biografia del suo mito: Mickey Rourke (la cosa assurda è che è scritta da un giornalista italiano ma in Italia questo libro non esiste!)

Prima di tornare in hotel decidiamo di goderci il tramonto guidando fra le colline di Mulholland Drive, dove si trovano molte ville dei divi del cinema.  Stanchi morti come sempre, ci trasciniamo prima in un ristorante Thailandese e poi a nanna.

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22 MARZO 2011 – Los Angeles

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Oggi andiamo agli UNIVERSAL STUDIOS, un enorme parco divertimenti basato su film e personaggi del cinema. Da qui si possono vedere i numerosissimi studios dove vengono creati i film.

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Nonostante sia un giorno infrasettimanale di marzo, c’è coda sia per parcheggiare che per fare i biglietti.. dopo un’ora buona riusciamo ad entrare! Delle varie attrazioni proviamo:

“La casa degli orrori”, che è stata superdivertente, perchè ci aspettavamo la solita stupidaggine da fiera estiva, con i pupazzi di gomma che ti vengono incontro dal buio all’improvviso.. ed invece i mostri ti strattonavano e ti rincorrevano, interpretati da attori veri!!! Ci siamo spaventati e abbiamo urlato e poi riso come pazzi!

“Waterworld” un’arena con posti a sedere ed una vasca enorme, dove degli stuntman recitano dal vivo davanti al pubblico i 20 min. più spettacolari del film di Costner, comprese vere esplosioni, inseguimenti con moto d’acqua ecc.

“Shrek” un cinema dinamico con la poltrona che si muove in vari modi a seconda di cosa accade ai protagonisti sullo schermo. Bello soprattutto per bambini.)

“La Mummia” sono delle montagne russe indoor, quindi non vedi nulla dall’esterno e non sai come può essere il percorso. Tutto il tragitto della corsa è fatto nel buio più assoluto, una sensazione pazzesca!!! Ma la cosa davvero terribile è che al termine del giro la locomotiva ti fa rifare il percorso in retromarcia!!! Strepitoso E terrificante!!!

“Trenino degli Studios” un giro di un’ora che ti porta a visitare repliche di set da vari film (Psycho, king kong, fast and furios) e series tv (mentre passiamo stanno girando delle scene di Desperate Housewives). Su ogni vagone ci sono più televisori su cui Whoopi Goldberg, l’attrice di Sister Act, ti fa da guida. Purtroppo per motivi di tempo dobbiamo rinunciare alle attrazioni di “Jurassic Park” e “Terminator”.

E’ stata una bella esperienza, David non vorrebbe più andare via! Alla sera ceniamo in un ristorante greco dentro il Groove, c’è anche un bellissimo mercato pieno di bancarelle. Gironzoliamo un po’, cercando di non pensare che domani partiamo per tornare in Italia!


 

23 MARZO 2011

….Oggi torniamo in Italia. Siamo liberi fino alle 15 e ne approfittiamo per andare a fare un giro per Rodeo Drive, la via di “Pretty Woman”, dove ci sono i negozi più lussuosi della città e dove soprattutto dicono che sia più facile incontrare celebrità. Ma non siamo molto fortunati e non vediamo nessuno anche se la strada è davvero molto bella.

Ci indirizziamo verso Santa Monica, e andiamo a farci un giro sulla lunghissima e larghissima spiaggia, il cielo è grigio, un po’ come il nostro umore e in lontananza c’è il famoso luna park con ruota panoramica gigante, che abbiamo visto tante volte in varie serie tv. Giochiamo un po’ con le strutture sportive pubbliche che si trovano sulla spiaggia. Ovunque fanno attività fisica e sulla spiaggia (oltre ai tavolini con sopra già inchiodate le scacchiere per giocare a scacchi) ci sono tante “cose” per fare tenersi in forma: sbarre, anelli, travi, altalene, campi da beach volley… tutto gratuito e tutti che si muovono.

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Pranziamo con un tacos ad un chioschetto – pub lì vicino, dove vediamo delle ragazze in pieno Spring Break (ossia “vacanze di primavera”; in USA a marzo gli studenti universitari le hanno e di solito ne approfittano per farsi un po’ di giorni al mare… la metà preferita, per chi può, è sempre il Messico) completamente strafatte, con una di loro che urla al cellulare ad una sua amica che la sera precedente ha finito tutta la coca che aveva! Chiamiamo il gestore per ordinare qualcos’altro e lui è piuttosto perplesso… non siamo ancora sazi? uhm, che vergogna! Evidentemente questa zona è davvero molto salutista :oops:

Mi sa che è tempo di avviarci all’aeroporto! Il morale è piuttosto basso, non abbiamo voglia di tornare a casa e lasciare questo magnifico paese, ma siamo al contempo grati e felici per tutto quello che siamo riusciti a fare e per tutte le meraviglie che sono scorse davanti ai nostri occhi… il viaggio di ritorno è lunghissimo ed estenuante, ma ne valeva la pena, assolutamente. Auguriamo a tutti voi di vivere un giorno un’avventura come la nostra!!

David & Chiara

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Ci sono 6 commenti su “Usa Marzo 2011 – Here We Comes!

  1. Grazie ragazze!!! Per noi il forum ed i diari di viaggio sono stati una risorsa indispensabile, per gestire l’itinerario e suddividere le tappe in auto, per i consigli su cosa vedere e dove dormire e mangiare.. speriamo nel nostro piccolo di aiutare chi, come noi, sceglie di fare un viaggio in USA

  2. Ciao Cioccolataia! Beh naturalmente dipende dove vuoi andare.. :) in California si sta bene ed in Nevada, Arizona ed Utah fa decisamente caldo! New York decisamente no, magari siamo stati sfortunati, ma la probabilità di beccarsi freddo e neve è comunque molto alta!

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