Martinica e una breve puntata a Santa Lucia… ed è di nuovo "mal" delle Antille…

Il “mal” delle Antille, come lo chiama un’amica giramondina, mi aveva probabilmente già contagiato nell’ormai lontano 2005, quando feci il mio primo viaggio “esotico” a Guadalupa. Sarà stata quella piacevole sensazione di lasciare l’Italia nei suoi mesi più freddi per rubare un’estate in più alla vita, sarà stato il profumo dei fiori nell’aria, il colore blu cobalto del cielo, l’azzurro turchese delle acque, sarà stata la tartaruga gigante con la quale mi ritrovai a fare il bagno nella laguna di Petite Terre o sarà stato semplicemente il sapore di quei cocchi, degli ananas piccoli e dolcissimi, delle banane nane o semplicemente… di quel dolce banana e cioccolato di cui prendevo sempre tre porzioni a colazione… sarà stata una di queste cose o più probabilmente tutte insieme a richiamarmi, incessantemente, nelle Antille francesi.

Così, data doverosa precedenza al viaggio a Mauritius passato alla storia circa un anno e mezzo fa (e se leggerete quel diario capirete il perché della “doverosa” precedenza) eccomi a raccontarvi del ritorno al passato, di quel viaggio a Martinica più volte accarezzato col pensiero fin dal 2005, alla ricerca di vecchie sensazioni e nuove esperienze.

A Martinica ci sono andato – come a Mauritius – in famiglia, il che significa con due bambini piccoli che al momento del viaggio avevano 4 anni e mezzo e poco meno di 3 anni, rispettivamente. Siamo partiti dall’Italia alla volta di Parigi Orly, passata una poco piacevole (freddo, pioggia e vento) mezza giornata all’Ile-de-France, cenato e dormito nell’Ibis Hotel dell’aeroporto di Orly e quindi ripartiti, il mattino dopo, alla volta della destinazione finale, Fort de France. Il pernottamento a Parigi di una notte è purtroppo indispensabile per chi va a Caraibi partendo da Orly ma provenendo dall’Italia: non ci sono coincidenze possibili. Fortunatamente, prenotata per tempo la camera mi è costata solo 55 euro e si può tranquillamente fare. In più l’hotel è praticamente dentro l’aeroporto, comodissimo al momento di arrivare e di ripartire, e Orly è ben collegato da bus e treni alla città.

Il volo transoceanico verso Fort de France l’avevo invece prenotato con Corsair. Un’ottima scelta: l’aeromobile si è rivelato stabile e veloce, sia all’andata che al ritorno è partito puntale ed arrivato in anticipo, il cibo a bordo era buono, gli assistenti servizievoli, ai miei bambini hanno regalato di tutto: colori, una simpatica penna con un aeroplanino di peluche sulla punta, disegni da colorare, bibite e snack, perfino un orologio da polso al più grande! Una scelta felice, assolutamente!

Arrivati a destinazione, mi ha accolto quella “piacevole” sensazione di caldo opprimente e umidità che ricordavo, ma anche e soprattutto il profumo dei fiori nell’aria. Il cielo è blu cobalto, non azzurrino scolorito. Si vedono fiori tropicali ovunque, perfino nell’aeroporto. Mentre aspetto le valigie (per più tempo del lecito in verità) penso che sì, finalmente sono tornato alle Antille.

E mi chiedo anche perché non ci sia nessuno che, come a Guadalupe, mi accolga con un planteur! (cocktail locale a base di succo di frutta e rhum).

Il villaggio scelto per questa vacanza è il Pierre et Vacances a Sainte Luce, nel pieno della costa sud – quindi la costa caraibica – dell’isola. Bisogna tener presente che, di mia conoscenza almeno, ci sono a Martinica solo due villaggi accessibili ai comuni mortali: il P&V, appunto, ed il Club Med, che sarà anche bellissimo (a Guadalupe ero stato al Club Med) ma che con due bambini mi portava clamorosamente fuori budget. Quindi la scelta del P&V è stata da un certo punto di vista obbligata per me che cercavo questo tipo di sistemazione, ma intendiamoci subito: basta dare un’occhiata alle fotografie sul sito, che non mentono, per capire che si tratta di un villaggio molto ampio, spazioso, arioso, ben disposto sul mare, con una splendida piscina doppia ed annessa piscinetta per bambini piccoli, molto ben tenuto, pulitissimo e con tante piante, fiori, palme, bambù e vegetazione in generale. E’ assolutamente adatto per le famiglie, anche quelle come la mia con bambini piccoli. Si tratta però di un villaggio francese al 100%, il che significa che francesi sono praticamente tutti i suoi ospiti e il francese è l’unica lingua parlata anche da chi, alla reception, dovrebbe ben conoscere almeno un minimo di inglese. Ho sempre avuto il sospetto che i francesi su queste cose ci marcino di brutto e che più che altro spesso fingano di non capire o di non parlare. Fatto sta che in un modo o nell’altro sono sempre riuscito a farmi capire e ad ottenere tutto quello che volevo, compresa la camera vista mare che avevo fortemente chiesto dall’Italia (perchè per i trilocali non si può prenotare).

A proposito di camere, gli appartamenti (perché si tratta in definitiva di un residence, non di un albergo), bilocali per 2-3 persone o trilocali, sono disposti in una dozzina di strutture a due o tre piani, ciascuna delle quali conterrà mediamente una ventina di appartamenti. Io avevo prenotato un trilocale (indispensabile, per cinque persone…), che si è rivelato essere al secondo piano del “Saint Barth”. Tutti gli appartamenti sono dotati di terrazzino con cucinino (sì, il cucinino è fuori, sul terrazzino…) e il mio era esattamente rivolto verso il mare, con il Rocher du Diamant – un fotogenico scoglio in mezzo al mare – esattamente di fronte, il che mi ha permesso di godere, direttamente dalla camera, di splendidi tramonti e una volta anche di un bellissimo arcobaleno proprio sul Rocher. Una bellissima palma del viaggiatore, la vista degli ampi giardini del villaggio e, marginalmente, della piscina, completavano la vista che si godeva da quel fantastico terrazzino.

Io credo fermamente che una vacanza debba essere una vacanza per tutti, anche per chi come mia moglie ogni giorno in Italia è impegnata a preparare da mangiare per tutti, quindi per mia scelta ho optato per… non usare affatto l’angolo cucina e fare mezza pensione, il che si traduce in colazione e cena nell’ampio ristorante a buffet del villaggio. Se volete un giudizio personale sul ristorante posso dirvi che non si mangia male, ma neanche straordinariamente bene. Personalmente lamento una scarsa varietà (poche scelte possibili) ed una certa ripetitività dei cibi nel corso dei giorni della settimana, specie in quelli alla griglia. Inoltre non avrei disprezzato serate “a tema”, come ad esempio la “serata creola”, quella francese, quella indiana, quella italiana (che so, in fondo sempre di un villaggio francese si tratta…), anche se qualche ricetta creola c’era sempre. Ma niente di grave, in fondo. Da notare che le bibite, acqua corrente a parte, non sono incluse nella mezza pensione.

Logisticamente invece il ristorante è molto valido: ampio, aperto, ben ventilato (non si sente affatto bisogno di ventilatori a pale o peggio di aria condizionata), posizionato sul bordo piscina con vista sul mare e sul Rocher. E abbastanza grande affinché non ci sia mai ressa. Il villaggio è comunque dotato di altre due strutture dove si può mangiare: il ristorante a la carte “Mahi mahi” (che non è precisamente sul mare come pubblicizzano loro) ed una trattoria-pizzeria che prepara panini, croques monsieur, qualche piatto da asporto, pollo allo spiedo… cose del genere per chi sceglie di mangiare nel proprio appartamento. Completano il villaggio un negozietto (caro) per i beni di prima necessità, una lavanderia fai-da-te (nel senso che ci sono le lavatrici a gettone ed un tavolo col ferro da stiro…), due bar (quello in piscina andrebbe attrezzato meglio), un gabbiotto per le escursioni ed un altro per noleggiare una macchina, appartenente al circuito Jumbo Car.

Circa questi aspetti c’è da dire che ci avevano dato appuntamento, per la mattina dopo il nostro arrivo, per “illustrarci” tutte le escursioni possibili e le bellezze dell’isola. Ne ho intravisti parecchi di questi “incontri” nei giorni successivi, ore ed ore (non esagero) passati ad ascoltare gli infiniti bla bla bla di una signora francese chiacchierona. Ammetto di aver in cuor mio segretamente compatito quei turisti bisognosi che qualcuno dicesse loro cosa fare e cosa vedere. Dio ce ne scampi, ben prima che la signora cominciasse a parlare, noi avevamo già ritirato la macchina prenotata dall’Italia (conviene, si risparmia un bel 30%) e, cartina alla mano, ce ne eravamo già andati da un pezzo alla scoperta del… fiore dei Caraibi.

Sì, perché così è nota Martinica, un’isola non particolarmente grande ma straordinariamente variegata, estremamente verde, piena di piante, palme, fiori, alberi da frutto. Con la nostra auto a noleggio l’abbiamo girata tutta, complice anche la mezza pensione che avevamo scelto, che ci permetteva di non dover tornare al villaggio per il pranzo. Abbiamo fatto il bagno nella spiaggia delle Saline, tanto lunga e bella quanto frequentata e turistica; all’Ilet Chevalier, che è tutto l’opposto, un isolotto semideserto e sufficientemente selvaggio e meraviglioso; nella piccola e misconosciuta Anse Figuier (grazie davvero Claudina, per il suggerimento) e nella fascinosa Anse à l’Ane. Ed una volta anche nella spiaggia del villaggio, piccola e carina anche lei, ma obiettivamente Martinica ha di meglio da offrire anche se devo dire che vi ho trovato il mare più caldo in assoluto e non è che altrove fosse freddo. Abbiamo visitato la chiesetta di Balata (nota come il “Sacro Cuore” in miniatura, vabbè, il paragone è impietoso) e il bellissimo orto botanico, irrinunciabile, con i suoi colibrì e la passeggiata sui ponti di corda sospesi tra gli alberi più alti. Abbiamo fatto la Route de la Trace attraverso la foresta pluviale, girato intorno al vulcano Pelee, visitato l’ex capitale Saint Pierre, distrutta dall’eruzione del 1902. Abbiamo scorazzato lunga la costa caraibica e quella oceanica, visto l’enorme differenza tra la parte sud dell’isola, moderna e turistica, e quella nord, più povera eppure più genuina. Abbiamo visto le sterminate piantagioni di banani, avocadi e canna da zucchero del centro dell’isola e bevuto l’ottimo rhum della Habitation Clément. Abbiamo visitato la capitale, Fort de France (e peccato che la cattedrale fosse chiusa…) arrivandoci in battello da Pointe du Bout per evitare il traffico in ingresso ed uscita dalla città. Abbiamo dato uno sguardo da vicino al Rocher dalla spiaggia di Diamante e visto la bellissima chiesetta in legno della cittadina. Insomma, non ci siamo risparmiati e, in quella settimana, abbiamo anche trovato il tempo di dedicare una giornata intera a Santa Lucia.

Questa escursione merita un racconto nel racconto. Innanzitutto attenzione, perché per Martinica, che fa parte della Francia, basta la carta di identità, mentre per Santa Lucia ci vuole il passaporto. I nostri documenti erano in regola e l’escursione l’avevamo prenotata presso l’agenzia “Sun Tropic” di Sainte Luce per il venerdì perché quella del sabato era già piena. Ci aspettava, sulla carta, una giornata straordinariamente piacevole in catamarano alla scoperta dell’isola, delle sue bellezze e del suo mare. Così il venerdì mattina, alle 6.45 in punto come ci era stato detto, ci presentiamo al pontile di Sainte Luce. Spiccano per la loro… assenza tutti gli altri componenti dell’escursione. Dopo una buona mezz’ora si fa viva la tipa dell’agenzia, che ci spiega (in franc-english) che l’escursione era stata annullata per un problema tecnico alla barca, che aveva avvertito “tutti gli altri” ma non era riuscita a contattare me, che pure le avevo lasciato il numero di telefono il giorno in cui avevo prenotato. Le chiedo se conosceva qualche altra agenzia per fare l’escursione il giorno dopo ma lei mi dice che non c’è problema, l’avremmo potuta fare senz’altro con loro l’indomani. Ma la barca non era rotta? Ma l’escursione del sabato non era piena? Gli interrogativi restano senza risposte convincenti, ma siamo in ballo e decidiamo di ballare, ci teniamo troppo a Santa Lucia, io avevo anche fatto il passaporto apposta. Così cambiamo il programma ed il giorno dopo facciamo una nuova levataccia per stare di nuovo lì alle 6.45. Questa volta si parte regolarmente, ma le sorprese non erano finite.

Intanto scopriamo presto che, a bordo, nessuno parla né l’italiano né l’inglese. Neanche una parola. E meno male che sul sito c’è scritto chiaramente che “a bordo si parla l’italiano”, ed anche per questo avevo scelto quell’agenzia. Poi il tempo non è affatto buono, e ben presto capiamo che di fare le previste soste per i bagni nelle più belle calette di Santa Lucia non se ne parla. Che il tempo sia brutto non è colpa loro, quello che invece è colpa loro è il fatto di non averci avvertito che… eravamo di fatto gli unici turisti a bordo. Tutti gli altri, ma proprio tutti, erano persone locali, martinichesi che andavano a Santa Lucia per… shopping. Sì perché Martinica è estremamente cara e molti di loro hanno l’abitudine di fare spese nella vicina Santa Lucia e nei suoi negozi tax-free del porto. Scopriamo tutte queste belle cose tra un’ondata ed un’altra, in mezzo al mare. Tra parentesi, anche la breve traversata di novanta minuti durerà in realtà più di tre ore, tra pioggia, mare abbastanza forte, martinichesi “allegrotti” ed i miei angelici bambini che, grazie a Dio, si sono ben presto addormentati e, ben imbacuccati e coperti, hanno dormito quasi tutto il tempo evitandosi i commenti *inferociti* miei e di mia moglie che pensavamo addirittura alla denuncia penale oltre che allo s*******mento mediatico in tutti i forum e siti alla “*SPAM?*” conosciuti – e ne conosco tanti. Li incolpavamo di non averci informato che quella non era una barca turistica come avrebbe dovuto essere, delle numerose bugie per non perdere i soldi (neanche economica è l’escursione), perfino del clima impietoso, che certamente per loro era più prevedibile che per noi. Con un po’ di informazione in più ci saremmo senz’altro evitati quella disgraziata escursione… ed avremmo perso l’esperienza più bella di tutto il viaggio.

Questo perché quando Dio ha voluto siamo arrivati a Santa Lucia, e da lì in poi le cose sono abbastanza cambiate. Una ragazza del posto, a cui siamo stati inizialmente affidati, ci ha portato al mercato di Castres, la capitale dell’isola e poi a vedere la cattedrale che, a differenza di quella di Fort de France, era aperta e MERAVIGLIOSA, interamente di legno intarsiato e colorato, veramente bellissima. Poi ci ha affidato ad un taxi che ci ha portato a vedere la casa del Governatore dell’isola e un punto panoramico da dove, malgrado il tempo non splendido, diciamo che si apprezzava ugualmente la bellezza dell’isola. Il taxi ha lasciato poi la capitale addentrandosi nella foresta pluviale, diretto verso un villaggio dal nome impronunciabile o quantomeno incomprensibile per me. Una cosa come “babbaddou”. C’è voluto un bel po’ per arrivarci, attraverso strade sempre più improponibili, e non nego che abbia talvolta pensato “e mo’ questo dove ci sta portando”? Meno male che almeno lui l’inglese lo parlava…

Arriviamo a destinazione dopo un po’, in questo microscopico villaggio costituito da quattro casette di legno sulla riva di un fiumicello. Ci accoglie una simpaticissima e alquanto numerosa famiglia creola che vive lì. Sono straordinariamente cordiali, cortesi, premurosi, allegri. Ci dissetano con il succo di tamarindo, ci mostrano le loro case, ci fanno vedere il tavolo da pranzo che hanno preparato per noi. Mangiamo dell’ottimo pollo e del pesce altrettanto buono, più vari tipi di contorni. Le ricette mi sono tutt’ora misteriose, ma certamente era la cucina più creola e genuina che abbia assaggiato. Mangiamo benone, e per finire ci offrono caffè espresso (!) e il rhum più forte e saporito che abbia mai assaggiato. Lo mescolo con un po’ di succo di tamarindo e faccio volentieri anche il bis. Dopo pranzo ci portano a visitare la loro fattoria, ci fanno vedere le loro coltivazioni e stranissimi frutti tropicali. Ci mostrano come tagliano il legno “a ritmo di musica” e come fanno il pane a partire da una radice che, di partenza e prima di essere cotta e pressata, è tossica. Assaggeremo anche il pane prodotto alla fine, che invece è ottimo. Balliamo perfino qualche passo di danza locale con loro e naturalmente compriamo qualche ricordino (come ad esempio un paio di bottiglie di quel rhum…).

Se avessi filmato con la telecamera queste tre ore straordinarie dall’inizio alla fine le avrei mandate direttamente a Licia Colò.

Torniamo al porto ed al catamarano confortati e molto più contenti di come ne eravamo discesi. Il viaggio di ritorno dura tre ore come quello di andata, ma è molto meno movimentato. Gli angelici bambini pensano bene di addormentarsi anche durante questa seconda tratta e noi ne approfittiamo per tirare le somme di questa strana avventura. In fondo, che il tempo fosse brutto non era colpa di nessuno ed obbiettivamente fare il bagno, in quelle condizioni, non sarebbe stato piacevole. Inoltre, una volta a terra, abbiamo visto quello che dell’isola ci aspettavamo di vedere, con la piacevole scoperta di quel villaggio così diverso, di quella gente così vera, di quel modo di vivere così semplice: so riconoscere un bambino felice quando ne vedo uno ed i bambini creoli che ho visto lì erano felici.

Quando torniamo la luce del tramonto ammanta Martinica e il pontile di Sainte Luce si è animato di tanta gente. Tutto sembra bello ed i pensieri del mattino sembrano lontani. Decidiamo di salutare cordialmente l’equipaggio poliglotta e tornare al nostro villaggio. Forse l’escursione avrebbe potuto essere migliore, se il clima ci avesse assistito. Ma avremmo potuto anche rinunciarvi e con il senno del poi posso dire tranquillamente che sarebbe stato un dannato peccato.

Non so cosa mi resterà più impresso di questo viaggio a Martinica. Al di là delle fotografie ho ricordi molto nitidi nella mente. Quando uscivo fuori al terrazzino, la mattina presto, e una fresca brezza ed il canto degli uccelli mi dava il buongiorno e mi accompagnava al mio tavolo della colazione preferito, da dove potevo vedere il Rocher. Quella palma, nella spiaggia delle Saline, che si protendeva verso il mare, ebbene sì, come nella più classica delle cartoline, solo che l’ho vista davvero. Quel fantastico tonno alla brace, mangiato nel ristorantino sulla spiaggia dell’anse Figuier, o l’aragosta mangiata al ristorante Paradisio dell’anse Michel. Quell’attimo di commozione privato al memorial Anse Caffard di Diamante, pensando alla brutta fine di quei poveri diavoli affogati incatenati nel naufragio. La luce negli occhi di quella mamma creola del villaggio di Santa Lucia che prepara per noi la tavola mentre mi scopre in un momento in cui gioco con i miei bambini, ed in un attimo capisco che anche se con un linguaggio diverso in realtà parliamo la stessa lingua. Il colore di certi tramonti dietro il Rocher du Diamant, una cosa che bisogna vederla per crederci. E il colore del cielo, il sapore della frutta, l’odore dell’aria, i pesci trombetta nel mare, le palme ovunque. O quei magnifici e solenni bambù dall’estremità rossa che svettavano al villaggio vicino la reception…

Eh sì, il mal delle Antille mi ha proprio fregato.
E temo anche di essere dannatamente contagioso…

PS: Per chi volesse, qui ci sono molte altre foto.

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Ci sono 14 commenti su “Martinica e una breve puntata a Santa Lucia… ed è di nuovo "mal" delle Antille…

  1. Che meraviglia, e che foto stupende.
    Anche io e il mio lui siamo stati a Martinica e Guadalupa nel 2004 ma purtroppo abbiamo avuto la sfortuna di una settimana di acqua micidiale ma nonostante questo è un posto che ci è rimasto nel cuore e leggere il tuo racconto ci ha fatto venire ancor di più la voglia di tornarci. :rose:

  2. Leggo sempre con molto interesse i diari di viaggio con al seguito dei bimbi visto che anch’io ne ho due anche se più grandicelli e….complimenti il tuo è davvero bellissimo.
    Spero anch’io di ammalarmi di “mal delle antille”visto che a giugno mi aspetta Guadalupa!!!:ok:

  3. sono stata vent’anni fa alla Martinica, e a St. Lucia anche prima, le ricordo con grande piacere, ricordo Sufriere, i Piton (eravamo in barca, ormeggiati la sotto). Che bello tornarci col tuo racconto, grazie :rose: e che belle foto :ok:

    g

  4. ciao, ho letto il diario! molto interessante
    Noi andremo dal 30/12 al 06/01 e volevo chiederti se a santa lucia consigli di andare e poi dalle tue foto ho visto che lì c’è la nave dove hanno girato pirati dei caraibi e mio figlio è super appasionato, se si può visitare.
    Grazie!

  5. Ciao Elisa,
    Premesso che certamente Santa Lucia merita un viaggio apposta, io direi che certamente vale la pena di fare una escursione anche partendo da Martinica, ma in questo caso tieni ben presente che ci vuole il passaporto e che la traversata, se fatta in catamarano, dura 3 ore a tratta, non costa poco e se le condizioni meteo non sono buone puó essere disagevole. Se tutto questo non ti spaventa, l’escursione in sé potrà riservarti anche piacevolissime sorprese, come quelle che ho cercato di descrivere nel diario.
    La barca del film dei pirati dei Caraibi era effettivamente all’ancora nel porto di S.Lucia. Mi è sembrata ben piú piccola da come sembra nel film, ma in fondo c’era da aspettarselo. Non ho idea però di se si possa visitare.

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