Cambogia: tra splendore e memoria

Il nostro viaggio, iniziato il 19 dicembre, ci ha già regalato 15 splendidi giorni di Laos (qui il racconto) e ora…eccoci in Cambogia! :ok:

Il mattino del 3 gennaio un tuk tuk ci accompagna all’aeroporto di Pakse. Alle 8.25 il nostro volo della Lao Airlines parte puntuale. Dopo appena un’ora arriviamo all’aeroporto di Siem Reap, dove, udite udite, ci attende il nostro bagaglio!!! (…dopo 15 giorni…):yeah:

Sbrigate le pratiche per il visto di entrata (20 dollari a persona) e ritirato il bagaglio all’ufficio Lost&Found, usciamo dall’aeroporto.
C’è Vey, che ci aspetta con il cartello della nostra guesthouse. Vey è un ragazzo gentilissimo e simpaticissimo, che ci scarrozzerà con il suo tuk tuk durante la nostra permanenza a Siem Reap.
Abbiamo prenotato la Bou Savy guesthouse mentre eravamo in Laos (12,50 dollari a notte con colazione). La casa è immersa in un bellissimo giardino. È un po’ decentrata, a una mezzoretta a piedi dal centro a Siem Reap e dal vecchio mercato, ma ci siamo trovati decisamente bene. Lo staff è gentilissimo.

Dedichiamo tre giorni alla visita dei templi di Angkor.
Vey ci accompagna subito alla biglietteria per acquistare i pass (40 dollari a testa per 3 giorni), quindi partiamo con il “piccolo circuito”.

Entriamo ad Angkor Thom attraverso il ponte della porta sud, ai lati due serie di statue che rappresentano la leggenda della Burrificazione del Mare di Latte. A sinistra gli dei e a destra i demoni si contendono il naga, divinità con il corpo di serpente.

Varcata la porta, siamo all’interno di una delle più grandi e antiche città Khmer, probabilmente 1 milione di persone vivevano ad Angkor Thom, capitale del regno di Jayavarman VII.
Prima tappa il Bayon, uno dei templi più conosciuti.

Questo tempio è caratterizzato da una moltitudine di visi sorridenti scolpiti sulle quattro facce di ciascuna guglia. All’interno, le pareti delle gallerie sono completamente ricoperte da meravigliosi bassorilievi raffiguranti battaglie, parate militari, scene domestiche e molto altro.

Usciti dal Bayon, ci dirigiamo a piedi verso il Baphuon, un antico tempio montagna, di oltre 30 metri di altezza.
Da qui passeggiamo fino al Palazzo Reale, di cui non resta molto poiché era quasi tutto in legno.
Sulla grande Piazza Reale si trova la Terrazza degli Elefanti, che prende il nome dalle numerosissime sculture di elefanti in parata che ne ornano il basamento. Probabilmente veniva utilizzata per manifestazioni religiose e importanti cerimonie, inoltre da qui il sovrano osservava il proprio esercito riunito e faceva discorsi alla popolazione.
Oltre la Terrazza degli Elefanti, c’è la Terrazza del Re Lebbroso. Questa, più piccola, prende il nome da una statua con le fattezze di un uomo con la lebbra che, secondo una leggenda, è un sovrano di Angkor, morto a causa della terribile malattia.

Di fronte alle terrazze, nel grande piazzale colmo di pullman parcheggiati, scorgiamo Vey che ci fa segno con la mano…in carrozza!
Superata la porta est, la porta della Vittoria, visitiamo il Thommanom, il Chau Savy Tevoda e il Ta Keo (le scalinate sono un po’ ripidine…).

Arriviamo poi al magnifico Ta Prohm.
Gli alberi sono cresciuti sulle rovine dei templi, la giungla si sta piano piano impossessando di questo luogo, rendendolo uno dei posti più affascinanti del sito archeologico.

Impossibile non rimanere incantati, scattiamo tantissime fotografie ed esploriamo ogni angolo del sito, nonostante il numero impressionante di turisti!
Finito il giro nel Ta Prohm andiamo a vedere il Banteay Kdei, altro tempio dove possiamo sentirci ancora un po’ Indiana Jones!
L’ultimo tempio è il Prasat Kravan, il più antico.
Terminiamo il giro con Angkor Wat, il tempio più famoso e meglio conservato.
E’ circondato da un ampio fossato, al centro si trovano le celeberrime torri e tutto attorno si possono ammirare le tre gallerie, costruite una sopra l’altra.
Angkor Wat riassume le due caratteristiche principali dell’architettura cambogiana: il tempio-montagna e il tempio a galleria.

Il tempio è la rappresentazione del Monte Meru, la casa degli dei: le cinque torri centrali simboleggiano i cinque picchi della montagna, mentre le mura e il fossato rappresentano le montagne e l’oceano.
È diventato il simbolo della Cambogia, tanto che appare sulla bandiera nazionale.

Abbiamo fatto bene a lasciarlo alla fine del percorso, non ci sono tante persone e spesso ci ritroviamo soli a camminare in queste immense gallerie.
Guida alla mano, ammiriamo i bellissimi bassorilievi che raccontano leggende incredibili, storie di battaglie e di dei tratte dal Ramayana…
Raggiungiamo la parte centrale del tempio, le cinque torri, saliamo in cima. Da qui si può vedere il panorama che circonda il tempio e, ovviamente, ancora bellissimi bassorilievi che decorano tutte le mura.

Rientriamo in guesthouse e dopo una doccia rinfrescante usciamo per il nostro giro serale.

Il vecchio mercato (diurno) non ha ancora chiuso. Vediamo di tutto. I classici banchi di frutta e verdura, altri di cibarie varie non ben identificate…altri, invece, con “strane” prelibatezze, ahinoi, molto ben riconoscibili (ragni…). Ci sono banchi di carne, vestiti, biancheria, souvenirs…sarte al lavoro, parrucchiere…c’è davvero di tutto!
Andiamo a mangiare al Cambodian BBQ, nella via centrale di Siem Reap.
Assaggiamo il coccodrillo (ottimo) e il serpente (non ci ha entusiasmati).
Mangiamo una fantastica zuppa di noodle e verdure che cuociamo direttamente noi nella pentola dove ci auto-prepariamo il barbecue.
È così buono che torneremo di nuovo!
Facciamo ancora un giro. Ci dirigiamo al mercato notturno, anche qui ci si può sbizzarrire tra sciarpine, abbigliamento, libri, souvenirs…e massaggi. Ci sono tantissimi turisti…ci manca un po’ il Laos…

Il secondo giorno ci dedichiamo alla visita del grande circuito.
Il primo tempio è il Preah Khan. Si tratta di un tempio bellissimo, in parte distrutto dalla giungla e dagli alberi che stanno crescendo sulle rovine. Bellissimi bassorilievi e apsaras raffigurate ovunque.

[RIGHT]

[/RIGHT]

Seconda tappa il Neak Pean. Questo è un tempio diverso dagli altri, infatti è all’interno di un lago artificiale: quattro vasche rappresentano i 4 fiumi sacri dell’Indocina, ci sono poi molte statue e rappresentazioni. Un tempio molto particolare. Da vedere.

Proseguiamo con il Ta Som, un piccolo tempio immerso nella giungla.
Poi l’East Mebon e il Pre Rup e Srah Srang.

Finito il nostro giro per i templi, Vey ci accompagna al lago Tonle Sap per andare a vedere il villaggio galleggiante.

Ci lascia all’imbarcadero, dove compriamo i biglietti per il giro in barca (15 dollari a testa, cercano di fregarci, ma fortunatamente Vey ci aveva detto il costo dei biglietti). Saliamo in barca, siamo solo noi due e un ragazzo alla guida.

Il villaggio galleggiante è davvero impressionante. Ci rendiamo conto, ammutoliti, della povertà di queste persone.
Il ragazzo ci propone di visitare la scuola e noi accettiamo volentieri, prima però ci fermiamo al negozio per comprare quaderni e penne (meglio comprare altrove, con gli stessi soldi ci si può rifornire di molte più cose da donare). I bambini ci accolgono sorridenti, felici di quello che abbiamo portato. La scuola galleggiante è composta da due classi (dovrebbero esserci 300 bambini) e da una palestra.

[RIGHT]

[/RIGHT]

Ci chiedono di fare qualche foto, qualcuno vuol giocare, stiamo un po’ con loro, quindi torniamo in barca.
Andiamo su un’altra casa galleggiante per vedere l’allevamento di coccodrilli. Fanno pena. Sono tutti ammassati in una specie di magazzino a pelo d’acqua…
Durante tutto il nostro tragitto veniamo avvicinati da qualche barca, alcuni bambini hanno un serpente al collo e chiedono 1 dollaro per farsi fotografare, altri bambini remano a bordo di piccole bacinelle chiedendo qualche spicciolo.
Di fronte all’estrema povertà di queste persone, la tristezza e il senso di colpa ci assalgono. Pensiamo anche che di qui passano molti turisti, che qualcosa di sicuro danno. Chissà quanti villaggi esistono, non toccati dal turismo, dove le condizioni sono per noi totalmente inimmaginabili.
L’esperienza di oggi ha lasciato il segno.

Rientrati alla guesthouse decidiamo di concederci un massaggio (è incredibile quante “spa” ci siano a Siem Reap). Il padrone ci manda due massaggiatrici direttamente in camera. Ammettiamo la nostra ignoranza in materia di massaggi, ma siamo rimasti sorpresi dalla mole di “botte” che ci hanno rifilato!!! Tira di qua, storci di là, schiaffeggia, strofina…non è stato esattamente rilassante!

Ultimo giorno dedicato ai templi più lontani.
Il primo è il Banteay Srei, a 35 km da Angkor. Questo tempio induista è uno dei più famosi e meglio conservati dell’area. È stato costruito in arenaria rossa. Colonne e pareti interne sono riccamente decorate. Il tempio è piccolino, ma incredibilmente affascinante. L’unico inconveniente è il numero di turisti.
Lasciato il Banteay Srei, andiamo a vedere lo Kbal Spean, il Fiume dei Mille Lingam. Dal parcheggio dei tuk tuk parte un sentiero che di circa 1,2 km in mezzo alla foresta, in alcuni punti è un po’ difficoltoso ma vale sicuramente la pena fare la camminata per arrivare al fiume. In questo sito il letto del fiume è stato completamente ornato con lingam (decorazioni di forma ovale), animali sacri e dei induisti.

Infine andiamo a visitare il Banteay Samré.

Ritorniamo nella zona principale di Angkor, qui ci fermiamo ad Angkor Wat per vedere il tramonto. Scattiamo tantissime foto per immortalare tanta meraviglia. Fortunatamente il sito non è molto affollato.
Finito il giro rientriamo in Guesthouse, dove ci congediamo da Vey, il nostro fidato tuk tuk driver. Ancora una serata a Siem Reap e partenza prevista per il giorno successivo.

Phnom Penh – 7 – 9 gennaio

Partiamo da Siem Reap “al volo”…abbiamo acquistato i biglietti del pullman per Phnom Penh in guesthouse, il nostro autobus parte alle 9 e noi alle 8,50 stiamo ancora aspettando che ci vengano a prendere per portarci alla stazione dei bus!!! Il proprietario della guesthouse telefona ininterrottamente alla società dei pullman…alla fine arrivano!! Ci portano ad un piazzale sulla strada che va verso la capitale, dopo 5 minuti arriva il nostro autobus!
Ci accomodiamo ai nostri posti e dopo 5 ore di viaggio eccoci a Phnom Penh.
Appena arrivati prendiamo un tuk tuk e chiediamo di portarci a un hotel comodo. Decidiamo di fermarci all’Angkor Wat hotel (40 dollari per due notti).
Lasciati i bagagli in camera, ripartiamo con il nostro tuk tuk per andare a visitare l’orfanotrofio Lighthouse.
Prima però passiamo dal mercato. All’orfanotrofio tutto può essere utile, abiti, cibo, materiale per la scuola…
Carichiamo sacchi di riso, buste di banane, quaderni e penne e ripartiamo.
La città è caotica, dai forti contrasti. Attraversiamo diversi quartieri, notiamo case estremamente lussuose di fianco a baracche poverissime. Lungo il fiume vediamo un’immensa baraccopoli, l’estrema povertà di questa città non può lasciare indifferenti. Qui i segni del passato sono più forti che altrove, sono evidenti nella miseria, nei mutilati e nei bambini che mendicano o giocano nell’immondizia. Restiamo ammutoliti.
Arriviamo all’orfanotrofio. I bambini ci corrono incontro e ci aiutano a scaricare ringraziandoci sorridenti.
I bambini di questo orfanotrofio sono 108, hanno un locale adibito a cucina/pranzo, la classe di lingue, i bagni e le camere.
Tutti vanno a scuola, hanno vestiti puliti, qualcosa da mangiare, un orto da curare e la possibilità di imparare delle lingue straniere. Questi bambini sono più “fortunati” di molti altri che invece vivono per strada.

Una bimba dolcissima mi prende per mano e ci porta a fare un giro, ci mostra la cucina e l’aula dove imparano l’inglese, il francese e il giapponese. Poi ci porta a vedere l’orto, dove i ragazzi più grandi stanno lavorando, e infine le camere delle ragazze, dove ci mostra il suo letto e tutti i suoi pupazzi.
Restiamo molto colpiti da un bimbo, non avrà nemmeno 2 anni, è così piccolo…vorremmo poterli prendere e portare via con noi…magari un giorno lo faremo.
Salutiamo la gentilissima direttrice e i bambini.
Attraversiamo di nuovo la miseria della periferia e ci rendiamo conto ancora di più di quanto aiuto ci sarebbe bisogno.

Usciamo per cena, attraversiamo il mercato e siamo nella zona di ristoranti e locali lungo il fiume (Sisovath Blv). Mentre mangiamo molti bambini si avvicinano ai tavoli per vendere libri o braccialetti…compriamo qualcosa…ma sono così tanti. Ci sentiamo in colpa perché possiamo permetterci di mangiare. Torniamo verso l’hotel attraverso l’area del mercato. Notiamo che i proprietari delle bancarelle non lasciano il posto nemmeno di notte, quella è la loro casa. Vediamo e sentiamo topi aggirarsi tra le bancarelle e l’immondizia…e queste persone non hanno un altro posto dove vivere.

Il secondo giorno lo dedichiamo alla “memoria”, o meglio all’”apprendimento”, di uno dei più tristi e folli pezzi di storia, di cui conosciamo poco.
Iniziamo la giornata con la visita alla prigione S21 dei Khmer Rossi (Tuol Sleng Genocide Museum).
In origine questi edifici ospitavano una scuola, edificata dai francesi. Dal 1975 al 1979 la scuola venne adibita a prigione. Qui i Khmer Rossi rinchiusero e torturarono almeno 17.000 persone, colpevoli di aver “tradito” la patria. Alla liberazione della prigione si trovarono solo 7 sopravvissuti.
La prigione è composta da diversi edifici che si sviluppano attorno ad un cortile, dove ci sono la forca e un cartello con le regole del campo.
Nel primo edificio (edificio A, entrando sulla sinistra) ci sono le stanze della tortura. Al loro interno brande di ferro e pochi oggetti, alle pareti le foto di persone torturate e uccise proprio in quelle stanze, proprio su quelle brande…
Nell’edificio di fianco, edificio B, ci sono le foto dei prigionieri. Gli aguzzini documentavano tutto, dall’arrivo alla prigione alle torture e infine alla morte.
Si vedono i visi di giovani uomini e donne appena arrivati e di fianco le stesse persone ferite o ammazzate di botte. È un’esperienza scioccante, non si può credere che l’uomo sia capace di tanta ferocia e pazzia!
Nell’edificio C ci sono le celle, 80 cm per 2 metri, in mattoni e in legno, l’esterno è completamente ricoperto di filo spinato.
Nell’ultimo blocco, il D, si possono vedere gli strumenti di tortura, ancora foto e quadri, realizzati da un sopravvissuto, raffiguranti le torture subite dai prigionieri. Non ci sono parole.
Infine i teschi.
Usciamo inorriditi, nemmeno Dachau o Mauthausen ci avevano fatto questo effetto.
La tappa successiva, decisamente più “leggera”, è al Museo Nazionale, dove si trovano statue e manufatti angkoriani. Interessante.
Dopo pranzo il nostro tuk tuk ci aspetta per riportarci alla follia dei Khmer Rossi: destinazione Choeung Ek, più noto come “killing fields”.
Questo campo di sterminio, a circa 15km da Phnom Penh, ha rappresentato la destinazione finale per migliaia di persone, barbaramente uccise e seppellite nelle fosse comuni.

All’ingresso si erge uno Stupa alto 17 metri in cui sono stati deposti tutti i resti rinvenuti nelle fosse: più di 5.000 teschi, ossa umane e vestiti. Si tratta di un monumento alla memoria, per non dimenticare il genocidio e il dolore che ha subito il popolo khmer.
Il giro del campo prosegue attraverso le fosse comuni. Dal terreno, con le piogge, ancora oggi riemergono frammenti di ossa e pezzi di vestiti. Non possiamo neanche immaginare quali brutalità siano state commesse in questo posto.
Ad un certo punto ci troviamo di fronte ad un albero. Raggeliamo. Qui venivano uccisi i più innocenti, i bambini, i neonati. Presi per i piedi, la loro testa veniva sbattuta contro il tronco. Coloro che hanno rinvenuto il campo, hanno potuto intuire immediatamente tutto dai resti che hanno trovato per terra (inutile spiegare, tutti possono immaginare l’orrore).
Concludiamo il nostro giro nel museo, seguiamo un video di 15 minuti che racconta la storia dei Khmer Rossi. Usciamo ancora più atterriti rispetto al mattino.

Il 9 gennaio abbiamo il volo Air Asia per Kuala Lumpur, si parte nel pomeriggio. Il mattino lo passiamo ancora a Phnom Penh, andiamo al Palazzo Reale e infine un ultimo giro tra i mercati.
Nel primo pomeriggio il nostro tuk tuk di fiducia ci porta in aeroporto.

La Cambogia ci ha fatto riflettere. Qui convivono lo splendore dei Templi di Angkor e la miseria della popolazione. La tragedia è ancora tangibile. Si ripropone nelle mutilazioni, riecheggia negli orfanotrofi e nelle baraccopoli. Impossibile immaginare di quali atrocità l’essere umano possa essere capace, impossibile per noi immaginare le condizioni di vita di questo popolo. La tristezza e il senso di colpa per un tale abisso con il nostro benessere ci spingono a dare una mano. Ci si rende conto, però, che questo non basta e non sarà mai nulla rispetto a ciò che i paesi più “sviluppati” potrebbero fare vincendo il muro dell’indifferenza e dell’inconsapevolezza. La speranza è che qualcosa possa cambiare.
Lasciamo questo paese arricchiti dai sorrisi dei bambini della scuola del villaggio galleggiante, del mutilato, senza arti, da cui abbiamo comprato un libro e della piccola dell’orfanotrofio Lighthouse che ci ha preso per mano e ci ha mostrato la sua “casa”.

Il volo Air Asia per Kuala Lumpur parte in orario.
Atterrati all’aeroporto internazionale prendiamo il bus, che in un’ora ci porta alla stazione centrale. Da qui taxi fino all’hotel Royale Chulan.
Abbiamo voluto concludere in bellezza! Per le ultime due notti ci concediamo un Hotel lussuoso, in stile malese. Camera enorme, curatissima e confortevole.
Abbiamo una giornata da passare in città, andiamo a vedere le Petronas Tower e la zona di Petaling (dove facciamo un po’ di shopping). Infine un po’ di relax in piscina.

L’11 gennaio abbiamo il volo di rientro, questa volta tutto fila liscio!:ok:
Facciamo scalo a Doha, dove decidiamo di uscire, date le 14 ore di stopover. Abbiamo già visto Doha ad agosto quando rientravamo dalle Seychelles, quindi decidiamo di passare la giornata in un grosso centro commerciale, nella zona nuova della città, in mezzo agli avveneristici grattacieli.
Il giorno dopo arriviamo a Milano alle 6 del mattino e con noi i nostri zaini!

Questo viaggio, iniziato il 19 dicembre con lo splendido Laos e proseguito in Cambogia, è stato per noi il primo in Asia.
Siamo partiti con molte aspettative, un po’ timorosi di tornare delusi….e invece ci siamo innamorati di questi posti e di queste popolazioni che, nonostante tutto, ti regalano un sorriso. C’è solo da imparare dalla loro dignità e gentilezza.
Abbiamo ammirato e abbiamo appreso.
Molte immagini e sensazioni rimarranno impresse nelle nostre menti e nei nostri cuori. Abbiamo provato a catturarle nelle nostre foto a raccontarle nei nostri diari.
Alla fine, però, ci rendiamo conto che immagini e parole non sono sufficienti. Sono quasi banali.
In questi luoghi bisogna esserci per innamorarsene.

Cry e Enzo :rose:

Pin It
Tags:

Ci sono 17 commenti su “Cambogia: tra splendore e memoria

  1. In genere la maggior parte dei turisti visita la Cambogia come estensione di 2 giorni dalla Thailandia, ammirando soltanto gli splendori e forse senza nemmeno rendersi conto di quello che si può trovare dopo Siem Reap.
    Secondo me il fatto che tu abbia deciso di andare “oltre”, e per giunta al tuo primo viaggio in Asia è ammirevole.
    Sì, la sequenza Cheung Ek + Tuol Sleng + mendicanti mutilati che ti aspettano fuori + bambini nudi che vivono sui marciapiedi vicino al Museo Nazionale ti stronca e ti fa capire tutta la stupidità e la cattiveria del genere umano

  2. Che bellissimo diario,mi hai emozionato!Penso che un viaggio di questo tipo sia veramente molto intenso e straordinario da tutti i lati,soprattutto da quello umano.Sicuramente oltre la bellezza dei luoghi,c’è l’emozione di vivere sensazioni molto forti,che ti fanno capire quello che veramente è il senso della vita.:)

  3. Secondo me il fatto che tu abbia deciso di andare “oltre”, e per giunta al tuo primo viaggio in Asia è ammirevole.
    Sì, la sequenza Cheung Ek + Tuol Sleng + mendicanti mutilati che ti aspettano fuori + bambini nudi che vivono sui marciapiedi vicino al Museo Nazionale ti stronca e ti fa capire tutta la stupidità e la cattiveria del genere umano

    Quoto Cristina perche’ e’ quello che penso anch’io , siete stati veramente dei grandi a voler provare al vostro primo viaggio in Asia una simile esperienza che ha sicuramente lasciato un segno .
    eh si in Cambogia oltre ai templi c’e’ di piu’ e tu ed enzo lo avete riportato :)

Lascia un commento

Commenta con Facebook