Tra grandi città e un po’ di West

Questo viaggio è stato pianificato con largo anticipo, e la pianificazione è stata parte integrante del viaggio. Visto che abbiamo iniziato ad amare questi posti ancora prima di esserci stati. Ci pensavamo da tempo, abbiamo “negoziato” un po’ le tappe, ed insieme ci siamo divertiti a costruirne ogni pezzo. Come primo impatto con gli Usa abbiamo scelto le grandi città dell’Ovest, un po’ di on the road fino al Grand Canyon e poi sulla strada del ritorno New York.

3 ottobre:
La sveglia suona prima dell’alba visto che alle 5.00 eravamo già in auto in direzione Malpensa. La giornata in Italia era cupa, con nuvole cariche di pioggia, ma noi stavamo per imbarcarci per l’assolata California. Il check in è stato rapido così come i controlli doganali. Dieci minuti prima del decollo eravamo già in aereo con le cinture allacciate quando, dall’altoparlante, il comandante ci comunica che c’è un problema: Londra ha i terminali fuori uso e non consente a nessuno di transitare nel suo spazio aereo, fino a che le connessioni non saranno ripristinate. Dopo 2 ore il comandante ci dice che i computer hanno ripreso a funzionare, ma siccome si è creata una lunga fila di aerei in tutta Europa che devono transitare, dobbiamo aspettare il nostro turno. Dopo un’altra ora finalmente si parte in direzione New York. Dal Jfk avevamo poi la coincidenza per Los Angeles dopo 2 ore e mezzo, ed essendo partiti con 3 ore di ritardo o il nostro Airbus diventava un Concorde o quel volo era perso. Fortunatamente avevo guardato prima di partire gli altri voli tra il Jfk e Los Angeles ed avevo visto che ce n’erano diversi, quindi niente panico, sicuramente ci avrebbero riprotetti sul volo successivo. Atterrati a New York facciamo velocemente dogana e appena usciti un’inserviente dell’American Airlines ci da le nuove carte d’imbarco, l’aereo era previsto fra 15 minuti, ci augura buon volo e ci da un avvertimento “don’t walk, run!” (non camminate, correte). Seguiamo il suo consiglio ci affanniamo sulle scale mobili e quando sentiamo l’ultima chiamata per il nostro volo mettiamo le ali ai piedi. Fortunatamente il nostro gate d’imbarco era il primo nella zona partenze ed arriviamo appena prima che il volo venga chiuso. Ci sediamo ai nostri posti affannati e accaldati, l’aereo inizia a rullare e poi si ferma in pista per un’ora,… non ci voglio credere, abbiamo rischiato un infarto ed ora lui non parte! Le sette ore di volo passano rapidamente tra un film ed un po’ di lettura e quando sorvoliamo Los Angeles rimaniamo basiti per le dimensioni di questa città, sembra infinita. Avendo già fatto dogana a New York in pochi minuti usciamo dall’aeroporto con i bagagli in mano, cerchiamo la navetta che ci porterà all’autonoleggio dell’Avis, dove abbiamo prenotato un piccolo Suv, con una tariffa agenti irripetibile. Ci rechiamo al banco, e troviamo già il Gps impostato in italiano, ma quanta efficienza questi americani! Al parcheggio ci assegnano un Suv che di piccolo non aveva proprio nulla: era una Ford Edge, gigantesca, ma anche comodissima. Impostiamo l’indirizzo del nostro hotel e appena usciti ci chiediamo: ma andrà a benzina o gasolio? Abbiamo fugato i nostri dubbi annusando il tappo della benzina! Arriviamo al nostro hotel il Radisson hotel at Los Angeles airport, e tra il jet lag e la stanchezza del viaggio abbiamo solo voglia di una doccia ed un sonno ristoratore.
4 ottobre:
La sveglia era puntata alle 7.00, ma alle 5.00 eravamo già svegli ed emozionati per la nostra prima esplorazione degli Usa. Aspettiamo che l’ora sia un po’ più consona e dopo una rapida colazione ci mettiamo in macchina, prima tappa Venice Beach. Nonostante sia prestissimo e sia domenica mattina facciamo già fatica a trovare parcheggio. Ma che mattinieri questi americani! C’è già una moltitudine di gente in spiaggia con i roller blade, a fare jogging, a passeggio con il cane,… iniziamo il nostro giro di perlustrazione partendo proprio dalla spiaggia, scorgiamo subito le torrette dei guardaspiaggia e i pick up gialli per le emergenze, sembra un episodio dei Baywatch!

Ci addentriamo verso l’interno e capiamo il perchè questa zona è chiamata Venice Beach: i canali.
Sembra di stare in una Venezia con case moderne. Ritornando alla macchina notiamo una folla in direzione della spiaggia, e vediamo che le strade sono state transennate, … c’è una gara di corsa che finisce con una nuotata nelle acque ghiacciate del Pacifico. Ma che sportivi questi americani. Riprendiamo la macchina, il sole inizia a scaldare, e facendo la costa arriviamo al molo di Santa Monica. Parcheggiamo sotto il molo, e saliamo sopra, è incredibile quanto volte ho visto questo luogo, vero e proprio simbolo della Los Angeles “marinara”.

Il sole inizia a scaldare e la camminata è piacevole, strada facendo ci prendiamo una cioccolata calda, ma è davvero troppa! I bicchieroni di cartone sono troppo grandi per le nostre abitudini, ma fa tanto americano! Abbiamo già fatto e visto un sacco di cose e sono sole le undici. Decidiamo quindi di spostarci verso la collina di Los Angeles, foto di rito alla scritta Hollywood,

e via in direzione Altadena, che è una località carina, ma soprattutto luogo in cui ci sono le case più famose del telefilm Beverly Hills 90210. Noi adolescenti negli anni ’90 non potevamo perdercele! Quindi foto di rito davanti alla casa della famiglia Walsh e a quella di Dylan e di nuovo in macchina. Strada facendo vediamo un supermarket, ci avevano consigliato di acquistare qualcosa per la parte on the road del nostro viaggio, quindi facciamo un po’ di scorta d’acqua, crackers e dolcetti vari. Verso la cassa vedo una confezione gigante di muffin al cioccolato i miei dolcetti preferiti,… non resisto e li metto nel carrello. Scelta azzeccata perchè si sono rivelati i migliori muffin mai mangiati nella mia vita! Tornando verso la città ci fermiamo a Pasadena, è stato amore a prima vista . La cittadina è una meraviglia, con locali all’aperto bei negozi per fare shopping e vita molto meno caotica rispetto a LA. Ci fermiamo a pranzo in un affollato locale, i piatti sono invitanti peccato per l’aglio che detesto cordialmente!
Andiamo a riprendere la macchina e sorpresa: una bella multa sul parabrezza ma come? è domenica e c’era scritto che il parcheggio era a pagamento solo nei feriali, ma la domenica non è festiva?? Va be’ $39,90 di multa già con la busta preaffrancata da spedire con i soldi dentro. Mettiamo dentro 40$ (pure la mancia gli abbiamo lasciato) e spediamo la busta. Rientriamo verso LA, prossima tappa il Rodeo Drive.

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Tappa che sconsiglio a tutti i fashion victim come me,… in poche centinaia di metri ci sono le migliori firme del mondo, ma eravamo all’inizio vacanza non potevo polverizzare la carta di credito, quindi il mio motto è stato: guardare ma non toccare! Ed è stata durissima. Dopo ci siamo spostati a Beverly Hills, foto sotto il cartello

e giro in auto per vedere qualche casa. Ancora non contenti abbiamo fatto un giro a Bel Air, quartiere residenziale, le case viste a Beverly Hills in confronto erano delle Mobil Home, giardini curatissimi, telecamere di sorveglianza,… insomma un bel posticino per vivere! Ultima tappa del nostro giro in centro di Los Angeles è stata Hollywood, foto di rito alla Walk of Fame

e al Kodak Theatre, ma nonostante fosse tardo pomeriggio la zona non ci è sembrata delle più sicure. Ogni pochi metri qualcuno che chiede soldi e facce davvero poco raccomandabili. Ci rimettiamo in auto e girovagando per le strade di LA vediamo un ristorante messicano molto carino. Decidiamo di fermarci lì per cena. E dopo cena, complice un paio di birrette bevute da mio marito decido di guidare io. Fortunatamente non c’era molto traffico, anche perchè con un Suv gigantesco e il cambio automatico che non avevo mai provato se c’era pure traffico era un dramma! Arrivo lunga ad un paio di semafori, visto che in America i semafori sono messi solo sul lato opposto dell’incrocio e non dove c’è lo stop, ma raggiungiamo l’hotel sani e salvi. Stasera a nanna presto, il jet lag ancora si fa sentire e poi domani c’è una tappa stancante: gli Universal Studios!
5 ottobre:
Anche oggi siamo svegli ben prima che la sveglia suoni, facciamo tranquillamente colazione e ci mettiamo in macchina: direzione Universal Studios. Abbiamo seguito il consiglio dato da alcuni amici di non impostare sul Gps la strada più breve, ma la più veloce. La scelta è stata azzeccata, visto che nonostante siano le 8.00 di lunedì mattina non abbiamo fatto coda perchè passavamo per vie traverse intersecando solo agli incroci le vie più congestionate. Così siamo agli Studios talmente presto che sono ancora chiusi. Facciamo qualche foto dell’esterno e ci mettiamo in coda per l’apertura (i biglietti li avevamo fatto on line dal sito).

Appena aperti i cancelli ci rechiamo all’ufficio dei fast pass per farci dare il badge da utilizzare ed iniziamo la nostra avventura nel magico mondo del cinema Hollywoodiano. La prima tappa è stato il trenino che ti porta a vedere le location di alcuni film e telefilm famosi, le auto più famose,… è stato davvero bello! Abbiamo fatto diverse attrazioni e sicuramente la più bella è stata Waterworld, gli attori sono fenomenali e fanno delle acrobazie incredibili con gli aquascooter. Anche il cinema in 4d di Shrek è veramente carino sia per gli adulti che per i bambini. Mangiamo qualcosa all’interno di un self service ed al pomeriggio ci dedichiamo alle dimostrazioni degli effetti speciali. Prima di uscire a Marco viene un languorino e va a comperarsi dei pop corn, io lo aspetto su una panchina e lo vedo arrivare con un sacchetto lungo 1 metro! Mamma mia che porzioni che hanno in America!
Prima di uscire facciamo un po’ di shopping per noi e per la nostra nipotina e poi ci dirigiamo al centro commerciale posto all’uscita degli Studios, compriamo qualche calamita e qualche altro gadget. Ormai è ora di cena e nonostante i pop corn mangiati scegliamo di fermarci a cena strada facendo. Anche oggi la giornata è stata densa di emozioni e tornati in hotel ci addormentiamo velocemente. Domani si parte per la Route66.
6 ottobre:
Oggi si parte per la Route 66. Ci impieghiamo circa 2 ore ad uscire da Los Angeles, e man mano che ci allontaniamo da questa megalopoli il panorama diventa più arido e anche se ripetitivo è entusiasmate. Facciamo una tappa a Barstow per un caffè e sgranchirci un po’ le gambe,

entriamo in un locale anni ’50 (sembrava di stare da Ralph di Happy Days), beviamo un caffè americano al bancone vicino ad un vecchietto che mangiava uova strapazzate e beveva litri di caffè annacquato e ci rimettiamo in strada. Facciamo alcuni pezzi di route ed altri di I40.

Nonostante avessimo i viveri in realtà ci rendiamo conto che ogni 30/40 miglia c’è una cittadina. Il traffico è poco e la strada corre via veloce, nonostante i limiti da rispettare, la radio americana trasmette buona musica e non occorre nemmeno utilizzare i cd che ci eravamo portato da casa. Per pranzo ci fermiamo a Needles in un fast food messicano, ci mangiamo un paio di Tacos e ci rimettiamo in marcia. Per l’ultimo tratto di strada scegliamo la Route 66 ed arriviamo a Kingman. Città che ci ospiterà per 1 notte.


Raggiungiamo il nostro hotel il Best Western King Inn & Suites, e lasciamo i bagagli in camera prima di iniziare ad esplorare questa cittadina. La nostra prima tappa è stata il museo della Route 66. E’ gestito da un paio di vecchiette molto simpatiche che ci regalano anche i biglietti per il museo della farrovia posto dall’altro lato della strada. Il museo è piccolino ma ben fatto, con foto della costruzione della Route, gli attrezzi utilizzati, e un po’ di storia locale basata su come la Mother Road ha cambiato la vita degli abitanti del posto. Ci sono anche alcune macchine storiche, compresa la prima macchina con il sistema di aria condizionata: una sorta di turbina montata sul finestrino del lato passeggero (chissà che mal di orecchie).

A fine giro ci fermiamo a chiacchierare ancora un po’ con le vecchette delle foto appese all’ingresso del museo, ci saranno almeno una ventina di bambini della zona scomparsi recentemente, la cosa ci fa davvero effetto, le salutiamo e ci dirigiamo al museo delle ferrovie. E’ quasi l’ora di cena, rientriamo per una doccia in hotel e andiamo a cena. Abbiamo un ardua scelta da compiere Marco voleva andare in quello consigliato dalla guida Lonely Planet, io invece avevo visto sulla strada un locale in stile wester con la riproduzione di una testa di toro sul tetto, mi sembrava più tipico ma alla fine ha vinto Marco. Abbiamo mangiato comunque bene in un locale semi deserto con un musicista country che suonava per noi ed altre due coppie. Dopo cena facciamo una camminata ma non c’è molto da fare e praticamente nessuno in giro, quindi ce ne torniamo in hotel a dormire.
7 ottobre:
Ci svegliamo come al solito all’alba, andiamo a fare colazione in hotel (visto che era compresa), e anche se la scelta non è ampia (untissime ciambelle e cereali) riusciamo a mangiare qualcosa. Carichiamo le valige in macchina, e iniziamo la nostra scoperta della Route 66 in direzione Grand Canyon. Appena lasciata la cittadina di Kingman, il paesaggio lascia senza fiato.

Enormi spazi, grandi vallate deserte, riarse dal sole, l’unico segno della presenza umana è la ferrovia. Di tanto in tanto vediamo passare treni lunghissimi, da 50 o più vagoni che procedono lentamente attraverso queste valli. Dopo qualche chilometro di Route 66 vediamo un benzinaio abbandonato, ma tenuto ancora in discrete condizioni, credo per i turisti.

Scendiamo e facciamo qualche foto, mi allontano un po’ da Marco quando vedo un cane enorme che mi sta correndo incontro. Panico. Nei pochi secondi che ci separavano mi ricordo che l’unico mio pensiero è stato “per fortuna ho fatto l’assicurazione sanitaria”. Miracolosamente il cane devia, mi fa la rasetta e prosegue per la sua strada. Dietro di lui c’è il padrone che con un sorriso sulle labbra mi dice “Don’t worry it’s a puppy” (Non preoccuparti è un cucciolo). Cucciolo quel cane enorme? Non oso immaginare ora come sia,…
Inizio a riacquistare colore e scattiamo le ultime foto. Ci rimettiamo in macchina anche se ci fermiamo quasi ogni chilometro a fare foto a questo paesaggio meraviglioso. La nostra prima tappa ufficiale è Peach Spring, un’altra cittadina sulla Route. La Mother Road è anche l’unica strada di questa località, e a parte qualche negozio di souvenir ed un caffè per il resto non c’è tantissimo. Dopo una breve sosta proseguiamo in direzione Seligman,

all’orizzonte vediamo nuvoloni neri e minacciosi che però non ci fanno desistere dallo scendere dalla macchina. Anche Seligman è piccola, c’è una riproduzione di una piccola prigione, qualche locale ancora chiuso e un bar. Ci fermiamo a prendere una bella tazzona di caffè americano al banco, il bar/ristorante è pieno di persone del posto che fanno colazione, compreso anche lo sceriffo!
Iniziano a cadere le prime gocce di pioggia e risaliamo in macchina non prima però di aver acquistato qualche gadget locale, e dato l’in bocca al lupo ad un gruppo di Harleysti che nonostante il tempo avevano deciso di proseguire in moto ugualmente.
Da Seligman abbiamo dovuto riprendere la I 40 perchè la Route è chiusa in quel tratto, ma il tragitto è breve ed in poco tempo raggiungiamo Williams, e proseguiamo in direzione Grand Canyon. Ha smesso di piovere ma i nuvoloni minacciosi non accennano ad andarsene. Arriviamo al Grand Canyon prima di pranzo, mangiamo qualcosa e andiamo a fare il biglietto per l’ingresso al parco. Appena entriamo un temporale di dimensioni epiche si abbatte su di noi, decidiamo quindi di andare in hotel a fare il check in e a posare i bagagli. L’hotel che abbiamo scelto si trova al Grand Canyon village ed è il Canyon Plaza resort. Appena entrati in camera il sole inizia a fare capolino tra le nuvole, quindi ci fiondiamo in auto. Oggi pomeriggio complice il tempo un po’ instabile decidiamo di fare la rive sud, che è aperta alle auto. Ci fermiamo ad ammirare la magnificenza del Grand Canyon, è uno spettacolo unico e meraviglioso, le rocce rosse in contrasto con l’azzurrissimo fiume Colorado è splendido.

Le nuvole continuano a passare sopra le nostre teste, senza sole resta la maestosità del posto, ma perde un po’ in colore. Il pomeriggio lo passiamo nei vari punti di osservazione fino ad arrivare allo Yaki Point, saliamo fino al punto di osservazione posto all’interno di una torretta per vedere il Desert Point e acquistiamo qualche oggetto costruito manualmente dagli indiani.
Il sole se n’è andato completamente, ed inizia a fare davvero freddo, torniamo quindi in hotel per farci una doccia. Per cena rimaniamo al Grand Canyon village, i ristoranti sono tutti abbastanza pieni ed essendo affamati decidiamo di fermarci in quello che ci dava il tavolo immediatamente. Mangiamo maluccio spendendo abbastanza. Appena usciamo dal ristorante notiamo che la temperatura è scesa ulteriormente, le macchine sono ghiacciate e nonostante indossiamo i capi più pesanti che avevamo in valigia abbiamo comunque i brividi. Rientriamo in hotel ed anche se sono appena le dieci, andiamo a nanna.
8 ottobre:
Anche in questo hotel abbiamo la colazione inclusa, quindi scendiamo a mangiare qualcosa, finalmente il cielo è terso, ma le macchine sono ancora ghiacciate. Anche se c’erano dei canadesi in infradito e shorts fuori, la temperatura era ben al di sotto degli 0°. Ci mettiamo in macchina, e ci impieghiamo un buon quarto d’ora a sghiacciare il vetro e ci accingiamo a ritornare al Grand Canyon. Questa mattina faremo la riva Nord, raggiungibile solo tramite le navette del parco. Parcheggiamo quindi la macchina e ci fermiamo al Mother Point a scattare qualche centinaia di foto,

prima di raggiungere la fermata dell’autobus che ci porterà fino allo Yavapai. Le varie viste che si susseguono sono tutti simili ma talmente belle che tutte valgono una visita. Arrivati allo Yavapai point visitiamo il museo geologico, che è molto interessante e scattiamo qualche altra foto. Per pranzo decidiamo di sfruttare le cibarie acquistate a Los Angeles per il viaggio, essendo ancora intatte e quindi mangiamo “al sacco” in un parco, insieme ad una scolaresca e qualche altro turista. Facciamo una passeggiata per il parco e ci imbattiamo in un enorme cervo che bruca tranquillamente l’erba incurante di noi e dei nostri scatti. Decidiamo di tornare in hotel per rilassarci un po’ prima di tornare nuovamente al Grand Canyon per il tramonto. Sicuramente oggi con il sole ci sarà un tramonto più memorabile che il giorno precedente quindi verso le cinque ci accingiamo a ritornare al Mother Point. In effetti non ci siamo pentiti di essere risaliti perchè le rocce assumono un’intensa colorazione rossa regalandoci un tramonto indimenticabile.

Per cena stasera decidiamo di provare la Steak House. Anche se arriviamo abbastanza presto c’è circa una mezz’ora da aspettare per il tavolo, ma stasera siamo meno affamati e non ci spaventa l’attesa. Appena ci sediamo ci portano un’insata (finalmente qualcosa di sano) ma condita con una salsa da 1 miliardo di calorie,… va be’ la dieta la inizieremo a fare una volta in Italia. Ci mangiamo una bella bistecca, con patate al cartoccio e una pannocchia. C’è da premettere che ogni volta che nei film vedevo mangiare le pannocchie mi sembravano gustose, ma appena assaggiata ho capito che non faceva proprio per me. Lascio stare il mais ma mangio la bistecca buonissima e le patate. Anche stasera il conto è stato alto, ma ce lo aspettavamo, alla fine non hai molta scelta di locali in una zona come il Grand Canyon, ed è naturale che invece di farsi la guerra con i prezzi al ribasso, i ristoranti hanno alzato in maniera uniforme le quote. Chiariamente ci sono anche i fast food, dal pizza hut al Mc, ma non ci piacciono particolarmente, quindi abbiamo preferito spendere qualcosa in più. Una passeggiata per il Canyon Village è fuori questione per il freddo, quindi anche stasera a nanna presto.
9 ottobre:
Oggi partiamo in direzione Las Vegas, dopo la colazione in hotel ci mettiamo in marcia in direzione Williams, strada facendo ci fermiamo a Bedrock City allo Yabba Dabba-Doo, il villaggio dei Flinstones.

E’ mattino presto quindi ci siamo soli noi dentro il negozio, girovaghiamo un po’ alla ricerca di qualche gadget da portare a casa, ma sarà l’ampiezza del negozio con miliardi di oggetti accatastati, o la luce veramente fioca non riusciamo a trovare nulla da acquistare. Proseguiamo in direzione Williams, facciamo anche qui una sosta e ci facciamo una passeggiata per la cittadina. Da Williams ci dirigiamo verso Kingman, con la I40; quel tratto di Route l’abbiamo già fatta, così guadagnamo tempo con l’autostrada. Ci fermiamo a Kingman per pranzo, e ci rimettiamo in marcia. La strada che da Kingman porta a Las Vegas è poco trafficata e molto assolata, il panorama è sempre uguale ma mai monotono, fino ad arrivare alla diga di Hoover.

Che dire su questa diga: l’unico aggettivo che mi viene in mente è imponente! Ci fermiamo nel pluripiano, dove parcheggiamo l’auto e proseguiamo con una visita a piedi, la prima tappa è al ponte, sia per fotografare le 2 torrette con gli orari dell’Arizona e Nevada (difatti proprio su questo ponte c’è il confine dei due Stati) e poi per guardare la diga dall’alto.

Entriamo poi nel museo della diga che ne spiega il funzionamento. Dopo aver bevuto qualcosa di fresco, visto che c’erano 40° gradi all’ombra, risaliamo in auto in direzione Las Vegas.

La strada costeggia il lago, ci sono molti hotel bellissimi affacciati sulle rive ed hanno tutti il casinò annesso. La strada ci porta nella cittadina di Boulder City, molto carina, con belle villette e molti ragazzi giovani per strada, non ci fermiamo molto perchè siamo impazienti di arrivare nella Sin City. Dopo nemmeno mezz’ora eccola là, la città del vizio, anche arrivandoci di giorno è impressionante, in mezzo alle colline riarse dal sole c’è questa pianura che contiente migliaia di hotel luccicanti e casinò, al primo sguardo l’hotel che riusciamo subito a distinguere è il Luxor, con la sua piramide nera, e man mano che ci avviciniamo alla città riusciamo a scorgere tutti i più famosi della strip. Arriviamo al nostro hotel l’Excalibur, lasciamo la macchina nel loro parcheggio gratuito ed entriamo. La hall è gigantesca e ci mettiamo un attimo prima di capire dove dovevamo dirigerci per il check in, la coda è breve e mentre aspettiamo, la musichetta delle migliaia di slot machines ci fa compagnia. Saliti in camera decidiamo per una doccia veloce prima di iniziare l’esplorazione. Quando usciamo è quasi il tramonto, le luci della strip iniziano ad accendersi, noi iniziamo la nostra perlustrazione,

il primo hotel che visitiamo è il New York New York, poi l’Mgm e via via arriviamo fino al Bellagio, le fontane stavano iniziando le loro “danze”

con la musica di Bocelli in sottofondo, davvero belle, facciamo le foto alla Tour Eiffel

e all’Arco di Trionfo del Paris, ed arrivano al Venetian, incredibile la riproduzione di Piazza San Marco e del Ponte di Rialto,

con tanto di laguna (molto più azzurra che quella vera), gondole e giapponesi che ci facevano il giro sopra.

Non ci rendiamo nemmeno conto di non aver cenato, come in trance dalle migliaia di luci, suoni e colori,

lo spettacolo dei pirati al Trasure Island, andiamo a mangiare qualcosa al Danny’s, non abbiamo molta fame quindi preferiamo mangiare alla veloce piuttosto che fare la coda nei vari all you can eat degli hotel. Nemmeno ce ne rendiamo conto e solo le due di notte, torniamo con calma verso l’Excalibur per una notte di sonno, domani sarà un’altra giornata impegnativa.
10 ottobre:
Ci svegliamo con calma e facciamo una colazione allo Starbucks del nostro hotel, per prima cosa ci dirigiamo verso il Luxor, prendiamo il trenino che dall’Excalibur ci porta all’ingresso principale.

Il Luxor è molto scenografico, facciamo un po’ di foto anche alla cappella per i matrimoni e ci rincamminiamo per la strip. Il sole è caldissimo e stare al sole è davvero una sofferenza, quindi cerchiamo di rimanere nella parte ombreggiata della strip, facciamo un giro nel negozio dell M&M’s e arrivati al Bellagio ci guardiamo un altro spettacolo visto che le fontane alzano una nebbiolina rinfrescante. Entriamo all’interno del Bellagio, davvero bello, tutto in marmo e ben tenuto, ma un po’ troppo poco Las Vegas, insomma è troppo fine a mio parere per una città così kitch. La giornata la passiamo da un hotel all’altro, l’aria condizionata ci da un po’ di refrigerio e dopo pranzo ci rendiamo conto di non aver visto la famosa scritta: Welcome to the faboulous Las Vegas, proviamo a cercarla a piedi da un lato all’altro della strip arrivando fino allo Stratosphere ma nulla, ritornando verso il nostro hotel e ci fermiamo a bere un cocktail e sopresa: ci chiedono la carta d’identità per verificare se abbiamo più di 21 anni,… quanto amo Las Vegas. Prima di tornare in hotel andiamo al New York New York e facciamo la coda per le montagne russe, che dire: spettacolari, una bella sferzata d’adrenalina. Torniamo in hotel per preparaci alla nostra ultima notte a Las Vegas, e ci fermiamo a cena al buffet dell’Excalibur. Dopo cena decidiamo di riprendere l’auto per cercare questa scritta, e poi dobbiamo fare il pieno alla macchina prima di lasciarla la mattina seguente. Finalmente la vediamo e ci fermiamo per fotografarla, obbiamo fare un po’ di coda perchè ci sono diverse coppie di sposi con invitati al seguito che fanno le foto per l’album di nozze.

Soddisfatti andiamo a fare il pieno alla macchina, il distributore sembrava non funzionare e un sosia di Snoop Dog mi dice di provare a chiedere dentro il gabbiotto, sale in macchina e quando la accende le sospensioni iniziano a sobbalzare con salti di mezzo metro circa,… incredibile solo a Las Vegas. Comunque seguo il suo consiglio e riusciamo a fare il pieno. Rientriamo all’Excalibur e Marco decide di andare a giocare qualcosa alle roulette. Appena ci sediamo al banco ed il croupier ci chiede la carta d’identità,… mi voglio trasferire a Las Vegas, se per loro non dimostro 21 anni è il mio personale paradiso! Giochiamo un paio d’ore e rientriamo in camera, aspettando l’ascensore noto una buffa vecchietta vestita di lustrini che giocava con accanimento ad una slot, e incredibilemnte la mattina dopo quando scendo la trovo ancora lì!
11 ottobre:
Questa mattina ci svegliamo con un po’ più di premura, mentre Marco è sotto la doccia vado a prendere da Starbucks la colazione per consumarla in camera, e mentre chiudiamo le valige sbocconcelliamo delle ottime brioches. Chiuse le valige facciamo il check out e ci dirigiamo all’aeroporto, lasciamo la macchina all’Avis e facciamo il check in per San Francisco, città che ci ospiterà per tre notti. Il volo passa velocemente, man mano che ci avviciniamo alla costa le nubi rubano lo spazio al sole e atterrati a San Francisco il cielo è completamente coperto ed il clima decisamente più fresco che nell’assolata Las Vegas. Prendiamo un taxi che ci porta in centro. Il tragitto dura circa una mezz’ora. Arriviamo all’hotel Nob Hill prima di pranzo, la nostra camera non era ancora pronte quindi lasciamo i bagagli ed usciamo a mangiare qualcosa, l’inserviente dell’hotel ci consiglia un locale poco distante dall’hotel dove si fa un ottimo brunch (visto che è domenica). Ci fidiamo e siamo rimasti completamente soddisfatti, abbiamo fatto il brunch direttamente al bancone del locale con lo show cooking (fa molto americano). Siccome la camera non sarebbe stata pronta prima delle tre girovaghiamo ancora un po’ in zona e ci prendiamo un caffè per ingannare l’attesa. Alle tre ci vengono consegnate le chiavi della minuscola camera che ci ospiterà per 3 notti, molto pulita ed anche ben arredata ma minuscola. Le valige le dovevamo mettere in corridoio perchè non c’era lo spazio materiale per posizionarle altrove, ma pazienza alla fine non siamo qui per passare 3 giorni chiusi in camera. Dopo esserci sistemati prendiamo un taxi e ci facciamo portare al Fisherman Wharf, la temperatura è fresca ma si passeggia tranquillamente per i vari negozietti, facciamo una cenetta vicino al Pier 33 e proseguiamo la prima esplorazione di Frisco. Il primo impatto in questa città non è dei migliori, soprattutto la zona del Fisherman Wharf è molto sporca, in alcune stradine quasi trasandata, molto clochard in giro con i carrelli della spesa e alcuni adagiati sui marciapiedi. Riprendiamo un taxi e torniamo in hotel a dormire, sperando che la giornata successiva ci faccia cambiare idea su Frisco.
12 ottobre:
Appena aperti gli occhi la prima cosa che notiamo è un cielo plumbeo che incombe su di noi, scendiamo a dare colazione e qui abbiamo una gradita sorpresa, l’hotel era in solo pernottamento, invece ci da la colazione inclusa, abbondante e di qualità. Questa mattina decidiamo di incamminarci per le colline di Frisco,

prima tappa è il museo dei tram,

carino anche se rumorosissimo visto che ci sono diverse macchine ancora in funzione. Proseguiamo quindi nei diversi saliscendi fino ad arrivare a Chinatown,

molto caratteristica, sembra davvero di stare in Cina passando per il quartiere italiano dove vediamo un caffè con la scritta caffè Illy, ci fiondiamo dentro e finalmente beviamo un ottimo espresso all’italiana. Prima di tornare nella zona del Fisherman Wharf risaliamo l’ennesima collina per andare a fotografare Lombard Street

e le classiche case vittoriane,

è quasi ora di pranzo quindi mangiamo qualcosa alla veloce e ci rechiamo all’imbarco per l’isola di Alcatraz.

già prenotato i biglietti, quindi facciamo una piccola coda e ci imbarchiamo. Il panorama nonostante il clielo grigissimo è molto bello, da un lato lo skyline della città, dall’altro il Golden Gate e la collina di Sausalito.

Decidiamo di visitare il molo, con negozietti molto carini e caratteristici.

Arrivati sulla punta del molo inizia a diluviare quindi, non avendo l’ombrello con noi decidiamo di rietrare in hotel. Prendiamo un taxi per farci portare al Nob Hill e ci rilassiamo con una doccia calda, la pioggia non accenna a smettere, anzi aumenta di intensità, diventando un diluvio, la strada davanti al nostro hotel sembra un fiume, uscire per cena è impensabile. Fortunatamente il nostro hotel ha anche il ristorante, che tra l’altro propone un’ottima cucina. Decidiamo di andare a letto presto, nella speranza che la giornata successiva fosse, se non assolata almeno senza pioggia.
13 ottobre:
Ancora prima di aprire gli occhi sento una pioggia incredibile che viene da fuori, il diluvio iniziato il pomeriggio precedente non solo non è finito, ma se possibile è aumentato di intensità. Scendiamo a fare colazione e il proprietario dell’hotel ci da una brutta notizia, la perturbazione che sta affliggendo la città non si sarebbe placata almeno fino a sera e la parte bassa di Frisco era tutta allagata. Vediamo il notiziario ed effettivamente le immagini non erano incoraggianti, nella zona del molo c’era un metro d’acqua per strada, le autostrade erano chiuse e molti alberi erano stati abbattuti dalle raffiche di vento. Aspettiamo un po’ nella hall dell’hotel per capire come passare la giornata, verso l’ora di pranzo la pioggia sembrava diminuire, quindi proviamo ad avventurarci fuori, ci manca ancora la zona del distretto finanziario, ma non facciamo in tempo a fare un isolato che eravamo già completamente inzuppati. Più ci spindgevamo verso il basso e più la strada ma anche il marciapiede diventavano impraticabili. Con rammarico decidiamo di tornare in hotel e aspettare che il diluvio universale finisse. Il pomeriggio lo passiamo a chiacchierare con il proprietario dell’hotel e a navigare su internet, di uscire non c’era proprio verso. Eravamo anche preoccupati per l’autostrada, visto che il mattino successivo dovevamo partire per New York, ma le ultime notizie dicevano che l’autostrada era stata riaperta. Mangiamo cena ancora nel nostro hotel e finalmente intorno alle 23.00 la furia della pioggia a poco a poco si placa. Ma ormai è troppo tardi per uscire, quindi ce ne torniamo sconsolati in camera a dormire. Probabilmente questa giornata in cui non abbiamo potuto mettere il naso fuori dall’hotel non ci ha aiutato ad amare di più questa città, o forse sia io che Marco avevamo aspettative più alte. Sta di fatto che ho sempre sentito parlare di San Francisco come una città magica, ma io questa magia non l’ho avvertita, l’ho trovata sporca e trasandata, come una signora di una certa età, che in gioventù è stata bellissima ma con la vecchiaia abbia smesso di curarsi. Se devo essere sincera, anche se impopolare, è una città in cui non ritornerei, anche se sono contenta di esserci stata.
14 ottobre:
Il cielo è grigio, ma almeno non piove, chiudiamo i bagagli, il proprietario dell’hotel ci chiama un taxi e lasciamo la fredda e piovosa San Francisco per la città che desideravo di più vedere: New York. Nella speranza che le aspettative non rimangano deluse come per Frisco.
Il volo passa lento e sotto di noi non riusciamo a vedere nulla se non le nubi che sembrano essersi appropriate del cielo degli Usa da Ovest ad est. Atterriamo al Jfk intorno alle 20.00, le valige sono già sul nastro trasportatore quando raggiungiamo l’aerea bagagli, che organizzazione! Facciamo la coda per i taxi e dopo circa 20 minuti sulla nostra sinistra vediamo illuminato lo skyline più famoso del mondo,… che emozione! raggiungiamo il nostro hotel il Wellington, sulla settima, facciamo il check in e ci catapultiamo fuori. La voglia di visitare Time Square è troppo forte, e subito siamo ipnotizzati dalle luci delle pubblicità, dal via vai di gente,… presi in un delirio fotografico immortaliamo qualsiasi cosa.

Ci rendiamo conto che sono le 2 del mattino, ma avendo ancora il fuso della West Cost la cosa non ci pesa. Torniamo quindi in hotel per la notte ansiosi di iniziare la perlustrazione della città il mattino successivo.
15 ottobre
Purtroppo appena apro gli occhi vedo il cielo grigio e sento il ticchettio della pioggia sui vetri, ci vestiamo con abiti pesanti e scendiamo dallo Starbuck’s di fronte al nostro hotel per fare colazione, la prima tappa che facciamo è in un negozio ad acquistare due ombrelli, visto che la pioggia non accenna a smettere.

Ci dirigiamo sulla fifth avenue a “rifarci” un po’ gli occhi sulle vetrine ed arriviamo fino alla Central Station,

che visitiamo, dopo la stazione andiamo alla biblioteca, purtroppo l’esterno è impacchettato per una ristrutturazione, mentre l’interno è sorprendente, sale silenziosissime in legno, poca gente che legge ma molti turisti in visita.

Una sala era chiusa perchè stavano allestendo il tutto per un matrimonio sull’onda del film Sex and the City. Ci dirigiamo verso Soho, passando davanti al Madison Square Garden,

pranziamo velocemente e arriviamo all’Apple Store di Soho e ci rimaniamo quello che mi sembra un tempo interminabile, ma fortunatamente i riscaldamenti erano accesi, così mentre Marco era in delirio informatico io mi sono scaldata per bene. Terminata la visita all’Apple Store, ci spostiamo ancora più a sud di qualche isolato per visitare Perry Street, via che di per sè non ha nulla di particolare tranne che per le drogate come me di Sex and the City, qui infatti, al numero 33 c’è l’abitazione della protagonista del telefilm. Ci fermiamo in un locale a prendere un cappuccino caldo. La temperatura era intorno agli zero gradi e un vento gelido si incuneava tra i grattacieli, quindi ogni paio d’ore è assolutamente necessario bere qualcosa di caldo. Rientriamo in hotel con un taxi, e saliamo in camere con l’idea di scaldarci con una bella doccia bollente prima di cena, ma sorpresa: appena entriamo in camere ci accorgiamo che dentro fa più freddo che fuori, perchè dal termosifone invece che uscire aria calda esce quella condizionata. Mi reco nella hall e spiego il problema, ci mandano un tecnico e fortunatamente il nostro termosifone inizia a scaldarsi. Abbiamo i biglietti già acquistati per la salita al Top oh the rock, appena usciamo dall’hotel notiamo che la pioggia è ancora più battente ed il vento sempre più gelido. Pensiamo che sopra il Rockfeller Center la situazione fosse ancora peggiore, quindi lasciamo stare, anche a costo di perdere il costo del biglietto. Andiamo a cena e facciamo un’altra passeggiata a Time Square. Quando rientriamo in camera il condizionatore era nuovamente in funzione, ci saranno stati si e no 10 gradi in camera, mi reco nuovamente alla hall e spiego loro il problema, alla fine ci hanno spostati di camera, all’ultimo piano e con balconcino, appena entriamo nella nostra nuova stanza ci accorgiamo che qui invece funziona tutto fortunatamente, anzi è talmente caldo che dormiamo scoperti. Forse dopo le nostre lamentele ci hanno assegnato la camera più calda di tutta Manhattan!
16 ottobre:
Questa mattina non piove ma il vento è gelido, quindi vado anche ad acquistarmi un bel cappello di lana, giusto per non rischiare di perdere le orecchie. La prima tappa della giornata è Ground Zero, è un immenso cantiere,

ma è innegabile che essere qui evoca le immagini terribili dell’11 settembre, come non pensare alle Twin Towers, ed alle persone che hanno perso la vita a causa di questo attentato. Ci rechiamo al museo dedicato alle vittime delle Twin Towers, è veramente toccante, vedere le foto di chi ha perso la vita, rendeva l’evento ancora più reale e tremendo, quando immaginiamo i numeri delle vittime ci rendiamo conto di quanti sono ma quando vedi i volti di queste persone è difficile trattenere le lacrime. Quello che mi ha colpito di più è stato il silenzio dentro questo museo, nonostante i turisti fossero moltissimi, probabilmente i presenti rimangono tutti in silenzio a rievocare quei momenti. Nella sala inferiore del museo, ci sono i disegni dei bambini delle scuole elementari di tutta America, è impressionante vedere come questo evento può aver toccato la sensibilità anche di bambini così piccoli.
Sono stata tutto il tempo con gli occhi lucidi, e quando usciamo e vediamo la targa apposta fuori dal museo non riesco più a contenerle.

Terminata questa visita così toccante, ci spostiamo verso Wall Street, facciamo foto alla borsa

ed al toro, dopo una discreta coda. Il cielo sembra aprirsi un po’ quindi ci dirigiamo al porto per prendere il traghetto per Staten Islan, volevamo fare qualche foto allo Skyline della città. Purtroppo appena saliamo sul traghetto le nuvole tornano a coprire tutto ed inizia a piovigginare.

Scattiamo qualche foto e appena sbarcati a Staten island, ci reimbarchiamo con il traghetto per Manhattan. Arriviamo fino al ponte di Brooklin e poi ci spostiamo a China Town, che però a differenza di quella di San Francisco mi sembra meno curata, un po’ meno autentica. Passiamo anche da Little Italy, anche se oramai è quasi fagocitata da China Town, ma vediamo un po’ di insegne in italiano e anche i pali dell’elettricità sono colorati di bianco, rosso e verde. Ci lasciamo trasportare dai quartieri e dai negozi, risalendo in direzione nord verso il nostro hotel. Camminare senza meta per New York è molto bello, lasciarsi trasportare dalle luci, dai suoni dalla gente, quindi i tanti chilometri macinati non pesano sulle nostre gambe

Arriviamo in hotel e dopo una doccia calda decidiamo di andare al Top of The Rock, la pioggia non scende più ed anche il vento sembra essersi placato. Raggiungiamo la hall del Rockfeller Center e chiediamo agli addetti se è possibile salire con i biglietti prenotati per la sera precedente, non ci fanno alcun problema fortunatamente, quindi prendiamo l’ascensore. New York vista dall’alto è spettacolare di fronte a noi c’è l’Empire State Buiding illuminato di giallo,

il Chrisler,

po’ più defilato e guardando verso Time Square non possiamo non notare l’immensa luce che sprigiona.

Scattiamo molte foto e stiamo lì circa un’ora per poi scendere ed andare a mangiare qualcosa.
17 ottobre:
Questa mattina il cielo è ancora grigio ma non piove, dopo aver fatto una veloce colazione al solito Starbuck’s ci dirigiamo sulla quinta strada, entriamo in qualche negozio e di alcuni (come Tiffany) guardiamo solo le vetrine. Dopo qualche ora per i negozi ci dirigiamo al MoMA, nonostante sia sabato mattina non ci sono code per l’ingresso, ero davvero ansiosa di vedere questo museo, per le opere al suo interno e per quello che rappresenta per l’arte moderna, la mia attesa è stata ben ripagata. E’ un museo magnifico, forse tra i più interessanti che ho mai visitato, perché oltre ad opere pazzesche ci sono anche elementi di arredo di design assolutamente incredibili.
Ci mettiamo circa tre ore per visitarlo e ci rendiamo conto di essere affamati, notiamo un locale carino nelle vicinanze e ci mangiamo due ottime Cesar’s salad. Il tempo continua a reggere e anche se fa freddo ed è nuvoloso, ci dirigiamo a Central park,

vero polmone verde di Manhattan, camminiamo in direzione nord, visto che la tappa principale di questo pomeriggio è il Metropolitan Museum,

in questo museo troviamo un po’ più coda all’ingresso, forse anche perché è sabato pomeriggio. Il museo è enorme con immense sale dedicate a particolari periodi storico/artistici. Dopo un paio d’ore di visita usciamo e siccome la camminata per tornare all’hotel è ancora lunga decidiamo di rifocillarci con un paio di pretzel. Per cena scegliamo un locale vicino Central Park, nonostante fosse pieno e noi non avessimo al prenotazione il cameriere ci chiede se fossimo italiani, e siccome anche lui lo era di origini ci aiuta ed in meno di 5 minuti siamo seduti a tavola.
18 ottobre:
Questa mattina la pioggia è intensa così come il freddo, gironzoliamo un po’ per il centro e poi con un taxi ci spostiamo al Battery Park, oggi abbiamo i biglietti per la statua della libertà ed Ellis Island, i controlli per l’ingresso sono severi e meticolosi ma veloci ed in dieci minuti siamo a bordo del battello. Nonostante il tempo inclemente c’è moltissima gente. In pochi minuti il battello attracca al molo e finalmente smette di piovere, in compenso però si alza un vento freddissimo, ma non demordiamo e riusciamo a fare un bel po’ di foto sia allo skyline che a Miss Liberty.

Per riscaldarci un po’ visitiamo il museo e prendiamo nuovamente il traghetto per Ellis Island. Qui si fermano molte meno persone, quindi il museo sull’immigrazione è molto più visibile considerando che è semi deserto. Vediamo le foto, i registri e notiamo molte famiglie di origine italiane che hanno tentato la fortuna negli States passando proprio da quest’isola. Dopo un paio d’ore torniamo a Manhattan, ci dirigiamo nuovamente verso nord passando da Tribeca, ma alla fine inizia nuovamente a piovere quindi cerchiamo un taxi per tornare in hotel. Dopo una doccia calda, noto che le nuvole sono sparite, regalandoci un tramonto meraviglioso.

Questa è la nostra ultima notte a New York e decidiamo di andare a cena nel quartiere di Hell’s Kitchen, per poi andarci a bere qualcosa in centro. Non potevo lasciare New York senza bere un Cosmopolitan!
19 ottobre:
Appena apro gli occhi vedo che c’è il sole,

e avendo ancora tutta la mattina a disposizione ci rechiamo a Central Park per vederlo finalmente illuminato dai raggi del sole,

mangiamo pranzo con un hot dog. Rientriamo in hotel per prendere i bagagli e partiamo per il Jfk. Non riesco a smettere di guardare fuori dal finestrino come a volermi imprimere ogni dettaglio della Big Apple, i grattacieli, lo skyline, l’andirivieni della persone per la strada,… Nonostante il brutto tempo incontrato durante il nostro soggiorno non posso non pensare alla prossima volta che tornerò negli States e a New York, la città più spettacolare che abbia mai visitato!

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Ci sono 9 commenti su “Tra grandi città e un po’ di West

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