Rwenzori, gorilla di montagna e rafting sul Nilo, tutto in Uganda

 ASCESA DEL Mt. RWENZORI (cima Margherita)

(gorilla di montagna e rafting sul Nilo Azzurro)

Uganda 2012

 Il nome introduce sempre l’oggetto a cui si riferisce, in questo caso si tratta di un enorme massiccio montuoso dove sono concentrate quasi tutte le nevi africane, ma questo nome, Rwenzori, è talmente fascinoso da avermi stimolato da sempre la fantasia, come un bambino, credo che non possa essercene uno più bello, più musicalmente africano di questo. E, da il nome a delle montagne incredibilmente belle, stavolta però è opinione comune, ricoperte dalla vegetazione più bizzarra, paesaggi preistorici dove presto si diventa parte della natura stessa che ti sovrasta, e sei felice solo perché in quel momento sei lì, vivo come lo è una semplice foglia.

 

1° GIORNO: l’aereo è atterrato ad Entebbe di notte, siamo in Uganda. Alla dogana mi applicano un misero timbro sul passaporto in maniera piuttosto veloce, e poco dopo, sul nastro, le nostre valige già ruotavano, sole e cariche di prezioso materiale tecnico, le raccogliamo e ce ne andiamo. All’uscita mi aspetta Moses, il nostro autista, con il solito pulmino bianco sgangherato che in mezzora ci porta all’albergo intitolato a Papa Paolo VI dove aspettiamo l’alba nella hall. Sto scrivendo alle 05:15 del mattino per passare il tempo e mi vien da ridere: c’è un poster dell’Everest appeso in bacheca con su scritto “The Top of the World” e un volantino che è un invito a cena definita “Bible dinner”, quindi biblica, con l’arcivescovo dell’arcidiocesi di Kampala, allora mi domando come può essere una cena biblica. Come arrivano le luci del giorno, apre il ristorante per la colazione, definiamo le solite incombenze burocratiche e monetarie, cambiamo i soldi, facciamo rifornimento e scappiamo dalla caotica Kampala, dove spesso campeggia in alto la moschea bianca dedicata al colonnello Gheddafi, ai tempi della sua amicizia con Idi Amin. La strada è sempre asfaltata, accompagnata costantemente da villaggi “stradali”, baracche in lamiera costruite sulla terra rossa. Per il pranzo ci fermiamo a Kyeujonjo e ci mangiamo il primo pollo ruspante con ottime patate fritte in un ristorante di un kitsch diciamo camorristico.

L’arrivo a Kasese è alle 18:10, in tutto abbiamo percorso 500 km in 8 ore, di buona strada anche se troppo spesso rallentata da dossi e buche. Il nostro albergo è su una via molto numerosa, ne approfitto subito per farmi fare una barba, ma è lentissimo e me la taglia troppo, pazienza tanto nei prossimi giorni, lassù sul Rwenzori avrà tutto il tempo di ricrescere. Per cena mangiamo una capra durissima con il riso, poi incontriamo Abat, la nostra guida che dovrà portarci sulla cima Margherita. La notte la passo tormentata, sotto la zanzariera faccio troppi sogni strani.

2° GIORNO: al mattino da Kasese una strada sterrata e piena di buche inizia a salire, tra villaggi e bananeti, arriviamo all’ ufficio delle RMS, le guide e portatori Bakonjo responsabili della salita al Rwenzori, qua c’è anche il magazzino per prendere a nolo il materiale necessario, gli zaini vengono pesati e non devono superare i 25kg. Il cuoco prepara gli scatoloni con il cibo da portare, la squadra di portatori è pronta, partiamo che sono le 10:45 del mattino, non prima di aver ascoltato un bel briefing sulla flora, sulla fauna del parco, sulle tappe da percorrere e quant’altro interessi queste mitiche montagne. La prima parte del sentiero è percorribile anche con la jeep, poi si restringe ed è intervallata da scale in ferro e passerelle, che seguono costantemente il corso del fiume, immersi quasi completamente nella foresta pluviale. Si suda tanto, c’è anche il sole, non facciamo tranne sotto un capanno per il pranzo, fatto di frutta e sali minerali.

Ripartiamo alle 13:30 e si arriva al Nyabitaba Hut alle 15:00, dove l’ultimo strappo è incredibilmente ripido, su un sentiero dove spesso si avanza anche con le mani immerso in una macchia di felci altissime dove tuttavia il sole passa. Alla capanna ci portano the e biscotti, poi dormiamo un po’, così come siamo vestiti e alle 20:00 ci portano la cena, romantica a lume di candela: una zuppa calda e piccante, molto riso, pollo, tonno ripassato in padella con cipolle e zucchine, ed infine la mia “coppa” sottovuoto e sudata portata dall’Italia. Altra notte tormentata, non ho caldo e né freddo, il letto è comodo ma non riesco comunque a dormire, penso di essermi addormentato veramente molto tardi.

3° GIORNO: Partenza alle 08:25 e arrivo alla John Matte Hut alle 13:45: oggi indossiamo finalmente le calosce, io ho quelle con i gambali, che sicuramente aumentano il sudore ma probabilmente se non le avessi avute, avrei lasciato lo stivale di gomma dentro a qualche pozza di fango, tanto erano profonde e avvolgenti, della sabbie mobili insomma. Dapprima scendiamo lungo la valle del fiume Bujuku che attraversiamo con il ponte omonimo e, da quel punto in avanti, solo salita, anche se il sentiero oggi ha una sua logica, alternando tratti pianeggianti che ti permettono di recuperare. A volte si inerpica sulle rocce, altre volte è battuto, altre volte ancora è una pozza di fango e infine, l’ultimo tratto accompagnato da passerelle in legno piuttosto pericolanti e scivolose, tuttavia necessarie. Solo nell’ultima parte del sentiero la foresta pluviale sembra diradarsi a vantaggio dell’erica arborea e di altri cespugli, ma è solo un illusione, presto si riprende ciò che precedentemente gli è stato tolto e si cammina sotto una coltre di liane, buie gallerie di rami, foglie e muschi penduli, corridoi infernali ma così straordinariamente belli. Arrivato a John Matte Hut tolgo gli stivali e indosso gli scarponi, ci beviamo un thè tutti insieme e mangiamo barrette di cioccolata, in pochi minuti mi sembra di essermi ripreso dalla fatica. Quassù siamo completamente fuori dal mondo, prima del tramonto le nuvole ci scoprono le due cime gemelle, punta Alexandra e punta Margherita con l’imponente ghiacciaio che le separa: certo vederle lassù sembrano lontanissime da raggiungere in meno di due giorni, e, sicuramente questa seppur formidabile visione non ci ha trasmesso ottimismo. A volte, penso però, che l’uomo è una creatura alquanto strana che volendo riesce sempre a far quello che gli pare. Intanto che scrivo ho i brividi di freddo, non sono riuscito a scaldarmi e il sudore mi si è asciugato addosso con l’aria fredda e piccante, che mano a mano oggi ha iniziato a sostituirsi a quella calda. Tutti noi abbiamo bisogno di riposare piuttosto che di lavarci, seppur lo sporco ha già raggiunto il suo limite, oltre il quale non ci si fa più caso. Ora riprendo a leggere, c’è ancora luce, in attesa delle 19:00, quando le guide verranno, in maniera piuttosto solenne, a fare il solito briefing per l’indomani: il briefing per loro è una cerimonia molto importante che ripetono ogni sera, tutti insieme si presentano, e parla sempre Robert, la guida più anziana.

4° GIORNO: in breve, partenza da John Matte Hut alle 08:15, arrivo ad Helena Hut alle 15:50, con una pausa pranzo di mezz’ora circa a Bujuku Hut tra le 12:30 e le 13:00. Quassù siamo proprio sotto ai ghiacciai, Helena Hut si trova a 4600 asl circa e i problemi dell’altura hanno cominciato a presentarsi un po’ per ciascuno anche se lievi: forse quello che sta peggio è il nostro possente cuoco a cui ho dato un aspirina e continua a lavorare per noi, io ho semplicemente rinunciato alla cena accontentandomi di due tocchi di parmigiano con un thé caldo. Inizio a scrivere alle 20:30 infilato nel sacco a pelo perché solo adesso il freddo mi è passato, sotto alla baracca di tavole piena di spifferi; ho già sistemato lo zaino per domattina, fisicamente sto molto bene e mentalmente pure, ripensando alla splendida giornata di oggi. Infatti la tappa è stata sicuramente la migliore ma anche la più faticosa: quasi sempre si cammina nel fango e una volta mi sono talmente impantanato da non riuscire a sollevarmi se non con l’aiuto di Robert, scendevo sempre più giù. Mi piace immaginare che un qualsiasi paesaggio preistorico di milioni d’anni fa fosse molto vicino a questo sconosciuto angolo di mondo, e probabilmente se mi fosse comparso dinanzi un dinosauro avrei provato meno sorpresa rispetto a qualsiasi altro luogo. Anche lo sforzo non è mancato, raggiungere Helena Hut è stato duro, anche perché due tappe sono state concentrate in un solo giorno, ma, a proposito di stanchezza, smetto di scrivere perché da disteso il braccio sta iniziando a farmi male. Buonanotte e domani sarà la cima.

5° GIORNO: in breve, partenza da Helena Hut alle 05:00, arrivo a cima Margherita alle 11:00, ritorno ad Helena Hut alle 15:10 e infine arrivo a Bujuku Hut alle 17:40. Una giornata quanto massacrante altrettanto ripagante, 12 ore e mezza di cammino quasi continuato, una iniezione formidabile di autostima che ripaga di parecchie sconfitte e stupide consuetudine di ogni giorno. Scrivendo penso che scalare montagne sia un fatto egoista, lo si fa solo per se stessi ma è talmente necessario per alcuni di noi che rappresenta la metafora della vita stessa concentrata in pochi giorni: arrivare fin lassù è stato principalmente un fatto di testa, il fisico è importante ma secondario, quella forza di volontà che talvolta si mischia con l’istinto di autoconservazione, ti spinge a salire a testa bassa senza mai guardare l’arrivo, contro il fiato sempre più corto, la fatica e il freddo insopportabile, sentirsi prima i guanti e poi le mani fradice, poi anche i piedi, ma non importa più nulla, perché quando sei arrivato in cima ti scoppia il più spontaneo pianto di gioia, adesso devi solo scendere, vuoi solo andartene via, gloria di pochi fugaci minuti. Emotivamente è andata così, tecnicamente ora spiego: nel primo tratto da Helena Hut ci sono delle corde fisse che aiutano a salire, saranno 100m, poi rocce e ancora rocce fino allo Stanley Plateau, il primo ghiacciaio, qui indossiamo ramponi e imbrago, ci leghiamo ad uno ad uno in una lunga cordata e attraversiamo il ghiacciaio nella nebbia, seguendo delle orme nella neve di alcuni giorni fa, in tutto 20 minuti circa. Poi i ramponi si tolgono e si scende per l’intaglio che è attrezzato con corde fisse, molto semplice da fare, semmai è molto più difficile e pericoloso il tratto di ghiaccio ripido che sta poco dopo, ovvero l’inizio del ghiacciaio Margherita. Da questo punto in poi inizia l’interminabile ascesa del ghiacciaio con pendenze anche del 40%, quasi sempre immersi nella nebbia, finché non arriviamo sotto allo spuntone di roccia della vetta, dove i ramponi si tolgono e ci si arrampica per altri 25 minuti fino a cima Margherita. La discesa, come al solito, sembra essere infinitamente più lunga, le gambe affondavano tutte nella neve e, ad ogni sosta anche di un minuto, tendevo ad addormentarmi, finché non siamo arrivati ad Helena Hut. Al rifugio un breve ristoro, eppoi subito giù a Bukuju Hut, è vero che eravamo stremati dalla fatica e la tentazione era quella di rimanere a dormire lì, ma in questi casi, è importante scendere il prima possibile, perché più scendi e più ti senti meglio e dormi meglio la notte. Quindi ultimo sforzo fino a giù, e di nuovo le paludi prima di arrivare al rifugio.

 

Io al centro del foto con i miei due amici, Ernesto a sinistra e Bruno a destra, in basso a destro Abat la guida. Siamo finalmente sulla cima Margherita, la terza cima d’Africa a 5109 metri sul livello del mare, 12 giugno 2012.

6° GIORNO: partenza Bukuju Hut alle 09:30, arrivo a John Matte Hut alle 13:00, partenza 13:30, arrivo a Nyabitaba Hut alle 17:40. Oggi mi ha devastato, le gambe durissime non riuscivano ne a scendere e ne a salire le scale dell’ultimo tratto ripido prima del Nyabitaba Hut, subito dopo il ponte sul fiume. Spesso mi fermavo e barcollavo come un birillo sfiorato da una palla, il problema, anche in questo caso è la testa: allentata la tensione, te ne vuoi andare il prima possibile e tutto sembra interminabile: c’è un tratto che chiamano la foresta di bamboo, salendo mi ricordavo che fosse di 200/300 metri al massimo, invece mi ha accompagnato nella discesa per almeno mezzora. A cena ci cucinano un ottimo pollo fritto, peccato che è poco, patate lesse e un misto di verdure.

7° GIORNO: oggi avevamo concordato di svegliarci quando ci pareva, tanto la strada fino a giù era poca, tranne Ernesto che se ne va con Robert per un escursione di due ore al Lago Mahoma, quando ritorna siamo pronti per scendere, sono le 09:10 e alle 12:00 siamo nuovamente agli uffici della RMS, da dove siamo partiti. Oggi è un giorno felice, anzi meglio dire sereno, poiché la felicità è troppo fugace: mi affaccio dal balcone dell’albergo di Kasese e osservo la vita di questa strada, uguale a tante altre per tutta l’Africa, e ti trasmette una sonnolenza chiassosa, una lentezza rumorosa, che tranquillizza qualsiasi animo, basta carpire questo flusso di positività africana: vedi tante vite, ognuna unica, tanti problemi alcuni insormontabili per noi solamente pensarli, eppure tutto scorre, ogni giorno uguale e diverso al precedente, l’Africa digerisce tutto, ha uno stomaco fortissimo, con semplice fatalismo tutto accade e tutto rimane com’era. Prima di cena ritorno dallo stesso barbiere per farmi accorciare nuovamente la barba, poi affamati come cani secchi ce ne andiamo a mangiare, la mia prima Tilapia, un grosso pesce d’acqua dolce, sa un po’ di fango ma non è male.

8° GIORNO: oggi un lungo trasferimento verso Kisoro, la base di partenza per l’escursione nella foresta di Bwindi e avvistare i gorilla di montagna. Partenza alle 08:00 e dopo 20 minuti attraversiamo il Queen Elizabeth NP, da lontano avvistiamo bufali e gazzelle. Poco dopo sosta all’equatore, ovvero passiamo dall’emisfero nord a quello sud, però il pulmino non parte più, ha un problema alla batteria che si risolve con una vigorosa spinta. Durante il viaggio recupero tutto il sonno di questi giorni, mangiamo per strada spiedini di carne ed ananas, ottimo pranzo, poi ancora sosta per una bibita fresca sulle rive di un lago alle 15:00, bibita che avrei desiderato per pranzo e arrivo a Kisoro alle 16:30. Questo piccolo paese vive del turismo per i gorilla e si trova a pochi km di distanza sia dal Rwanda che dalla Repubblica Democratica del Congo, per una localizzazione geografica siamo nel mezzo dei monti Virunga, alcuni di essi sono a tutt’oggi dei vulcani attivi.

9° GIORNO: si parte alle 06:00 del mattino da Kisoro per arrivare all’impenetrabile (così definita) foresta di Bwindi, alle 08:30, salendo per una strada panoramica, ricca di tornanti e buche. Ci fanno un briefing e ci dividono per gruppi, saremo una cinquantina di turisti, ognuno assegnato ad una specifica famiglia di gorilla e quindi entrerà nella foresta da parti diverse: a noi viene assegnata quella di Mishaia, così si chiama il capofamiglia, cioè il Silverback. Tra una cosa e l’altra si parte per il trek alle 09:45, in alcuni punti è davvero impenetrabile e si avanza solo con il machete dei guardia parco che fanno il sentiero. Alle 12:10 troviamo Mishaia, sua moglie e i suoi cuccioli a mangiare, rimaniamo lì per circa 40 minuti di foto, ci possiamo avvicinare fino a qualche metro, ciò è possibile perché i guardia parco conoscono Mishaia e viceversa, quindi è come se fossero garanti della nostra presenza. Alle 15:40 siamo di nuovo di ritorno al pulmino e prima di andarcene ci tengono a consegnarci un diploma che certifica l’avvistamento del gorilla. Due parole su questa escursione: prima di partire ero molto entusiasta di vedere i gorilla, erano anni che tentavo di andare in Uganda solo per loro, poi sul posto la voglia si è via via affievolita fino a giudicare troppo esosa e troppo “confezionata apposta” questa esperienza, tuttavia, anche se tornassi indietro farei la stessa cosa, ci andrei lo stesso … coerente no? Nel pomeriggio di ritorno a Kisoro mi faccio una passeggiata per il mercato e compro un po’ di fagioli da riportare in Italia, per assaggiare la terra della mia Africa anche quando essa sarà lontana. Cena dall’indimenticabile “da Serena”, un modesto ristorantino che cucina ottimi triangoli di fagioli piccanti con la carne e del pollo stufato.

10° GIORNO: Praticamente tutto il giorno in pulmino, partenza con il buio da Kisoro alle 06:00 e arrivo a Jinja sul lago Vittoria alle 19:30, attraversando praticamente tutta l’Uganda. Al di là della distanza che è comunque tanta, il traffico, soprattutto passando per Kampala, delle file interminabili di grossi camion e auto. Arriviamo e ci sistemiamo in un lodge lungo il Nilo, che è appena uscito dal lago Vittoria, e domani faremo il rafting.

11° GIORNO: oggi il giorno del rafting, sicuramente ricco di adrenalina ma molto pericoloso, soprattutto grazie alla totale sfrontatezza e incuranza degli organizzatori anglosassoni, ci rovesciamo per 3 volte con il canotto e almeno 2 erano evitabilissime, se poi per farti divertire ti fanno rovesciare allora alzo le mani: la supponenza di questi mascelloni biondi che si credono padroni anche qua, seguiti da tutti i loro connazionali che ci vengono apposta per loro. Almeno mi sono lavato e parecchio, credo di aver tolto via tutta la polvere, e così come siamo, alla sera, torniamo ad Entebbe per partire. Una leggera pioggerellina ci accompagna fino in aeroporto, cena finale in un bellissimo ristorante con un filetto di Tilapia, il traffico è stato davvero incredibile (40 km in 4 ore circa), spesso stavamo fermi e Alì, il nostro autista di questi giorni, comprava noccioline dai venditori e schede telefoniche che scaricava in meno di mezzora, non so con chi parlava al telefono.  Lascio l’Africa con gli occhi arrossati dagli scarichi dei motori e già umidi di nostalgia.

 

di   Alessio Quatrini ideatore e inventore di “Ospiti in Africa”: contattatemi sul sito, su Facebook, sul cellulare, dove volete, sarò sempre disponibile e felice di potervi aiutare.

 

a presto   !!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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