Ancora Usa?!?! (si, ma questa volta East Coast)

Ancora Usa?!?! questa è la domanda che tutti, tra parenti e amici, ci hanno posto quando abbiamo “svelato” la meta per le nostre vacanze.
Anche perché, questa è stata la terza volta in quattro anni, che non siamo riusciti a star lontano dal Paese a stelle e strisce.
A differenza degli altri viaggi però la scelta è stata un po’ più sofferta del solito, fino a fine luglio non sapevamo che date avremmo avuto a disposizione per le nostre sospirate vacanze, ma era dall’inizio dalla primavera che pensavamo alle mete possibili.
La più reticente ad un ritorno negli States ero io, il viaggio dell’anno scorso è stato così bello, intenso e spettacolare, che volevo cullarmi nel ricordo della West Coast ancora un po’, senza sovrapporle altri ricordi americani. Avevo quindi proposto mete differenti, più “vicine” e meno impegnative, come Portogallo oppure Scozia e Irlanda. Marco invece spingeva molto per gli Emirati Arabi, tra Dubai Abu Dhabi e Oman.
Finalmente il 25 di luglio abbiamo avuto la conferma delle ferie, le prime tre settimane di settembre,… dato il periodo gli Emirati Arabi sono stati scartati immediatamente (nessuno di noi aveva intenzione di visitarli a quasi 50°), ma non sono riuscita a convincere Marco per le mete europee che tanto mi attraevano. Quindi eravamo al punto di partenza a poco più di un mese dalle vacanze,… dove andare?
Dopo una riflessione di un paio di giorni, in cui abbiamo scandagliato più possibilità, Marco, ormai allo stremo delle forze :joke: mi dice: “se mi porti negli Usa, ti prometto che torniamo a New York”.
A questo punto tutte le mie remore sono passate, aveva pronunciato le uniche due parole che suonavano come musica per le mie orecchie: New York! la città che più amo al mondo.:serenata:
In tre giorni abbiamo buttato giù un itinerario di massima, stampato i biglietti aerei il 31 luglio e nell’arco della settimana successiva abbiamo bloccato gli hotels. Per me che sono scrupolosa nella scelta delle mete e degli hotels, un vero record!
Avevamo “solo” un mese di tempo, per capire che cosa vedere, gli itinerari da fare, ma è stato un bellissimo tour de force l’organizzazione di questa vacanza, e dopo un attimo eccoci pronti per la partenza :yeah:

5 Settembre:

Finalmente siamo pronti a partire, come al solito arriviamo in aeroporto con largo anticipo, ma tra un caffè e due chiacchere è già ora dell’imbarco. Il volo parte puntualissimo così atterriamo a New York con 45 minuti di anticipo.
Ma la visita alla Big Apple dovrà attendere, abbiamo deciso di tenerci il meglio per la fine, quindi dobbiamo fare ancora il volo interno per Boston, che sarebbe dovuto partire tre ore dopo. Purtroppo però c’è stato un problema non da poco,… mancava l’equipaggio che era rimasto bloccato a Baltimora:x abbiamo, quindi subito, un ritardo di 5 ore sul volo.
La cosa che più ci ha fatto indispettire è che avevamo ipotizzato l’idea di scendere a New York, noleggiare la macchina al JFK e proseguire immediatamente per Boston che dista poco più di 200 km, ma siccome il volo non cambiava di quota nonostante la tratta in più, e l’auto con presa e rilascio a New York era addirittura più cara che con presa a Boston e drop off per New York, l’abbiamo scartata subito, optando per la comodità. Col senno di poi sarebbe stato meglio partire subito in auto, almeno ci saremmo goduti un po’ il panorama del Connecticut, ma ormai era fatta.
Atterriamo a Boston alle 22 passate, distrutti dal fuso orario e dalla stanchezza di un’attesa infinita all’aeroporto, ma finalmente possiamo dirlo: la vacanza ha inizio.
Ci rechiamo al noleggio auto dell’Avis (compagnia che mi aveva fatto la migliore tariffa agenti, con drop off gratuito tra i due aeroporti), con le navette dell’aeroporto, un impiegato cerca di propinarmi come al solito tutte le assicurazioni possibili che declino gentilmente e finalmente saliamo in auto. Ormai negli Usa siamo diventati SUV dipendenti, dovendo macinare molti chilometri, optiamo sempre per una macchina comoda. Quest’anno ci danno una Chevrolet Captiva, sistemiamo i bagagli e si parte in direzione dell’hotel, che si trova a Framingham una cittadina ad ovest di Boston dall’aeroporto ci mettiamo una mezz’ora ad arrivare, giusto il tempo di fare il check in e siamo già a letto.

6 settembre:

Siamo svegliati da un bel sole che filtrava dalle finestre, dopo la colazione iniziamo le nostre visite. Attraversiamo la cittadina di Framingham prima di arrivare a Boston, e notiamo subito le profonde differenze tra l’Est e l’Ovest degli Usa. Qui la natura ed il verde la fanno da padroni, fuori dalle grandi città, distese di alberi a perdita d’occhio, case immerse in una vegetazione lussureggiante e molti laghi naturali.
Iniziamo da Cambridge, sulla riva opposta del fiume Charles rispetto a Boston. La cittadina è famosa per le due prestigiose università che risiedono qui, Harvard e l’M.I.T (Massachusetts Institute of Technology). Parcheggiamo l’auto nei pressi del campus dell’M.I.T e arriviamo a piedi al fiume Charles per ammirare lo skyline di Boston.

Dopo un po’ di foto visitiamo la sede di questa università. Dal punto di visto architettonico è bellissima, un anfiteatro si contrappone alla modernità dei palazzi delle facoltà.

L’anno accademico è iniziato ed in giro ci sono un sacco di ragazzi che si spostano da un edificio all’altro della facoltà per seguire i corsi, ma c’è chi occupa la mattinata giocando nei campi da tennis a loro riservati, o studiando all’aperto nei tanti giardini dell’università.
Terminata la visita ci spostiamo ad Harvard, sede della più prestigiosa università degli Stati Uniti.

Qui il clima che si respira è completamente diverso rispetto all’M.I.T, ragazzi vestiti in maniera molto più formale, ed edifici talmente austeri da incutere un timore reverenziale.

A differenza della prima, Harvard ha un campus chiuso, con tanti edifici simili, sedi delle varie facoltà e dormitorio per gli studenti. Anche qui non mancano i giardini ben curati e la possibilità di studiare all’aperto (almeno adesso che è settembre e le temperature sono piacevoli).
Per pranzo scegliamo un locale nei pressi di Harvard Square, in questa zona c’è solo l’imbarazzo della scelta tra locali che propongono take away e cibo low cost, probabilmente per i molti studenti, e ristoranti decisamente più raffinati.

Chiaramente non potevano mancare i negozi che propongono il merchandising di Harvard. Qualunque oggetto che vi possa venire in mente c’è, e tutto quanto ha il logo di Harvard.
Nel pomeriggio ci spostiamo a Boston, troviamo un parcheggio in centro ed iniziamo la visita dal Freedom Trail.
Il Freedom Trail è un percorso segnalato da mattoncini rossi che tocca i punti di maggior interesse storico di Boston. E’ un’idea interessante e molto comoda per non perdersi le varie attrattive, riconosco però che per un non americano, alcuni siti non hanno un così grande interesse, visto che sono più che altro luoghi simbolici legati all’Indipendenza americana.

Ma il tempo è bello e camminare per questa città è talmente piacevole che non ci accorgiamo nemmeno del numero dei chilometri fatti a piedi. Terminato il Freedom Trail, ci lasciamo trasportare, senza una meta precisa, da questa bellissima città.

I quartieri da fuori si assomigliano tutti, ma penetrandovi all’interno si vedono delle differenze sostanziali. Nell’area dei grattacieli tutto è molto austero, anche se l’architettura è particolare, edifici moderni accanto ad edifici storici, non stonano per niente anzi si amalgamano alla perfezione creando un mix unico. Poi c’è il caotico quartiere di Chinatown, e quello più rilassato della Marina con molti locali all’aperto e le imbarcazioni pronte alla partenza per l’avvistamento dei cetacei. Purtroppo avendo una sola giornata a disposizione abbiamo dovuto tralasciare quest’escursione, ma è una buona scusa per tornarci, visto che anche il New England mi attira moltissimo, ma ci sarebbero volute un paio di settimane piene sono per quest’area.
In conclusione credo che Boston sia la più europea tra le città della East Coast, sicuramente benestante, lo si denota dall’abbigliamento dei suoi abitanti, dalle auto che si vedono in giro, ma anche dalle case posizionate in periferia, enormi e curatissime. Sarebbe un posto perfetto per viverci se non fosse che almeno per 4 mesi all’anno c’è la neve per terra.
Verso sera salutiamo Boston e ritorniamo nei paraggi di Framingham, scegliamo un locale che fa delle ottime insalate, per cena e torniamo al nostro hotel. Il fuso orario si fa sentire ancora e domani ci aspetta una tappa interminabile da fare in auto, quindi meglio riposarsi per bene!

7 settembre:

Questa è stata la giornata più impegnativa della vacanza, infatti ci siamo spostati da Boston a Buffalo, oltre 800 km, fatti, per scelta, abbandonando le grandi Freeway, per goderci il panorama del Connecticut, e dello Stato di New York.
Alle 7.30 siamo già in auto, pronti a quest’avventura di guida. Il traffico è abbastanza intenso ma più ci allontaniamo da Boston e meno macchine ci sono in giro. E’ una bellissima giornata estiva, e immergersi in questi panorami meravigliosi è spettacolare.
Se ci fosse un leit motiv della giornata sarebbe il colore verde, in tutte le sue sfumature, un verde talmente abbagliante ed una vegetazione talmente intensa da scaldarti il cuore. Piccoli paesi agricoli si intervallano a città di media grandezza, infatti abbiamo attraversato Albany e Siracuse facendo tappe per foto e caffè. Nel primo pomeriggio invece ci siamo addentrati nella parte più selvaggia, pochissimi centri abitati in mezzo ad una natura a tratti incontaminata. Il panorama è assolutamente splendido, colline coltivate alternate a tratti di bosco con alberi ad alto fusto, e di tanto in tanto dal nulla, sbuca una fattoria con granaio annesso ed un pratino all’inglese attorno. Nessuna casa o fattoria è recintata, tutto è aperto, e ciò dà l’idea della tranquillità del luogo, e tutto sembra più ampio senza alcune costrizioni. Quasi ogni ora intervalliamo il nostro viaggio con una sosta per ammirare il panorama. Evidentemente non è una zona interessata dal turismo, i “forestieri” sono visti con sospetto, ci è capitato più volte di trovare qualcuno a controllare la targa della nostra macchina mentre noi eravamo in giro.
Il cemento prende lo spazio al verde mentre ci avviciniamo a Buffalo. La città non ha moltissime attrattive, ma è un ottimo punto dove pernottare per visitare le Cascate del Niagara, visto i prezzi decisamente più abbordabili rispetto alle cittadine di Niagara (ebbene si ho usato il plurale perchè sia la città sul lato statunitense, che quella dal lato canadese si chiamano Niagara, che fantasia :laugh:).
Arrivando a Buffalo intorno all’ora di cena abbiamo abbandonato l’idea di andare immediatamente alle Cascate, lasciandocele per il giorno successivo. In hotel ci hanno dato dei buoni sconto per due ristoranti in zona, decidiamo di approfittarne, visto che dopo il pranzo al sacco, eravamo abbastanza affamati. La scelta si rivela ottima, due piatti molto abbondanti con carne, uova e patate a meno di 10 dollari l’uno. La temperatura è decisamente fresca, e nonostante l’aria frizzantina nei locali di Buffalo troviamo l’aria condizionata al massimo, evidentemente essendo abituati a temperature invernali decisamente rigide, patiscono molto il caldo (anche se la temperatura esterna sarà stata intorno ai 17°). Al ritorno in hotel la receptionist ci chiede un po’ di informazioni, se è la prima volta che veniamo negli Usa, come si vive in Italia visto che lei sogna di venirci da sempre,… ed alla fine di questa simpatica chiacchierata inizia a chiamarmi honey (tenerella lei).
Purtroppo le previsioni del tempo per domani non sono positive, sono previste piogge intense, speriamo che il meteo sbagli, andiamo a letto con una preghierina ad Eolo, affinchè soffi via le nubi :please..

8 settembre:

Le nostre preghiere sono state vane, al mattino ci svegliamo sotto una pioggia battente. Aspettiamo che smetta un po’, scendendo a far colazione. Purtroppo il tempo non sembrava voler migliorare, carichiamo comunque i bagagli in auto e ci dirigiamo verso le Cascate del Niagara. La strada da percorrere è poca, ma un vero e proprio nubifragio si abbatte su di noi, ed anche con i tergicristalli al massimo non riusciamo a procedere a più di venti miglia orarie. Arriviamo nella cittadina di Niagara (statunitense) comunque molto presto, parcheggiamo l’auto al costo di 5$ e ci rifugiamo all’interno di un mega negozio di souvenir. Ci facciamo un giretto e siccome non vedevamo nessuno spiraglio decidiamo di acquistare due cerate e avventurarci ugualmente. Alla fine siamo arrivati fin qui e non sarà un po’ d’acqua a fermarci. Non facciamo in tempo a pagare le cerate che smette di piovere, meglio così. Ci fiondiamo direttamente dal lato canadese, che è sicuramente quello più spettacolare. Attraversiamo il confine a piedi sopra il Rainbow Bridge, che collega i due Stati. Già dal ponte gli scorci che si vedono delle cascate sono spettacolari.

Arriviamo dal lato canadese ed un addetto della polizia di frontiera ci timbra il passaporto senza porci alcuna domanda. Non abbiamo fatto in tempo a mettere il piede in Canada che già ci rendiamo conto del grado di sfruttamento turistico delle cascate più famose del mondo. Da un lato: la natura in tutta la sua magnificienza, dall’altro: grattacieli, casinò, edifici rotanti per godere di un panorama da ogni angolazione possibile. Insomma non si sono fatti mancare nulla.
Il consiglio che posso dare è questo, per godervi in pieno questa meraviglia dovete assolutamente estraniarvi da tutto quello che c’è dall’altro lato della strada, una sorta di Disneyland per adulti assolutamente fuori luogo rispetto al contesto naturale del posto. C’è da dire che la parte canadese è sicuramente più curata rispetto a quella statunitense, con aiuole fiorite ed un percorso pedonale pieno di punti di osservazione,

anche perchè gli Usa questa svolta sono stati sfortunati, visto che sul loro territorio hanno solo le 2 cascate minori, quella chiamata a velo di sposa (Bridal Veil Falls) e l’Isola della Capre (Goat Island) e sono visibili solo lateralmente, mentre dal lato canadese c’è quella più famosa e spettacolare quella a ferro di cavallo (Horseshoe Falls), oltre ad una panoramica frontale, e quindi migliore, delle cascate statunitensi.

Qualche goccia inizia nuovamente a cadere ma non demordiamo ed arriviamo di fronte alla cascata principale. Non ci sono parole per descriverla, forse solo le immagini possono renderle giustizia:

non è tanto per l’altezza, visto che la caduta è “solo” di 52 metri, ma è la portata d’acqua che è impressionante, circa 200.000 metri cubi d’acqua al secondo. Quando ci avviciniamo al “punto di caduta” vedere a che velocità arriva l’acqua è pazzesco, fa quasi girare la testa, sembra di stare in giostra, pur essendo assolutamente fermi.

Ci fermiamo diverso tempo sul lato canadese per ammirare questa meraviglia, ma intorno all’ora di pranzo la pioggia si intensifica ed anche la visibilità delle cascate diventa peggiore, quindi a malincuore abbandoniamo questa meraviglia di acqua a rocce, per tornare sul lato statunitense. Passiamo la dogana canadese e per uscire bisogna pagare :o 0.50 cents a persona, rigorosamente con 2 quartini ciascuno, che fortunatamente avevo nel portafogli. Attraversiamo nuovamente il Rainbow Bridge sotto la pioggia, ma nonostante le avversità climatiche facciamo prima noi a piedi rispetto a chi lo attraversa in auto, visto la coda che si è formata. Arriviamo alla dogana Usa ed un addetto ci fa il terzo grado, per carità domande di routine, ma abbiamo il passaporto timbrato quello stesso giorno dalla dogana canadese, in poche ore che avremmo mai potuto commettere, l’assurdità delle domande è paradossale considerando il nostro abbigliamento. Maglia e pantaloni più una micro borsa per me, e ci chiede se abbiamo con noi più di 1 litro di alcool, più di 2 stecche di sigarette,… ma insomma dove avremmo tenuto tutta questa roba? Comunque dopo “l’interrogatorio” ci lasciano uscire, ormai la pioggia è diventata nuovamente nubrifragio, andare anche a vedere da vicino il lato americano era impensabile, ed avendolo già visto frontalmente dall’altro versante desistiamo e torniamo in auto.
A pranzo ci fermiamo a Buffalo al volo, e ci incamminiamo verso la Pennsylvania. Questa notte abbiamo prenotato ad Altoona, una località a metà strada tra Buffalo e Washington DC. Anche oggi, non avendo molti chilometri da percorrere scegliamo le strade secondarie, costeggiamo la Allegheny National Forest e la Moshannon State Forest. In tutti i quasi 350 km da percorrere incontriamo solo 5 paesini piuttosto piccoli ed agricoli, anche qui la natura la fa da padrona, attraversare le due foreste in strade quasi completamente dritte, in mezzo ai saliscendi naturali del territorio non è monotono, tutt’altro, anche perchè il sole che filtra tra gli alberi (ebbene si alla fine è uscito il sole :x) crea degli scenari unici e spettacolari.
Arriviamo ad Altoona nel tardo pomeriggio, e andiamo al nostro motel. Ecco su questo motel c’è una storia che chi ha letto il liveblog sa già, sembra che la camera 102 sia infestata dai fantasmi :???:, avevamo letto su internet che c’erano stati dei ghost hunters con l’attrezzatura specifica ed hanno filmato diversi eventi paranormali. Quindi per tutto il viaggio ci abbiamo ironizzato, visto che siamo entrambi molto scettici su questi eventi, ma vi dico che all’atto dell’assegnazione della camere alla reception dentro di me dicevo: tutte ma non la 102 :laugh:. Fortunatamente ci danno la 307 e dopo una doccia andiamo a cena fuori. Troviamo un ristorante molto carino, ed evidentemente in voga visto che dobbiamo attendere un po’ prima di avere il tavolo. Anche qui l’aria condizionata è al massimo, quindi mangiamo la nostra carne alla griglia velocemente per uscire fuori ad un clima più temperato. La cittadina di Altoona non offre particolari attrattive di sera, quindi dopo un giretto andiamo a nanna.

9 settembre:

Ci svegliamo con calma, un bel sole filtra dalle finestre, e mentre facciamo colazione Marco inizia a prendermi in giro dicendomi che la notte non aveva chiuso occhio, sentiva rumori assurdi e presenze,… ma quanto gli piace prendermi in giro. :linguacciasx:
Anche oggi il tragitto da percorrere non è moltissimo, da Altoona dobbiamo raggiungere la capitale Washington DC.
Il programma prevede di arrivare a Washington nel primo pomeriggio. Ci fermiamo per il pranzo intorno a Rockville, e come programmato intorno alle 14.00 siamo in hotel. Lasciamo i bagagli e decidiamo, visto che è domenica, di usare l’auto per spostarci ad Arlington, pensando che ci fosse meno traffico. Pessima idea, nonostante il giorno festivo ci impieghiamo quasi un’ora per percorrere 6 chilometri.
Comunque usiamo questo tempo per iniziare a vedere Washington, dietro i finestrini dell’auto.

Il primo impatto con questa città è buono, me l’immaginavo diversa invece è molto piacevole. Superiamo il fiume Potomac, e cambiamo anche stato, infatti Arlington fa parte della Virginia. Il cimitero di Arlington è una tappa obbligata delle visite a Washington DC, visto che è popolare per ospitare le spoglie di JFK e della moglie.

Oltre che 245.000 militari americani e le loro famiglie, se lo desiderano.
Una distesa di lapidi, tutte identiche orientate ad Est a perdita d’occhio.

Non ci sono simboli di appartenenze religiose, è semplicemente un luogo della memoria, per coloro che hanno combattuto difendendo la propria bandiera.
Colline verdi e lapidi ordinate, silenzio e rispetto per coloro che non ci sono più. Camminando per i viali mi sono trovata molte volte a leggere, non tanto i nomi, ma le date di nascita e morte, e la maggioranza non arrivava a 30 anni. Vite spezzate troppo presto e troppo crudelmente.
All’ingresso del cimitero c’è una riproduzione del funerale di Jfk, con tanto di plastico, e gigantografia di foto d’epoca. Ma la cosa che più mi ha colpito è una bacheca con 52 volti in bianco e nero di soldati, quando erano bambini, un volto per ogni Stato, di ragazzi, alcuni non ancora vent’enni, venuti a mancare negli ultimi 2 anni di missioni. E’ diverso sentire al tg che in un attentato hanno perso la vita dei ragazzi, rispetto a vedere le loro facce, da bambini pieni di vita e di aspettative per il futuro. Ti fa toccare con mano la dura realtà.
Nel tardo pomeriggio abbandoniamo questo luogo di pace, e raggiungiamo il Pentagono. Naturalmente non c’è modo di avvicinarsi, nemmeno per scattare una foto. L’edificio è molto grande, molto di più di quanto immaginassi, ma non è nulla di particolare, se non per quello che rappresenta.
E’ quasi ora di cena, ci fermiamo a fare un giro nel quartiere di Georgetown, ex ghetto nero, oggi diventato uno dei quartieri più alla moda della Capitale. Mangiamo qualcosa in zona e passeggiamo un po’ tra i locali.
Rientriamo in hotel e crolliamo addormentati.

10 settembre:

Questa mattina sveglia molto presto, alle 9.00 avevamo la visita al Campidoglio prenotata e bisognava essere lì almeno con mezz’ora di anticipo. Questa volta prendiamo la metro, molto comoda e veloce. Scendiamo a Union Station, e qui dei poliziotti antiterrorismo, con giubbotto antiproiettile e fucile spianato, controllano i passeggeri. Ci dirigiamo verso The Capitol che spicca sul panorama di Washington ed arriviamo puntualissimi per la visita guidata e completamente gratuita.

Inizialmente veniamo portati in una sala da cinema, dove viene proiettata la storia degli Stati Uniti d’America, in circa 20 minuti il filmato ripercorre i nodi salienti della loro storia e le decisioni importanti prese nell’edificio che ci ospita. Dopo si prosegue per le varie stanze, da quella dove il Presidente presta giuramento, alla sala del consiglio di Stato ai tempi di George Washington. Gli americani che hanno fatto con noi il tour erano quasi commossi da questo luogo, simbolo della Nazione. Per noi “stranieri” è forse più istruttivo e meno coinvolgente, ma comunque una visita decisamente apprezzabile.
Terminato il tour, ci addentriamo tra i vari memoriali di Washington e visitiamo il National Air & Space Museum, anche questo gratuito; ripercorre la storia del volo dai primi del Novecento ad oggi, con tanto di missili spaziali e moduli lunari. Davvero consigliato.
Per pranzo scegliamo un self service vicino al Ministero del Tesoro, e ne approfittiamo per visitare anche quest’area di città. Prima di ritornare nell’area dei memoriali andiamo al cancello della Casa Bianca, per fare qualche foto.

Raggiungiamo l’obelisco

e proseguiamo in direzione del Lincoln Memorial attraversando il War World II Memorial e la Reflecting Pool.

La passeggiata è davvero piacevole, grazie al sole e questi giardini curati.

Nel tardo pomeriggio visitiamo ancora un po’ il Downtown di Washington, tra i palazzi del “potere”, negozi alla moda e locali.
Verso l’ora di cena prendiamo la metro e torniamo in hotel, stasera vogliamo spostarci a Silver Spring, una località di cui abbiamo sentito parlare bene, e che si trova a nord di Washington D.C. Anche in questo caso cambiamo Stato, infatti questa località non è nel Distretto della Columbia, ma in Maryland. La località è vivace, con molti locali, università e sede di Discovery Channel. Ceniamo con un ottimo pollo alla griglia e camminiamo un po’ tra le vie del centro, prima di tornare in hotel.
In conclusione direi che Washington è stata davvero una piacevole scoperta. Me l’immaginavo diversa, più istituzionale che bella, invece ha un fascino molto particolare, un mix di moderno e “antichizzato” (non posso dire antico, visto che molti memoriali e musei, pur essendo di costruzione moderna, hanno elementi ellenici e romanici), molta cura nei giardini, ampie ed eleganti strade nel downtown, ed il quartiere di Georgetown, sicuramente più autentico.
E’ un luogo che trasuda storia, (chiaramente quella dell’ultimo secolo) e potere in senso assoluto. Davvero una bella sorpresa!

11 settembre:

Oggi è una ricorrenza triste a livello mondiale, viverla negli Usa fa ancora più effetto. All’ora del primo attentato tutte le radio nazionali hanno fatto un minuto di silenzio e subito dopo è partito l’inno nazionale. E’ stato veramente intenso, da brividi, infatti mentre ci allontanavamo da Washington in direzione di Philadelphia, durante l’inno abbiamo visto diverse auto e tir fermi ai lati della strada, alcuni conducenti avevano la mano sul cuore. Fortunatamente un bel sole ci accompagna anche oggi. Per arrivare a Philadelphia, passiamo da Baltimora, decidiamo di uscire dalla Freeway, per passare all’interno di questa città e scattare qualche foto. ll centro è molto carino ma il meglio di sè lo dà nella zona di Hinner Harbour.
Ci mettiamo circa un’ora per attraversarla, fermandoci ogni tanto in qualche luogo suggestivo. Ci rimettiamo in marcia verso Philadelhia, il traffico si fa più intenso ma comunque scorrevole. Attraversando la periferia di questa città, ci siamo resi conto che è abbastanza degradato, rispetto al centro, molto curato, pieno di vita e movimento.

Iniziamo la visita dall’Independance Hall, dove venne sottoscritta la dichiarazione d’Indipendenza, passiamo poi al City Hall, (l’edificio che ho preferito) e dal tempio massonico.

Abbiamo raggiunto JFK Plaza, e ci siamo fermati nei giardini per fotografare la scritta LOVE più famosa al mondo.

Ci siamo allontanati dal Downtown per raggiungere il Philadelphia Museum of Art, famoso non tanto per la collezione d’arte all’interno, quanto più per la famosa scalinata di Rocky Balboa.

Infatti ai piedi della scalinata c’è anche la statua di Rocky e una fila lunghissima per poter fare la foto.

Non pensavo che dopo tanti anni, questo film suscitasse ancora così attenzione, ma evidentemente non essendo un’amante del genere, non posso capire l’emozione di chi percorre la scalinata di corsa alzando le braccia al cielo, una volta arrivato in cima. Ma vi assicuro che nell’oretta passata in quest’area avrò visto almeno una ventina di persone farlo :???:.
Ora che anche Marco poteva dirsi soddisfatto dalla visita, possiamo lasciare Philadelphia. Purtroppo la nostra è stata davero una toccata e fuga, l’abbiamo visitata in poche ore, ma l’impressione che ci ha fatto è stata sicuramente piacevole.
Abbiamo deciso di non pernottare qui, per spingerci sulla costa e visitare anche la Las Vegas della East Coast,… Atlantic City.
Arriviamo in città nel tardo pomeriggio, il sole ancora alto e la giornata calda ci spingono a visitare subito il lungo mare. La strada che costeggia l’oceano è tutta in legno e chiusa alle auto. La passeggiata è piacevole, da un lato l’Atlantico,

dall’altro i grattacieli un po’ kich,

tutto richiama la vera Sin City, ma l’atmosfera è così diversa che sembra una copia sbiadita dell’originale.
Manca la follia, la fiumana di gente in strada, la frenesia, i colori, le musiche assordanti, insomma manca l’emblema stesso di Las Vegas.

Sarà che è martedì, ma c’è davvero pochissima gente in giro, a parte noi e qualche centinaia di ottuagenari :???: negozi di souvenir, si intervallano a quelli di massaggi, non c’è traccia delle grandi firme di Las Vegas, ma nemmeno di qualche negozio che possa vendere qualcosa di qualità. Arriviamo fino al Taj Majal, forse l’hotel più famoso di Atlantic City, e passeggiamo un po’ sulla spiaggia.

C’è anche un molo con le giostre, ma era chiuso,… in effetti con solo anziani in giro anche se fosse stato aperto non credo che avrebbe fatto molti affari:joke: e rientriamo in hotel prima di cena.

Per cena scegliamo un ristorante carino sul lungomare con una buona scelta d’insalate fai da te e della carne alla griglia, un vero toccasana per il fegato. Dopo cena invece tentiamo la fortuna in un casinò, o meglio Marco tenta la fortuna, io cerco un wifi. Visto che sembra essere l’unica città negli States dove non ci sono wifi gratuiti, addocchio uno Starbuck’s ma sta chiudendo,…. alle 22.00, già questo fa capire che movimento ci sia in questa città.:???:
Ad Atlantic City far nottata come a Las Vegas non se ne parla nemmeno, quindi poco oltre la mezzanotte andiamo anche noi a dormire.

12 settembre:

Stamattina ho gli occhi sbarrati ben prima che suoni la sveglia, l’eccitazione di sapere che da lì a poche ore sarei stata nuovamente nella città che preferisco al Mondo mi rendeva impaziente di iniziare la giornata. Rapidamente raccogliamo le nostre cose e diciamo Goodbye ad Atlantic City. La strada da percorrere non è moltissima, attraversiamo lo stato del New Jersey, ed arriviamo al JFK poco dopo l’ora di pranzo. Riconsegnamo l’auto al banco dell’Avis e prendiamo il trenino per i terminal. Appena scesi vediamo una compagnia di bus che effettuta il trasferimento a Manhattan al costo di $16, acquistiamo il biglietto e dopo 5 minuti si parte. L’aria condizionata è al massimo, ci copriamo alla meglio ed intanto navighiamo un po’, visto che c’era il wifi free sul bus. Raggiungiamo il nostro hotel sulla Lexington dopo poco tempo, c’era incredibilmente poco traffico ed in mezz’ora, tocchiamo terra,… e che terra quella di Manhattan. Mi sono salite le lascrime agli occhi all’idea di essere di nuovo qui. E’ una strana sensazione, mai provata prima. La prima volta che vedi New York ne rimani abbagliato, affascinato, la guardi con gli occhi di un bambino davanti ad un’immensa giostra, tutto ti travolge, sei quasi affannato all’idea di riuscire a vedere tutto, corri come un pazzo tra i musei, i grattacieli, i negozi, taxi, metro… quando ci torni invece hai la consapevolezza di quello che ti aspetta, e puoi prendere tutto più con calma, vedere una New York insolita, meno turistica.
Disfiamo rapidamente i bagagli e ci tuffiamo per le strade di Manhattan. Abbiamo voglia di rivedere tutto, e complice il bel tempo iniziamo a macinare i primi chilometri, passiamo da Central Station, un giro sulla 5th Avenue, Time Square, Rockfeller Center,…

insomma quasi tutti i punti cardini di Midtown in poche ore.

Rientriamo in hotel sul tardi, stanchi per la camminata ma soddisfatti di quanto visto.

13 settembre:

Oggi decidiamo di vedere lower Manhattan, quindi dopo colazione e dopo il solito solo espresso di Starbuck’s prendiamo la metro a Central Station, scegliamo di fare l’abbonamento con corse illimitate per una settimana, il costo è di 29$, molto conveniente e soprattutto è l’unico mezzo che consente di attraversare Manhattan in pochissimi minuti.
Scendiamo a Wall Street e passeggiamo fino alla Freedom Tower, è impressionante quanto i lavori siano progrediti. 3 anni fa c’erano solo i primi piani, ora l’antenna è già montata e mancano solo i vetri sugli ultimi piani. E’ già l’edificio più alto di Manhattan.

Ci rechiamo poi al nuovo memoriale sull’11 settembre, le due immense fontane costruite sulle fondamenta della Twin Towers fanno effetto, piene di nomi di chi ha perso la vita in quell’immane tragedia. Ci dirigiamo verso il Pier 17 all’ora di pranzo,

mangiamo qualcosa al volo alla corte del cibo al terzo piano dell’edificio. Il panorama è molto bello, si vede tutta Brooklyn e parte dei grattacieli di Lower Manhattan.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Brooklyn, andiamo a Grand Army Plaza ed alla Brooklyn Public Library.

Ci spostiamo poi sulle sponde dell’East River per goderci il panorama di Manhattan e della Statua della Libertà da qui.

La camminata ci ha messo fame e ci fermiamo alla Brooklyn Ice Cream Factory, proprio sotto il ponte di Brooklyn a prendere un gelato. Ebbene questo posto non è per i deboli di cuore, le dimensioni del gelato sono per un elefante, scegliendo il classico cono 2 gusti avevo oltre mezzo chilo di gelato :shock:, però è buonissimo. Con questa riserva di energia percorriamo il ponte di Brooklyn per ritornare a Manhattan.

Doccia veloce e stasera decidiamo di immergerci nella folla di Time Square, tra miliardi di luci, artisti di strada, negozi, bancarelle di cibo,…
E’ sicuramente l’area più tuiristica di tutta Manhattan, dove non trovi un vero newyorkese nemmeno a pagarlo, però ha sempre il suo fascino, un mix di voci, volti ed etnie difficile da trovare altrove. E’ davvero l’ombelico del mondo.
Rientriamo in hotel a piedi, godendoci la 42th con tutta calma. Buona notte New York

14 settembre:

Be’ buona notte è una parolona, oggi è il mio compleanno, ed amici e parenti, in barba al fuso orario continuano a mandarmi sms di auguri per tutta notte. Ma come si fa ad essere arrabbiati quando è il giorno del proprio compleanno e si è nella città che più amo al mondo? Impossibile! Anche oggi un bellissimo sole ci accompagna nei nostri giri. Percorriamo tutta la 5th avenue guardando i negozi, davanti a Tiffany mi fermo, vuoi mai che Marco decide di fare lo splendido e regalarmi un gingillino luccicante?… speranza infranta quando mi trascina via dalle vetrine:cry: per andare al famoso cubo sulla 5th della Apple, che da quando è stato costruito è diventato la seconda attrazione più fotografata di New York, dopo la Statua della Libertà:???:.

Dopo un giro nell’Apple Store ci addentriamo a Central Park. Oggi non abbiamo fretta, vogliamo goderci il parco al meglio. La scorsa volta che siamo stati a New York faceva troppo freddo per camminare al parco, questa volta invece le premesse climatiche per un bel giro ci sono tutte. Inizialmente pensiamo di noleggiare le bici, poi la voglia di vedere tutto con calma ha il sopravvento e quindi iniziamo dallo Zoo,

per poi risalire verso nord passando dalla Betheseda Fountain, dalla Conservatoty Pool

e dalla Statua di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Per pranzo ci fermiamo alla Boat House e ci mettiamo in una delle panchine di Central Park a rilassarci un po’.

E’ incredibile che questo parco riesca a filtrare ogni rumore proveniente dall’estreno. Non si sente nessun rumore della città che non dorme mai. Si passa in pochi isolati dal caos e dalle luci di Time Square, al silenzio, gli scoiattoli, gli alberi di Central Park, sembra di essere in campagna non in centro a Manhattan.

Dopo la siesta proseguiamo ancora verso nord ed arriviamo fino alla Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir, un tempo acquitrino, oggi il laghetto più grande del parco.
Decidiamo di scendere verso sud passando dal Belvedere Castle

e seguendo i sentieri meno battuti del parco

arriviamo fino allo Strawberry Fields, con la scritta Imagine dedicata a John Lennon.

C’è un artista di strada che canta con la chitarra l’omonima canzone, e molte persone che portano gadget e fiori sulla scritta.
Usciamo dal parco a Columbus Circus,

indecisi se prendere la metro o tornare a piedi passeggiamo ancora un po’ ed alla fine ci lasciamo trascinare dalle strade, dai negozi e dal caos di Manhattan e optiamo per tornare in hotel a piedi.
Per cena Marco si vuole far perdonare del mancato gingillo di Tiffany e mi porta in un ristorante francesce a lume di candela sulla 7th. Mangiamo bene e beviamo meglio. Cin cin ai miei 33 anni.
Ritorniamo in hotel ancora a piedi, e facendo un rapido calcolo oggi abbiamo percorso circa 16 km, ora capisco il perchè dell’indolenzimento ai piedi.

15 settembre:

Anche oggi un bellissimo sole filtra dalle finestre. Il programma della giornata è visitare l’Upper East Side. Con la metro raggiungiamo il cuore di questo quartiere, e decidiamo subito di andare a Roosevelt Island con la funivia. Il panorama è meraviglioso peccato che le foto dietro il vetro non vengano benissimo.

Arrivati sull’isola ci facciamo un giro sul lungofiume, ammirando il panorama.

Torniamo indietro e proseguiamo verso il Guggenheim, che l’altra volta non avevamo visto.

Dopo una visita al museo ci godiamo una parata di emigranti tedeschi, con costumi tipici e carri allegorici. Davvero pittoresco. Ci inoltriamo per le strade dell’East Side, tra gallerie d’arte, e negozi vintage. Essendo sabato c’è un clima disteso, molta gente in giro anche in bicicletta o a passeggio con i cani. I condomini di quest’area sono molto belli, con degli atri in marmo pazzeschi, è davvero una bellissima zona in cui vivere, peccato per i costi. Ritorniamo verso Midtown e per pranzo decidiamo di mangiare un trancio di pizza al volo. Consiglio: se tenete alle vostre coronarie non fatelo, un piccolo trancio di pizza è di una pesantezza mostruosa, anche se non amiamo le bibite gasate dobbiamo per forza prendere una Pepsi per buttare giù questo mattoncino.
Nel pomeriggio ci spostiamo verso sud. Dall’Empire State Building

passando da Little Korea, un guazzabuglio di negozi che vendono di tutto dalle parrucche ai cellulari all’incenso,… arriviamo fino al Flatiron Building

per poi tornare in hotel.
Per la sera decidiamo di andare a Little Italy, c’è la festa di San Gennaro ed è molto carino e pittoresco vivere la festa del patrono di Napoli qui a Manhattan.

16 settembre:

Oggi per par condicio decidiamo di visitare l’Upper West Side, così possiamo vedere quali delle due fazioni degli abitanti ai lati del parco abbia ragione su quale sia la parte migliore in cui vivere.
Iniziamo il giro dal Museo di Storia Naturale, essendo domenica c’è molta gente, soprattutto famiglie. Il museo è davvero bello una tappa imperdibile soprattutto se si visita la Grande Mela con i più piccini.

Per pranzo decidiamo di mangiarci un hot dog nel parco, questa vita da newyorkesi ci piace un bel po’. :-)
E poi ci addentrimo per le strade del West Side. Decretiamo il vincitore: il West Side per noi batte l’East Side. Il clima è più rilassato, più “easy”, meno formale e passeggiare tra le vie ed i locali è davvero bellissimo.
Visitiamo la Metropolitan Opera di New York

ed arriviamo nuovamente a Columbus Circle. Complice il bel tempo, prendiamo la metro per Battery Park, e decidiamo di prendere il Ferry gratis per Staten Island al tramonto, per immortalare la Grande Mela con i colori infuocati.

Il tragitto dura circa un quarto d’ora e mentre il cielo si colora di arancione scattiamo moltissime foto.

Arrivati a Staten Island decidiamo di aspettare un po’ per tornare a Manhattan, in modo da poter ammirare la città illuminata.
Infatti per il viaggio di ritorno ci appostiamo a prua per goderci il magnifico panorama della skyline di New York illuminato. Davvero meraviglioso.

Prendiamo la metro per ritornare in centro, sono circa le 21.00 e nel nostro vagone ci siamo solo noi, un po’ inquietante, ma man mano che risalivamo verso nord ad ogni fermata continua a salire gente. Per cena decidiamo di andare da Dallas BBQ, non avevamo ancora assaggiato le famose Ribs di questo locale. Le costolette vengono servite con una montagna di patatine fritte ed una torta di pane al mais, un po’ dolce per i nostri gusti. Ma c’è talmente tanta roba nel piatto che il pane non ci manca di certo. Pieni come non mai facciamo ancora una passeggiata per smaltire il tutto e ci fermiamo a Bryant Park per goderci un po’ quest’angolo di verde tra i grattacieli.
Rientriamo in hotel stanchi ma molto soddisfatti.

17 settembre:

Quest’oggi decidiamo di visitare i quartieri di SoHo, NoHo, Nolita, quindi la parte centrale di Manhattan.
Prendiamo la metro a scendiamo a SoHo, oggi fa strada Marco ed indovinate la prima tappa qual’è? L’Apple Store di SoHo,… va be’ è un caso disperato :???:. Terminata la visita ci addentriamo per le strade residenziali si SoHo, con piccole vie alberate, ed abitazioni basse, negozi di antiquariato, di abiti vintage, e di mobili di design. E’ davvero piacevole, è la parte di Manhattan, insieme al West Side che preferisco. Soprattutto per viverci, è più a misura d’uomo. Infatti è il primo quartiere di Manhattan in cui vedo molti bambini in giro. Per pranzo troviamo un pub irlandese che ci cucina un mega hamburger con patatine, con il servizio al bancone. Molto americano, e anche molto pesante. Però il pomeriggio si preannuncia bello intenso, infatti dopo una camminata per NoHo e Nolita, arriviamo a Penn Station ed al Madison Square Garden, per poi sbizzarrirci un po’ da Macy’s. 7 piani di shopping selvaggio, questo è un luogo che sconsiglio vivamente a chi è afflitto da shopping compulsivo, soprattutto il piano delle scarpe da donna, una vera goduria. Marco dopo un po’ è stremato e si accomoda su un divanetto di prova, io continuo a perlustrare i vari stand, tra un trionfo di tacchi ed odore di cuoio, praticamente una droga. Dopo un’oretta, torno a raccattare Marco che si sta quasi addormentando tra due coreani, probabilmente tutti e tre erano sopraffatti dallo shopping delle rispettive partner :joke:.
Torniamo in hotel per cambiarci, ceniamo in un locale sulla 3rd street e per l’ultima sera decidiamo di immergerci ancora una volta nel caos di Times Square. Camminiamo per la 7th con lentezza, per goderci intensamente ogni luce, ogni suono, ogni odore di questa Babele di razze e lingue diverse. Il ritorno verso il nostro hotel è malinconico. Veder allontanarsi le luci di Time Square è come vedere lasciare la stazione ad un treno che sta portando via da te una persona amata, più si allontana e più la tristezza aumenta. Il tragitto lo facciamo in silenzio, entrambi persi nei propri pensieri e nelle sensazioni che questa città ci ha lasciato nuovamente.

18 settembre:

Oggi è il giorno dell’addio, il giorno in cui si preparano le valigie e si tirano le somme della vacanza trascorsa. Il cielo, per la prima volta è cupo, e nonostante faccia ancora caldo iniziano a cadere le prime gocce di pioggia. Chiamo il numero verde dell’azienda di trasferimenti tra Manhattan ed il Jfk, e prenoto i posti per il trasferimento. Abbiamo ancora il tempo per un ultimo pranzo a Manhattan e scegliamo di tenerci leggeri con una insalatona da Just Salad sulla 3rd. Prendiamo i nostri bagagli e la navetta puntuale ci viene a prendere.
Il minibus è pieno e mentre Marco si accomoda davanti con l’autista io mi siedo in un sedile singolo, in silenzio guardo fuori cercando di memorizzare ogni dettaglio e qualche lascrima di malinconia mi scende. New York mi è entrata dentro con una prepotenza assoluta.
La prima volta che l’abbiamo visitata abbiamo dovuto combattere con un clima orribile ed un freddo atroce, e nonostante questo l’abbiamo amata, ma stavolta ogni cosa è andata per il verso giusto. Giornate di sole splendido ed il clima mite hanno fatto sì che New York ci regalasse il meglio di sè. Ora il nostro amore verso la Big Apple è ingrandito, incondizionato, nessuna città ci ha mai toccato così nel profondo. Ora lo posso dire: E’ AMORE!!

19 settembre:

Il volo parte puntualissimo, e non avendo sonno posso perdermi un po’ nelle considerazioni della vacanza appena trascorsa.
L’anno scorso abbiamo fatto un viaggio spettacolare nell’Ovest e quest’anno invece abbiamo esplorato l’Est.
E’ difficile capire quale delle due mete, così profondamente diverse ci abbia attratto di più, sono talmente diverse da sembrare parti di due nazioni diverse. Gli immensi parchi naturali dell’ovest contro la verdeggiante East Coast; le grandi metropoli cosmopolite contro i paesini; il verde abbagliante contro il terreno riarso.
Sono sicuramente due mete da provare, da vivere in maniera diversa. L’Ovest da vivere con lo spirito di un bambino travestito da cowboy o da pioniero in cerca d’oro, l’Est invece è meno folle, più adulto, forse più austero ma ugualmente di una bellezza che ti tocca il cuore.
Atterriamo a Malpensa in perfetto orario ed una domanda ci frulla per la mente: a quando un’altra vacanza sotto la bandiera “stars and stripes?

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Ci sono 10 commenti su “Ancora Usa?!?! (si, ma questa volta East Coast)

  1. Ancora USA ??? mi sa’ che non sara’ neanche l’ultimo dei vostri viaggi in questa terra !!!
    wow le foto sono meravigliose :clap: quella con la barca praticamente sotto la cascata mi fa’ impazzire :laugh::laugh:
    ai siiii iou ! :joke: ( inglese pirullonico )

  2. ma ???….. e Harlem ?? i Cloisters ?? il Bronx ??? AHHHH, capito: la prossima volta, giusto ?? :-)
    vi avevo seguiti anche sul live blog, ma vi rifaccio volentieri i complimenti.
    …..quanto a SUV e macchine grandi in the States…….quando ci rivedremo vi darò un paio di dritte ! :ok::clap:

  3. Bello bello bello!
    Gli States sono un continente a se!!! Con tantissimi viaggi ed itinerari da fare!
    Nella nostra personale classifica dei viaggi da fare le categorie sono: italia, europa, USA, resto del mondo!!!

    E poi NYC … over and over again!

    Lola:rose:

  4. che bell’itinerario.. hai raccontato posti ed emozioni in maniera impeccabile.. :ok:
    pensa che noi siamo stati 12 giorni a New York quest’estate… e posso dire di non averla ancora vista tutta e bene.. :laugh:
    il tuo racconto mi sarà di ispirazione per il prossimo giro..

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