Ritorno in India

poco più avanti vediamo un animaletto. Oh, che strano scoiattolo! Dico io e Sattu che sa qualche parola di italiano: Nooo, no scoiattolo, mangusta! Faccio due più due: Mangusta = serpente. La conferma che in India le serpi sono ovunque e infatti vedremo altre manguste durante il nostro viaggio. Percorriamo le strade con una velocità di crociera di circa 20 km all’ora….
Alle due foriamo una gomma. Per fortuna siamo vicini a un villaggio e c’è un gommista, viste le condizioni delle strade deve avere molto lavoro. Non sappiamo di preciso dove siamo e quanti km manchino a Shimla. La certezza è che dobbiamo raggiungere Dagsai e da qui si riprende la Highway come la chiama Sattu, cioè la solita strada a due corsie ma almeno è asfaltata…Alle 15 ci siamo…la highway è raggiunta e iniziamo la caccia al ristorante, abbiamo fame. Lungo queste strade non mancano i posti di ristoro, ma sono delle semplici tettoie di ferro che fanno ombra a un tavolaccio dove ci sono fumiganti pentoloni di cibo non ben identificato. Il retrobottega è una caverna nera….Viaggiamo e finalmente all’orizzonte vediamo una bella insegna Restaurant, la casa è dipinta di fresco, il tutto è invitante. Il parcheggio del ristorante consiste in un intricato intreccio di tubi nel vuoto….!!! Sattu si rifiuta di mettere lì la macchina, ma comunque entriamo. Con grande delusione vediamo che il locale è in ristrutturazione e mentre stiamo guadagnando l’uscita veniamo rincorsi dal proprietario. Ci mostra una saletta con due tavoli a disposizione dei clienti. Decidiamo di fermarci, consumiamo un pasto economico (7,50 euro in tre) mentre ci sono persone che trapanano cercando di sistemare i pannelli del controsoffitto.
A Shimla arriviamo alle 17, il nostro lussuoso Hotel è su tre livelli, la piscina è a sbalzo nel vuoto. Il panorama di sera è mozzafiato, sembra un presepe. Shimla si estende per 12 km lungo i crinali della montagna ed è a 2500 mt di altitudine. Il Mall, la strada dei negozi è lunga 6 km. Per gli indiani è la loro Cortina.

8 ottobre
Alle 9 ci troviamo con Sattu e decidiamo di contattare un autista locale. Shimla ha le strade strettissime e tutte a doppio senso, gli ingorghi si formano appena si incrociano due auto. Siamo in bassa stagione, l’alta è a giugno, luglio, e il caos è micidiale, non so immaginare come siano le strade in estate. In hotel ci chiedono 1500 rupie per mezza giornata di noleggio auto con driver, ma Sattu parla con altri autisti, si fa dare un numero di telefono e risparmiamo 500 rupie! La macchinetta ha un interno leopardato di pelliccia, è tutta scassata, ma l’autista balza sempre a terra per aprirci la portiera. Andiamo a visitare il tempio delle scimmie: qui c’è il noleggiatore di bastone. Serve ad allontanare le scimmie che sono ovunque e hanno una spiccata attrazione per gli occhiali e siamo in tre a portarli. Visitiamo la sede del Viceré inglese, non aveva badato a spese, ora biblioteca per studenti di master e poi andiamo a mangiare in una tipica trattoria, vitto ottimo e la solita ridicola spesa di 7,50 in tre. Mentre stiamo passeggiando arriva un temporale, il cielo diventa nero in un istante e ci rifugiamo sotto un albero così grande che accoglie sotto le sue fronde non meno di trenta persone, penso tra me: se cade un fulmine fa una strage… Siamo bagnati, ma non così tanto nonostante la pioggia, durata una ventina di minuti, sia stata pesante. Torniamo in hotel per cambiarci e poi usciamo di nuovo. Al bazar finalmente troviamo una coperta di lana da regalare a Sattu, così potrà dormire al caldo.
La città è invasa dalle scimmie che scorrazzano ovunque, si lanciano di ramo in ramo, notiamo una infinità di tetti delle auto ovalizzati, gli animali li usano come pista di atterraggio…Pare che l’unico sistema per scoraggiare le scimmie sia quello di mettere sul tetto della macchina un telo e poi ricoprirlo di rami.

9 ottobre
Alle 7 e 30 siamo pronti per partire, siamo diretti a Dharamshala. La prima ora e mezza si snoda tra meravigliose colline verdi, una catena che si perde una dietro l’altra fino all’orizzonte. La strada è polverosa, c’è solo una corsia asfaltata e quando si incrociano i veicoli o ci si deve fermare o si finisce nello sterrato sollevando un nuvolone rosso che ricopre ogni cosa. Strade, case, auto, tutto è ricoperto da questa cipria che forse scompare solo con le piogge monsoniche. Arriviamo ad Arki. Da qui comincia l’autostrada, cioè la solita semplice strada gialla a due corsie che corre tutta a curve, superiamo ogni tanto torrenti e fiumi con un’acqua limpidissima e incontaminata. Poi le curve si fanno più strette e ininterrotte, più ci avviciniamo a Dharamshala più si intravede la catena Himalajana. Alle 14,30 siamo al nostro hotel, somiglia più a un B&B di stampo britannico. I padroni di casa sono nobili Sick e sono presenti al nostro arrivo. Loro vivono nella villa padronale, al primo piano mentre a piano terra ci sono due salotti per gli ospiti, una bella biblioteca con caminetto e una grande sala da pranzo. I turisti vengono alloggiati in un cottage nel giardino di casa, siamo gli unici ospiti e ci danno la stanza migliore con un bel bowindow che si affaccia sul verde. I mobili sono un po’ vecchiotti, ma la bellezza del posto rende la cosa irrilevante. Il silenzio e la privacy sono impagabili, quando si sta stesi sul letto sembra di essere sospesi tra le fronde degli alberi. Facciamo un giro nella proprietà e alla sera ceniamo li. La cucina definita casalinga è deliziosa! Sbircio un po’ di foto dei padroni di casa, ci sono gli antenati, ma anche una recente foto di loro col Carletto e la Camilla d’Inghilterra.

10 ottobre
Ci svegliamo al canto degli uccelli, facciamo colazione e cominciamo la giornata visitando un minuscolo laghetto che si chiama Dal a 1800 metri di altitudine. Sopra di noi volano cinque meravigliose aquile dal collo bianco, tipiche della zona himalajana, una si tuffa nel lago e quando emerge ha in bocca un pesce. Lo mangia in volo. Questo laghetto quando c’è il monsone si alza di parecchi metri e deve diventare un paradiso per i bambini. E’ stata creata una piscina con gradinata che scende verso il fondale e c’è una barca a forma di dragone parcheggiata sul prato. Poi ci dirigiamo al Mc Leod, che posto di pace, meraviglioso. Sembra proprio di essere in Tibet, è pieno di monaci allegri, sorridono a tutti e mettono di buon umore. Sono monaci moderni, orologio al polso, Nike ai piedi e cellulare, solo quelli più anziani indossano i sandali e non hanno tecnologia con loro. Facciamo tutti gli acquisti per noi e famigliari in questi banchetti, gestiti per lo più da donne che lavorano a ferri magliini, calzettoni, sciarpe, cappelli, babbucce, borse, di tutto, si spende pochissimo: un plaid in pura lana, caldissimo 400 rupie, 100 rupie per i paraorecchi, 150 per le calze, tshirt 200 rupie, portapenne 100 rupie e un diario con carta fatta a mano 150 rupie. Tanto per avere una idea.
La posta del paese è assurda, per accedere al locale bisogna saltare un canaletto e poi c’è un gradino altissimo che va scalato per forza, mio marito aiuta una anziana signora inglese, da sola non ce l’avrebbe mai fatta. L’ufficio postale è nel caos più totale, ci sono pacchi piccoli ed enormi, pile di lettere e cartoline, schedari e tre impiegati che lavorano senza battere ciglio.
Fuori dall’ufficio postale veniamo fermati da una minuscola donna e qui ci ritroviamo in India. Non vuole soldi, ma latte, ci indica un fagottino che contiene il neonato più scheletrico che io abbia mai visto nella mia vita. Siamo scioccati, la donna ci porta a un negozio nella vietta principale, indica col dito un pacco di latte in polvere di una nota casa svizzera, è molto grande e penso possa bastarle per una decina di giorni. Lo paghiamo 350 rupie, una cifra ridicola. Poi la donna col suo pacchetto corre via.
Qui il posto è pieno di turisti di tutte le nazionalità, incontriamo una ragazza italiana. Concludiamo la visita vedendo il Tempio buddista Tsuglakhang che è di fronte alla residenza del Dalai Lama. All’ingresso c’è un manifesto con le foto, raccapriccianti di tutti i ragazzi che si sono suicidati, dandosi fuoco per la libertà del Tibet. Questo manifesto viene aggiornato continuamente perché le morti si succedono anche adesso….Alle due il cielo diventa nero e corriamo in macchina. Il pomeriggio lo passiamo a passeggiare e fare foto nei dintorni.

11 ottobre
Partiamo alle 8 da Dharamshala verso Shampur, la strada anche qui è tutta una buca e si va a rilento, la velocità è sempre bassissima dopo circa un’ora siamo in Punjab, terra di pianura, coltivata a grano. Ci sono camion caricati fino all’inverosimile di sacchi che arrancano in salita. Cominciamo a vedere i turbanti colorati dei sick coi loro lunghi mustachi e barbe fluenti. Alle 12 e mezza siamo ad Amritsar, l’hotel è in zona semi centrale, ma la strada è trafficata e dopo l’oasi e il silenzio di Dharamshala ci sentiamo frastornati. Mangiamo benissimo al Ristorante Narula’s spendendo 5 euro a testa. Il locale è senza troppe pretese ma pulito, il servizio è rapido e il menù ha un’ampia scelta di piatti sia di carne che vegetariani del Punjab e non solo. Noi mangiamo: pollo tandori, riso fritto con pollo, kebab di pollo in pastella, riso piccante vegetale, pane di grano fritto, acqua e bibite.
Alle 16 partiamo per il confine indo pachistano che dista circa mezz’oretta per assistere alla cerimonia di chiusura. Sattu deve andare nella zona riservata agli indiani mentre per i turisti c’è un’ala a parte. Gli indiani sono divisi, le donne da una parte e gli uomini da un’altra. Consiglio di sedersi sul muretto sotto la gradinata perché è il posto migliore non solo per fotografare (non permettono di alzarsi in piedi), ma soprattutto per vedere lo spettacolo offerto dai due plotoni di soldati che si sfidano bonariamente con gesti e parole. La cerimonia comincia con un bel numero di persone che corrono sventolando la bandiera indiana e ovvio in Pachistan succede la stessa cosa. Possono fare la sfilata patriottica anche gli stranieri se ne hanno voglia. I volontari non mancano. Poi c’è una bella mezz’ora di balli al ritmo di musica bolliwood, in pista scendono per lo più le donne di tutte le età, le straniere sono tutte over 50. Ci sono diversi militari che dirigono il pubblico incitando ad applaudire, alzarsi ecc. Poi comincia la sfilata militare che è a dir poco comica per l’andatura dei soldati, non si può definire una camminata né una corsa. E’ una via di mezzo, si muovono sgambettando, appoggiando a terra prima il tallone e poi il piede, ogni tanto lanciano la gamba per aria con passo dell’oca, il mento è in alto, si fermano davanti ai cancelli di confine sfidando il nemico. Mostrano il pugno, digrignano i denti, guardano verso il Pachistan con fare sdegnoso. I due eserciti hanno divise simili, cappello con pennacchio rosso per gli indiani, verde per i pachistani. Poi i due comandanti si stringono la mano, i cancelli si chiudono e tutto il pubblico torna a casa. Arrivano qui intere famiglie e scolaresche, tutti si divertono un mondo! Noi stranieri possiamo partecipare poco a questo spettacolo, l’ostacolo della lingua è insormontabile. Si entra gratis.

12 ottobre
Oggi si visita il Tempio d’oro che dista una decina di minuti di auto dal nostro hotel. L’acceso al Tempio è aperto a tutti, bisogna solo rispettare le loro regole cioè lavarsi le mani, i piedi (in una vasca con acqua corrente, per fortuna) e toccare con la punta delle dita l’ingresso al Tempio. Amritsar è fuori dalle rotte del turismo di massa, bisogna venire apposta, ma il posto vale la tanta strada. Non incontriamo ombra di occidentale. Per la visita indosso uno dei miei completini indiani, pantalone lungo e largo, casacca al ginocchio con manica lunga, velo in testa, obbligatorio. Gli uomini devono anche loro coprirsi il capo, io mi porto dietro un cappello per mio marito che va bene per stare nell’area antistante il tempio, ma per entrare deve mettersi un triangolo di stoffa allacciato dietro la nuca. Un sacerdote sta all’ingresso con un bidone pieno di bandane e offre a mio marito un bel triangolo rosa bebè a fiorellini…Nessuno ci bada…Il Tempio è spettacolare e scattiamo le foto più belle di questo viaggio. Ci sono tantissimi induisti oltre ai Sick, ma nessun musulmano. Rimaniamo qui per due ore. Non è consentito scattare foto all’interno del Tempio.
Poco distante dal Tempio c’è un museo che ricorda la strage dei sick perpetrata dagli inglesi nel 1919, ci sono foto da incubo. Una fiamma perenne brucia a ricordo dei martiri. All’una torniamo a mangiare al ristorante del giorno prima, a fine pasto ci offrono oltre ai semi di anice, tipico di tutti i locali indiani anche dei confettini colorati identici a quelli usati a Napoli per decorare gli struffoli.
Alle 17 e 30 torniamo al Tempio per fotografare il tramonto, è consentito sedersi ma solo a gambe incrociate. Alzandoci da terra, e qui rubo le parole a una scrittrice di cui ho dimenticato il nome, caviglie, ginocchia e anche hanno scrocchiato producendo una non atletica melodia urbana di mezza età…. Ci consentono di scattare le foto col cavalletto, ma senza allungarlo, mio marito lo tiene tra le ginocchia e scatta foto davvero belle.
Il centro città è pieno di negozi di scarpe, deve esserci una produzione locale, di negozi di articoli religiosi sick, di frutta secca. Per lo più sono botteghe polverose, stipate di merci fino al soffitto e col pavimento in terra battuta. Qua e là ci sono negozi che realizzano sari stupendi, con ricami in oro o argento, rossi ma sono per le spose indiane. La cosa stupefacente sono le agenzie di viaggio, numerosissime, mah forse in Punjab sono viaggiatori. Qui comperiamo una macchinina per il figlio di Sattu che ha 8 anni.

13 ottobre
Partiamo alle 8 per Kurukshetra, nello stato della Haryana. Le strade sono belle, ci sono oleandri che fanno da spartitraffico, ma bisogna stare attenti ai pedoni e motociclisti che sbucano tra i rami pronti a balzare nella corsia, la nostra….E’ sabato e c’è poco traffico. La campagna si alterna a fabbriche, ma più viaggiamo verso sud più il traffico aumenta. Passiamo Jalandhar e Ludhiana, sono città inquinatissime. Poco dopo Ambala ci fermiamo a mangiare in un grill, il posto è pulito e il pasto ottimo. Arriviamo a Kurukshetra alle 14,30 e qui arriva il bello: il nostro hotel, il migliore della città. Appena varchiamo la soglia della hall veniamo investiti da un rumore assordante, nella sala da pranzo ci sono 150 ragazzini che mangiano, sono in gita scolastica. Saliamo al primo piano, due porte più in là della nostra stanza è in corso una festa di universitari. Lo schiamazzo è assordante, sbircio da una porta semiaperta e vedo tre ragazzi che si dimenano al ritmo della musica bolliwood sparata da casse tipo quelle delle giostre. La nostra camera è un incubo. Il letto non è stato fatto, le federe dei cuscini hanno l’aria usata, il copriletto è piegato sul fondo, non c’è ombra di lenzuola. Il bagno è una piazza d’armi desolatamente vuoto; c’è un wc, un lavandino e un tubo con un microfono doccia monumentale, dall’alto pende un minuscolo boiler rugginoso. Non ci sono mensole o altro per appoggiare il nostro beauty. La luce della stanza è sepolcrale perciò decido di alzare la tenda scorrevole e mi sfilano davanti due ragazzi del party studentesco! La finestra dà sul corridoio. Abbasso la tenda e chiamo la reception, chiedo gentilmente di fare il letto. Dopo dieci minuti arriva un inserviente con due grigie lenzuola rattoppate, ci sono evidenti macchie di unto vecchio e uno strappo. Le federe sono identiche a quelle già in dotazione, il verbo stirare non esiste. Col frastuono del party non riesco a riposare, ma mio marito si appisola. Nella luce cimiteriale della stanza il mio sguardo si blocca sul muro, c’è una animale che sgambetta, sveglio mio marito. Accendiamo la luce ed è un geko. Oh, non fa nulla di male, fa il marito e quando torniamo alla sera il geko è scomparso, penso dall’unico sfiato di aria fresca della nostra stanza, un buco nel bagno dove gracchia una rugginosa ventola. In bagno ci sono 7 interruttori (li ho contati), ma ne servono solo due, uno per la luce e uno per il boiler.
Nel tardo pomeriggio usciamo e andiamo a vedere il tempio induista davanti a un minuscolo lago, è l’unica attrazione della città. Fa già buio. Il Tempio merita una visita, è suggestivo, c’è un porticato che corre lungo tutto il perimetro del lago. Intravedo delle ombre sotto i portici, ci sono molti religiosi, ma anche intere famiglie che vivono li. C’è chi cucina, chi vende fiori da mettere nell’acqua durante la preghiera. Tanti anziani vendono immagini sacre, ma molti tendono la mano: vivono di carità. I religiosi sono vestiti di arancione. Nelle adiacenze del lago c’è un vasto mercato o meglio gli ambulanti vendono le loro merci mettendole su un telo. I giocattoli in vendita sono miseri, brutti, niente a che vedere coi nostri balocchi ben fatti. Gli altri oggetti sono il trionfo del kitch.
Rientriamo in hotel che è sera, abbiamo da poco messo piede nella stanza che il pavimento trema…inizia la disco dance. Eh sì proprio sotto la nostra stanza c’è la discoteca e non si dorme fino all’una anzi si trema. Alle tre il portiere decide di vedere un bel film in tv, a tutto volume e alle 5 arrivano gli inservienti ed è una musica di porte sbattute, richiami e urla.

14 ottobre
Ci alziamo più stanchi della sera precedente. Vado in bagno, uno di noi due ha spento per sbaglio, durante la notte, l’interruttore del boiler. Così dal monumentale microfono doccia esce un getto freddo degno delle cascate del Niagara che allaga il bagno in un battibaleno….Scendiamo a fare colazione, il locale disco dance è in condizioni pietose, la sporcizia trionfa ovunque, ma un cameriere ci invita cerimoniosamente ad accomodarci al ristorante. Le luci sono soffuse da night club, ma forse è meglio così, non vediamo l’unto sul tovagliato. A dare un tocco di colore c’è solo un bell’acquario. Siamo li in attesa della nostra colazione che qualcuno dalla cucina aziona un condizionatore così violento che mi spara per aria i capelli, sembro Mafalda! Chiedo cortesemente al cameriere di spegnere l’aria condizionata, non lo fa, ma ci accende la Tv! La soluzione migliore è cambiare tavolo, fuori portata della gelida bora. La colazione è pessima tanto per non smentire l’alto standard dell’hotel. Arrivano quattro toast chiusi nell’argento, la crosta è bruciata e l’interno gommoso. La marmellata è così poca che basta per dare una spalmatina a sole due fette di pane. Prendiamo i bagagli e via più veloci della luce verso Delhi. Consiglio: se andate a Amritsar è meglio viaggiare fino a Delh (dista da Kurukshetra solo due ore di auto), noi, sbagliando, abbiamo chiesto all’agenzia indiana di prenotarci un hotel a Kukurshetra, il nostro era il migliore della città, immagino gli altri!
Il viaggio verso Delhi è velato dalla foschia, Saatu ci dice che spesso in inverno in questa zona c’è una fitta nebbia così come in Uttar Pradesh e Madhya Pradesh. E’ domenica, il traffico è limitato, ma ci sono continui rilevatori di velocità e successivi posti di blocco. Prima di entrare in città Sattu si mette il distintivo identificativo di autista. Mi colpisce che nome e cognome sia un sigla SN mentre per esteso leggo Meena cioè la sua casta. Questo la dice lunga di quanto sia ancora importante al giorno d’oggi l’appartenenza di ogni individuo indiano alla casta. Sattu ci racconta che i driver devono vestirsi in modo conforme al loro ruolo cioè completo preferibilmente beige, la camicia deve avere i taschini e le mostrine. E’ concesso anche il pantalone scuro con camicia bianca o blu. Se vengono fermati dalla polizia mentre sono al lavoro e non sono vestiti a norma e non hanno la targhetta identificativa, possono essere multati.
Alle 10 siamo in città e decidiamo di visitare il Forte Rosso, lo scorso marzo lo avevamo visto solo da fuori. Da li raggiungiamo il Humayun Tomb, patrimonio Unesco dal ’93. Pranziamo in zona, qui spendiamo la folle cifra di 10 euro a testa per il pasto, ma si sa, siamo nella città più cara dell’India. Sattu come sempre pranza con noi mentre gli altri autisti sono seduti fuori dal ristorante in attesa del clienti. C’è da dire che in molti ristoranti gli autisti non vengono ammessi. Quando arriviamo al nostro piccolo, pulitissimo hotel ci sembra di stare a Buckingham Palace, abbiamo una bella stanza grande con ogni confort. Siamo vicini a una lunghissima via di negozi e scopriamo un fornito negozio di spezie, incensi e tè dove facciamo gli ultimi acquisti prima del rientro in Italia. La via deve essere nota per i negozi che vendono abiti da cerimonia molto di lusso, sia per uomini che per donne. Ma ci sono anche le catene internazionali di jeans, anche del nostro paese. Andiamo a letto presto, domani ci dobbiamo alzare alle cinque.

15 ottobre

E’ l’ora dei saluti, Sattu ha rappresentato per noi un compagno di viaggio impagabile. All’aeroporto ci abbracciamo e salutiamo commossi. Sul nostro volo ci sono una ventina di monaci, chissà forse arrivano da Dharamshala. In attesa dell’imbarco qualcuno sgrana il rosario, i giovani chiacchierano tra di loro, sono di tutte le età. Decolliamo e dopo un’oretta sbircio i sedili davanti al mio dove stanno i monaci. Sono tutti avvolti nella coperta della compagnia area, un ragazzo più freddoloso se l’è messa anche sulla testa. Dal primo all’ultimo hanno le cuffie sulle orecchie e come tutti i passeggeri guardano un film. Li perdiamo di vista a Monaco, si avviano timidi verso l’uscita, il cielo è bigio e fa freddo, con le loro tuniche di cotone spero non si siano ammalati. Noi proseguiamo per Malpensa. Il filo che ci lega all’India è solo temporaneamente staccato, ci auguriamo di riannodarlo il prossimo anno. Sogniamo un viaggio in Guyarat. Termino con le parole di una poesia di Tagore che ben rappresenta quello che mi lega a questo straordinario paese che è l’India:
Hai fatto prigioniero il mio cuore
Nelle infinite reti
Della tua musica

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Ci sono 5 commenti su “Ritorno in India

  1. bello! bello! bello! il più bel diario che ho letto sull’India!

    ma di tutte quelle meravigliose foto scattate, neanche una per noi lettori avidi di curiosità? :please.

    (anche noi a marzo stesso giro compreso Varanasi)

  2. Molto bello l’itinerario che avete scelto. CI sono stato l’anno scorso in India però era un viaggio organizzato. Studiarselo da soli ha tutto un’altro sapore. Confermo il traffico allucinante che c’è… non esiste alcuna regola

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