La mia prima India

La mia prima India
Ho già pubblicato sul sito Il Giramondo il mio racconto di viaggio intitolato Ritorno in India. Ho deciso di scrivere anche il resoconto del mio primo, indimenticabile viaggio in questo straordinario Paese.
Ho cominciato a sognare l’india a 8 anni. La mia maestra raccontò a noi alunni che il marito, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si trovava in India. Venne arrestato dagli Inglesi e internato in un campo di prigionia fino alla fine del conflitto. Nonostante le durissime condizioni di vita del campo, il marito moriva di nostalgia e il suo desiderio era quello di potere rimettere piede sul suolo indiano. La maestra ci ripeteva spesso: Deve essere un Paese davvero bello se una persona sogna di tornarci quando ha come ricordo un campo di concentramento. ..Così l’India è diventato anche il mio sogno anzi il sogno di una vita.
Mio marito si era sempre rifiutato di affrontare un viaggio così duro, era spaventato all’idea di trovare tanta miseria, sporcizia ma quando è scoccata l’ora della pensione mi ha fatto questo regalo e il 18 marzo 2012 siamo partiti da Malpensa per Delhi.
Il viaggio, come faccio sempre, l’ho organizzato da sola. Ho comprato un volo a un prezzo davvero eccezionale della Qatar Airways (440euro a/r Malpensa/Doha/Delhi) e ho contattato l’agenzia di Karni Singh di Jaipur, India Popular vacations. Col signor Karni abbiamo concordato il prezzo per il tour del Rajastan/ Madhya Pardesh/ Uttar Pradesh che comprendeva auto con autista, benzina, tasse, parcheggi e hotel B&B. L’organizzazione è stata perfetta. Questo è il mio racconto di viaggio.

18 marzo:
Il giorno tanto atteso è arrivato, chiudo la porta di casa con grande emozione, tra poche ore l’India la vedrò con i miei occhi. Da Malpensa partiamo in perfetto orario, il servizio a bordo è eccellente e le tre ore e mezza di attesa a Doha scorrono abbastanza veloci. Quando ci imbarcano sul volo per Delhi con mia delusione siamo nelle file centrali: sognavo di avere qualche prima immagine della città in fase di atterraggio…pazienza!

19 marzo:
Atterriamo in orario, i bagagli arrivano rapidamente: sono ricoperti di polvere e ci sono un paio di strappi. All’uscita troviamo ad aspettarci Mahesh, il nostro autista, è molto più alto della media degli indiani e lo vediamo subito col suo cartello di benvenuto. Si rivelerà un perfetto compagno di viaggio, ha un carattere allegro (ama cantare e adora Shakira) oltre ad essere abile al volante. Ci mette subito a nostro agio e già dalle prime ore di “collaudo” capiamo che con Mahesh non avremo problemi. Viaggiando tutti i giorni per diverse ore la convivenza è forzata e trovare un valido autista è importante.
Andiamo al nostro Hotel per riposarci un paio di ore e poi andiamo a vedere il Forte Rosso. Il parcheggio è lontano circa 500 metri dall’ingresso e prendiamo un risciò (su consiglio di Mahesh) ignari che dopo la curva ci sia una bella salita….Non sarà per noi una bella esperienza, essere trasportati da un essere umano che suda e fatica sui pedali è difficile da digerire, ma si sa che per quest’uomo, il risciò è l’unico mezzo di sostentamento per lui e la famiglia e ogni cliente è una grazia dal cielo. Visitiamo anche l’India Gate, il luogo dove è stato cremato Gandhi e la Moschea di Jama Mashjid, la più grande dell’India. Andiamo a letto presto, la stanchezza comincia a farsi sentire.

20 marzo
Ci alziamo presto, abbiamo appuntamento con Mahesh alle 7,30, siamo diretti a Jaipur. Siamo partiti dall’Italia con 18 chili di abiti nuovi o semi nuovi e in ogni hotel lasceremo qualche indumento. Oggi cominciamo con un jeans, due tshirt e un paio di calze di cotone. Li lascio in bagno, ma mentre stiamo per partire, veniamo rincorsi dal direttore dell’hotel, pensa che abbiamo dimenticato gli abiti!
Le strade indiane sono caotiche e regna l’anarchia più assoluta, ognuno guida come gli pare, senza regole. Bisogna prestare attenzione a tutto ciò che si muove, siano esse auto, moto, biciclette, vacche (possono decidere di spararsi una pennichella in corsia di sorpasso) cani e aspiranti suicidi che schizzano come razzi senza preavviso per attraversare la strada. Alle 9,30 vediamo il cartello Rajastan e cominciamo a vedere le donne coi loro sari coloratissimi e tanti carretti trainati dai dromedari.
Arriviamo al Galgati Temple, è davvero stupendo e poco frequentato dagli stranieri. Il Tempio è stato costruito vicino a una sorgente naturale di acqua, ci sono aree destinate agli uomini e alle donne per la preghiera e vasche per le abluzioni. Chiediamo il permesso di fotografare, solo una giovane bellissima ragazzina mi dice di no, la madre al suo fianco si spolmona nel cercare di convincerla a farsi immortalare, ma senza successo. Il Tempio è stato edificato a varie altezze e ci sono delle scalinate da affrontare, non sono particolarmente faticose, ma ho un leggero malore. Mio marito, nel frattempo, è sparito per scattare foto alle numerose scimmie del Tempio e io comincio a barcollare e sento la testa che mi gira come una trottola. Mi siedo su un gradino, ma poi mi devo stendere per terra. In un battibaleno sono circondata da donne, mi guardano timorose e con volti preoccupati. Un uomo anziano arriva con una bottiglia di acqua, mi offre da bere. Nel frattempo mio marito non vedendomi arrivare, torna sui suoi passi, è spaventato, ma per fortuna mi riprendo alla svelta. Errore numero uno: ho indossato un pantalone di cotone troppo pesante. Errore numero due: ho scordato la bottiglia di acqua in macchina. Errore numero tre: non ho preso i sali minerali. Oltre a tutto questo pago il cocktail di stanchezza, sbalzo di temperatura in 24 ore e le mie primavere che sono tante…Questo però sarà l’unico problema di salute che avrò in questo viaggio. Nella stessa giornata vediamo ancora un altro tempio completamente in marmo bianco molto bello, si chiama Birla Temple. Alle 5 lasciamo libero Mahesh, vive in città e stasera può dormire a casa, lo facciamo felice così godrà qualche ora di più con la sua famiglia. Noi si cena in hotel.

21 marzo
Stamattina si va verso Amber e il suo magnifico forte. Alle 8 siamo già in macchina e riusciamo a entrare quando c’è pochissima coda. Il cielo è velato, le foto che scattiamo sembrano dei dipinti, in realtà era proprio la luce del giorno che provocava questo strano fenomeno. Davanti al Forte c’è un lago che si riempie di acqua dopo il monsone, a marzo il bacino è vuoto. Sappiamo già che l’accesso al Forte sarà a dorso di elefante. Questa cosa è ovviamente molto turistica, ma la consiglio perché è divertente. Non si sta a cavalcioni e neppure nelle ceste appese ai lati ma su uno scomodo sedile il groppa all’elefante. Le gambe sono rigide e si ondeggia avanti e indietro a ogni passo! Il Forte è davvero bello, lo visitiamo con una guida presa sul posto e che parla un ottimo italiano. Se si arriva al mattino presto si evita l’assalto dei gruppi organizzati che arrivano uno dopo l’altro, del resto Amber è uno dei posti più turistici del Rajastan.
Andiamo al ristorante ma Mahesh declina il nostro invito, accetterà solo due volte di mangiare con noi. In molti ristoranti gli autisti non sono ammessi e devono aspettare fuori. Mentre si viaggia Mahesh ci racconta un po’ della sua vita. I suoi genitori si sono sposati bambini (4 anni la mamma e 7 il padre ), la vita matrimoniale l’hanno cominciata intorno ai 14 anni….Mahesh ha potuto frequentare la scuola solo per quattro anni, a 10 era già al lavoro come ragazzo di fatica a bordo di un camion. Caricava e scaricava le merci. Questo ragazzo ha l’età di nostro figlio, 34 anni, ma una esperienza di vita ben diversa. Mahesh conosce tutta l’India perché per più di 10 anni ha viaggiato coi camion, gli autisti gli hanno insegnato a guidare e così a 18 anni ha potuto prendere la patente e iniziare il lavoro di autista. Da 8 anni lavora per la medesima agenzia di Jaipur, è contento perché può stare più tempo con la sua famiglia. Come tutti gli indiani della sua casta (contadino) si è sposato molto giovane, a 20 anni mentre la moglie a 18. Ancora oggi nei villaggi i maschi si sposano tra i 20 e i 22 anni e le ragazze dopo i 18. Mahesh ha tre figli di 2, 8 e 10 anni, spera di poterli fare studiare tutti quanti, sa che questa è l’unica strada per potere avere una vita migliore.
La città di Jaipur offre tante belle cose da vedere: il Govindi Mandir Temple, l’Osservatorio astronomico di Jantar Mantar e il suggestivo Palazzo dei venti, lo Hava Mahal. Troviamo anche il tempo di andare in un bel negozio di spezie dove acquistiamo tè a buon prezzo. Alla sera siamo invitati a cena a casa di Mr Karni, il signore che ci ha organizzato il tour. Conosciamo la moglie, una ragazza di 34 anni molto dolce e che indossa un bellissimo sari e le due figlie adolescenti, vestite alla moda occidentale, jeans e maglietta. Le due ragazzine sono fortunate, studiano in una scuola inglese, molto esclusiva e almeno sulla carta hanno un futuro rosa all’orizzonte.

22 marzo
Partiamo alle 9 e mezza e siamo diretti a Jodhpur. Attraversiamo in deserto del Thar, la vegetazione è brulla, ci sono degli alberi scheletrici con meravigliosi fiori arancioni, Mahesh ci racconta che questi fiori vengono usati sia in campo farmacologico sia come colore naturale da tintura. La strada è trafficata come al solito, non ci si può distrarre neppure per un secondo, evitiamo per un pelo uno scontro, dopo una curva ci troviamo quasi di fronte un’auto che avanza a tutta velocità contromano…. Questa è un’autostrada, ma comunque la velocità è sempre piuttosto bassa perché si attraversano i centri abitati, pieni di gente, mercati, biciclette ecc. e poi come sempre i cani e le vacche che tutti quanti rispettano. Arriviamo a Jodhpur alle 4 del pomeriggio. Veniamo accompagnati alla nostra stanza e rimango di sale: ci danno una suite meravigliosa, c’è un salotto con maxi schermo tv, una zona pranzo 8 sul tavolo un trionfo di antipasti e frutta fresca gentilmente offerta dall’hotel così come le bibite del frigobar) e una camera gigantesca che si affaccia su una balcone. Il bagno è in marmo con mega doccia e vasca, un lusso che stride con ciò che ci aspetta fuori dalle porte di ingresso del nostro albergo.
Prima di cena abbiamo il tempo di visitare il bazar e i Templi di Mandor. Il bazar per la verità è grandino ma deludente, non troviamo nulla da acquistare.

23 marzo
Oggi passeremo l’intera giornata per visitare la città di Jodphur. Alle nove siamo in macchina, Mahesh ci porta per prima cosa a vedere Jaswant Thada, il cenotafio eretto nel 1889 in memoria del Maharaja Jaswant Singh. La strada che ci porta in cima alla collina è tortuosa ma stupenda. Si può avere una visione perfetta del Mehranghar Fort che si staglia di fronte al Cenotafio. Siamo fortunati, quando arriviamo siamo i soli turisti e scattiamo delle belle foto, dopo mezz’ora arrivano i primi bus carichi di gruppi di varie nazionalità e inizia il caos. Perciò scappiamo e andiamo a vedere il Forte, bellissimo con le sua mura che toccano anche i 40 metri di altezza! La visita è impegnativa, c’è solo un ascensore che porta a un primo livello, ma poi si va su e giù dalle scale, si entra e si esce dalle stanze, ci sono gallerie, camminamenti e gallerie. Gli interni sono meravigliosi e dall’alto si gode lo spettacolo della città blu che si stende sotto il forte.
Riusciamo a convincere Mahesh a venire a cena con noi ma prima ci fermiamo a una fabbrica, dove per pochi soldi, mio marito si fa confezionare delle bellissime camicie in cotone. Io acquisto tanti souvenir da portare a casa agli amici. Borse, pashmina, cuscini a un prezzo ridicolo. Le camicie vengono consegnate in hotel il giorno dopo. Poi andiamo al ristorante consigliato da un amico autista di Mahesh, è in una zona poco illuminata ma l’interno è una bella sorpresa, è carino e mangiamo benissimo con poca spesa, come sempre in India, intorno a 5 euro a testa. Si mangia bene e così c’è una sinfonia di rutti…gli indiani amano dare sfogo al loro apprezzamento della buona tavola con dei boati tremendi. Bisogna farci l’abitudine. Poi rientriamo nella nostra suite del maharaja.

24 marzo
Mahesh, come tutte le mattine, ci aspetta a mani giunte: Namaste! E si parte! Siamo diretti a Ranakpur dove c’è il famoso Tempio dai 1444 pilastri in marmo: che meraviglia!! Da non perdere. Questo è il tempio gianaista più grande del Rajastan. Scattiamo tantissime foto, qui ci sarebbe da immortalare ogni piccolo dettaglio, ogni colonna è un capolavoro di cesello.
Proseguiamo i nostro cammino e arriviamo al Kumbhalgarth Fort. La strada di accesso è tortuosa e stretta, non possono arrivare i bus di turisti stranieri, troppo grandi per queste strade. Così ci ritroviamo da soli e in mezzo a un mare di ragazzini in gita scolastica. I gitanti arrivano a piedi all’ingresso del forte perché, i loro piccoli bus devono fermarsi circa un chilometro più in basso poi la strada diventa troppo stretta per i mezzi che non siano automobili. Il Forte merita una visita, si estende per 36 km e si ha quasi la sensazione di vedere una sorta di muraglia cinese che si perde all’orizzonte. I ragazzini indiani ci tallonano, sono curiosi e vogliono essere fotografati. Così iniziamo a scattare primi piani, gruppi di amichette abbracciate e alla fine un gruppone con anche le due maestre che accompagnano i ragazzi. Abbiamo spedito le foto all’indirizzo del distretto scolastico che ci ha lasciato un insegnante e mi auguro siano arrivate a destinazione.
Alle 17 arriviamo a Udaipur, il nostro hotel è molto bello.

25 marzo
Oggi la giornata è dedicata alla visita della città di Udaipur. Cominciamo visitando il tempio di Jagdish Mandir del 1652, è nel pieno centro storico e meta di tanti fedeli. Rimontiamo in macchina e andiamo al City Palace famoso per le sue miniature. Mi hanno colpita i giardini costruiti a vari livelli della costruzione, piccole oasi dove potere sedersi all’ombra e riposarsi un pochino. Terminata la visita andiamo al Giardino Botanico, piccolo ma grazioso e poi facciamo un giro in centro città. Ci sono tanti negozi che vendono splendidi tessuti e un bel mercato.

26 marzo
Partiamo alle 8 e alle 9 e mezza siamo al Chittaurgarth Fort,una delle più maestose fortezze del Rajastan, assolutamente da non perdere. Il sito archeologico è esteso e dobbiamo spostarci con la macchina per due volte per raggiungere le rovine. C’è poca gente e solo indiani, una famiglia ci chiede di posare con loro per una foto ricordo. Mahesh ci dirà più tardi che queste persone, una volta tornate a casa, diranno che siamo i loro amici europei! Terminata la visita e ci vuole la mattinata, andiamo a vedere la fiera, in questi giorni c’è la più importante festività induista. Il mercato è pieno di gente e le bancarelle vendono articoli di ogni genere e piatti pronti per chi ha appetito. La zona è piena di scimmie che scorrazzano ovunque. Ci fermiamo a pranzo in una trattoria all’aperto e poco dopo siamo a Pushkar. Che bella cittadina! Il nostro hotel è in riva al lago con una vista stupenda. La città è la meno indiana che vedremo in questo viaggio, è un luogo di villeggiatura anche per gli indiani ed è piena di stranieri. Ci sono tanti israeliani sia residenti che turisti. Il bazar è esteso e vendono i soliti oggetti che si possono trovare in ogni località indiana. I Ghat sono suggestivi e al tramonto si possono scattare bellissime foto. Ceniamo in hotel che ha il ristorante in riva al lago, mangiamo benissimo ma dobbiamo fare la lotta con le zanzare.

27 marzo
Partiamo alle 7 e mezza e Mahesh ci porta a vedere il pozzo più profondo dell’India a Abhairi, per raggiungere sul fondo bisogna scendere 3500 gradini, ma al momento è proibito per lo stato precario di tutta la struttura. Peccato! Questo meraviglioso monumento è poco considerato e pochi turisti vengano a visitarlo. Si offre come guida il medico del villaggio che ha il suo studio (una nuda stanza con solo un lettino, uno scrivania e una sedia alquanto sgangherate) di fronte al pozzo. Ci spiega molto bene la storia del pozzo e delle rovine adiacenti, una serie di massi ammonticchiati dopo un rovinoso terremoto. Gli diamo una bella mancia e chiediamo di cambiare un pezzo ti taglio grosso in spiccioli per le elemosine, ma ci imbroglia e sarà l’unico indiano a comportarsi in modo scorretto in questo viaggio. Un medico oltretutto…
Siamo in viaggio verso Fathepur Sikri, la strada è trafficata come al solito quando c’è un rallentamento e poi si prosegue a passo d’uomo. Nella corsia a fianco c’è una bambina di circa 8/9 anni riversa sull’asfalto. Giace immobile, scomposta, il braccino sinistro è verso l’alto, le gambe sembrano disarticolate, ha i capelli raccolti in due trecce. Ci sono circa 10 uomini a cerchio intorno a lei, sono immobili, le mani ciondolano sui fianchi, hanno il capo chino e quando siamo alla loro altezza vedo che muovono le labbra. Così mi rendo conto che stanno pregando…Io e Mahesh (io ho sempre viaggiato davanti con l’autista) ci portiamo le mani unite sul volto, siamo scioccati e spegniamo la radio che non accenderemo più per tutta la giornata. Questo episodio mi ha colpita nell’anima, so che tanti bambini muoiono anche sulle nostre strade, ogni giorno, ma in India, in questa terra che offre una vita cosi dura mi è sembrato ancora più difficile da accettare.

Fathepur Sikri lo raggiungiamo a metà pomeriggio, è un posto suggestivo e si è conservato in maniera sbalorditiva. Ci sono pochissimi turisti e tutti indiani, possiamo scattare foto senza la presenza umana e girare in piena libertà. Per vedere tutto bisogna programmare almeno tre ore, il sito è piuttosto esteso.
Alla sera raggiungiamo Agra.

28 marzo
Levataccia alle 5 ma ci aspetta il Taj Mahal e quindi nessun lamento e alle 6 siamo in fila per entrare. Siamo tra i primi e riusciamo a scattare delle foto davvero uniche, un Taj Mahal ancora intatto e senza ombra di umano! Dopo dieci minuti la ressa comincia e anche la coda per scattare la foto sulla panchina con vista del Taj alle spalle. E’ un monumento meraviglioso, commovente, di una bellezza davvero unica. La facciata è tutta un cesello, bisognerebbe fotografare tutto dal primo all’ultimo dettaglio.
Dopo la visita torniamo in hotel per la colazione e poi partiamo per Gwailor che raggiungiamo alle 11. Qui fa parecchio caldo e penso sia meglio potere visitare l’area al mattino presto o a metà pomeriggio, non come noi a mezzogiorno. Il forte si estende per 3 km, è tutto decorato all’esterno, davvero splendido, oltre ci sono alcuni palazzi in rovina e oltre alcune sculture rupestri molto interessanti.
La nostra destinazione finale di oggi è Orchha, ma siamo partiti da poco che veniamo fermati da un poliziotto, la strada è interrotta e veniamo dirottati verso la “deviazione”, una minuscola stradina di campagna che si allunga nella campagna fino all’orizzonte. Siamo un serpentone polveroso di camion, autobus, macchine, tuk tuk, tutti seguono il primo veicolo che sbaglia strada e ci troviamo nel pieno della campagna. Gli abitanti dei villaggi sono tutti fuori per vedere questo insolito spettacolo, penso non abbiamo mai visto così tanti veicoli in vita loro….Poi dopo una assemblea improvvisata tra autisti, a un bivio, azzecchiamo la direzione giusta e riprendiamo la strada per Orchha. Ci arriviamo stanchi ma l’hotel è una perla, una residenza di maharaja con un lussureggiante giardino, ancora una volta ci danno la suite, bellissima con anche un salottino alla turca e vista sulla piscina. Ceniamo in albergo, benissimo e spendendo poco come al solito.

29 marzo
Cominciamo la giornata visitando i templi della città di Orchha, raggiungiamo a piedi il Ram Raja Mandir, in origine dimora reale poi riconvertito in Tempio. E’ ancora chiuso ma dal nulla compare il guardiano accompagnato dal figlio adolescente, jeans, maglietta e cellulare. Ci aprono la porta di ingresso e il ragazzino accompagna un mendicante cieco, con lunghi capelli fluenti all’interno dell’edificio, questo uomo ha in mano un sitar, si siede a gambe incrociate e inizia a suonare una musica struggente. Noi sempre scortati dal ragazzo cominciano a salire verso il tetto dell’edificio percorrendo scale tutte sbrecciate e in alcuni punti pericolanti. Dubito fortemente che qui vengano accompagnati i gruppi, troppo pericoloso, ma noi procediamo spinti dalla curiosità di vedere cosa ci attende sul tetto. Una meraviglia di cupole tutte lavorate e la visione unica della città vista dall’alto. Il ragazzino mi chiede in prestito la macchina fotografica e con un inglese molto approssimativo mi dice che va a fotografare un’eagle in cima a una cupola. Con l’agilità di una scimmia, a piedi scalzi, lo vedo arrampicarsi sempre più in alto per scomparire dietro a dei pinnacoli in pietra. Poi ritorna trionfante: è un fotografo bravissimo devo dire, ha immortalato l’aquila coi suoi due piccoli sullo sfondo meraviglioso di Orchha e dei suoi monumenti!! Sono tornata a casa, quando mostrerò a mio figlio le foto scoprirò che il pennuto non è un’aquila ma un avvoltoio….beh a me piace questa mamma avvoltoio, è tenera e non mi sembra neppure tanto brutta…La città di Orchha ha monumenti sia all’interno della città che sul fiume, mi piacerebbe tornarci e dedicarle un giorno in più.
Nel primo pomeriggio siamo a Khajuraho e andiamo subito a visitare i templi tanto famosi. Il sito archeologico è tenuto molto bene, prati ben rasati, pulizia e cartelli davanti a ogni monumento. Anche qui bisogna dedicare almeno tre orette per vedere tutto senza correre. Ci sono alcuni ragazzi indiani che ammiccano ai turisti non in gruppo come noi, fanno segno di seguirli con occhietto malizioso. Vengono abbindolati due turisti inglesi così vediamo dove sono diretti e poco dopo li seguiamo. Le sculture erotiche più esplicite sono vicino a un tempio, ma appartate, possono non essere scorte da un turista frettoloso e così ci sono i ragazzi indiani pronti a prendere una mancia in cambio della dritta.
Alla sera pranziamo per l’ultima volta con Mahesh in una bella trattoria di fronte ai templi illuminati di Khajuraho. Mangiamo benissimo e assistiamo a una commedia strappalacrime da un maxischermo nella piazza del paese, programma seguito con entusiasmo dagli abitanti.

30 marzo
Alle 7 e mezza siamo pronti e via! si parte verso la stazione di Satna. Attraversiamo il Panna Tiger National Park, non vediamo ombra di animale solo il solito mare di scimmie. Alle 10 e mezza siamo già in stazione, ma purtroppo il nostro treno ….passiamo il tempo sulla pensilina, ogni 15 minuti viene modificato l’orario di arrivo e cosi’ aspettiamo per ben 3 ore!! Lo spettacolo dei viaggiatori comunque non rende particolarmente duro aspettare il nostro treno, siamo gli unici occidentali e abbiamo addosso gli occhi di tutti. Finalmente il nostro Kamayani Express arriva strombazzando in stazione, salutiamo commossi il nostro caro autista e raggiungiamo la nostra cuccetta di seconda classe, prenotata dal Karni. Siamo in quattro, gli altri due passeggeri sono due fratelli, studenti universitari. Nelle 8 ore di viaggio i due ragazzi non aprono bocca, per lo più dormono. La porta del nostro scompartimento consiste in una tenda di pesante tessuto blu, serve per avere un po’ di privacy, ma comunque intravedo i piedi di un viaggiatore single che dorme nel corridoio. Nel corridoio infatti ci sono delle brande singole con personale tendina blu da tirare durante il sonno. La toilette è incredibilmente pulita senza cattivo odore! Raggiungiamo la nostra meta, Varanasi, alle 22 e qui ci aspetta il nuovo autista. Parla un inglese incomprensibile e arriva accompagnato da un altro ragazzo che si limita a consegnarci i nuovi biglietti del volo per Delhi di due giorni più tardi, il volo originario è stato annullato.

31 marzo
Ci alziamo con comodo e raggiungiamo Sarnath che dista una mezz’ora di macchina da Varanasi. Mi è piaciuta molto questa visita, gli Stupa sono considerevoli, ma è amareggiata dalla vista di un ragazzino che incita i suoi cani a mordere un povero piccolo cucciolo che guaisce disperatamente. Mio marito alza la voce col ragazzo e dà modo al cucciolo di scappare via. In giornata vistiamo l’università, la zona islamica e un tempio induista. Varanasi è città santa induista ma il 50% della popolazione è musulmana, è pieno di donne coperte dalla testa ai piedi, compresi guanti neri che arrivano ai gomiti e di bambini che frequentano le madrase. La convivenza tra induisti e musulmani non è delle migliori, così ci dice il nostro autista.
Alle 18,30 abbiamo appuntamento col barcaiolo che ci porterà in mezzo al Gange per assistere al tramonto, alle cremazioni e alle preghiere serali. La rena in riva al fiume è intrisa di urina umana, di cani, vacche e di una sporcizia incredibile, indosso i sandali, ma evito di pensare a cosa entra sotto i miei piedi. Il Gange brulica di barche come la nostra cariche per lo più di turisti, è permesso fotografare, ma a debita distanza se però si vuole avere degli scatti ravvicinati basta pagare, viene emesso un permesso e si accede alla zona delle cremazioni. In effetti vediamo un occidentale che lavora, ma le macchine fotografiche che usa sono chiaramente da professionista. Lavora da solo nel massimo silenzio. Noi ci accontentiamo di vedere tutto dal punto ove è permesso andare a noi turisti. La cerimonia religiosa è spettacolare e molto lunga, ci sono monaci che cantano e fanno roteare bastoni infuocati, molto coreografico, ma anche un po’ turistico, va detto… In ogni caso Varanasi per me va vista, è di una bellezza struggente.

1 aprile
Alzataccia alle 5 per andare ad assistere alla nascita del sole sul Gange. C’è un nuovo barcaiolo, un giovane ragazzo. La città con le luci dell’alba è magica, le sue case decadenti hanno comunque un grande fascino. Vediamo la gente che prega e si immerge nelle acque del fiume, c’è chi fa yoga e meditazione, ma anche chi lava i panni in queste acque… Rientriamo in hotel per fare colazione e poi ci avviamo all’aeroporto, siamo diretti a Delhi.

2 aprile
Di nuovo in piedi alle 5, alle sei arriva l’autista a prelevarci, mi sembra ieri che siamo atterrati a Delhi e siamo già qui pronti a tornare a casa e sono già piena di nostalgia.

Questo viaggio ha rappresentato per me non solo la realizzazione di un sogno, ma la scoperta di un paese straordinario. L’approccio con la miseria non è facile, non è facile dire di no alle mani tese quando si sono terminati gli spiccioli, ai bambini che ti guardano con occhi imploranti e cercano di venderti la loro merce, ai tanti mendicanti e gente che soffre in silenzio. Ciò che mi rimane nel cuore dell’India è un cocktail di odori, colori, grandiosità di monumenti, la dolcezza di tanti volti e la pazienza degli indiani.

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