Viaggio di nozze negli Stati Uniti

VIAGGIO DI NOZZE – AUTUNNO 1994

Il dado è tratto, l’anello è infilato, il viaggio di coppia è iniziato: il fedelissimo Matteo, ancora incredulo dell’accaduto, è partecipe dei nostri ultimi attimi in terra italica prima della trasvolata verso l’inizio della sognata “luna di miele”, più che mai appiccicosa e diabetica visti le migliaia di bacini al minuto scambiati dalla neo coppia .

Il buon Gasparoli, indomito al punto da apparire patetico, cerca fino all’ultimo di convincere Annie a cambiare partner di viaggio e soprattutto… di vita, ma lo speaker non le da il tempo di rispondere alle profusioni amorose dell’industriale gallaratese, annunciando il decollo del biplano diretto alla Grande Mela.

Non volendo tradire le usanze del posto, la piccola dolce Annie passa metà del suo tempo con il nasino rivolto verso l’alto di questa metropoli tutta verticale, provando il brivido e l’emozione di un flight in elicottero là dove volano gli shuttle, sopra i tetti delle più ardite costruzioni, dei più innovativi grattacieli, delle più originali abitazioni della cosmopolita New York.

Non abbiamo fatto in tempo a presentarci alla punzonatura per la partenza della maratona ma ugualmente ci sciroppiamo chilometri e chilometri di avenue per toccare con mano la realtà di questo giocattolo per bambini grandi.

Non ancora esausti di tutto ciò, festeggiamo il compleanno di Annie salendo in cima all’Empire State Building per la visione dei dintorni, non però ad un’ora canonica, bensì a mezzanotte, unici ed isolati spettatori accolti da una brezza stile freezer antartico, che limita notevolmente il reportage fotografico ( che ci sia lo zampino di Simone? ).

Un cielo blu dipinto di blu ci sovrasta durante il passeggio per Manhattan, sporca ma attraente, povera ma affascinante, caotica ma intrigante, pericolosa ma unica.

Prendiamo la subway, ne usciamo miracolosamente indenni, e ingigantendoci sul falsopiano, come da nota descrizione dello Zio, ci accomodiamo sulla limousine a nostra disposizione per recarci al J.F.K. per il balzo verso la West Coast.

Frisco è ben presto sotto i nostri piedi, ma preferiamo rimandare il tutto a domani mattina dopo il comodo giacere in uno sfavillante albergo sulla collina.

Non volendo mettere a repentaglio la nostra esistenza terrena, evitiamo il noleggio di una macchina e preferiamo salire e scendere le mostruose pendenze cittadine scroccando all’ amministrazione cittadina passaggi sui tipici cable-car, tram a cremagliera che ci scarrozzano da un lato all’altro di questa bellissima città.

Visitiamo un po’ di tutto, dal porto al quartiere gay ( cioè tutta la città ), dai centri commerciali ai negozi più all’avanguardia per finire alla rivendita di cioccolato più grande del mondo in cui la piccola bambina è stata cacciata per eccesso di appetitosi propositi.

Il sole è splendido, il clima perfetto, la nebbia che ci aspetta sul Golden Gate impenetrabile: è veramente una disdetta, cerchiamo paragoni con la coltre londinese o con il bianco, sbuffoso e famigliare muro milanese, ma niente è paragonabile all’impalpabile umidità che ci impedisce la visione dei rossi piloni del mastodontico ponte levatoio tra i due lati della baia della mitica Alcatraz.

Stesso sole, stessa storia, supponiamo di aver superato il cancello dorato e ci troviamo baciati dalla stella sul promontorio di Sausalito, tipica cittadina per turisti ansiosi di sbattere via una cofana di denari e proseguiamo verso il Muir Park, giardino botanico, foresta nazionale, parco cittadino in cui passeggiamo tra frasche e alberelli di piccolo fusto la cui altezza minima è di circa 50 metri.

Gli americani vogliono essere esagerati proprio in tutto !!.

Ritroviamo tutta una serie di coppie bianco-rosse-verdi in gita matrimoniale, lo scambio di pareri e di emozioni è d’obbligo, palma del mitologico banchetto nuziale a coppia di altolocati principi della borgata romana che con incredibile dovizia di particolari ci hanno descritto le monetine, le fontane e le lucine presenti nella loro torta ovviamente a forma di Colosseo e paraggi.

E’ il giorno del trasferimento verso il sogno, dello spostamento verso la leggenda, del raggiungimento del mito polinesiano.

Abbandoniamo Frisco con la promessa di tornarci, la capitale della lussuria e della promiscuità ci è piaciuta molto anche se non abbiamo goduto dei suoi lati più peccaminosi, ora siamo in volo per Los Angeles, cambio volante, ed eccoci tra le poltrone di un Qantas con destinazione Papetee ove dopo lo scoccare della mezzanotte veniamo accolti dai balli tipici, dalle nenie rituali e dalle profumatissime ghirlande di fiori di quattro aborigeni pagati dalla pro-loco per la gioia indescrivibile delle dentiere di ultraottantenni americane nostre colleghe di volo.

Papetee, capitale dell’isola di Tahiti, ci appare abbastanza triste, in parte desolata, troppo commerciale, poco tipica, molto presto abbandonabile per varcare le soglie del paradiso: niente ci si era mai parato davanti agli occhi con simile bellezza, incanto, fascino, meraviglia come ciò che abbiamo trovato a Rangiroa.

Il Kia Ora è un albergo fatato, degno del viaggio meglio riuscito nella fantasia di un drogato, non sappiamo esattamente come descriverlo, riusciremo certamente a viverlo nel migliore dei modi.

Il mare è una piscina, la stanza una reggia, i cibi una prelibatezza, il tempo una favola, i tramonti una cartolina, ci sentiamo per qualche nano-secondo con la coscienza sporca al pensiero di amici, parenti e conoscenti ma tutto si dimentica con una facilità irrisoria per rientrare in questo sogno che ci appare però molto concreto e a portata di mano.

Il bello, o meglio il bellissimo, sembrava già essere stato scoperto, ma agli ordini di una guida-playboy che dice di esser stato l’oggetto dei desideri di torme di turiste in cerca di fascino esotico, raggiungiamo la laguna blu, atollo corallino all’estremità dell’arcipelago delle Tuamotu.

Sarebbe abbastanza difficile esprimere e descrivere le nostre emozioni, il nostro stupore, la nostra sorpresa nel vedere questo miraggio in cui abbiamo passato forse il più bel giorno della nostra vita.

Cari lettori, se mai avrete il coraggio di sfogliare questo mio scritto, posso solo darvi un consiglio: andateci !!.

In compagnia di due mitici sposi tricolori, Attilio un gigante buono dal fare tenerissimo, Bea procace romagnola dalla simpatia contagiosa, affrontiamo la prova squalo: per niente al mondo rifaremmo l’esperienza di dar da mangiare ad una ventina di pinnuti pescecani che ci hanno circondato mentre eravamo a circa cento metri di distanza dalla nostra barca-salvezza.

Tra un brulicare di angeli, arcangeli e santi vari caduti dal cielo a seguito delle imprecazioni del buon Atti, concludiamo quest’avventura che crediamo di non consigliare neanche al più acerrimo dei nostri nemici.

Infastiditi dalla presenza di ben trenta ospiti su di una spiaggia leggendaria che ne potrebbe accogliere trecento, decidiamo di lasciare il mondo conosciuto per vivere l’emozione di trascorrere due giorni nella depennante dell’albergo chiamata Savane.

Fendiamo in due ore di rapidissimo motoscafo le cristalline acque della laguna e posiamo piede come o peggio di Robinson Crosue su di un atollo in cui, senza energia elettrica, viviamo in un cottage sulla spiaggia, a contatto con sole, mare e natura.

Andiamo a pesca con il solitario gestore di questo resort, il tipico francese che ha abbandonato la civiltà per sopravvivere come un primitivo, cuciniamo il pescato direttamente sulla brace in spiaggia e ci godiamo le albe australi per il primo bagno giornaliero intorno alle cinque di mattina.

Necessaria menzione per un affermatissimo commercialista romano, sposatosi in pompa magna tra onorevoli e dignitari di corte, in un palazzo

di proprietà quattrocentesco tra sfarzi e lussi da Dolce Vita, che inneggiava, tra l’altro in quest’angolo di paradiso, all’uguaglianza tra le classi sociali ed alla necessaria riforma proposta dalla sinistra italiana per combattere il capitalismo berlusconiano.

Sorvoliamo ancora un po’ la regione, passiamo sopra le Isole Tuamotu e l’arcipelago della Società per abbandonarci anima e corpo agli svaghi del Club Med di Bora Bora.

Il buon Paolo non poteva certo smentirsi ed ecco perciò la scelta ricadere su questo sito ove sventola il tridente per completare il soggiorno in terra polinesiana.

Forse meno pretenzioso dei contigui Marara e Moana, purtroppo non Pozzi, questo villaggio ci permette finalmente pubbliche relazioni e grandi scorpacciate dopo giorni e giorni di vacche magre causa i costi esorbitanti di qualsiasi genere culinario, che ci ha costretto ad una tappa forzata, da tipici lepecosi, nell’unico supermercato dell’isola di Tahiti.

Annie è certamente a suo agio, superando Paul in dinamicità e vitalità al punto di partecipare addirittura a spettacolini vari e a diventare l’oggetto dei desideri di G.O. finalmente alle prese con una bellezza mediterranea, e non giallo mandorlata.

Offriamo asilo e pappa ai cari Atti e Bea, prosciugati in ogni loro avere dalla permanenza al Moana Beach, ottenendo in cambio amicizia eterna.

Come tutte le favole, è arrivato il momento di giungere al gran finale, che nel nostro caso è rappresentato da una imprevista ma piacevolissima escursione notturna per Los Angeles, tappa intermedia della nostra migrazione verso casa.

Con l’esorbitante cifra di 25 dollari affittiamo il tipico transatlantico stelle e strisce per sfrecciare veloci a Santa Monica, sul Sunset, verso Malibù, lungo Beverly Hills , attraverso Rodeo Drive per far rivivere ad Annie le ebbrezze suscitate dalle avventure di…Beautiful !!

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