Maldive prima dello tsunami

MALDIVE Dicembre 2004 (una settimana prima dello tsunami)

Dopo anni ed anni di letterine a Babbo Natale, finalmente il nostro desiderio così a lungo cullato si è avverato: ebbene si, ancora praticamente increduli, talmente emozionati da aver sbagliato strada verso l’ormai più che famigliare Malpensa, eccoci alla biglietteria con destinazione le mitiche Maldive. Nella più uggiosa e triste delle giornate dicembrine, tocchiamo con mano l’attraente realtà di floride e ridenti cittadine quali Arluno, Castano Primo, Vanzaghello quando, prima di cominciare a preoccuparci seriamente causa misteri toponomastici tra questi paesi a dir poco deprimenti, vediamo brillare lo skyline della metropoli gallaratesca che ci fa capire l’ormai prossimo nastro di partenza. Veniamo letteralmente surgelati all’interno di un nuovissimo aviogetto del pluridecorato Niky Lauda, che ai conforts, alla pulizia ed alla prelibatezza culinaria, al punto da farmi ricredere dopo decennale astio ed ostilità, circa la possibilità-necessità di mettere sotto i denti pietanze calde on flight, unisce anche una temperatura da obitorio.

Scatta comunque la decantata efficienza del Venta Club che provvede ad accoglierci nella capitale Malè con una ventata appiccicosa stile alito di Belzebù che ci penetra in ogni fibra corporea scaldandoci per le prossime sette vite.

Non facciamo in tempo a riconoscere i bagagli che veniamo catapultati, al di là della strada, sul pontile donde partono le non meglio descrivibili barche veloci, gusci di vetroresina mal assemblate ma dallo spunto chilometrico veramente imbarazzante, soprattutto se in mano ad indigeni in vena di fare “sparini” con consanguinei alla guida di paritetiche imbarcazioni.

Solchiamo alla velocità della luce l’atollo di Malè Sud e sinceramente una lacrima d’emozione ci riga il viso al momento di posare orma sulle candide distese di polvere corallina ove trascorreremo, ritengo fin dalla prima ora di averne ricevuto la certezza, una vacanza veramente super-iper-stratosferica ( queste prime note sono state appuntate sdraiato su un’amaca, posta tra due palme, cullato dallo sciabordio dei marosi e dal sottofondo musicale d’uccelli cinguettanti…).

Il primo acquazzone monsonico ci coglie completamente impreparati perché scaturisce dal blu che più blu non si può, ci scaraventa sul coppino liquido caldo e dura, cronometrato, quattordici secondi.

Ci godiamo la prima tramontata mentre siamo con le gambe sotto il tavolo per l’imperdibile merenda che diventerà il punto fisso dei nostri pomeriggi, preludio qualche giro di lancetta dopo delle cene sotto al cielo stellato.

Con il caratteristico piglio avventuristico tipico della più intrepida Licia Colò alla scoperta degli angoli più remoti del pianeta, partiamo alla perlustrazione dell’isola che si rivela uno sputo di corallo nella distesa cristallina dell’Oceano Indiano: il tour completo, compresi un paio di guadi acquatici, dura la bellezza di dodici minuti, incluso l’abbeveraggio sul pontile panoramico del bar.

Il resort è lasciato appositamente allo stato pre-brado, la boscaglia di mangrovie è spesso impenetrabile e le spiaggette fronteggianti ogni singolo building quanto mai appartate ed affascinanti.

Veniamo additati come dei monatti portatori di peste di manzoniana memoria per aver dato i Natali ai due pargoli che fin dall’aeroporto, ove si sono spogliati restando in costume, hanno immediatamente acquisito da parte dell’equipe d’animazione al gran completo la palma dei più “esauriti”.

Un brivido mi sta correndo su per la schiena, mentre ira, stizza, cattiveria ed accidia stanno via via montando all’inverosimile: l’adorata Nikon, fedele compagna d’innumerevoli avventure, mi ha mollato sul più bello bloccandosi, più recalcitrante di un mulo, ostinandosi a non voler immortalare quest’angolo di paradiso…il limite dell’epiteto scurrile e volgare è veramente molto prossimo.

Per la serie del “c’è sempre una prima volta” entrambi i coniugi Caprotti affrontano il battesimo della subacquea con un test, erogatore e bombole veri e reali, che viene comunque da entrambi non eccessivamente apprezzato, nonostante gli amorevoli consigli dati alla signora dal classico insegnante marpione e sciupafemmine, conscio però che in loco l’unico modo di poter batter chiodo sarà quello per i prossimi mesi di ..andare a scopare il mare !!

Con il passare delle ore apprezziamo sempre di più quest’eden, abbiamo aspettato molto, abbiamo fatto supposizioni e congiunture, abbiamo ascoltato pareri e giudizi, visto fotografie, ma prendendo spunto dal nome del secondogenito Tommaso abbiamo deciso di provare in prima persona le emozioni e le suggestioni di un rigenerante break in terra, o meglio sabbia maldiviana.

Un corroborante sonno prolungato rigenera i due cherubini che vengono addirittura prescelti come paggetti per l’arrivo in pompa magna dell’ambasciatore italiano che ha deciso di essere ospitato, ci metto le … “a babbo morto”, all’interno del resort del Ventaglio.

I bagni si susseguono senza sosta, le conoscenze ci permettono di apprendere usi, costumi ed aneddoti vari di questa variopinta tribù metropolitana che ha deciso di santificare la ricorrenza dell’amato Sant’Ambrogio ai 36 gradi dell’isola di Rannalhi, che si offre in tutta la sua selvaggia bellezza in un susseguirsi di scorci incontaminati e d’apprezzati confort che culminano nella nostra stanza water front distante esattamente sette metri dalla superficie acquatica.

Tra i 182 paganti che hanno deciso di rompere il salvadanaio per godersi quest’incantevole parentesi nella frenetica esistenza lavorativa, si stagliano alla grande le gesta di due arzilli e molto facoltosi anziani che per il ventunesimo anno di seguito hanno pensato molto bene di preferire le Maldive a Bordighera, quella imperiale ed imperiosa di un rottamatore “romano de Ladispoli”, Pasquale detto “er latta”, dalla simpatia talmente contagiosa da essere additato, imitato ed emulato dal villaggio intero.

Menzione più che meritata anche per la bella e la bestia, dolcissima coppietta anconetana con lui palestrato scolpito nella roccia ma con un cuore grande come una casa e lei tenerissima contessina sempre sorridente e per una splendida famigliola d’origine etrusca il cui unico problema era stabilire chi fossero tra i quattro componenti i genitori, avendo tutti l’immagine scanzonata dei pischelli, dovuta anche al fatto che mamma e papà avevano iniziato la procreazione della specie al tempo della prima comunione.

I dubbi circa il rifocillarsi vengono ben presto sotterrati da una quantità esagerata d’alimenti vari che non fanno certamente rimpiangere le migliaia di miglia di distanza dalla terra ferma più vicina che rende certamente difficile l’approvvigionamento delle materie commestibili.

Acchiappo al volo un dhoni, tipica imbarcazione di pescatori e mi aggrego a metà dei presenti al villaggio per gettare l’ancora sull’isola più incantevole ed incontaminata mai osservata dai miei bulbi oculari: per una volta non uso giri di parole, enfasi o descrizioni sognanti, mi affido solo allo sviluppo del rullino fotografico ed al susseguente giudizio di voi, miei affezionati ed adorati lettori.

Nel pomeriggio tappa obbligata in un’isoletta abitata da locali intenti al più commerciale dei commerci di souvenir vari e blocco dell’apparato digerente e respiratorio nel constatare le condizioni di vita di bimbi costretti a vivere nel nulla più assoluto ma con un sorriso sempre stampato su visi perennemente contenti.

Moralmente obbligati a consumare qualche caloria, pagaiamo per le limpide acque della laguna, sgambettiamo a suon di musica durante l’acqua gym nella più pittoresca delle piscine naturali, ci accapigliamo come dopo lavoristi nella vana ricerca della rotolante nella più patetica anche se assai agguerrita tenzone di calcetto.

Come tutte le favole anche questa volge al termine, tra una pinneggiata in compagnia di banchi e branchi di pesci multicolori con apoteosi finale di tartarughe e delfini incrocianti la nostra rotta natatoria, una pagaiata teoricamente banale ma nella realtà assai ardua nello specchio d’acqua variopinto illuminato dal più cocente dei soli tropicali, una comparsata sul palcoscenico del teatro per la più emozionante delle dediche post canzone strappalacrime riservatami dall’eclettica e sempre più imprevedibile Dottoressa Passoni.

Ultimi appunti cogitati mentre mi trovo stravaccato sul pavimento dell’aviogetto diretto lontano da questo già rimpianto paesaggio idilliaco causa esigenze di riposo degli adorati figliuoli che occupano tutti i posti a sedere disponibili, non facendoci chiudere occhio ma permettendoci così di rivivere immediatamente rapidi flash back di questa vacanza sicuramente indimenticabile.
vuoi leggere altri viaggi?
vai su: http://www.paolocaprotti.it

Pin It
Tags:

Lascia un commento

Commenta con Facebook