India del Nord e Rajasthan – settembre 2014 – India, una terra ed un popolo che stupiscono!

INDIA, UNA TERRA ED UN POPOLO CHE STUPISCONO!

L’India è un sogno. E’ ricerca spirituale. E’ un intimo viaggio nel ventre della specie umana. A seconda dei contesti, può rappresentare estrema povertà, vertiginosa crescita economica, frenetica ricerca del successo. Non esiste altro posto al mondo che possa rispecchiare in maniera così fedele le sfumature dell’animo umano. Un paese enorme, il settimo al mondo per estensione geografica e il secondo per numero di abitanti. Ospita più di un miliardo di persone. Nonostante l’estremo stato di povertà in cui vivono ancora troppi indiani, il Paese vanta la seconda economia del mondo (dopo quella cinese) per crescita annuale.

Sull’India sono stati scritti fiumi di parole. Chiunque da Pasolini a De Cataldo, passando per Moravia hanno scritto le loro impressioni su questo immenso paese. A quanto pare l’India ispira la creatività!

Secondo me un viaggio impegnativo come questo va preparato bene nel senso che ritengo si debba tenere conto – prima di andarci – di tutta una serie di elementi: che tipo di viaggiatori si è, dove si vuole andare, cosa si vuole vedere, quanta fatica si è disposti a fare ecc. e per evitare di tornare a casa e dire le solite cose tipo: che disastro! Se certe cose “danno fastidio” tanto vale starsene a casa e vedere l’India in tv: gli aspetti più “forti” non si vedono e, soprattutto, gli odori non si sentono.

Se i cadaveri che bruciano sulle pire lungo il  Gange o se  gli storpi che chiedono l’elemosina vi fanno impressione e nel vostro itinerario di viaggio è compresa Varanasi che, come potrete leggere su qualsiasi guida dell’India, è la città dove gli indù vanno a morire, non prendetevela con le tradizioni indù ma con voi stessi perché non vi siete informati prima!

L’India è enorme e i vari stati di cui è composta sono molto diversi gli uni dagli altri dal punto di vista geografico, climatico, culturale, faunistico ecc. Noi abbiamo scelto, oltre la parte a Nord, il Rajastan che dal punto di vista architettonico ci sembrava più interessante: e interessante lo è, vi assicuro.

Secondo la nostra esperienza, la scelta dell’agenzia è determinante per la buona riuscita di un viaggio in India. Noi ci siamo appoggiati al tour operator “I VIAGGI DELL’ ELEFANTE” che abbiamo già avuto modo di apprezzare nel viaggio in Cina del 2010. Qui di seguito cercherò di raccontarvi della nostra avventura in India, sperando di poterne cogliere i tratti più importanti e di aiutare tutti quelli che vogliono visitare questo paese.

Itinerario: Il tour prevede alcune tappe imperdibili.

Elenco qui di seguito il nostro itinerario:

DELHI–VARANASI-KHAJURAHO-ORCHA-FATEHPUR SIKRI–JAIPUR–PUSHKAR– JODHPUR–RANAKPUR–UDAIPUR

 

 12 settembre

Con voli Lufthansa Napoli-Monaco-Delhi, arriviamo nella capitale indiana in tarda serata. Il caldo è tremendo. Ad attenderci l’ addetto dell’ agenzia che ci mette al collo una bella ghirlanda di fiori. Proprio una bella e inaspettata accoglienza! Impariamo subito a salutare nella maniera indiana: si uniscono le mani all’altezza del mento e si fa un piccolo inchino dicendo Namastè. Con il pulmino dell’ agenzia arriviamo al nostro albergo, il Crowne Plaza, veramente ottimo (con una sorveglianza accurata: metal detector e controllo bagagli all’ ingresso!) e, avendo pranzato e cenato in “volo”, ci limitiamo ad un sano ristoro in camera per superare il cambio del fuso orario. Il sonno prende il sopravvento…….

13 settembre    DELHI

Incontro con la nostra guida Suresh Kumar, un simpatico omino scuro di pelle che ci fa un’ ottima impressione: sembra molto preparato e soprattutto è tanto sorridente! Il pulmino, che dividiamo con una coppia di giovani sposi compagni di viaggio, si addentra nelle strade di Delhi che pullulano di gente in mezzo ad un traffico caotico e rumoroso! Prima tappa della visita è la più grande moschea indiana, la Jami Masjid, edificata tra il 1650 e il 1656, che sorge su una collina. Una ripida scalinata conduce ai grandi ingressi ad arco sotto i quali si vendevano i cavalli e si esibivano giocolieri. Oggi vi si accalcano venditori di dolciumi, “custodi di scarpe” e mendicanti. Ovviamente siamo costretti a togliere le scarpe ed indossare le “babbucce” che ci ha fornite l’ agenzia (ottimo servizio) ed inoltre a Bianca viene imposto di indossare un camicione completo di cappuccio (fornito dai custodi)….Particolare da non trascurare: per …effettuare riprese video e fotografie, in India si paga! Somme irrisorie, poche rupie,  ma si paga!

Il cortile, un quadrato di 28 m, può contenere fino a 20.000 persone e vicino alla vasca delle abluzioni al centro, c’è una piattaforma (dikka) sulla quale, prima dell’avvento degli altoparlanti, stava una persona che ripeteva le parole e le azioni dell’ imam per i fedeli troppo lontani dal pulpito. I due sottili minareti affiancano tre cupole rivestite in marmo bianco. Sotto i porticati tanti fedeli che, dalle donne in sari dai colori sgargianti ai bambini dagli occhi neri e vivaci, ci mostrano questo popolo dall’ apparenza molto mite. La moschea è “aperta” ovvero si prega anche sotto i portici e proprio in questi luoghi ci imbattiamo in fedeli oranti e qualcuno…..dormiente! Ci spostiamo al relativamente vicino Red Fort (Lal Qila) la cittadella imperiale che deve il suo nome ai bastioni in argilla rossa costruito tra il 1638 e il 1648. Entriamo attraverso il Naqqar Khana la porta principale di fronte al quale sta  il Diwan-I-Am il padiglione delle udienze pubbliche.

Il trono, un baldacchino intarsiato è su una piattaforma, mentre il primo ministro, il Visir, sedeva su una panca in marmo a quota inferiore. Sul retro si trovano il Rang Mahal residenza della prima moglie del sovrano  e gli appartamenti reali. Il padiglione del trono del Pavone, il Diwan-i-Khas, purtroppo non ospita più questo meraviglioso oggetto che era in oro massiccio con pietre preziose incastonate che fu portato in Persia da Nadir Shah  dopo il saccheggio di Delhi del 1739. Pranziamo in un ottimo ristorante e abbiamo il primo approccio con la cucina indiana famosa per i suoi aromi e la fragranza delle spezie che sono alla base di ogni piatto. Il curry, spezia indiana per eccellenza, è composto da diverse erbe tra cui il curcuma, il cardamomo, lo zenzero, il coriandolo, la noce moscata e i semi di papavero. Nelle regioni del nord sono comuni i piatti a base di agnello fra cui il rogan josh (agnello al curry), il biriyani (pollo o agnello con riso all’ arancia, spruzzato di zucchero e acqua di rose, tandoori (pollo marinato in erbe e cotto in forno di terracotta detto appunto tandoor). In seguito vi faremo un elenco delle specialità indiane gustate!

Prossima tappa il Mausoleo di Humayun in arenaria rossa con decorazioni in marmo bianco costruito tra il 1565 e il 1573 in un grande parco. L’ edificio è di aspetto nobile e grandioso, ed è importante per la storia dell’ architettura indiana, essendo il capostipite degli edifici in stile moghul culminanti nel Taj Mahal di Agra. Una grande cupola doppia in marmo ricopre la stanza della tomba, un semplice sarcofago in marmo, posta nell’ oscurità. Altri monumenti sorgono intorno come la “tomba del barbiere” preferito di Humayun e la tomba di Isa Khan di forma ottagonale, molto raffinata nelle sue forme dove sono presenti gli jalis, graticci in pietra che diventarono una caratteristica dello stile moghul.

Il resto della giornata è dedicato al Qutb Complex situato nel parco archeologico di Meharauli pieno di aree verdi che nell’ antichità era zona di caccia dei sovrani ma che poi, durante il dominio inglese e tuttora, è molto popolare tra la gente ricca e famosa di Delhi.

L’ elemento che sovrasta il tutto è la famosa Torre della Vittoria, Qutb Minar, costruita nel XIV secolo alta 72.55 m con un diametro di base di 14.40 m e quello in cima di soli 2.44 m. Nel 1311 fu iniziata la costruzione di un’ altra torre, l’ Alai Minar, che doveva avere un’ altezza doppia ma di essa venne realizzato solo il primo piano. Altre costruzioni caratteristiche sono la moschea Quwwait-ul-Islam iniziata nel 1206 i cui pilastri sono decorati con tipici motivi indù, e la colonna di ferro del IV secolo, in origine un’ asta di bandiera in onore della dea Vishnu, un tributo alla metallurgia indiana in quanto non viene intaccata dalla ruggine Su di essa appare un’ antichissima scritta in sanscrito in caratteri gupta.

Cena in albergo con altre specialità indiane, e poi un meritato riposo. Domani ci aspetta Varanasi, l’ antica Benares, città sacra dell’induismo sul fiume Gange.

14 settembre    VARANASI (Uttar Pradesh)

L’ Uttar Pradesh si estende occupando buona parte della pianura alluvionale del Gange, il Doab, sulla quale scorrono altri grandi fiumi e i loro affluenti. Quasi tutte le principali città dello Stato sorgono sulle rive di questi fiumi. E’ uno Stato ricchissimo di storia e di tradizioni e sulle rive e alle confluenze dei suoi fiumi si svolgono quotidianamente da millenni i riti e le celebrazioni più sacre per gli Indù. Il pellegrinaggio a Varanasi la città eterna dell’India è la stella polare di ogni indù osservante. L’aspetto più sorprendente della città, a prima vista, è lo straordinario affollamento di templi e palazzi sulla riva occidentale del fiume Gange – i principali dei quali sono vietati ai non indù – mentre la sponda orientale è totalmente deserta e sabbiosa. Millenni di piene hanno provocato questa curiosa disposizione. Gli Indù, com’ è noto, credono che morire a Varanasi sia garanzia di estinzione del Karma e dunque di liberazione dal ciclo delle rinascite, perchè la città riunisce tutte le virtù purificatrici presenti in altri centri di pellegrinaggio rituale.

Sui Ghats, le scalinate che degradano fino in acqua, c’è chi lava i panni accanto a chi prega, chi si fa lo shampoo vicino a chi sparge le ceneri del caro estinto. Chi adagia sulla corrente offerte di fiori e cibo disposte su larghe foglie, chi semplicemente attende la morte, polverosi Sadhu, gli asceti, che espongono le loro medievali mortificazioni corporali e algidi Brahmani, i sacerdoti, sotto grandi parasole che dispensano sacri mantra ai pellegrini. Presenziare a queste scene così intime può risultare imbarazzante per alcuni o attraente per altri, ma é comunque utile ricordare la sostanziale indifferenza degli Indù a questo proposito, i quali generalmente, nel mentre sono impegnati in riti e preghiere, reagiscono alla nostra presenza sul fiume con lo stesso interesse riservato all’eventuale fauna ittica. Ci trasferiamo in mattinata all’ aeroporto Indira Gandhi di Delhi da dove un volo Air India ci porta a Varanasi in poco più di un’ ora. A bordo una gradita sorpresa: i posti in economy sono tutti pieni…ci spostano in business class! Che fortuna! Trasferimento all’ hotel Taj Gateway e pranzo. Facciamo tappa in una fabbrica per la lavorazione Zari, tessuto con ordito in filo metallico dorato o argentato,  Sono celebri, in particolare, i broccati di seta tessuti con questa tecnica; i tessitori, prevalentemente musulmani, vengono chiamati Karigar, che significa semplicemente Artista. Osserviamo i telai sia quelli tradizionali che quelli che operano con schede perforate e ovviamente assistiamo ad una esibizione di merce, abbastanza cara, che viene offerta in vendita. Acquistiamo un piccolo arazzo raffigurante Ganesh, il dio elefante, e alcune pashmine.

Origine e significato della parola „Pashmina“

Pashm“ è una parola d’origine persiana e significa „lana“, giunta fino in India assieme alla tecnica della lavorazione a maglia delle sciarpe e lì la parola è stata usata per indicare il cachemire. La parola „Pashmina“ dunque deriva da „pashm“ ed indica appunto un prodotto di cachemire. A partire dal XIX secolo, in seguito all’esportazione di questi scialli di cachemire in Europa, la parola Pashmina si è diffusa anche in occidente come sinonimo di scialle di cachemire particolarmente pregiato.

Nel pomeriggio a bordo di un risciò a pedali percorriamo le stradine della città che ci offrono un campionario veramente unico di persone, negozi di ogni specie, colori, odori, cappelle. votive e soprattutto le vacche sacre, tante ma tante vacche sacre, arriviamo sulla riva occidentale del Gange.  Il pellegrinaggio a Varanasi la città eterna dell’India è la stella polare di ogni indù osservante. L’aspetto più sorprendente della città, a prima vista, è lo straordinario affollamento di templi e palazzi sulla riva occidentale del fiume Gange – i principali dei quali sono vietati ai non indù – mentre la sponda orientale è totalmente deserta e sabbiosa. Millenni di piene hanno provocato questa curiosa disposizione. Gli Indù, com’ è noto, credono che morire a Varanasi sia garanzia di estinzione del Karma e dunque di liberazione dal ciclo delle rinascite, perchè la città riunisce tutte le virtù purificatrici presenti in altri centri di pellegrinaggio rituale. Sui Ghats, le scalinate che degradano fino in acqua, c’è chi lava i panni accanto a chi prega, chi si fa lo shampoo vicino a chi sparge le ceneri del caro estinto. Chi adagia sulla corrente offerte di fiori e cibo disposte su larghe foglie, chi semplicemente attende la morte, polverosi Sadhu, gli asceti, che espongono le loro medievali mortificazioni corporali e algidi Brahmani, i sacerdoti, sotto grandi parasole che dispensano sacri mantra ai pellegrini. Presenziare a queste scene così intime può risultare imbarazzante per alcuni o attraente per altri, ma é comunque utile ricordare la sostanziale indifferenza degli Indù a questo proposito, i quali generalmente, nel mentre sono impegnati in riti e preghiere, reagiscono alla nostra presenza sul fiume con lo stesso interesse riservato ad un eventuale rumore improvviso. Su un barcone condotto da un taciturno rematore di nome Pannalal costeggiamo la riva lungo i Ghats, i gradini che portano al fiume, dove si bagnano i pellegrini e dove i santoni predicano a gruppi di fedeli ammirando i magnifici palazzi che costeggiano il fiume. E’ quasi sera e ci avviciniamo con discrezione al luogo dove avvengono le cremazioni. Alte fiamme illuminano le figure dei becchini e nell’ aria si diffondono strani odori di incensi, di legna che arde e di carne che brucia, cadaveri in attesa su letti di bambù e ricoperti avvolti in  sgargianti panni colorati…….Visione dantesca!

 

Torniamo abbastanza sconvolti dalle scene viste ma consci che dobbiamo misurare il nostro potere di sopportazione di visioni inusitate in Europa. Intanto sul Gath Manikarnika da cui siamo partiti si è radunata una folla immensa che assiste ad una cerimonia religiosa vista anche da gente sulle barche ormeggiate lungo la riva. Mentre scendiamo a terra un’ inaspettata pioggia si scatena all’ improvviso e noi, senza alcun riparo, ci inzuppiamo letteralmente di acqua. Tentiamo di sfruttare un riparo affollatissimo con scarso risultato anzi una vacca sacra cerca di unirsi al gruppo con generose spinte…….Giocoforza non possiamo non accoglierla……è sacra! Ma non è finita. Dovremmo tornare a bordo del risciò a pedali ma l’ acqua che ormai, quasi come un fiume in piena, scorre con molto impeto lungo la discesa e  che ci arriva alle ginocchia non ci permette di effettuare questo trasferimento e la nostra guida saggiamente ci procura un risciò a motore con abitacolo chiuso che ci riporta in albergo. Siamo bagnati fradici e solo  per fortuna la lavanderia dell’ albergo ci salva con le sue macchine asciugatrici ma per le scarpe dobbiamo usare il phon che troviamo nel bagno della nostra camera. Avventura fuori programma. Che qualche dio indù ci abbia voluto purificare avendo capito che siamo grandi peccatori? Chissà! Per consolarci, lauta cena! Domattina sveglia all’ alba per assistere al rito delle abluzioni.

15 settembre

Sveglia alle ore 4.00…..Viaggiare è anche sacrificio! Sulle rive del fiume , largo qui settecento metri e che scorre imponente, da innumerevoli secoli, ogni mattina al levar del sole, migliaia di pellegrini accorrono dalle più remote province dell’ India. Tutta la cornice del Gath è affollata di devoti che si preparano alla preghiera mattutina e ognuno è assorto nei suoi atti religiosi come fosse solo; una infinita varietà di figure, movimenti e colori da allo spettacolo un aspetto magico. Ognuno di essi scende in acqua, si immerge e si strofina generosamente il corpo con l’ acqua sacra a volte bevendone un sorso…..Nessuno bada a noi intrusi raccolti come sono in religioso silenzio e raccoglimento. Spettacolo indimenticabile!

Come pure indimenticabile sarà il percorso che la guida ci fa fare lungo la stradina che risale verso la sommità del Gath tra cataste di legna che serviranno per le cremazioni affannosamente sistemate in buon ordine dai lavoranti, vacche sacre, e tante cappelle, o tempietti che dir si voglia, da cui escono canti reigiosi. Torniamo in albergo e poi trasferimento in aeroporto per il volo che ci porterà a Khajuraho in Madhya Pradesh.

SI DICE:

“VOI LASCERETE VARANASI MA VARANASI NON LASCERA’ MAI VOI!”  

TANTO FORTE E’ L’ IMPATTO CON QUESTO LUOGO, I SUOI MILLE CONTRASTI I SUOI COLORI E LE SUE DRAMMATICITA’  CHE LASCERA’ UN SEGNO INDELEBILE IN OGNUNO DI NOI.

KHAJURAHO (Madhja Pradesh)

 15 settembre

 Alloggiamo in un ottimo hotel, il Taj Chandela e, come in tutti gli alberghi della catena Taj, anche in questo il bagno è separato dalla camera mediante cristallo e tenda a rullo….

Pranziamo e subito in viaggio per la zona archeologica con i templi eretti dal IX all’ XI secolo d.c. Sono relativamente piccoli ma decorati con cicli di sculture bellissime, spesso di argomento erotico. La guida del posto mediante uno specchietto individua le raffigurazioni più interessanti esaltando il Kamasutra in quanto nella cultura classica hindu, è presente  il preciso obiettivo di perseguire una armonica realizzazione di sé, senza trascurare alcun aspetto della vita terrena. È quindi prescritto che ricerchi tre obiettivi:

  1. Artha: il Benessere, sia fisico che economico;
  2. Kaama; il Desiderio, il piacere e la sua fruizione;
  3. Dharma: il senso etico che ricerca un equilibrio tra artha e kama.

Sull’ Artha è stato scritto l’ Athasastra di Kautilya, un trattato di arte politica, mentre sul Dharma è stata stilata la Manusmirti, ossia il Codice di Manu. Sul desiderio, invece, il celebre Kamasutra.

Nella zona occidentale i templi di Khajuraho, per la maggior parte in arenaria, disseminati in uno spazio aperto privo di cinte, sorgono su ampie piattaforme spesso con quattro tempietti angolari e sono caratterizzati da un alto basamento a elaborate modanature che ne sottolineano lo slancio verticale. Seguendo la collocazione geografica, il complesso di Khajuraho si divide in due settori, il più importante dei quali è quello occidentale che include i templi VarahaLakshmanaKandariya Mahadeva,MahadevaDevi Jagadamba, Chaunsath JoginiChitraguptaParvati Vishvanatha. Il più splendido ed imponente, nonchè paradigmatico dello stile,  è il Kandariya Mahadeva, con il suo Shikhara, la torre, di 31 m., dedicato a Shiva; su pianta cruciforme, aveva originariamente altri quattro sacrari agli angoli della piattaforma. Morbide, sensuali, eleganti e provocanti insieme: le sculture erotiche dei templi di Khajuraho, in India, suscitano stupore e un innegabile brivido erotico in chi le guarda. Si resta ammirati perché osservando quelle coppie allacciate in vari amplessi ci si dimentica che sono statue di pietra: i corpi degli amanti sono così flessuosi, i loro abbracci così appassionati, da sembrare vivi e veri. La donna è protagonista di una sensualità naturale, esibita con grazia e con malizia, ma sempre è “soggetto”, mai “oggetto” sessuale. L’uguaglianza fra uomo e donna, nel mondo del kama, era un fatto assodato; benché discriminata in altri aspetti della vita sociale, nel campo della sessualità e dell’amore la donna indù aveva i medesimi diritti dell’uomo, e dunque lo stesso diritto al piacere.

Scrive infatti il Kamasutra: «Poiché la specie non è diversa, lo sposo e la sposa chiedono piacere uguale. Perciò la donna è da vezzeggiare in modo che raggiunga il piacere per prima».

Nella zona orientale delineata da un muro di cinta sorgono alcuni templi giainisti e davanti all’ ingresso si trova una palazzina adibita ad accoglienza dei pellegrini, con variopinti panni scesi ad asciugare.

Cena in albergo e poi al Centro Culturale Kandarya dove assisteremo ad uno spettacolo di danze tradizionali indiane.

Molto divertente e interessante, dal momento che sono danze diverse provenienti da tutta l’India, ad un prezzo a buon mercato. Raccomando a tutti coloro che visitano Khajuraho di vedere lo spettacolo, vale la pena. Bisogna prenotare per tempo, perchè si riempie molto velocemente, gli spettacoli ci sono tutte le sere.

ORCHA (Madhja Pradesh)

15 settembre

Partenza per Orcha, 191 km. Il primo viaggio in pulmino ma ce ne saranno altri…..più lunghi….Attraversiamo caratteristici villaggi incrociando per strada gruppi di pellegrini e dopo una sosta tecnica in un modesto autogrill ma dove troviamo per fortuna la bandiera dell’ India (facciamo collezione di flags delle nazioni che visitiamo) ed un ‘ altra per il pranzo, arriviamo a Orcha che svetta nel mezzo della campagna, su un’isola prodotta da un ansa del fiume Betwa, un’antica roccaforte rajput, dimenticata dalla storia e dagli uomini ma ricca di vere gemme architettoniche. Ci incamminiamo verso il sito incontrando sul nostro cammino una specie di tempio con delle iscrizioni rappresentati “svastiche”. Avevo già visto decorazioni simili in Cina su statue di Buddha. Chiedo spiegazioni alla guida che mi ragguaglia solo in parte. Non contento consulto Wikipedia….

 Il termine italiano “svastica” origina direttamente dal sostantivo maschile sanscrito svastika (devanāgarī स्वास्तिक) che indica in quella lingua, tra gli altri significati, il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti ( o ), simbolo religioso e propizio per le culture religiose originarie dell’India quali il Giainismo, il Buddhismo e l’Induismo. In sanscrito tale termine possiede numerosi significati indicando, tra gli altri, un “bardo che dà il benvenuto”, “un incrocio di quattro strade”, “l’incrociare le mani o le braccia sul petto”, “un bendaggio a forma di croce”, il “gallo”, “un oggetto prezioso a forma di corona triangolare” ma, soprattutto, nel significato di “oggetto propizio” o il disegno/simbolo di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti che, secondo la maggioranza degli orientalisti, rappresenterebbe il disco solare.

Orcha fu capitale della dinastia Rajput dei Bundela, che governava  la zona compresa tra i fiumi Narmada e Yamuna e che, occupando il vuoto di potere lasciato dal crollo del Sultanato di Delhi, e dei conseguenti piccoli Sultanati autonomi, estese il suo dominio fino a questa zona. Orchha, che significa nascosta, fu fondata dal capo Raja Ruda Pratap su di un precedente insediamento, che circondò di mura e che collegò con un ponte ad arco.

 

La cittadella fortificata sorge su di un promontorio roccioso circondato dalla boscosa campagna e dal fiume Betwa. E’ un’isola di pace e di tranquillità ed un magnifico esempio di fortezza medievale dove i muri e le torrette racchiudono giardini, padiglioni, templi. Un luogo tanto incantato quanto trascurato. palazzi in rovina, padiglioni, hamam, muri e porte collegate alla città da una impressionante strada lastricata con 14 archi sono tutto ciò che rimana dell’ antico splendore.

L’ edificio meglio conservato è il Jahangir Mahal, costruito nel 1606 dal maharaja Bir Singh Deo per  commemorare la visita dell’imperatore Moghul di cui porta appunto il nome.
Questo palazzo, considerato una pietra miliare nella storia dell’architettura indiana, sintetizza gli stili indù ed islamico, come omaggio al grande sovrano. Entrando da Est si tova una originale entrata affiancata da elefanti, che immette a un largo cortile attorniato da tre piani di appartamenti privati con balconate, raggiungibili con strette e buissime scale. Gli angoli dei bastioni sono sormontati da cupole e ospitano stanze, terrazze, chhattris, (padiglioni a ombrello), e jalis, grate in pietra, che danno all’enorme complesso un aspetto leggero e fresco. Questo splendido palazzo a più livelli conta 132 stanze nelle parti elevate e altrettante nei sotterranei. La struttura in arenaria è impreziosita da inserti in lapislazzuli. All’ uscita incrociamo strani personaggi: due suonatori  ed  un tipo tutto decorato che “benedice” a modo suo Bianca che gli fa un obolo. L’ India stupisce sempre di più! Io incito i suonatori a dedicarmi una loro performance! Quasi in ogni mio viaggio accade qualcosa di simile……Trasferimento alla stazione ferroviaria di Jhansi, distante solo 14 km (anche qui troviamo vacche sacre!), dove prendiamo il treno Shatabi Express che ci porterà ad Agra. Dei facchini prendono i nostri trollies che io trepidando seguo inquadrandoli con la videocamera fino al loro caricamento sul vagone……non si sa mai! Il treno, anche se in ritardo di una buona ora, non è poi tanto male come pensavamo. Aria condizionata, bottiglie d’ acqua che ci vengono date a profusione e le toilettes indubbiamente decenti. Certo abbiamo anche visto treni regionali pieni fino all’ inverosimile presi letteralmente d’ assalto dai viaggiatori! Arriviamo al Taj Gateway Hotel di Agra, molto bello, ceniamo e poi relax al bar. Domani tante cose da vedere.

AGRA  (Uttar Pradesh)

 16 settembre

Agra sorge al centro di un territorio ricco e culturalmente molto diversificato. Durante il XVI e XVII secolo fu la capitale dell’ impero mogol. Da qui gli imperatori Akbar, Jahangir e Shah Jahan governarono il loro vasto regno. Dopo il declino della dinastia mogol, Agra fu conquistata dai Jat (Il popolo Jat (Hindi: जाट Jāṭ, Punjabi: ਜੱਟ Jaṭṭ) sono uno storico gruppo tribale indo-ariano originario della regione del Punjab)., dai Maratha (uno dei principali popolo dell’India , famoso nella storia come guerrieri Yeoman e campioni dell’induismo. La loro patria è l’attuale stato del Maharashtra)  e infine dagli inglesi.

Visitiamo in mattinata il Taj Mahal, il più famoso monumento dell' India, costruzione iniziata nel 1632, terminata nel 1648, voluta dal Gran Mogol Shah Jahan a ricordo della moglie Mumtaz Mahal morta nel 1631. Dal Great Gateway, ingresso monumentale del 1648, in arenaria rossa con decorazioni e scritte coraniche in marmo bianco sormontato da ventisei cupolette in marmo bianco, si entra nel giardino che fa da cornice al Taj Mahal, diviso in quattro da due viali e le quattro parti divise a loro volta in  quattro.  Una lunga vasca longitudinale (Charbag), in cui si riflette il Taj, porta al monumento attraversando l' intero giardino interrotta dalla vasca della del loto. Il monumento poggia su una piattaforma quadrata di marmo bianco alta sette metri, con lato di 102 metri. Ai quattro angoli della piattaforma si ergono minareti sempre di marmo bianco alti 46 metri sormontati da chhatri. La parte centrale del monumento, a base ottagonale, è larga 60 metri ed è coperta da una da un tetto posto a 35 metri da terra mentre la cupola è a 60, 50 metri. Il mausoleo tutto in marmo di una bianchezza abbacinante, è ornato da uno straordinario e ricercato disegno sulla superficie, una splendida vetrina per la sua raffinata estetica. Per la sua costruzione servirono 41 milioni di rupie, 500 kg di oro e 20.000 operai che vi lavorarono per 22 anni. Essendo anche un luogo di culto, dobbiamo togliere le scarpe e calzare le babbucce per entrarvi. Non si possono effettuare videoriprese e foto e possiamo solo ammirare e ricordare quello che vediamo. I cenotafi dei sovrani sono protetti da griglie metalliche e sotto di essi sono situate le tombe vere e proprie.

Si tratta di una sublime tomba giardino, vicina all’ idea islamica del giardino dell’ Eden. Le sue perfette proporzioni e le squisite decorazioni gli hanno fatto guadagnare la definizione di “preghiera, visione, sogno, meraviglia”. Si prosegue per Sikandra dove l’ imperatore mogol Akbar  si fece costruire un mausoleo all’ interno di un parco. Quattro portali  monumentali post ai quattro punti cardinali, portano a un bellissimo giardino in cui vivono daini e scimmie e dove si incontrano anche teneri scoiattoli. Il portale principale è  in arenaria rossa intarsiata con poligoni di marmo bianco e rifinita con un intarsio policromo di marmo bianco, ardesia nera e pietre colorate. Agli angoli del mausoleo si elevano quattro minareti di marmo, precursori di quelli posteriori del Taj Mahal. La tomba vera e propria si trova in un sepolcro con volta a cupola nel cuore dell’ edificio, illuminato dai raggi di luce provenienti da una finestra ad arco. Una porta bassa alla fine della rampa d’ accesso assicura che ogni visitatore chini il capo in segno di rispetto…….Dopo un lauto pranzo consumato in albergo, ci rechiamo ad una fabbrica di oggetti di marmo intarsiati in pietre semi-preziose. La lavorazione di questi bellissimi manufatti è affidata a espertissimi mani di artigiani che incidono il marmo bianco con affilatissime punte metalliche inserendo poi nei solchi tracciati le pietre. Noi ci cimentiamo ad imitare la loro perizia…..Allo store poi acquistiamo un bel piatto, ad un costo abbastanza elevato (240 euro…), ma io riesco a far includere anche due elefantini decorati!

Ci spostiamo al Forte di Agra, patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO e conosciuto anche come Lal Qila, Fort Rouge o Forte Rosso di Agra. Circondata dal fiume Yamuna la fortezza monumentale deve il suo nome al materiale utilizzato per la costruzione, l’arenaria rossa, menzionata per la prima volta nel 1080, e il primo sultano che si trasferì da Delhi alla volta della fortezza fu Sikandar Lodi nel 1500 circa. Si tratta di una delle fortezze più importanti e rappresentative dell’India, grazie alla sua ubicazione e costruzione poiché è circondata da un fosso d’acqua proveniente dal fiume. In passato erano conservati i tesori dello stato e fu abitata da differenti imperatori. Akbar il Grande (1542-1605) voleva rendere Agra la capitale dell’impero mogol ma arrivò nella fortezza solo poco prima della sua morte. Le mura sono grandiose, con un fossato tra cinta esterna e interna. La Porta di Amar Singh è l’ingresso principale, di là del ponte levatoio sulle acque del fossato. La corte centrale è su archi, con tetto poggiato su mensole decorate da singolari intagli. Le stanze intorno sono riccamente decorate a intaglio. A destra c’è un ambiente soggiorno, dietro gli appartamenti della Principessa Rajput, con le nicchie per le divinità hindu, a sinistra l’harem e di fronte a altre tre stanze, la biblioteca di Akbar. Il suo primogenito, Salim, in seguito divenuto Jahangir ovvero signore del mondo, diventato imperatore all’età di 36 anni, decorò il palazzo di Akbar con stucchi levigati e dipinti d’oro e aggiunse a nord stanze altrettanto lussuose, dietro la lunga facciata. Uscendo dalle stanze di Jehangir, si raggiungono i tre padiglioni di marmo bianco. Quello centrale a cinque archi è il Khas Mahal, il palazzo privato di Shaha Jahan. I due padiglioni laterali sono quelli delle figlie predilette Jahanara e Roshanara. Tetti curvi allungati di tradizione Rajput, marmi traslucidi che filtrano luce ma non calore. Soffitti in oro e azzurro e dove sui muri erano appesi arazzi e ritratti. All’esterno l’aria era rinfrescata da fontane e profumata da fiori. Attorno all’Anguri Bagh o Giardino della Vita vivevano le donne della casa imperiale, nelle stanze d’arenaria costruite da Akbar. I bagni reali erano nell’angolo nord-est, dotati di due anticamere dette Shish Mahal o Palazzo degli Specchi, perché ricoperti di specchi che riflettevano la luce delle candele. La serie di edifici, sulla piattaforma di marmo, mostrano il gusto raffinato di Shah Jahan come le Mussaman Burj o torri ottagonali e le stanze squisitamente intarsiate che formano un mini-palazzo destinato a Mumtaz, con cortile, bagni, soggiorno e terrazzi. Shah Jahan lasciava il Khas Mahal e passava di qui per raggiungere la sala delle udienze private. Più avanti, al piano superiore e affacciato con due troni sull’ampia piattaforma in riva al fiume, si trova lo spazioso e bel Diwan-i-Khas o sala delle Udienze Private, decorata con stupende colonne in pietra dura. Sotto il Diwan-i-Khas era custodito il favoloso tesoro reale. Sotto la piattaforma vi sono le stanze sul fiume, la Malchchi Bhavan o casa del pesce di Akbar, nel cui spazioso giardino le cortigiane tenevano speciali bazar, occasioni uniche per corteggiamenti pubblici. Secondo la leggenda qui Jahangir incontro Nur Jahan e Shah Jahan la sua Mumtaz. A conclusione della visita la maestosa Diwan-i-Am o sala delle udienze pubbliche, realizzata completamente in pietra arenaria con uno stile che è un perfetto mix di architettura persiana e indiana. Tornati nella corte centrale c’ imbattiamo in scimmie e i soliti simpatici scoiattoli. Bianca da loro da mangiare nel palmo della mano. Cha spettacolo carino!

Ultima visita è l’ Itimad-ud-Daulah’s Tomb definito uno “scrigno di gioielli in marmo” costruito in sei anni dal 1622 al 1628 per volontà della figlia Nur Jahan. Il complesso è una brillante combinazione di marmo, mosaici,pietre incastonate e intarsi. La struttura è stata definita innovativa rappresentando stilisticamente il passaggio tra l’ imponente architettura in arenaria di Akbar e la raffinatezza sensuale del Taj Mahal di Shah Jahan. Il giardino del complesso si affaccia sulla sponda est del fiume Yamuna dove vediamo pescatori all’ opera. Si torna in albergo. Domani Fatehpur Sikri distante 37 km e poi ancora 213 km per raggiungere Jaipur.

 

FATEHPUR SIKRI  (Uttar Pradesh)

18 settembre          

Arriviamo a Fatehpur Sikri, capitale imperiale abbandonata nel 1585, ma in ottimo stato di conservazione grazie a Lord Curzon vicerè britannico dal 1899 al 1905. Fatehpur Sikri o ‘Città della Vittoria’ è una città fortificata  fondata nel 1569 dal grande imperatore della dinastia Mogol Akbar. La città palazzo in cima a un costone roccioso, confinata entro le mura su tre lati e un lago fu progettata secondo gli stili degli Hindu, Jain e architettura islamica, con arenaria rossa, che è anche “arenaria Sikri”. La città è accessibile attraverso una serie di porte erette in diversi punti lungo la parete confinante con il forte. Le porte sono in particolare la Chandanpal Gate, la Porta di Agra, il Tehra Gate, il Lal Gate, la Porta di Delhi, il Birbal Gate, la Porta di Gwalior, la Ajmere Gate e il Chor Gate.

Qualche cenno storico

Il grande imperatore Akbar non aveva eredi. Ha visitato molti posti offrendo preghiere e cercando benedizioni dei santi. Un santo sufi, Sheikh Salim Chishti, nel villaggio Sikri, gli predisse la nascita di un figlio e l’imperatore, dopo il lieto evento, ha mostrò la sua gratitudine con la costruzione di una città in onore del Santo e la chiamò Fatehpur Sikri. “Fateh” in lingua persiana significa “vittoria”. Dopo la morte del santo Sufi, Akbar eresse una tomba del santo in arenaria rossa. I monumenti e le strutture a Fatehpur Sikri ricordano su senso artistico e l’approccio olistico del grande imperatore. Influenza di abbellimenti indiani è molto rappresentata. A causa della mancanza di disponibilità di acqua fu abbandonata da Akbar subito dopo il suo completamento nel 1585.

Alcune delle principali attrazioni della città sono: 

Pachisi Court: Il piazzale deve il suo nome a un gioco simile al ludo  che erano solite fare le donne dell’ harem.

 

Diwan-i-Aam: Una sala destinata ad ospitare incontri pubblici e riunioni è una delle strutture più essenziali dei palazzi dei tempi antichi, un elaborato padiglione in origine ricoperto da preziosi tappeti che serviva per le cerimonie pubbliche o le grandi celebrazioni.
Diwan-i-Khas: La sala d’udienza privata è il padiglione imperiale dove i membri reali discutevano in privato di affari. Si tratta di un semplice edificio di forma quadrata, con quattro chhatris sulla parte superiore. L’ asse centrale, sorretta da beccatelli (mensole) scolpiti sui quali poggia un balcone circolare da cui si irradiano quattro passerelle. , è ispirata agli edifici di Gujarat.
Panch Mahal: Si tratta di una struttura a cinque piani che servivano come dimora di nobili dame che erano solite godersi la fresca brezza della sera.. La parte superiore della struttura è di grandi dimensioni a cupola chhatri . In totale vi sono 176 colonne scolpite che sostengono  i piani.

Maryam’ House: dedicato alla sultana turca una delle mogli di Akbar.

E’ indubbiamente un sito pieno di fascino per il suo nitore architettonico.

Ci rimettiamo in viaggio e lungo la strada, a Bharatpur, conosciuta come la punta orientale del Rajasthan, pranziamo in un ristorante da mille e una notte che fa parte dell’ Hotel Laxmi Niwas Palace costruito e arredato in stile tradizionale del Rajasthan.

Di nuovo in viaggio verso Jaipur dove arriviamo al favoloso Hotel ITC Rajputana accolti da un fragoroso squillo di tromba! Siamo increduli e sorpresi dell’ accoglienza! Cena, relax e riposo. Domani giornata sorprendente!

 

JAIPUR  (Rajasthan)

19 settembre

La capitale del Rajasthan è una città che fu attentamente pianificata nel 1700 e che resta sempre attraente per il colore rosato con cui vengono dipinti i suoi edifici principali. Jaipur, la città di Jai o della vittoria, oggi più conosciuta come la città rosa, fu fondata nel 1727 dal Maharaja Jai Singh II, appartenente al clan dei Kachawaha, che governò il cuore del Rajasthan  dal 1699 al 1744.  Eccoci al  Palazzo dei Venti, Hawa Mahal, del 1799, che fa parte del le mura orientali del City Palace ma ve ne farete un’idea migliore dall’esterno. Certamente è l’edificio più celebre della città e si tratta di una facciata in areanaria rosa di un palazzo costruito per le ospiti del Harem di Sawai Pratap Singh. I cinque piani si ergono su un alto podio con entrata ad Ovest. L’eleborata facciata presenta 953 nicchie con finestra a grata, o jalis, e balconcini. La struttura consentiva alle signore delloZenana, l’harem, di osservare parate e processioni senza essere viste.

Ora siamo ad Amber, fondata nel X secolo da un principe rajput del clan Kachhavaha in un luogo strategico sulla carovaniera tra Delhi e il Rajasthan che divenne la capitale di un potente Stato grazie anche all’alleanza dei suoi sovrani con i Mogol, legame ulteriormente cementato dal matrimonio di Akbar con Maryam Zamani, principessa reale della casata nel 1562, il cui frutto fu la nascita del futuro imperatore Jahangir.  Arroccato su una collina il forte di Amber Jaygarh, la Rocca della Vittoria offre una vista del lago Maota e della città storica alla base della collina e sulla cinta di mura difensive che seguono il profilo naturale della collina stessa.

Per raggiungere la fortezza bisogna percorrere una rampa a piedi, in jeep o  a dorso di elefante…Spavaldi come siamo optiamo per il pachiderma anche se sappiamo di incidenti avvenuti anni fa….. 

Attraverso 5 portali difensivi, dopo una temeraria caracollata, giungiamo al Suraj Pol, la Porta del Sole, ed entriamo quindi nel Jaleb Chouk, il cortile di servizio aggiunto da Jay Singh II, su cui si apre anche la Chandra Pol, la Porta della Luna, che conduce al tempio dedicato a Narasimha, incarnazione leonina del dio Vishnu. Superata la Porta del Leone, accanto alla quale sorge il tempio palatino dedicato alla dea Kalì, si entra nel Diwan-i-am, la Sala delle Pubbliche Udienze, imponente costruzione ipostila voluta da Jay Singh I, con una sala centrale con colonne in marmo circondata da una doppia serie di pilastri in arenaria rossa. La Ganesh Pol, la Porta di Ganesh, con scenografica facciata ad archi schermati di jalis, le grate in pietra, e tetto bangaldar – uno stile derivato dalle case tradizionali del Bengala, con i quattro angoli piegati verticalmente verso il basso –  costituiva l’accesso ai quartieri privati del forte e dall’ultimo piano, il Sohag Mandir, trapunto di delicate grate, le dame potevano seguire non viste le udienze pubbliche. Sullo stesso livello è situato il Bhojan Shala, la Sala dei Banchetti, ornato di pitture di soggetto indù.

 Oltre la porta si apre la corte a giardino del Diwan-i-Khas con a destra l’elegante Sukha Nivas o Sukha Mandir, gli appartamenti luogo di delizia di Jay Singh, ove la sala principale dalle splendide porte con battenti in sandalo e avorio è rinfrescata da un canale pavimentato con fasce zigzaganti in marmo bianco e nero, alimentato da una macchina idraulica e sfociante con una cascatella nel Char Bagh, il classico giardino a 4 settori.

A sinistra sorge il Jay Mandir– evidente qui lo stretto legame con la corte moghul – con il risplendente Diwan-i-Khas e lo splendido Shish MahalPalazzo degli Specchi, con sopra lo Yash Mandir, il Palazzo di Gloria, magnificamente decorato con tesserine vitree, specchi, dorature e intarsi di pietre dure, concluso da un tetto terrazzato a bangaldar. Sempre nella stessa corte incombe l’edificio del gineceo, piuttosto tetro, voluto da Man Singh I, vero labirinto di camere, depositi, stanze di servizio, cucine e terrazze schermate.

Amber rimase la capitale della dinastia fino al 1727, quando Jay Singh II trasferì la corte e il centro del potere nella sua nuova città, Jaipur, 11 Km più a Sud. Ammiriamo anche Il Jai Mahal o “palazzo sull’ acqua” che sembra fluttuare sulle tranquille acque del lago Man Sagar quando la pioggia durante il monsone riempie il bacino. Uscendo dal forte troviamo un incantatore di serpenti con il suo bravo cobra che rassegnato al suo destino…..fa del suo meglio nel dare spettacolo…Vicino c’ è il City Palace Museum l’ imponente complesso architettonico che risente a un tempo dell’ influenza rajput e di quella mogol. Oggi una parte è aperta al pubblico come museo ma lo splendido Chandra Mahal è ancora residenza privata. Si entra attraverso la Rajendra Pol dalle grandi porte d’ ottone, si entra nel cortile dove si trova il Diwan-i-Khas, la sala delle udienze private che contiene al suo interno due gigantesche urne d’ argento di 350 kg ciascuna e una capienza di 615 lt, annoverate nel Guinnes dei primati, che servirono al Maharaja  Madho Sing II per trasportare le acque del Gange per potersi purificare durante il suo viaggio a Londra nel 1901. Il Diwan-i-Aam costruito su una piattaforma rialzata sostenuta da pilastri, era utilizzato per le incoronazioni, le cerimonie e i ricevimenti ufficiali. Ora è stato trasformato in una galleria d’ arte, con alcuni dei pezzi più belli del museo. Rigorosamente vietate riprese video e foto….Sole le carrozze nella galleria dedicata ai mezzi di trasporto possono essere riprese. Un veloce spostamento in un laboratorio di tessuti stampati e di tappeti per assistere alle varie fasi di lavorazione per poi ci dirigerci versi il Jantar Mantar, l’osservatorio, con un  affascinante insieme di strumenti astronomici. Dei cinque osservatori costruiti da Sawai Jai Singh II, quello di Jaipur è il più grande e meglio conservato. Costruito tra il 1728 e il 1734, assomigli ad una gigantesca composizione scultorea di 16 strumenti ed è stato descritto come il “più realistico e razionale paesaggio di pietra”. L’ impressione che mi da è che sia stato fatto da poco come esposizione di sculture contemporanee, tanto le sue forme appaiono attuali. Alcuni strumenti vengono ancora utilizzati. Da citare il Rashivalaya Antra composto da 12 pezzi ognuno raffigurante un segno zodiacale. Le foto coi nostri segni sono d’ obbligo! Prima di tornare in albergo una capatina a Galta che dista 10 km per visitare il Tempio delle scimmie. Le montagne cadono a strapiombo nella gola di Galta e in fondo alla gola c’ è Galta Kund, un sito religioso, un poco in rovina in verità, del XVIII secolo con sette vasche sacre costruite su livelli diversi meta di pellegrinaggio. La zona nota è come “valle delle scimmie” che infatti troviamo sparse un pò dovunque dentro e fuori le vasche! Carine viste in libertà! Lungo la strada la guida ci informa che chi vuole può fare un  massaggio Ayurvedico.  

In India, l’Ayurveda (letteralmente: “scienza della vita”) è da millenni una tradizione profondamente radicata. Essa non va interpretata esclusivamente come un mezzo per curare il fisico quando il dolore è sopraggiunto. L’Ayurveda è una filosofia, uno stile di vita e le persone che ne abbracciano i principi, si sottopongono al massaggio giornalmente per il mantenimento della propria salute, per la prevenzione dalle malattie e per rispetto del proprio corpo e dello spirito. Bianca decide di farlo e ci rechiamo presso un centro specializzato e poiché il trattamento dura ben 45 minuti, io e la guida pensiamo bene di andare a prendere un buon caffè all’ italiana! Proprio così, nelle vicinanze c’ è un bar che lo fa e con somma gioia finalmente riesco a gustare un ottimo caffè fatto a modo nostro! Passiamo a prelevare Bianca che è soddisfattissima del trattamento ayurvedico sentendosi molto rinvigorita.

Torniamo in albergo, domani un lungo trasferimento: Pushkar a 150 km e dopo altri 200 km  Jodhpur.

 

PUSHKAR  (Rajasthan)

20 settembre

Pushkar è la città sacra per eccellenza in India, meta di pellegrinaggio per tutti gli indiani. Nel corso dei secoli vi sono sorti oltre 400 templi e tra questi si trova l’unico dedicato al dio, creatore del mondo, Brahma. La città prende il nome da pushpa (fiore) e kar (mano) e si ispira a una leggenda secondo cui i laghi sorsero dai petali di rosa caduti dalle sue mani dl dio. Pushkar, raccolta intorno all’omonimo lago sacro, è fra i luoghi più santi dell’Induismo, frequentata dai sadhu (yogin), gli asceti in cerca di illuminazione che vi giungono numerosi durante tutto l’arco dell’anno. I sadhu sono in perenne ricerca meditativa secondo le indicazioni di Shiva per distruggere l’egoismo, il desiderio, e l’illusione, impurità simbolicamente rappresentate da un tridente e da tre linee orizzontali tracciate con la cenere sulla fronte. Ancora oggi la vita della città scorre lungo i ghat affacciati sui laghi, sui templi e sui vivaci mercati, e si respira un’ aria di profonda spiritualità.

Ma la maggioranza dei pellegrini fa visita alle acque sante del lago della città santa  (dove sono state gettate anche le ceneri di Ghandi)  e fa abluzioni dall’alba fino al tramonto. Passare da un ghat all’altro sù e giù per i gradini che costeggiano il lago, separato dai rumori della città da una cortina di bellissimi fatiscenti palazzi bianchi e azzurri, riempie l’animo di pace. Rigorosamente vietato fotografare le persone….

Visitiamo il tempio dedicato a Brahma. Pur essendo parte della triade degli dei più importanti, il dio creatore non è molto celebrato e i templi a lui dedicati sono rari. Con fiori rossi e gialli e piccoli confettini colorati in una mano, banconote da 5-10-100 rupie nell’altra, ogni persona spinge nell’intento di arrivare davanti all’immagine confusa di Brahma per mettere i propri doni nelle mani dell’attento brahmino che prontamente separa i doni per il dio dal denaro per sé, guadagnandosi così di che vivere. Peccato che ci sia divieto di fare fotografie e videoriprese ma abbiamo immortalato la benedizione di Brahma, durante la cerimonia con un bramino che ci segna le fronti con un segno rosso detto tilaha. (Si crede che il tilaka abbia una funzione curativa e protettiva. Le paste applicate per disegnarlo sono considerate “rinfrescanti” e vengono applicate all’ajna chakra, il punto di concentrazione delle energie spirituali al centro della fronte, tra le sopracciglia. Si crede che il tilaka sia fonte di conforto spirituale e protezione da spiriti maligni, sfortuna e forze del male).

Pranzo in ristorante e prosecuzione per Jodhpur, 200 km dove alloggiamo al The Gateway Hotel.

 

JODHPUR  (Rajasthan)

21 settembre

Se Jaipur è la città rosa, Jodhpur potrebbe essere definita la città blu, per la tipica colorazione azzurra delle sue case. Inizialmente il colore indicava la casa di un brahmino perchè molti secoli fa, secondo la tradizione, alcuni di loro dipinsero le loro case di questo colore dopo aver scoperto che teneva lontane le zanzare, e poi si diffuse. Oggi Jodhpur è la seconda città del Rajasthan, ma sotto molti punti di vista non è cambiata rispetto alla vecchia città fortificata sviluppatasi ai piedi del Forte di Meherangarh.

Le sue mura quattrocentesche sono infatti intatte, intervallate da porte massicce e la città vecchia è un luogo incantato con stretti vicoli, splendide havelis, antiche e sfarzose dimore, e medievali cisterne per l’acqua. La città è anche conosciuta come la “città del sole”  di  cui gode tutto l’ anno. Andiamo al Mehrangarh Fort, una delle più vaste roccaforti dell’India, sulla cima di una collina di 125 m. Fu eretta nel 1459 da Rao Jodha, il sovrano cui si deve anche la fondazione della città di Jodhpur. La fortezza fu ampliata di molto all’epoca di Jaswant Singh (1638-78) e i palazzi nel suo interno formano un complesso insieme di cortili, sale, corridoi interconnessi.

Una ripida rampa a zig-zag sul lato ovest della collina conduce sette porte monumentali. Sulla settima porta sono impresse le palme di quindici mogli del Maharaja che commisero Sati ossia si gettarono sulla pira funeraria del marito. Appena entrati sulla destra troviamo il trono in marmo bianco sul quale è stato incoronato ogni sovrano di Jodhpur dal XV secolo. Il Moti Mahal (Palazzo delle perle) e il Phool Mahal (Palazzo dei fiori) sono rispettivamente del 1590 e del 1730 e hanno una bella decorazione pittorica e finestre di pietra forata così finemente da sembrare merletto. Le mura che circondano il complesso hanno un’altezza di 36 m e sono spesse 21 m. Sugli spalti sono posizionati cannoni in ottimo stato di conservazione di varie epoche, alcuni indiani, altri persiani, altri ancora turchi. All’interno del forte si trova un museo con interessanti collezioni di strumenti musicali, miniature e portantine regali. Lo Shish Mahal (Palazzo degli specchi) e il Rang Mahal (Palazzo dipinto) sono decorati con specchietti e lavori d’ intarsio. L’ Armeria è nel Sileh Khana; il Sardar Museum contiene esempi di scultura medievale. Altre sale contengono antichi arredi degli appartamenti reali compresi miniature, strumenti musicali, portantine  regali e pregiate culle. Il Jhanki Mahal, o Palazzo degli sguardi, edificio riservato alle donne del forte, deriva il suo nome dalle splendide finestre a grata, le Jalis, e i suoi balconcini, jarokha, attraverso le quali le signore potevano osservare non viste il mondo circostante. I motivi con cui queste grate sono scolpite sono raffinatissimi e ne esistono oltre 250 diversi all’interno del palazzo, ognuno identificato da un nome differente.

Dall’ alto degli spalti del forte si vede il Jaswant Thada, mausoleo in marmo bianco costruito nel 1899 per ospitare il cenotafio del maharajah Jaswant Singh II. All’interno si trova una galleria con ritratti dei sovrani di Jodhpur. Partiamo per Ranakpur, 200 km e lungo il tragitto pranziamo in caratteristico ristorante, accolti da un “santone” che ci imprime sulla fronte la solita benedizione dicendoci WELCOME!.  

 

RANAKPUR  (Rajasthan)

Proseguiamo per Ranakpur dove visitiamo il tempio di Adinath  il Chaturmukha Adinath Temple, una vera e propria ode a Rishabhadeva (Rishabha , noto anche come Adinatha)  il fondatore tradizionale del jainismo. L’edificio a tre piani in marmo è collocato su di un’ alta piattaforma e presenta una non usuale pianta a 4 lati. L’aspetto disadorno dell’esterno non prepara il visitatore all’incredibile esplosione di complessità architettonica e artistica degli interni. Entrando, gradualmente la vastità della struttura, gli equilibri architettonici e la simmetria vi avvolgeranno completamente.  La bellezza di questo tempio è davvero indescrivibile. Il tempio è molto grande. Si erge su un basamento di 60m x 62m come una fortezza e una rampa di scale porta all’ingresso centrale che ha una porta abbastanza piccola, al fine di difendersi dalle incursioni, oltre la quale ci appare improvvisamente uno spazio luminoso e magnifico, e lo splendore toglie il respiro. Dobbiamo toglierci le scarpe e calzare le solite babbucce……..La delicatezza e l’accuratezza delle sculture si combina perfettamente con l’ampiezza offerta dalle 1444 colonne dell’edificio, ognuna decorata con motivi unici. Quattro enormi immagini di Adinath in candido marmo fronteggiano i 4 punti cardinali nel Sancta Sanctorum.

Mi sono ampiamente documentato su questo tempio jainista trovando pianta e descrizione accurata degli ambienti: 

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Il tempio del XV secolo è di architettura molto complessa. Di forma quadrata con lati di 100 mt ha 4 ingressi posti ai punti cardinali e 4 tempietti interni ai degli ingressi nord e sud. Altri 4 tempietti interni corrispondono agli spigoli del tempio, mentre al centro sono 4 grandi gruppi di pilastri con nicchie e balconi. L’ interno è parzialmente di 2/3 piani e il tetto è a piccole cupole. Grandi rosoni istoriati dividono il soffitto in parti sempre quadrate. L’ interno in marmo bianchissimo è completamente coperto di decorazioni a rilievo. Il tutto mi da un’ emozione indimenticabile e poi noto che il numero “4”, il “mio” numero, ricorre con una frequenza incredibile! All’ uscita ci accolgono le care amiche scimmiette sempre presenti ovunque!

Ci mettiamo in viaggio verso Udaipur dove arriviamo in prima serata al Trident Hotel, il più grande albergo della città molto ben tenuto, accolti da due ragazze in costume tradizionale che ci “segnano” come al solito la fronte!

 

UDAIPUR  (Rajasthan)

22 settembre

Annidata tra i monti Aravalli, Udaipur, la città dell’aurora, è da molti considerata la più romantica città indiana. La città vecchia è composta da un labirinto di stradine bordate da alte case, imbiancate a calce e decorate con dipinti tradizionali dai brillanti colori, finestre a grata, jalis, o vetrate multicolori, alternate con magnifiche Havelis. Di grande importanza è il Tempio Jagdish sacro a Jagannatha, un’ incarnazione di Krishna. Questo tempio e’ il piu’ grande di Udaipur e si trova non lontano dal City Palace. Fu fatto costruire dal Maraja’ Jagat Singh nel 1651 in onore del Dio Vishnu e mi immagino questo tempio nel silenzio, non come ora disturbato dalle macchine e dai clacson infernali con orde di turisti. Per entrare c’e’ da salire una scalinata praticamente verticale. Arrivati in cima, prima di entrare, ai lati delle scale vi sono due elefanti in pietra. La struttura e’ composta da 50 colonne decorate da figure. Praticamente non c’e’ neanche un centimetro quadrato senza una decorazione. Camminiamo intorno al tempio guardando i bassorilievi. Che spettacolo, che lavorazione. Per accedere alla parte piu’ “alta”, dove si trova il guardiano del Dio Vishnu, Garuda, semi uomo e semi aquila, bisogna salire altri 32 gradini. In poche parole, una vera sciocchezza. Questa statua e’ fatta di ottone e si trova in una sorta di piccolo santuario rialzato. Salutiamo il “guardiano” e entriamo nel tempio riccamente decorato di sculture, dove si svolge una cerimonia religiosa con canti di preghiera: rigorosamente non si possono fare video o scattare foto…..

 

 

Questo tempio, a tutt’oggi e’ una meta di pellegrinaggio per coloro che vengono nella citta’ di Udaipur. Uscendo ci imbattiamo in uno strano personaggio seduto sotto una specie di baldacchino, ovviamente cerca oboli ma è straordinariamente attraente e, almeno lui, si lascia volentieri fotografare.

La strada principale porta dalla Hathi Pol, la porta degli Elefanti, a Nord, fino all’imponente City Palace, che domina le rive del lago e la città. Si tratta di un impressionante edificio composto da svariati palazzi interni, costruiti in stile rajput con ampie concessioni a quello Mogol, buona parte dei quali sono ancora abitati dalla famiglia reale. A differenza dei palazzi Mogol, che prediligono le costruzioni a uno o al massimo a due piani, le corti rajput presentano alcune parti a più livelli, retaggio dell’antico Prasada, la struttura a torre tradizionalmente sede degli appartamenti reali. Costruito in granito e marmo, il Palazzo si articola attorno a corti e giardini costellati di fontane e padiglioni aperti ed è costituito da numerose strutture aggiuntesi nel corso del tempo all’originale costruito da Udai Singh. Si entra dalla Grande  Entrata  del 1600 e si va verso la Porta Tripolia. Tra le due vi sono sei portali-bilancia nei quali il Maharana si faceva pesare in oro e argento che poi veniva distribuito ai poveri. Vi sono due musei, uno statale ed uno personale del maharaja, in verità poco interessanti. Dai terrazzi si gode della vista del lago Pichola sul quale svettano due isole, Jag Niwas e Jag Mandir; sulla Jag Niwas sono due palazzi residenze estive del maharaja Jagat Singh, del 1746, ora uniti in modo da formare quel meraviglioso albergo che è il Lake Palace. Lungo l’altro lago artificiale di Udaipur, il Fateh Sagar, si estendono vari giardini; il più famoso è il Sahelion ki Bari, con il bacino dei fiori di loto guardato da quattro elefanti marmorei e i padiglioni in marmo nero immersi tra i fiori. Durante la visita incontriamo un gruppo di ragazze che io invito a mandare un saluto all’ Italia. Accolgono l’ invito e con un sonoro “CIAO ITALIA” ci congediamo da Udaipur. Pranzo in albergo e poi ci spostiamo all’ aeroporto. il nostro volo per Delhi è in prima serata alle 16.05 ora locale. Arriviamo a Delhi alle 17.25 e ci rechiamo al Radisson Hotel, stupendo albergo, che ci vedrà ospiti purtroppo per poco tempo: l’ aereo per Monaco partirà domani molto, molto presto!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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