La Terra dei Popoli

Premessa

Innamorati dell’Africa e soprattutto dell’area degli altopiani, per il terzo anno consecutivo partiamo alla scoperta (nostra) della fascia equatoriale. Lo scorso anno facemmo il cammino inverso, partendo da Nairobi per visitare tre parchi nazionali in Kenya (Masai Mara, Lago Nakuru e Amboseli) e tre parchi nazionali in Tanzania (Tarangiri, Ngorongoro e Lago Manyara). In questo full immersion di natura e animali facemmo tappa due volte ad Arusha.

Il paesone costituito dai Masai nel 1830 ci incantò per la sua gente, tanto che in questo viaggio abbiamo cercato di approfondire i suoi aspetti per vivere a contatto con la popolazione.

Ma arrivarci ci pone delle scelte. La prima ovviamente è giungerci direttamente, ma i voli sono troppo costosi. La seconda è quella dello scorso anno: fino a Nairobi con l’aereo e poi 4 ore di bus. La terza è fare scalo a Dar Es Salam e poi trovare un mezzo per spostarci a nord.

Cerchiamo dei voli economici su Dar e troviamo l’andata a buon prezzo, mentre abbiamo difficoltà per il ritorno. Proviamo di tornare su Nairobi, e il biglietto è fatto: 644 euro assicurazione compresa con la Turkish Airlines. Si può spendere molto meno ma considerando che optiamo per il periodo di ferragosto e che ci siamo mossi un mese prima, possiamo ritenerci soddisfatti.

Dar e Nairobi distano quasi 1000 chilometri, in mezzo (si fa per dire) Arusha. Fare tappa a Dar ci porta a poter visitare la vicina Zanzibar, mentre partire da Nairobi ci ingolosisce il poter visitare, ancora una volta il Masai Mara. Programmiamo tre notti a Stone Town e tre al Masai Mara, lasciando nel centro una settimana ad Arusha.

La Tanzania è una nazione ospitale dove si può tranquillamente viaggiare in massima sicurezza. È quasi impossibile noleggiare un’auto (almeno noi non ci siamo riusciti), ma si posso utilizzare i mezzi pubblici o i bus “extra lusso” messi a disposizione dei turisti. La differenza tra viaggiatori e turisti è forse di uno zero, visitare i parchi è costosissimo, quasi inavvicinabile per i giovani o chi non ha un budget al di sopra di 300 dollari al giorno. Ma noi abbiamo provato a vivere queste esperienze in modo alternativo alle agenzie e a costi contenuti.

 

Raggiungiamo Fiumicino nelle prime ore del giorno, alle 5.30 ci aspetta al Terminal 3 un addetto di “one Parking” per prendere l’auto e portarla al deposito (costo 54 euro per due settimane). Svolgiamo le procedure di imbarco e voliamo alle 7.10 in direzione Istanbul con la Turkish Airlines. Atterriamo alle 10.40 ora locale (la stessa che ci porteremo in Africa) e considerato che il volo per Dar è alle 19.10 abbiamo il tempo per farci un giretto a Istanbul. Con la Metro (2 a persona andata e ritorno al costo complessivo di 15 dollari) arriviamo a Aga Sofia e alla Moschea Azzurra. Passeggiamo costeggiano i negozietti del centro e ci fermiamo ad un fastfood per farci un panino (burger, cola e patatine 31 lire turche in due circa 10 euro). Torniamo all’aeroporto in largo anticipo e ci fermiamo a prendere una birra nel ristorante al primo piano (56.75 con patatine per due birre l’equivalente di 21 euro). Tra la cena e la colazione servita all’una del mattino non c’è stato tanto tempo per dormire nelle 7 ore di viaggio.

Arriviamo a Dar in piena notte, sono le 2.35 e andiamo in cerca di una sala d’aspetto per sederci e aspettare l’alba. Ma con molto stupore ci accorgiamo che l’aeroporto è all’aperto. Non fa tanto freddo e l’umidità è poca considerando che è notte, al contrario le zanzare sono molte. Alle 5.30 prendiamo un taxi (35 dollari) per arrivare al porto. Arriviamo alla biglietteria del Ferry Boat per Zanzibar e ci dicono che non esiste nessun biglietto pagato con quel codice. Arriva solo alle 6.55 l’ok dell’agenzia e due biglietti vip per l’imbarco. Un sospiro di sollievo. Le valigie vengono imbarcate in un container senza nessuna ricevuta e scritta, dovranno essere solo riconosciute all’arrivo. Il porto si avvicina e l’attracco lo scorgiamo tra le teste dei molti presenti. Andiamo alla ricerca delle nostre valigie e ci mettiamo in coda per uscire. Ad attenderci all’uscita un tassista mandato dall’Hotel (4 dollari) che ci porterà al vicino Rumaisa Hotel (3 notti in doppia 180 euro).

Zanzibar

La strada per l’Hotel non promette bene. Si passa davanti all’entrata principale del porto e si svolta subito in una strada isolata dove sostano dei camion. L’Hotel è sopra ad un cinema, la reception è un corridoio dove c’è un sedile in muratura. Il personale però è gentile, chiede subito come è stato il viaggio e si mette a disposizione per ogni richiesta. Ci assegnano la stanza, è piccolina ma molto accogliente, c’è il WiFi in camera. Il bagno è spazioso e dotato di tutto l’occorrente. Una doccia e subito a letto per recuperare qualche ora di sonno. Ci svegliamo all’ora di pranzo e scendiamo per chiedere informazioni su Stone Town. Ci indicano su una cartina la zona dei ristoranti “turistici” e ci consigliano di andare a piedi. La cartina ci servirà per orientarci, ripercorriamo la strada fatta con il taxi, superiamo l’entrata del porto e subito accanto c’è il Mercury’s Restaurant, in onore di Freddie Mercury indimenticato leader dei Queen nato nel 1946 proprio a Zanzibar.

Ci sediamo con la vista dell’isola della prigione e incominciamo ad assaggiare i sapori del posto. Ordiniamo il Kingfish (Sgombro), è condito con spezie locali e servito con riso e verdure. Una vera e propria delizia accompagnata da una birra ghiacciata. Proseguiamo la camminata lungo il mare, i lavori non ci permettono di vederlo in alcuni tratti, mentre sono visibili i palazzi di stile arabo circostanti tra cui l’Old Custom House, il Palazzo del Museo, l’House of Wonders, il vecchio Forte, per arrivare al Forodhani Gardens, un giardino che si affaccia sull’oceano. A ritorno ci addentriamo nella città. Stone Town è una vera e propria casba araba, un dedalo di stradine piene di negozi e fremente di ogni tipo di attività. Spuntiamo dall’altra parte di questo triangolo, dove c’è il mercato e scopriamo che siamo a due passi dall’Hotel. Una dormitina e una doccia ristoratrice e siamo di nuovo in strada. Ormai è notte quando ci mettiamo alla ricerca di un ristorante, ma questa volta decidiamo di passare dentro al mercato e attraversare tutta Stone Town dopo aver chiesto ripetutamente del pericolo al nostro Hotel. Ma tutti ci ripetono “Hakuna matata”, che non ci sono problemi.

Tra una bancarella e un negozietto si arriva in un baleno ai Giardini. Con stupore notiamo che sono presi d’assalto da bancarelle di ogni tipo. La maggior parte preparano la cena: spiedini, dagli odori di carne e pesce si mescolano con le spezie. Una marea di gente al Foradhani Gardens per cenare. C’è anche qualche turista, ma la maggior parte sono locali, in una sorta di “fiera paesana” si assembrano. Noi decidiamo di andare in un ristorante. Il più vicino è l’Ocean Grill, si sale su una terrazza con la vista sul mare. Ordiniamo ancora del Kingfish ma questa volta arrosto (40.000 TZS pari a 18 euro in due comprese le bevande). Il giardino pullula ancora di gente quando noi siamo di ritorno, le attività nella città di pietra stanno chiudendo i battenti. C’è ancora il tempo di scorgere qualche negozietto e gli scorci notturni delle viuzze. La stanchezza è tanta quando arriviamo in Hotel. Con la musica e i canti ci addormentiamo, solo al mattino scopriamo che vicino c’è un club privato dove si festeggiano i matrimoni.

Tour delle Spezie

Saliamo di un piano dove c’è una terrazza per fare la colazione all’aperto. Fa freschetto, ma il panorama è gradevole. In Hotel ci propongono vari tipi di escursioni, optiamo per il Tour delle Spezie e Kendwa, la spiaggia più a nord dell’Isola (100 dollari in due). L’appuntamento è alle 10, abbiamo il tempo per arrivare al mercato e comprare una scheda telefonica e qualche biscotto per il viaggio e soprattutto l’acqua. La guida ci porta subito all’interno dell’isola costeggiando il mare fino a Bububu e poi salendo su una collina. Il clima cambia, il cielo sembra minaccioso e la vegetazione è in rigoglio. L’Auto si ferma in una spianata di terra. Ad attenderci due ragazzi che saranno le guide nel Tour delle Spezie. Raccolgono e con un coltellaccio iniziano a tagliare. La prima è una radice gialla intensa che indoviniamo essere la Curcuma, così come lo Zenzero (Ginger per loro), poi dei frutti enormi rotondi, quindi dei “ricci” rossastri che contengono dei semi usati dalle donne per colorarsi le labbra, un frutto a forma di stella dal sapore acidulo ma dissetante, la pianta del pepe, quella della banana con il tipico fiore, il re Zafferano, l’albero del pane e le palme. Poi la corteccia di un albero, l’odore è intenso e indoviniamo essere la cannella, così come dei fiori simili a chiodini, i Chiodi di Garofano appunto, anche la vaniglia è facile da indovinare, le sue bacche sono ben visibili anche se sono ancora verdi. Ci sono anche la canna da zucchero da cui, anche nella città, estraggono “in diretta” un succo dolce da bere. Da un albero colgono un frutto ancora verde, lo tagliano in due e all’interno c’è la Noce Moscata, in un altro le papaie ancora verdi, mentre uno scoiattolo scappa alla nostra vista. Poi uno di loro si lega i piedi con una corda artigianale annodata a forma di otto, e a suon di musica sale su una palma, coglie un noce di cocco e ci dice di bere. Apprezziamo la freschezza e poi con il coltello stacca la morbida polpa bianca e ce la porge per mangiarla. In una baracca c’è della frutta fresca per noi, prendiamo un paio di piccole banane dal sapore intenso.

Kendwa

Proseguiamo verso nord tra la vegetazione intensa. A volte il cielo promette anche pioggia, ma le temperature sono gradevoli e l’umidità non eccessiva. Il panorama cambia più volte, ma è sempre la ricca vegetazione a farla da padrone. Parcheggiamo in mezzo alla povere e ci incamminiamo nella sabbia dirigendoci verso il mare. Si apre ai nostri occhi una spiaggia bianchissima con un mare verde-azzurro trasparente. Per qualche istante rimaniamo folgorati. Di fronte l’isola Tumbatu con vari scogli intorno. Siamo arrivati a Kendwa una delle spiagge più spettacolari di Zanzibar. Nel mare ci sono numerosi pescatori e qualche turista sui Dhow, le imbarcazioni tipiche. Pochissima la gente in spiaggia. Dei puntini sperduti in un infinito di bianco. Pranziamo in un ristorante sul mare l’Essence (21 dollari due cotolette di pollo squisite) e poi facciamo una lunga camminata in direzione sud, dove una pineta ci invoglia. C’è un pescatore che sta preparando le esce per la prossima uscita. A quello che sembra il capo dell’isola, si apre in un piccolo seno di mare coronato in collina da ville. C’è anche qualche villaggio, ma è completamente mimetizzato nella boscaglia. Più camminiamo e più ci viene la voglia di andare avanti dato che si aprono scenari sempre diversi.

La Pesca

Scorgiamo in lontananza delle donne scendere in acqua. Hanno con loro delle bacinelle e delle reti colorate. Si dispongono in un grande cerchio, poi alcune di loro con dei bastoni scuotono l’acqua e il cerchio piano piano si restringe in modo da portare il branco verso le reti. Ripetono più volte la pesca, non sappiamo quanto hanno pescato, ma sicuramente il necessario per cena. Torniamo a Stone Town che è ancora pieno giorno. Vogliamo fare un giro nel mercato che è in pieno fermento. I più giovani sono nel vicino campo di calcio. Si vende di tutto, dai datteri al pane, da farine-riso-legumi a frutta-carne-pesce. C’è anche l’angolo dell’usato e uno dei mobilieri che stanno ultimando dei letti. Torniamo in Hotel e ci prepariamo per la cena. Ci rituffiamo nella zona ristoranti e ci fermiamo a Archipelago, anche qui ordiniamo il Kingfish (40.000 TZS circa 18 euro in due) ma ce lo portano a tranci. Ci intratteniamo in una panchina del Giardino trasformato ancora una volta in “festa dell’Unità” e nella “confusione” ordinata, ogni tanto si vede passare qualche turista. Nelle viuzze del centro ci imbattiamo in una Agenzia e prenotiamo un tour a Pajè, la spiaggia più bella ci dicono dell’Isola. Si trova a sud e si affaccia sulla barriera corallina dell’Oceano Indiano (50 dollari in due).
Mercato

L’appuntamento per il Tour è alle 11, c’è il tempo per andare al mercato e comprare le spezie. Non ci sono odori forti, nemmeno al mercato del pesce. Sono talmente tante le spezie che servirebbe un’altra valigia per portarle via tutte. Optiamo per le più preziose e più difficili da reperire in Italia. Prima di tutto il re Zafferano, poi Vaniglia, Cannella, Chiodi di Garofano, Noce Moscata, Curry, Ginger (Zenzero) e Curcuma (45.000 TZS circa 20 euro doppia confezione). Il mercato sta entrando nel vivo anche ce si sono ancora banchi da preparare. In un angolo ci sono dei signori seduti sul marciapiede, c’è chi sorseggia un te chi un caffè chi mangia qualche cosa, accanto una piccola bancarella con sopra dei thermos e qualche busta di plastica: è un bar? È facile scambiare qualche parola, quasi tutti parlano inglese. C’è chi è stato marinaio imbarcato su navi mercantili ed è stato anche in Italia, ci parla dei porti di Palermo, Napoli, Livorno e Genova. Il sorriso è l’intercalare del viso più evidente. Ma quegli sguardi si intravede la loro disponibilità e il carattere orgoglioso. Rispetto e disponibilità sembra il loro motto.

Barriera Corallina

Partiamo per il Tour, prima sosta alla falegnameria artigianale nei pressi di Mwera dove lavorano il legno nei magnifici portoni. Ci fanno vedere le varie fasi della lavorazione, usano legni pregiati come il Mogano. Costeggiamo il Jozani Chwaka Bay National Park per poi tagliare la penisola sud fino alla spiaggia di Paje. Lo scenario è diverso da quello del giorno precedente. Si vede la Barriera Corallina e la spiaggia è più stretta anche se il colore bianco della sabbia è ancora più accecante. Forse per via della bella giornata assolata, tanto che camminare fa fatica. Non ci allontaniamo un granché dalle “capanne” dove ci hanno lasciato, anche qui all’interno si scorgono dei Resort che non hanno intaccato la geografia della spiaggia. Gente ce ne poca e in mare solo qualche Dhow.  Un cartello ci indica un ristorante all’interno, pranziamo al B&F Services (20 dollari, abbiamo terminato gli Shelling se no avremmo pagato meno) e ci fermiamo al baretto dove abbiamo l’appuntamento. Lì affittano delle capanne a modi bungalow sulla spiaggia a 50 dollari al giorno, c’è anche l’amaca davanti, una maniera alternativa ai Resort.

Torniamo a Stone Town che è ancora giorno, doccia e subito nelle vie della città vecchia a carpire altri sapori e scorci. Il pesce mangiato all’Ocean Grill ci porta al bis (22 dollari per due persone perché abbiamo finito gli Shelling). Ultima passeggiata notturna nei Giardini Forodhani prima di tornare in Hotel. Prenotiamo dall’Hotel un taxi per la mattina seguente dove avremo il traghetto alle 7.00, alle 6 ci svegliano per la colazione preparata a posta per noi.

Giungiamo a Dar alle 9 puntuali dove ad attenderci c’è un taxi inviato dall’Agenzia dove abbiamo acquistato il trasfert per Arusha.
La Strada verso il Nord
Arriviamo al parcheggio dei Bus che è fuori Dar dopo averla attraversata quasi tutta. Il traffico è caotico ma scorre, gli odori dei motori si mescolano a quelli che provengono dal mare. Abbiamo prenotato due posti in un Extra Luxory Shuttle e invece ci fanno salire su un autobus di linea che va “diretto” ad Arusha facendo scali a richiesta. Sul biglietto consegnatoci c’è anche il prezzo: 32.800 TZS, poco più di 15 dollari contro i 35 pagati (il prezzo pieno era 50). Contattiamo l’Agenzia ma ci dicono che quello è l’unico che parte a questa ora. Il Bus ci mette oltre due ore prima di muoversi. Si ferma subito in un’altra area di sosta alla periferia di Dar. La vediamo molto dura, sono passate le 11 e ci aspettano 10 ore di viaggio.

Traversata

I posti sul bus sono comodi, il viaggio snocciola via senza nessun problema. Ad ogni sosta ci sono venditori di bevande e cibarie varie. Abbiamo scelto il Bus e non l’aereo per farci un’idea sull’entroterra della Tanzania. La capanna fatta di fango con tetto di stuoie è l’abitazione più frequente, alcuni hanno il tetto di lamiera, altre sono fatte in mattoni. Solo raramente si scorgono delle case come le consideriamo noi. Nelle traverse della strada asfaltata si percepiscono dei percorsi in terra dove a volte si scorgono dei villaggi. Lo spiazzo di terra davanti alle case molte volte è piena di animali (capre, pecore, galline oltre a cani e gatti) e di bambini molto piccoli. Ad ogni incrocio ci sono le attività e le immancabili moto-taxi. Gli scenari cambiano in continuazione. Si parte dal mare per entrare in una zona desertica e polverosa. Le strade sono un nastro di catrame che sale e scende non deformando le asperità del terreno. All’altezza di Segera lo scenario cambia ancora. La strada sale sull’altopiano e la vegetazione diventa più rigogliosa. Sosta sotto le montagne in una “stazione di servizio”.

Cultura e Turismo

Siamo arrivati ad Arusha quando ormai le luci della città erano accese. Il taxi mandato dall’Hotel

ci ha portato al Korona. Senza traffico il viaggio ci è sembrato lunghissimo, infatti il Korona non è ad Arusha come riportato, ma a Njiro che dista circa 12 Km. Abbiamo prenotato le prime tre notti qui e abbiamo capito di aver fatto un grosso errore. La camera è piccola ma accogliente, c’è il WiFi in camera che ci permette di collegarci con il mondo. Chiediamo se si può cenare, la cucina è già chiusa ma ci possono portare dei toast, meglio che niente. La stanchezza è molta anche se il viaggio è stato tutto sommato molto piacevole. La mattina ci alziamo per fare colazione. Dobbiamo trovare un modo per arrivare in centro per organizzare la settimana, ci da uno strappo Charles il manager dell’Hotel che poi ci chiede 20.000 shelling (per portarci dai Boshimani del Lago Easy ci chiede 700 dollari), persona da evitare come l’Hotel troppo distante dal centro ammenoché non si vuole bypassare Arusha per fare i Safari. Dopo esserci fatti un giro in città, arriviamo al Cultural Tourist Agency dove ci propongono diverse visite culturali da fare. Tra i nostri obiettivi c’è quello di andare a visitare, sotto il Ngorongoro gli Hadzabe. Ci mettono in contatto con George la guida che ci propone di limitare i costi al massimo utilizzando i mezzi pubblici, per la visita occorrono 5 dollari a persona per entrare, 20 per la visita ad una comunità, 30 per la guida, 25 per la jeep che ci porterà sulle montagne. In Italia già avevamo prenotato un Hotel a Karatu, l’ultima città prima del Ngorongono e del Lago Easy. Optiamo anche per una giornata con i Masai (75 dollari). L’appuntamento la mattina seguente alle 8. Usciamo a pranzare nel vicino African Caffè (42.000 TZS, circa 19 euro). Ci informiamo sui trasporti a Karatu e ci propongono lo Shattle, un pulmino 9 posti che impiega circa 3 ore con un costo di 7000 TZS circa 2 euro a persona. Mentre George s’informa che da Karatu a Garofali c’è una jeep che fa da navetta alle 8 del mattino e torna alle 14, gli diamo l’ok per prenotare i posti.

Il popolo

Nel frattempo ci accorgiamo che la nostra scelta di conoscere meglio Arusha è stata azzeccata. Colori, personaggi e natura si mescolano in questa città fondata nel 1830 dagli Arusha, da cui il nome, Masai coltivatori. Hanno popolato la foresta pluviale nella parte superiore del fiume Burka a sudovest del Monte Meru (4566 mt). Ah i Masai! Il popolo dei Pastori-Guerrieri vive nell’area pianeggiante che si estende dalla Rift Valley in Kenya a un centinaio di chilometri da Nairobi fino al centro della Tanzania. Vedere villaggi Masai vicino ad Arusha è cosa semplicissima, come poter partecipare ai loro mercati. Ogni zona ne fanno uno alla settimana che raccoglie i villaggi di aree molto grandi. Lo scorso anno ne vedemmo uno a 50 Km da Arusha in direzione Dodoma che ci lasciò letteralmente inebetiti. Torniamo in Hotel con un Taxi (10000 TZS, circa 9 euro), ci riposiamo un po’ e poi decidiamo di cenare in Hotel sotto degli ombrelloni di paglia. La temperatura ad Arusha in serata scende sotto i 20°, un maglione basta. Un po’ di Rete, la visione di qualche foto e si va a nanna.

Vita Masai

Ci svegliamo alle 7 per fare colazione, usciamo per strada e troviamo un Dala Dala vuoto che sta iniziando il suo percorso. Un’esperienza unica, ad ogni passante l’omino chiede di salire, instancabile come le frenate e le accelerate. Ci porta in centro e ci chiede 400 TZS meno di 10 centesimi a persona. Arriviamo puntuali all’appuntamento al Centro Culturale, ad aspettarci Thomas un “vero” Masai. Arriviamo a piedi alla stazione dei bus e contratta tre posti per Oldonyo Sambu sede della nostra visita: 15000 TZS in tre (7 euro) e si parte in 12, uno sale nel portabagagli. Il villaggio o meglio i villaggi si trovano sulla strada che porta a Nairobi subito dopo aver aggirato il Monte Meru. Iniziamo a camminare nei campi, forse un paio di chilometri prima di fermarci al Villaggio che ci ospiterà. Nel cammino incrociamo una donna che va a prendere l’acqua, dovrà fare 3 chilometri per trovarla e altrettanti per il ritorno. Arrivati ci offrono del te, le tazze hanno ancora l’odore e i sapori del latte. Possiamo usufruire del bagno, una capanna con un water alla turca, e rilassarci. C’è anche una capanna per ospitare i turisti qualora ci sia anche il pernotto nel tour. Fuori gli animali. Thomas ci chiede se vogliamo visitare una scuola Masai. Gli rispondiamo di si. Ci rimettiamo in cammino tra i campi, un altro paio di chilometri nella polvere. Ogni tanto incrociamo del bestiame sempre sorvegliato da bambini in età prescolare. Arriviamo alla scuola e Thomas ci presenta il direttore. Ci spiega delle difficoltà di trovare fondi per acquistare nuovi banchi, e trovare altri insegnanti per snellire le classi. Entriamo nella terza, ci sono 133 ragazzi, 4 per banco (invece che due). Sono tutti ordinati, puliti e vestiti tutti uguali. Ci salutano insieme, e rispondono all’unisono alle domande. Ci viene la pelle d’oca. Thomas ci spiega che Oldonyo Sambu ha una popolazione di circa 3000 Masai, 1500 sono i bambini che frequentano quella scuola. Dopo la terza è la volta della quarta i ragazzi sono meno ma sempre più di cento, così come la quinta la sesta, la settima e l’ottava. Con fierezza ci fanno vedere l’energia elettrica prodotto dai pannelli fotovoltaici. La stessa Arusha ha questo problema, tanto che molte attività hanno il gruppo elettrogeno perchè l’energia elettrica spesso manca. Il tempo vola e salutiamo i ragazzi e torniamo al Villaggio. Ci riposiamo sotto la capanna ma è già tempo del pranzo. Ci portano due tegami fumanti, in uno c’è del riso, nell’altro le patate in umido. Facciamo porzioni piccole nel caso non fossero di nostro gusto. Ma c’è il bis per il riso, mentre le patate le prendiamo tre volte. Sapori e odori buonissimi, pasto semplice ma molto appetitoso. Thomas apprezza il nostro appetito. Ci propone di visitare il “medicine” una sorta di Strogone (passateci la parola) che attinge dalle piante le erbe curative. Entriamo nella capanna dove c’è una donna che avevamo incontrato nella mattina. Ci spiega le varie erbe e a cosa servono. Poi ci chiede di leggerci il futuro… diciamo di no. Il tempo è volato ed è ora di tornare. Ripercorriamo il tragitto in mezzo alla polvere della Savana tra uadi e cactus e alla fine arriviamo sulla strada asfaltata. Thomas si mette in disparte al telefono, noi scherziamo con dei tassisti in moto, e trova un passaggio a 20000 TZS (9 euro in tre). Ci facciamo lasciare in centro per verificare il nuovo Hotel che abbiamo prenotato dall’Italia proprio vicino alla stazione. È un vecchio palazzo, l’Hotel Joshmal (camera doppia 100 euro per due notti), è sopra ad una banca. Chiediamo se possiamo lasciare le valigie in modo da non portale con noi a Karatu, “Hakuna matata”, nessun problema come lo spirito del popolo.

Torniamo al Korona con il Dala Dala (500 TZS in due meno di 25 centesimi), la strada ci sembra ancora più lunga. Doccia al volo per cercare di togliere la polvere e cena. La mattina seguente chiediamo il conto, l’Hotel l’abbiamo già pagato (tre notti in doppia 166 euro) ma ci sono gli extra: le tre cene 59.000 TZS, i due taxi 40.000 TZS in totale quasi 45 euro). Colazione e taxi (15.000 TZS, circa 6.50 euro) per arrivare allo Joshmal e consegnare le valigie.

Ngaramtoni Masai Market

Abbiamo tutta la mattinata da programmare, ci dicono che c’è un Mercato Masai a 7 Km ma che non si può arrivare con i Dala Dala direttamente, bisogna cambiarne più di uno. Trattiamo con un taxi che ci porta e ci riporta per 35.000 TZS (15 euro). Arriviamo a Ngaramtoni che il mercato deve ancora “esplodere”. Ci sono le prime mercanzie in terra, altri stanno ancora scaricando dai carretti trainati da asini. Aspettiamo un’oretta che il mercato si popoli, ma non riusciamo a cogliere in pieno il bailamme caleidoscopico tipico. Non vogliamo arrivare a Karatu tardi, quindi decidiamo di tornare. Ci facciamo portare in centro e dopo poco ci mettiamo sopra lo Shuttle per Karatu in attesa della partenza. Ci dicono che partirà quando sarà pieno. L’attesa si protrae dopo aver caricato nove persone… non potevamo immaginare che pieno significava 12 posti in un monovolume da 7 (9 strette). Il viaggio è di circa tre ore, allucinanti, non c’è lo spazio nemmeno per muovere un piede. Scendiamo ridendo ma in effetti siamo distrutti, con le gambe che ci formicolano.

Tartaruga

Arriviamo al Kobe House a piedi, anche per sgranchirci i muscoli. È una casa vera e propria con il suo giardinetto con tanto di Tartaruga (kobe appunto), ci fanno vedere quattro stanze per la scelta. Il posto è paradisiaco, sembra di stare a casa propria. Il ragazzo che è di guardia è disponibilissimo, peccato che non ci sia il collegamento ad Internet. Nel pomeriggio viene George per mettere a punto il programma del giorno dopo. Ha già prenotato lo spostamento a Garofali e poi quello dagli Hadzabe. È entusiasta di cosa andremo a vedere e ce lo spiega con gli occhi lucidi. Un te insieme e l’arrivederci alla mattina dopo. Nel frattempo arriva una Jeep, è uno dei manager dell’Hotel. Gli facciamo i complimenti, lui contento si mette a disposizione per qualsiasi evenienza. Per esempio il costosissimo Ngorongoro si potrebbe visitare a “basso prezzo” partendo proprio da Karatu e affittando una Jeep con guida per un giorno alla spesa di 150 dollari (da dividere per gli occupanti), a questi bisogna aggiungere 50 dollari a persona per entrare nel parco e 100 dollari per scendere nel cratere. Mentre per il Serengheti i costi sono, oltre ai 50 per entrare nel parco, 60 al giorno per restaci e ci dice che c’è una Kobe House gemella che ci potrebbe ospitare al prezzo di 50 dollari al giorno. Anche se sembra alto, i prezzi sono molto inferiori delle Agenzie sarebbe una buona idea per tornare. Prendiamo tutti i recapiti. La serata passa con una camminata tra le “campagne” di Karatu, ci facciamo riportare da un risho fatto con l’Apetta (3000 TZS circa 1.30 euro) e poi la cena preparata in loco da uno degli addetti che prima di cucinare ci chiede cosa vogliamo mangiare. Ci prepara un buon pollo arrosto con patate e riso, manca da bere ma fa un salto in città per prenderci una birra ghiacciata. Mette a posto lo cucina e ci dice di chiudere a chiave perché resteremo soli. Karatu a due passi dal Ngorongoro

Alle 7 facciamo colazione insieme a George che ci è venuto a prendere (a piedi ovviamente). Lasciamo pc e altre cose in Hotel con la massima disponibilità dei ragazzi. Arriviamo alla stazione dei bus ed individuiamo il nostro. È una vecchia Land Rover adibita al trasporto di cose e persone, ne carica ben 17 e le cose ovunque. Dopo l’esperienza fatta il giorno prima, decidiamo di acquistare 4 biglietti per tre posti (20.000 TZS circa 9 euro) in modo da stare comodi nel percorso accidentato. Partiamo con un’oretta di ritardo alla volta di Garofali, ben presto lasciamo la strada asfaltata per inoltrarci nella Savana. La strada è un percorso dissestato si sale e si scende seguendo sempre il terreno. Incontriamo solo un ponte che scavalca un fiume secco. S’incontrano pochi villaggi, sembra che si attraversi una foresta.

Hadzabe

Arriviamo a Garofali (che non è su nessuna cartina) dopo un’oretta di viaggio. George telefona al nuovo autista che nel giro di pochi minuti spunta tra la polvere. È un’altra Land Rover vecchia, ma questa volta siamo solo in tre e il tragitto dovrebbe essere breve. In poco tempo siamo sulle “rocce” dimora dei Boscimani Hadzabe. Scaliamo una collinetta, è quasi mezzogiorno, e il caldo si fa sentire sulle gambe. La prima cosa che scorgiamo è il villaggio fatto di capanne. Sono molto particolari, diverse dai Boscimani del Kalahari. Usano anche il bambù e sopra dei teli per riparare la pioggia. Sembra che non ci sia nessuno. Poi George ci porta dietro una grossa roccia e sotto, al riparo dal sole, accanto ad un fuoco ci sono gli uomini. Ci salutano cordiali ma schivi, e poi riprendono le loro attività. C’è chi sta lavorando una freccia, chi aggiustando una scarpa usando un sasso, chi arrota un coltello. Uno dei più anziani sta fumando. I più piccoli guardano i grandi e cercano di comportarsi come loro. George ci racconta la loro storia e traduce le nostre domande.

Ci spostiamo in alto sulla radura dove ci sono le donne. Con le donne ci sono anche i piccoli. I due gruppi durante il giorno non vivono mai insieme. Incuranti continuano i loro lavori come la creazione di collane e bracciali infilando perline forse acquistate in città. Ma ci sono anche dei semi, forse raccolti e forati da loro. Quando tutto sembra finito, si mettono in cerchio e iniziano a cantare e danzare per noi. Una danza iniziata dai giovani, poi disposti a cerchio sono incominciati ad arrivare i bambini e le donne. Il capo del villaggio ha in mano delle frecce, ce le porge per regalo. Sono i più belli souvenir che abbiamo mai riportato a casa, due frecce “vere” del popolo Hadzabe.

Scendendo abbiamo fatto sosta ad un villaggio Datoga, abili nella lavorazione del metallo. Ci hanno mostrato come forgiano i braccialetti di rame, ottone o argento. Le loro tecniche di lavorazione. Partono da rottami di rame, tubi vecchi, rubinetti, per poi fonderli nella brace ardente grazie a dei mantici. Lavoro tutto fatto dalle donne. La lava liquida la versano in stampi per formare un primo abbozzo di bracciale che poi lavorona con incudine e martello. Poi la visita al villaggio ed infine canti e danze. C’è il tempo per vedere la sede dell’organizzazione che ci ha permesso questa visita, la capanna d’ingresso è tappezzata di foto sui popoli che abbiamo conosciuto. Le tre ore passate sono volate ci aspetta il bus per Karatu. Al ritorno abbiamo prenotato tre posti. Ma durante il tragitto la Land Rover si ferma davanti ad una capanna, ci sono da caricare dei sacchi di carbone. Arriviamo a Karatu nel primo pomeriggio e ci lasciano davanti all’Hotel. Raccogliamo quanto lasciato, salutiamo i due ragazzi e andiamo alla stazione dei bus. Squilla il telefono è George che si vuole assicurare che tutto sia andato per il meglio. Ci ringrazia della giornata trascorsa, ma rispondiamo che siamo noi a ringraziarlo della disponibilità infinita. George una persona squisita, disponibile, comprensivo e molto preparato, ci piacerebbe rincontrarlo in un altro viaggio… chissà!

Monte Meru

Arriviamo al piazzale per prendere il primo shuttle per Arusha. Questa volta con 10 dollari ci assicuriamo tre posti. Il viaggio sembra più corto. Scendiamo che già è buio, ma l’Hotel è a pochi metri e l’affollate vie del centro sono ancora in fermento. Chiediamo subito se possiamo cenare, ci dicono che non c’è fretta la cucina sarà aperta fino alla 22. Una doccia al volo e siamo nella sala ristorante a prenotare (26.000 TZS in due circa 11 euro) comprese le birre.

La mattina seguente ci alziamo all’alba, si vede il Monte Meru nella sua interezza prima che le nuvole del giorno lo coprono. Decidiamo di passare una giornata in città senza fare grandi cose. Cerchiamo il ristorante Via Via che è a ridosso del Museo in una specie di Oasi foresta. È il crocevia del turismo, si possono organizzare vari tour e il personale è disponibile per qualsiasi tipo d’informazione. Di notte si anima con degli spettacoli dal vivo. Ci fermiamo al New Safari Hotel vicino alla Piazza dell’Orologio per pranzare (23.000 TZS circa 10 euro due pizze al forno a legna con relative bevande), il caffè lo prendiamo all’African Cafe (6500 TZS, meno di 3 euro). Poi ci rechiamo in un piccolo supermercato a comprare il Caffè e il te da portare in Italia. Ci fermiamo in una piazzetta dove ci sono degli “Sciuscià” e ci facciamo pulire le scarpe impolverate dalle camminate dei giorni precedenti. Davanti ai nostri occhi si snocciola la vita quotidiana. Tornati nella nostra stanza d’albergo ci colleghiamo ala Rete dove un turista ha postato nel suo sito tutti i Masai Market a ridosso di Arusha, la domenica ce né uno a Monduli Chili.

È l’ora del tramonto, saliamo al settimo piano per scattare qualche foto al Monte Meru che si è totalmente scoperto e ad Arusha. Lo immortaliamo con la punta rosa e il resto nel buio, frutto del vespro. Cena in Hotel (26.000 TZS in due circa 11 euro)  e subito a dormire.

Avventura

Dopo la colazione prepariamo le valigie alle 14 ci aspetta lo Shuttle per Nairobi, ma prima c’è un’intera mattinata da programmare.  Scendiamo per strada e al primo taxi chiediamo se ci accompagna a Monduli Chili. Ci mettiamo d’accordo per il prezzo e per l’ora di ritorno e con una vecchia auto scassata ci incamminiamo. Usciamo fuori la città e attraversiamo le piantagioni di Caffè di Kisongo e l’Aeroporto di Arusha, quindi Duka Bovu, passiamo il bivio di Monduli e il tassista inizia a preoccuparsi. Ci accorgiamo in fretta che Monduli Chili non ha la più pallida idea di dove sia. Ci ferma la polizia, ma neppure loro sanno dove sia. Tre donne Masai sono sulla strada ci dicono che abbiamo superato di molto il bivio dove girare e Monduli Chili è sulla strada dell’accademia militare.

S’iniziano a vedere i primi venditori, e poi in una distesa arida il Mercato Masai che non è ancora al pieno della sua espansione. I colori sono indescrivibili, le donne sono tutte ben vestite come se fosse una festa. Collane e orecchini sui tipici “lenzuoli” colorati e sopra dei grossi foulard sgargianti. Un caleidoscopico bailamme carnevalesco pieno di sorrisi. Sotto la spianata un campo da calcio con altri Masai intenti ad accudire il bestiame. Il mercato piano piano si anima, ma per noi è arrivato il momento di tornare.

Arriviamo ad Arusha che è già passata l’una e non c’è il tempo di pranzare. Vengono a prenderci in anticipo e ci portano dall’altra parte della città dove partono i bus per il Kenya. Abbiamo preso un Hotel a Nairobi sulla strada nella parte sud proprio per non attraversare la “città dello smog”. Finalmente si parte e ripercorriamo la strada conosciuta nei precedenti spostamenti. Arriviamo alla frontiera di Namanga per svolgere le formalità doganali. Facciamo la fila per uscire dalla Tanzania, quella per acquistare il visto per il Kenya (50 dollari a persona) e poi risaliamo sulla vecchia corriera. C’è poca gente forse perché è domenica. La frontiera è stata tutta risistemata e la strada riasfaltata ed ora passa su un nuovo ponte. Dopo un po’ chiediamo all’autista se ci porta al nostro Hotel. Un ragazzo s’intromette nella discussione e in lingua swaili gli dice qualche cosa, poi si rivolge a noi e ci chiede se abbiamo il numero di telefono dell’Hotel. Se lo fa dare insieme al nostro telefono e lo chiama. Poi si rivolge ancora all’autista nella propria lingua, e quindi a noi dicendo di non preoccuparci perché l’Hotel manderà un taxi. Rimaniamo perplessi. Ci accorgiamo di essere quasi arrivati quando attraversiamo Athi River l’ultima cittadina prima dell’incrocio che ci immetterà sulla dorsale Mobasa-Nairobi che va in Uganda. Il traffico è intenso e la gente è riversata in strada come preda alle compere natalizie. Si arriva al bivio con l’aeroporto internazionale e sulla sinistra il Parco Nazionale di Nairobi. Attraversiamo l’area industriale e quindi quella delle concessionarie con i primi grandi Hotel e centri commerciali. Non arriviamo alla prima rotonda che il bus si ferma in una stazione di servizio. Ci dicono di scendere che siamo arrivati, ci viene incontro un signore. Scarichiamo le valigie, i saluti e ringraziamenti di rito e saliamo sul taxi. Le strade periferiche sono buie ma piene di auto.

In una manciata di minuti siamo al Margharibi Suites Hotel (77 euro la doppia con prima colazione). C’è un numero indecifrato di agenti alla sicurezza. Saliamo e prendiamo possesso del nostro miniappartamento, un monolocale dove c’è tutto per viverci. Il bagno è un po’ piccolo, ma c’è l’essenziale, basta capire il suo funzionamento. Una doccia e scendiamo per andare a cena. Ci dicono che non ci sono Ristoranti aperti all’interno della struttura, ma che appena fuori dalla strada c’è da scegliere. Di fronte infatti c’è un Centro Commerciale (T-Mall) ed accanto un locale dove si può cenare. Il Taidy’s è pieno di gente, c’è chi sorseggia una birra in compagnia, chi gioca a biliardo, chi guarda le numerose TV accese. Due birre e delle costolette di maiale in salsa chili pincantissima (15 euro il totale) e in più si può pagare con Carta di Credito quasi “bandita” in Tanzania. Stanchi e sazi torniamo in Hotel non prima di aver prenotato per un’altra notte, quella a ritorno dal Safari. Ci svegliamo presto e prima delle 7 siamo in cima alla terrazza dell’Hotel per fare colazione. Si vede tutta Nairobi con i suoi grattacieli in lontananza.

Safari al Masai Mara

Ci portano in centro e ci fanno salire su un pulmino 4×4. L’autista è un giovane che si presenta con il nome di Antony.  Sosta “obbligata” la Rift Valley con il suo suggestivo panorama. La velocità di crociera è molto bassa non si superano i 70Kmh. Si arriva a Narok a ora di pranzo, è l’ultima città prima del parco. Ci fermiamo a mangiare in una specie di ristorante dove ci eravamo fermati anche l’anno prima e restammo a digiuno. È un self service con della brodaglia da versare su stoviglie lavate in fretta. Questa volta c’è del riso e delle patatine fritte, decidiamo di rischiare. Arriviamo nel pomeriggio a Ololaimutiek quindi risaliamo la montagna fino a giungere al Lenchanda Tourist Camp. Un campo tendato molto spartano dove ci accolgono con un caffè. Ci danno la tenda e notiamo che è molto spaziosa con addirittura tre letti (comodi). Il bagno in muratura è personale ed è dietro con tre scomparti divisi da dei comodi muretti di un metro e mezzo: wc, lavabo e doccia. Si parte subito per il primo safari. Gnu e Zebbre sono le prime a venirci incontro, poi gli uccelli numerosi e multicolori. Un gruppo di Orici e mamma e figlioletto Giraffa, dietro un gruppo più numeroso. Un Facocero come ci vede scappa così come uno Sciacallo. Sulla collina si scorge l’arcobaleno che fa un bell’effetto ben augurante. Dietro ad un cespuglio un Leone accanto al suo pasto che svogliatamente divora. Il sole tramonta sul Masai Mara lo immortaliamo accanto ad una acacia. Ma c’è ancora il tempo per vedere una coppia di Leoni. Lei sdraiata, Lui con il capo alzato, si notano alcune ferite, ha un occhio chiuso, forse è cieco. La Leonessa si alza e si porta sopra una roccia, ruggisce al sole che tramonta. Sa che ora la temperatura scende ed è il momento della caccia. Scruta l’orizzonte in cerca di qualche preda. Poi si risiede sul masso e aspetta.

C’è il tempo di una veloce doccia che ci vengono a chiamare per la cena. La luce è soffusa creata da un gruppo elettrogeno che fa da colonna sonora. Sotto al capannone i tavolini a mo’ festa dell’Unità, con sopra le tovaglie a scacchi che richiamano i tessuti Masai. Nel tavolo in fondo i contenitori con le cibarie. C’è fila, ci sono tanti ospiti. Nel primo scomparto c’è del purè di patate, nel secondo degli spaghetti, nel terzo verdure e spezzatino, poi i bicchieri e i thermos con l’acqua calda per potersi fare un te o un caffè. Consumiamo il pasto velocemente, si scambia qualche parola con i vicini. La maggior parte sono giovani asiatici. La corrente elettrica si trova solo in quest’area e quindi si portano i vari caricatori per trovarli efficienti l’indomani. Qui il gruppo elettrogeno viene attivato la mattina dalle 5.30 alle 6.30  e la sera dalle 18.30 alle 22.30, il resto lo fa il sole. Secondo Giorno

Antony cambia il programma, sveglia alle 7 per partire alle 7.30. Si parte quando il sole è già alto. Solo Gnu, Orici, Spring Box e Zebbre sono in piedi, gli altri animali sono difficili da scovare perché dormono sotto la boscaglia. Gli avvoltoi finiscono i pasti lasciati dai Leoni prima, Iene e Sciacalli dopo. Sotto un albero un Ghepardo, ogni tanto alza il capo per scrutare e annusare l’orizzonte. Sotto le acacie gli Gnu si assembrano in cerca di ombra. Una coppia di Leoni è sotto un albero. Lui si alza e ruggisce, poi si risdraia accanto a Lei. Un branco di Elefanti è in marcia tra la folta boscaglia. Ancora Avvoltoi, Serpentari, Gnu e Zebbre e sullo sfondo un gruppo di Giraffe. Sotto un albero al fresco riposano due Ghepardi. Ci fermiamo vicino ad uno stagno dove sotto una acacia facciamo il picnic. Poi si riprende la marcia verso il Masai River dove si possono scorgere Ippopotami e Coccodrilli. Sotto la boscaglia due Leopardi, ci fermiamo tanto tempo per cercare di vederli meglio, alla fine desistiamo. Dall’altra parte del fiume c’è una attraversata, quando arriviamo è già terminata. Poi ci fermiamo poco distanti da un branco numeroso fermo sulla riva, forse pronto a attraversare. I primi tentativi non vanno a buon fine, le Zebbre spaventate risalgono le rive scoscese. Altri tentativi, ma nulla di fatto. Poi è la volta di una Zebbra che, incurante dell’acqua alta, guada il Mara River per raggiungere l’altra sponda. Dietro di lei un gruppo di Zebbre in fila indiana poi numerosi gli Gnu. È la migrazione degli animali tra le due aree del Grande Parco. Stiamo almeno una mezzora ad ammirare, filmare e fotografare le mandrie che attraversano il fiume. Alla fine la fila indiana si perde nell’orizzonte e l’acqua diventata marrone dal passaggio. Giraffe, Ghepardi non destano più tanta attenzione, poi una coppia di Iene maculate. È l’ora del tramonto che immortaliamo con allo sfondo un’acacia tipica del Masai Mara, è notte quando incontriamo un Elefante solitario.

Terzo Giorno

La mattina ci sveglia il rumore del gruppo elettrogeno, non guardiamo nemmeno l’orologio, saranno le 5.30 e alle 6 c’è la colazione per partire alle 6.30 per il safari mattutino. Facciamo in tempo per vedere l’aurora che traccia delle strane striature indaco nel cielo come se fosse boreale. Ma pochi attimi dopo si fa intenso il chiarore del sole che cogliamo dietro un acacia con uno animale che pascola. Antony sente qualche cosa alla radio e accelera, si dirige in direzione delle colline. Pensiamo fosse un felino, magari un Leopardo. Ed invece con nostro stupore un rarissimo Rinoceronte Nero che corre dall’altra parte della collina. Lo seguiamo rischiando anche di mettere sotto un Leone appisolato tra i cespugli. La collina è aperta per centinai e centinai di metri e noi non facciamo altro che filmare e scattare foto. L’inseguimento dura parecchi minuti fino a quanto la nostra 4×4 non può più andare avanti perché le due colline si separano. Più avanti scorgiamo un Ghepardo. Forse è una femmina incinta, ha la pancia che sfiora il terreno. È in piena attività cerca qualche preda. Fiuta il terreno e si muove nella Savana. Sale prima su una roccia, poi su un albero e marca il territorio, quindi su uno albero secco per scrutare l’orizzonte. La perdiamo quando si nasconde dentro dei cespugli. Proseguiamo e troviamo un gruppo di Leoni che sta spolpando una carcassa di Gnu. Sono le Leonesse a mangiare, i maschi saranno già sotto l’ombra con la pancia piena. Ci muoviamo e c’imbattiamo in un gruppo di Elefanti poi delle Giraffe, sono talmente vicine che le immortaliamo in formato tessera. Torniamo sulla “scena del delitto” e questa volta troviamo due giovani a mangiare. Sono sazi e giocano con la preda dilaniata come se fosse ancora viva. Incontriamo altri Leoni e Ghepardi, ma sono distesi sotto l’ombra e non li degniamo nemmeno di una foto. Poi un gruppo di Avvoltoi che spolpa quel po’ che è rimasto di una carcassa di Gnu. Più in là uno Sciacallo, sicuramente già sazio. Ci fermiamo sulle rive di un affluente del Mara River che fa da confine tra il Parco e le Riserve Private. C’è un numero non ben decifrato di Ippopotami, ogni tanto affiora la testa di qualcuno dall’acqua, per scomparirne altre. È una corsa quella per tornare al Camp ma non ne conosciamo il motivo.
Ultimo Giorno

Un Ghepardo in piena attività, forse è la femmina incinta di ieri, lo notiamo dalla pancia. Cammina e corre nella Savana, la inseguiamo fino a che le distanze non ci permettono più di scorgerla. Gli animali sono numerosi ma non li degniamo nemmeno di uno scatto. Il cielo è coperto, solo un gruppo di Scimmie ci fa alzare in piedi in cerca di qualche foto.

Con un’altra vettura torniamo a Nairobi. Ci rechiamo alla hall per farci ridare la 309 dei giorni precedenti. Le ragazze ci riconoscono e ci salutano, sorridenti e gentili come sempre. Una bella doccia “pulitrice” e siamo pronti per fare un giro al T-Mall. Compriamo del te e qualche cosa per la colazione del giorno seguente. Un giro anche negli altri negozi per farci un’approssimativa idea di ciò che si può acquistare in Kenya. Ceniamo al Taidy’s, il menu è lo stesso, mezzo pollo arrosto e una birra ghiacciata allo stesso prezzo della volta scorsa. Ma i ritmi biologici ci fanno crollare presto e l’indomani, anche se non c’è nessun generatore che ci sveglia, alle 5.30 siamo già in piedi. Ci prepariamo la colazione e saliamo sul settimo piano per vedere Nairobi dall’alto. Il cielo è plumbeo e lo spettacolo non è quello di qualche mattina prima. Il taxi (15 dollari) ci porta all’aeroporto l’imbarco si svolge velocemente, forse anche in anticipo. Come in anticipo è la partenza e quindi l’arrivo a Istanbul almeno mezzora prima del previsto. Ci imbarchiamo per Roma in orario e a mezzanotte atterriamo. Dobbiamo aspettare oltre un’ora per riavere i bagagli e mezzora per avere l’auto. Arriviamo a casa in piena notte quando nei Parchi era quasi l’ora di svegliarci. La stanchezza è tanta come la voglia di tornare. Ora le batterie sono cariche per ricominciare. Certo la malattia non è passata, anzi si è aggravata, la prognosi è categorica… inguaribili!
Soffriamo di Mal d’Africa.

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