Le Everglades: in fuga da Miami

Miami e la Florida non erano mai state tra le mete di nostro maggiore interesse. Poi, una sera, cercando offerte, mi sono imbattuta in un volo per Miami da Malpensa, diretto, a 420 A/R a testa …  quindi perché non andare in Florida e in particolare nelle Everglades, per la nostra settimana di ferie invernale?!

VOLO

Suddetto volo era operato da American Airlines, compagnia aerea la cui fama non è delle migliori (molti ritardi, guasti, aerei vecchi…)… mi piacerebbe poter dire che noi, invece, ci siamo trovati bene, ma non è affatto così! 32 ore di ritardo possono bastare per non essere contenti?! Nel mentre che scrivevo questo diario, però, ci è arrivato il rimborso richiesto per la cancellazione e il ritardo e devo ammettere che il servizio clienti che ha gestito la pratica è stato molto gentile e disponibile.

ALLOGGIO

Per la prima volta ci siamo serviti di Airbnb e invece, in questo caso, siamo stati pienamente soddisfatti. Abbiamo optato per un loft all’interno di una villa in zona nord di Miami, in un quartiere residenziale, per 519 euro; con ingresso indipendente e parcheggio privato. Il nostro host viveva nella villa in questione, è sempre stato gentile e premuroso ma mai invadente; ci ha fatto trovare acqua, bibite e generi di prima necessità e ci ha prestato spontaneamente il suo navigatore per tutta la vacanza.

Ci siamo trovati molto bene, ma non cercavamo vita notturna né divertimenti sfrenati: in quel caso meglio optare per Miami Beach, perché dove stavamo noi non c’era neppure un ristorante nei paraggi, figuriamoci i locali o le discoteche!

MEZZI DI TRASPORTO

Macchina prenotata con Alamo tramite Autoeurope per 170 euro per tutto il periodo. Quando abbiamo saputo che l’aereo sarebbe stato in ritardo (ma eravamo ancora convinti di partire) abbiamo contattato il numero verde di Autoeurope per sapere come comportarci per la prenotazione: ci ha risposto una tipa davvero sgarbata che ci ha liquidato in malo modo, dicendoci che dovevamo chiamare direttamente l’ufficio Alamo di Miami; posto che ciò mi sembra un po’ una assurdità, ma supponendo che sia la prassi corretta, sono rimasta davvero allibita da quanto fosse maleducata! Per fortuna (quando ormai eravamo certi di non partire) richiamando abbiamo trovato una sua collega, stavolta gentilissima, che ci ha modificato la prenotazione per il giorno dopo, pagando però una differenza di 50 euro.

In Florida è sufficiente la patente italiana. Le autostrade sono a pagamento, la nostra auto a noleggio aveva installato il SunPass, che è una sorta di telepass: a fine vacanza ci siamo ritrovati l’addebito direttamente su carta di credito; non ci sono caselli, quindi non saprei dire come si proceda in caso in cui non si abbia il SunPass.

Anche a detta del nostro padrone di casa, in Florida il trasporto pubblico non è molto sviluppato, quindi auto quasi indispensabile se si vuole fare qualche visita; se invece siete solo interessati a Miami, e in particolare a Miami Beach, forse potete farne a meno.

PROCEDURE PER GLI STATES

L’Esta, necessario per poter imbarcarsi per gli Stati Uniti senza Visto, si compila online; il sito ufficiale è il seguente.

https://esta.cbp.dhs.gov/esta/

Costa 14 dollari ed è possibile pagare solo con carta di credito. Si può fare fino a 72 ore dalla partenza, ma meglio non ridursi all’ultimo.

Bisognerà poi compilare un cartoncino, che viene dato al check-in, con altre informazioni ; da consegnare poi all’Immigrazione una volta arrivati.

I racconti che mi hanno fatto sui controlli all’Immigrazione son sempre stati abbastanza catastrofici, ma devo dire che tutto sommato è stata meno peggio del previsto; sarà che erano ormai le 23 passate e quindi l’aeroporto che si stava svuotando. Comunque un po’ di coda ci è toccata farla, ma le domande che ci son state poste son state davvero molto rapide e indolori (vedevo il personale, invece, molto più puntiglioso con i passeggeri degli altri voli, che provenivano da Messico e Cuba… )

Anche al ritorno i controlli per accedere agli imbarchi son stati meno tragici di quel che mi avevano raccontato, benché sicuramente più scrupolosi che in altri aeroporti.

CLIMA

L’inverno e gli inizi della primavera sono il momento migliore per visitare le Everglades, in quanto il caldo è moderato, non eccessivamente umido e di conseguenza anche il problema zanzare e insetti è sotto controllo (mi dicono invece che, in estate, le Everglades son quasi impraticabili dal tanto caldo umido e soprattutto per l’alto quantitativo di zanzare).

L’inverno appena passato è stato particolarmente freddo e piovoso in Florida, ma noi siamo stati fortunati e abbiamo trovato una bella settimana di sole (gli ultimi giorni, tuttavia, erano già fin troppo caldi e afosi per i miei gusti).

27 FEBBRAIO: PARTENZA? NO!!!

Per questioni personali il viaggio ha rischiato di saltare fino all’ultimo minuto; ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Arrivata stanchissima al momento della partenza, mi godevo finalmente quella sensazione di rilassatezza seduta sull’aereo, mentre ci staccavamo dal finger… ed ecco che l’equipaggio ci comunicò che c’era un guasto e dovevano intervenire i tecnici. Dopo due ore ci dicono che il problema è risolto e che saremmo riusciti a partire, ma anziché a Miami saremmo andati a New York (!) perché altrimenti l’equipaggio avrebbe lavorato troppe ore consecutivamente; a New York avremmo fatto un cambio equipaggio e avremmo proseguito verso Miami. Eravamo tutti perplessi, ma l’importante era partire. A questo punto, però, una delle passeggere ha avuto un momento di follia e ha iniziato a litigare con hostess e comandante, il quale si rifiutava quindi di partire con lei a bordo.  E’ intervenuto il personale Sea che ha cercato di convincere la passeggera molesta a scendere, ma lei non voleva; è intervenuta allora la polizia. Inutile dire che sull’aereo regnava il caos totale, con gente che urlava, gente che filmava, le hostess che invitavano a restare seduti e a non usare i cellulari. Finalmente la passeggera e la sua amica sono scese dall’aereo, ma prima di partire la polizia ha dovuto smontare i loro sedili per controllare che non avessero nascosto nulla. Erano le 14 passate, ma forse era la volta buona, si parte. L’aereo si dirigeva verso la pista, piano piano, pianissimo. Mi sono appisolata e risvegliata: eravamo ancora in pista. Nuovo annuncio dell’equipaggio: c’era ancora un guasto, non ce la facevamo a partire.  Ci  hanno fatto sbarcare, dopo aver passato più di 5 ore sull’aereo, senza mangiare (erano ormai quasi le 16) e ci hanno fatto andare al ritiro bagagli; se già sull’aereo regnava il caos, qui era proprio delirio totale. Personale della Sea con la pettorina dell’American Airlines cercava di darci informazioni, ma la realtà è che ne sapevano meno di noi e la gente si irritava ancora di più a sentire versioni contrastanti. Alla fine siamo stati caricati su dei pullman, destinazione hotel del circondario, dove avremmo passato la notte in attesa di partire, forse, il giorno dopo. Ci è stato anche dato un numero da chiamare per sapere quando saremmo partiti. Il numero in questione faceva riferimento ad un call center, ma il sabato rispondono solo in Inglese; con non poca fatica siamo riusciti a prendere la linea e a scoprire  che saremmo partiti l’indomani su un volo straordinario fissato per le 12. Dopo aver controllato sul sito di Malpensa che tale volo esistesse, ci siamo un po’ tranquillizzati e ci siamo goduti, per quanto possibile, la serata al Grand Hotel Malpensa, e la nostra lauta cena a menu fisso a base di pasta al pomodoro e purè (ma non mangiando dalle 8 del mattino sembrava tutto ottimo) chiacchierando coi nostri compagni di sventura (il “bello” di queste situazioni è che si diventa tutti amici).

28 FEBBRAIO: CI RIPROVIAMO A PARTIRE

Alle 7.45, sotto il diluvio, ci è passato a prendere il pullman per Malpensa. Abbiamo rifatto ovviamente le procedure di imbarco, ma già mentre eravamo in fila al check-in ecco subito la brutta notizia: il volo, dalle 12, era posticipato alle 15. Difatti l’aereo che avremmo utilizzato era lo stesso del giorno prima, che aveva un motore rotto, e stavano ancora riparandolo. La notizia ha creato un po’ di ansia e scompiglio e molti hanno deciso di rinunciare al viaggio, chi per lo stress di aspettare ancora, chi anche solo per l’idea di volare su un aereo appena riparato. Noi abbiamo deciso invece di aspettare. L’attesa è stata lunga, visto che siamo partiti, alla fine, quasi alle 18: l’unico lato positivo di tutta la faccenda è stato che, avendo molti rinunciato ed essendo stati alcuni (quelli con coincidenze) riprotetti su altri voli, alla fine eravamo in 75 su tutto l’aereo e quindi avevamo un sacco di spazio! E così il volo di circa 11 ore è stata la cosa che meno mi è pesata, anzi ho dormito così tanto che mi è passato in frettissima!

Arrivati  a Miami alle 22.40 ora locale, ci attendevano ancora le procedure di sicurezza, con relativa coda, e il ritiro auto. Finalmente a mezzanotte eravamo fuori dall’aeroporto direzione casa di Hector, il nostro host, con l’aiuto del navigatore del cellulare. Eravamo quasi arrivati a destinazione, quando ecco che abbiamo trovato la strada interrotta per lavori! Ma quanto siamo sfortunati! A quel punto, in preda alla stanchezza, abbiamo iniziato a girare a casaccio allontanandoci dalla meta, col nostro host che, preoccupato, ci chiedeva dove fossimo finiti…

Non si sa come siamo riusciti a giungere a destinazione, ormai erano quasi le 2 del lunedì mattina: saremmo dovuti arrivare nel pomeriggio di sabato… ma come si suol dire, meglio tardi che mai!

29 FEBBRAIO: MIAMI BEACH

Nonostante la stanchezza per viaggio e fuso ci siamo svegliati di buon mattino: ci restavano solo 5 giorni di vacanza e dovevamo sfruttarli al meglio!

Abbiamo deciso per il primo giorno di non spingerci molto lontano e di farci un giro a Miami Beach: prima una bella camminata sulla passeggiata che costeggia la spiaggia più a nord, zona turistica ma abbastanza tranquilla e rilassata.

Poi in auto ci siamo spinti a South Beach e in particolare sulla Ocean Drive, la zona turistica all’”eccesso”; avete presente quello che vedete nei film: locali con musica a palla anche in pieno giorno, macchine di lusso che sgasano, ragazzi di colore in stile rapper, belle ragazze che giocano a beach volley? Ecco, è esattamente così! Come ci immaginavamo non è il genere di posto che piace a noi; forse a 20 anni in vacanza con amici avrei apprezzato, adesso onestamente cerco altro. La nostra esperienza con Miami Beach, quindi si è conclusa qui. Una cosa positiva però c’è, lo devo ammettere: i colori del mare.

1 MARZO: SHARK VALLEY

Il parco nazionale delle Everglades occupa la zona meridionale della Florida; gli ingressi per accedervi sono 3, alla cifra di 20 dollari ad auto, ma il biglietto è utilizzabile per 7 giorni. Si tratta di una zona paludosa, nota prevalentemente per uno dei suoi abitanti: l’alligatore.

Per il primo giorno abbiamo deciso di accedere al parco da Shark Valley, a ovest di Miami, raggiungibile tramite la Tamiami trail, una strada lunga, dritta e abbastanza monotona.

Il numero di parcheggi è limitato, quindi ci è toccata un po’ di attesa prima di riuscire ad entrare nel parco. Già dal finestrino, nel fiumiciattolo vicino all’auto, abbiamo individuato il primo alligatore: non è che l’idea di passeggiare con quei rettili che scorazzano in libertà mi convincesse del tutto… ma ben presto mi sono abituata all’idea e alla fine mi sembrerà assolutamente normale camminare di fianco agli alligatori. Al centro visitatori di Shark Valley è possibile noleggiare anche biciclette, e stavamo per farci un pensiero, ma vista l’ora (mezzogiorno passato) abbiamo optato per un più tranquillo giro in tram (lo chiamano così, ma è una sorta di trenino all’aperto) con guida che ci faceva da cicerone. Non è forse economicissimo, 24 dollari a testa, ma il giro dura quasi due ore e abbiamo visto davvero tanti uccelli e alligatori.

Una delle tappe del giro è la torretta di avvistamento, dove ci siamo fermati un po’.

Le Everglades sono abitate anche dal puma della Florida, ma non ne abbiamo avvistati, pare ce ne siano pochi esemplari. Un animale che, invece, son ben contenta di non aver avvistato, è il pitone birmano!

Inevitabile chiedere alla guida se ci son mai stati “incidenti” con gli alligatori; qualcosa è successo, ma sempre per negligenza o errore umano. In generale, ci ha spiegato, gli alligatori non sono interessati ad attaccare l’uomo in quanto non ci vedono come possibile preda … meglio comunque mantenere le distanze di sicurezza (5 metri)!

Alla fine del giro abbiamo pranzato nel ristorante appena fuori dal parco (all’interno non ci sono bar e ristoranti) sull’altro lato della strada, di proprietà degli indiani Miccosukee; in prossimità è possibile anche visitare il villaggio indiano (che credo ormai di autentico abbia ben poco) ma noi non ci siamo andati.

2 MARZO: DA FLORIDA CITY A FLAMINGO

Siamo tornati alle Everglades, stavolta però dall’altro ingresso, quello principale, a 15 km da Florida City. All’ingresso c’é il consueto centro visitatori, ma poi la strada prosegue, per diversi km, fino ad arrivare a Flamingo (dove c’è un altro centro visitatori); ma la cosa interessante sono i vari sentieri e le varie passerelle sopraelevate che si incontrano lungo la strada tra l’ingresso e Flamingo: si tratta di passeggiate brevi, perlopiù tutte di 700-800 metri (anche se i cartelli indicano che ci vuole mezz’ora per percorrerli: ma chi li ha scritti, un bradipo?). Alcune son carine, altre nulla di che. Da non perdere davvero è, tuttavia, l’Anhinga Trail, raggiungibile da una deviazione dalla strada principale; davvero una bella passeggiata tra acque più o meno stagnanti, vegetazione e animali, soprattutto alligatori.

L’unico inconveniente è stato il sole, davvero cocente.

Una nota divertente: al parcheggio abbiamo visto tutte le auto ricoperte con dei teli blu. All’inizio pensavamo che fossero stati messi per il sole, poi abbiamo visto un cartello che ci spiegava che gli avvoltoi sono soliti beccare le auto, perciò vengono dati in dotazione questi teli per evitare danni!

Comunque uno dei posti delle Everglades che più merita, ci siamo fermati anche al ritorno.

Per chi volesse è possibile fare anche giri in canoa.

3 MARZO: EVERGLADES CITY

Abbiamo imboccato l’autostrada 75 in direzione Naples e preso poi la deviazione verso Eveglades City: una cittadina in stile molto americano, dove il tempo sembra un po’ essersi fermato. Dal porto partono diverse escursioni in barca, tra le mangrovie e tra le Ten Thousand Islands del Golfo del Messico. Noi abbiamo scelto la seconda (37 euro a testa, più mancia). Un bel giro tra le (scure e per nulla invitanti) acque, durante il quale abbiamo avvistato tantissime specie di uccelli e anche dei delfini.

Dopo una tappa sull’isola di Chokoloskee (raggiungibile in auto, non ci si accorge di essere su un isolotto), abbiamo preso la Tamiami, ma non senza privarci di svariate soste, dapprima in tutti i centri visitatori incrociati (tutti molto simili tra di loro a dire il vero e non particolarmente belli) e poi alla Shark Valley: d’altronde il biglietto d’ingresso era ancora valevole, perché privarci di un’ ultima passeggiata tra gli alligatori? Tra l’altro siamo stati ben ricompensati, visto che ne abbiamo visto uno bello grosso e anche una mamma con i piccoli.

4 MARZO: BISCAYNE BAY

Mai stanchi di vedere parchi naturali, ci siamo recati stavolta verso il Biscayne National Park, poco più a sud di Miami. Anche qui c’è l’immancabile centro visitatori, che stavolta, però, non ci delude: viene trasmesso anche un video sulla flora e la fauna della baia e sulle Keys. A parte questo non c’è molto altro da fare, se non passeggiare e godersi il panorama (a ben vedere si potrebbe anche farsi un bagno).

Sono possibili anche giri in barca.

L’ultimo pomeriggio, invece, l’abbiamo dedicato ad un giro per Miami (dai, diamole un’altra possibilità): Little Havana, Downtown e zona del porto.

Al porto gran via vai di persone, tra negozi, bar e ristoranti. E’ qui che partono anche le crociere che portano a vedere le ville dei vip. Prima di partire ci avevo anche fatto un pensierino, ma alla fine son stata ben contenta di essermi dedicata ad altro.

Niente da fare, comunque: Miami non ci ha proprio conquistati.

5 MARZO: SI TORNA A CASA

Sembrava di essere appena arrivati e invece era già il momento di tornare a casa. Stavolta il volo è stato in perfetto orario e non ci sono stati guasti né altri inconvenienti; tra l’altro, a Miami, gli aerei American Airlines non mancano, quindi forse, anche in caso di problemi, non avremmo dovuto aspettare più di 30 ore.

L’aereo non era rotto ma, se possibile, era più vecchio e meno confortevole d quello dell’andata!

Alle 6 circa della domenica mattina giungiamo a Milano …

 

Non sono partita per questo viaggio con grandi aspettative, ma devo ammettere che, nonostante Miami non ci abbia fatto impazzire (come immaginavamo), le Everglades e la loro natura selvaggia mi hanno proprio conquistata.

La nostra prima esperienza negli States, quindi, è promossa a pieni voti, anche se non posso certo dire che mi sia scattato il mal d’America; ma si tratta ad ogni modo di un arrivederci: gli Stati Uniti sono immensi e altri parchi ci attendono!

 

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Ci sono 2 commenti su “Le Everglades: in fuga da Miami

  1. Sam, come sempre bel diario e bellissime foto. Io sono in piena crisi di nostalgia (da mal d’America), e, anche se la Florida non è in cima alla lista, le Everglades direi che varrebbe la pena vederle! Thanks!

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