81° Latitudine Nord: a due passi dal Polo

81° LATITUDINE NORD: A DUE PASSI DAL POLO

Secondo tentativo di viaggio alle Svalbard. Il primo era stato all’inizio di giugno, ma si è bruscamente interrotto dopo solo tre giorni di navigazione a causa di un’avaria irreparabile ai motori della nave. Di questo incidente, che ha tenuto fermi un centinaio di turisti e quaranta membri dell’equipaggio in mezzo ai ghiacci in attesa che arrivasse una nave di soccorso provvista di gancio di traino, hanno parlato le cronache marittime internazionali e c’è un rapporto del security board della IMO, la International Maritime Organization.

Oceanwide Expeditions, la compagnia proprietaria della nave ha offerto la ripetizione gratuita del viaggio a tutti i viaggiatori danneggiati, così rieccoci pronti ad una nuova avventura nel Mar Glaciale Artico. Ritrovo i coniugi Domenico e Francesca di Trento con cui avevo condiviso il viaggio annullato. Questo nuovo viaggio è più lungo del precedente “Polar Bear Special”. Prevede di raggiungere le isole del nord e la lontana e solitaria Kvitøja, per poi ridiscendere lungo la costa orientale delle Svalbard e risalire quindi a Longyearbyen, il porto di partenza. Si chiama “Around Spitsbergen and Kvitøja”. Toccherà Spitsbergen (l’isola principale, con cui spesso si identifica l’intero arcipelago), Nordaustlandet (l’isola del nord) e molte isole più a est rivolte verso la Russia. In pratica, è la circumnavigazione completa delle Svalbard. E’ un programma ambizioso e rischioso, che può essere realizzato solo dopo metà agosto, quando i ghiacci ritirandosi lasciano qualche canale accessibile al transito delle navi.

Longyearbyen

Sprazzi di sole che faticosamente forano le nuvole ci accolgono a Longyearbyen, cittadina capitale delle Svalbard, nel pomeriggio di domenica 20 agosto. Temperatura 6°C, anche più del previsto. Qui vivono circa 2000 dei 2600 abitanti di tutto l’arcipelago, che è molto più grande di quanto si possa immaginare: più o meno, il doppio del Belgio.

Longyearbyen è in una posizione splendida, affacciata sull’Isfjørd (“il fiordo del ghiaccio”) alla confluenza di due ghiacciai. Di per sé non è particolarmente attraente, specialmente sul lungomare che è un susseguirsi di silos, container e montagne di detriti di carbone provenienti dalle varie miniere ancora attive sparse per l’isola. Ma ci sono alcune cose interessanti da vedere.

Prima di tutto lo Svalbard Museum. Tra esemplari di fauna imbalsamata il museo mostra una serie di testimonianze del periodo di caccia feroce a balene, foche, orsi, trichechi, ermellini e quant’altro avesse un minimo valore commerciale. Che questa sia una regione famosa per la presenza degli orsi polari si nota subito: ci sono bianchi plantigradi imbalsamati dovunque, nella hall dell’aeroporto, nei negozi lungo la main street, all’ingresso dell’università e persino nella sala di preghiera della chiesetta sulla collina che domina la città (è aperta 24h).

Per chi come me ha poco tempo a disposizione una buona opzione per visitare le attrattive principali di Longyearbyen è il Maxi Taxi Tour, un servizio prenotabile anche via web che per 30 € propone un tour di 2 ore in città e nei dintorni. Si percorre la valle di Adventdalen delimitata dai ghiacciai Hellefonna e Drønbreen, tra colonie di bellissimi edredoni in cova (del tutto incuranti dei visitatori), canili per gli husky, renne al pascolo e miniere di carbone abbandonate. Poi si sale fino all’osservatorio e al radar da cui si ha uno stupendo panorama sul fiordo. Ultima tappa alla banca mondiale dei semi, che merita un capitolo a parte.

Con un po’ più di tempo, si possono fare escursioni nei dintorni alla scoperta delle miniere di carbone abbandonate e di fossili preistorici: una teoria condivisa da parecchi scienziati postula che questo arcipelago, oggi vicinissimo al polo, milioni di anni fa fosse in realtà un paradiso tropicale posto ben più a sud, col tempo trascinato verso nord dalle correnti. Le particolari figurazioni di alcuni ritrovamenti fossili, che ricordano palme e felci, testimonierebbero questa teoria. Un’agenzia gestita da Stefano Poli, un italiano che ha deciso di vivere qui, è specializzata proprio in trekking e escursioni in sledog nelle vallate attorno a Longyearbyen, con la possibilità se il tempo è buono di ammirare paesaggi incontaminati. Riguardo ai fossili, confermano che ci sono stati ritrovamenti anche recenti.

 

La banca mondiale dei semi

Su una collina in direzione dell’aeroporto si trova lo Svalbard Global Seed Vault, un deposito sotterraneo creato nel 2008 per custodire la più grande varietà possibile di sementi provenienti da ogni parte della Terra, e per preservare la biodiversità agricola. La struttura è composta da tre sale che possono ospitare fino a 1,5 milioni di campioni ciascuna ed è gestita dal governo di Oslo insieme al Global Crop Diversity Trust, una fondazione che si occupa di aumentare la sicurezza alimentare nel mondo. E’ un’attività scientifica e umanitaria di enorme importanza mondiale, ma stranamente se ne parla poco.

Lo Svalbard Global Seed Vault è progettato per resistere a disastri naturali o causati dall’uomo, dalla caduta di asteroidi a una guerra nucleare, e per durare un millennio. I semi si trovano incasellati in depositi di roccia a 120 metri di profondità, conservati in un ambiente secco a una temperatura media di -18°C. Ad oggi, ce ne sono circa 700.000 appartenenti a 4.000 specie vegetali. Il museo è stato posizionato in questa regione così remota perché stabile dal punto di vista geologico. Il permafrost, terreno perennemente ghiacciato tipico delle regioni polari, funge da refrigerante naturale aiutando il deposito a mantenere una temperatura rigida e costante, indispensabile per salvaguardare le sementi. Forse, ma non lo dicono, questo luogo è stato scelto anche perché estremo e difficile da raggiungere, anche da eventuali malintenzionati.

Questa specie di arca di Noè delle sementi non si può visitare, perché ogni ingresso di persone costituisce una potenziale fonte di contaminazione microbica che sarebbe una minaccia per i semi. Gli stessi operatori che ci lavorano sono assoggettati a una rigida e complessa procedura di decontaminazione ogni volta che devono entrare nelle aree di stoccaggio.

I semi della Global Seed Vault vengono distribuiti a richiesta ai paesi che ne hanno bisogno, come è stato il caso l’anno scorso della Siria.

La Plancius 

La sagoma blu della Plancius è già attraccata al molo.

La nave è stata costruita in Olanda nel 1976, per commissione della Royal Dutch Navy.  Inizialmente si chiamava “Ms. Tydeman” e veniva usata per ricerche oceanografiche.

Nel 2004 fu rinforzata, convertita in rompighiaccio e completamente ricostruita all’interno in modo da potere ospitare turisti per crociere in Artide e Antartide. Dopo la ristrutturazione fu rinominata in Plancius in omaggio all’astronomo e cartografo fiammingo Petrus Plancius, vissuto nel XVI secolo, che teorizzò l’esistenza di un passaggio marittimo accessibile a nord verso l’Asia. Plancius fu uno dei fondatori della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, per la quale disegnò più di 100 mappe. Nel 1592 pubblicò il suo capolavoro cartografico, una mappa del mondo intero chiamata Nova et exacta Terrarum Tabula geographica et hydrographica.

La nave è lunga 89 metri e larga 14,5. Stazza 3175 tons. Ha una velocità di crociera di 10-12 nodi. Può ospitare 116 passeggeri in 53 cabine. Su questo viaggio siamo in 107, più una quarantina di membri dell’equipaggio.

Sulla nave ci sono 10 zodiac da usare per le escursioni in mare durante il viaggio.

 

Si parte

Domenica 21 agosto.

Safety briefing, informazioni logistiche, prova salvagenti e scialuppe di salvataggio, procedure di evacuazione in caso di allarme, cocktail di benvenuto e saluto del capitano, il russo Alexey Nazarov esperto in navigazioni artiche e antartiche. Si parte. Siamo in 107 viaggiatori sulla nave, più una quarantina di membri di equipaggio.

Intanto il cielo si è aperto quasi completamente. Rimane solo qualche nuvola tra cui filtreranno i raggi dell’ultimo sole di mezzanotte. Il bagliore all’orizzonte rischiarerà ancora questa notte e la prossima, prima che le giornate a poco a poco si accorcino e inizi   il ciclo dei tramonti, da mercoledì 24 agosto.

La nave attraversa l’Isfjørd tra montagne con le vette ancora incappucciate di neve e le pendici ricoperte di muschio che degradano al mare. Ogni tanto neri contrafforti di basalto sorgono dalle acque creando contrasti di colore.

Ny Alesund  

Lunedì 22 agosto.

Nella notte (si fa per dire, perché per qualche giorno ancora il sole non tramonta) la nave ha raggiunto il ghiacciaio Lilliehöökbreen in fondo al Krossfjörden, uno dei tanti magnifici anfiteatri di ghiaccio che dalle montagne di Spitsbergen scendono fino al mare. Ogni tanto dal fronte del ghiacciaio qualche frammento si sfalda e precipita in mare sollevando spruzzi e cristalli.

Prova stivali in previsione della prima uscita con gli zodiac, necessaria per raggiungere Ny Alesund al cui piccolo molo la Plancius non può attraccare. E’ molto più facile metterli che toglierli, ma bisogna imparare l’operazione altrimenti non ti fanno salire sui gommoni.

Arrivo a Ny Alesund alle 11.30. Il centro abitato è in pratica un agglomerato di stazioni scientifiche poste al centro di una baia incantevole, contornata da morene e brulle montagne stratificate tra cui si insinuano i ghiacciai Blomstrandbreen e Köngsbreen. I licheni e la scarsa vegetazione cresciuta durante l’estate colorano di giallo, rosso e verde i declivi che degradano verso il mare. Non fa freddo, ci sono 6-7 °C, ma il cielo è quello tipico delle Svalbard: una cappa di nuvole che elimina i contrasti di luce e appiattisce la visuale.  A Ny Alesund lavorano in permanenza una trentina di tecnici provenienti da tutte le parti del mondo, dall’Argentina alla Cina e all’India. Ci sono anche dei ricercatori italiani. Fanno studi di climatologia, biologia marina, glaciologia, tettonica artica.

Da vedere il monumento a Amundsen, al centro del viale su cui sorgono i fabbricati e i laboratori di ricerca, e il pilone a cui era attraccato il dirigibile Norge di Umberto Nobile, che assieme a Amundsen e Ellsworth partì da qui l’11 maggio 1926 per raggiungere l’Alaska sorvolando il polo Nord e l’intera calotta artica, compiendo una traversata di oltre 5300 km di volo ininterrotto. Impresa riuscita in soli 2 giorni. Una targa di bronzo che rievoca l’impresa riempie di orgoglio patriottico lo sparuto gruppo italico del viaggio (5 su 107). Lungo la costa ci sono i resti della ferrovia più a nord del mondo, costruita nel 1917 a Tromsö e portata qui via nave. Veniva usata per trasportare il carbone dalle miniere fino al molo, poi da qui caricato sui mercantili verso la terraferma. Accanto ai binari c’è il magazzino Mellageret, che era usato per lo stoccaggio di caffè, zucchero, farina e frutta secca. Oggi funziona come pub.

Coda di visitatori per la foto davanti all’ufficio postale più a nord del mondo, una casetta di legno dipinta in turchese. La classica cassetta rossa per imbucare le lettere fa bella mostra di sé all’esterno, sormontata dalla cornetta postale e dalla corona del re di Norvegia.

Nel pomeriggio lo storico polacco Henryk Wolski racconta la storia della conquista del Polo Nord dai Vichinghi ai giorni nostri: bella narrazione, chiara, vivace e ricca di particolari e di aneddoti. La suspense di sapere chi è stato il conquistatore del polo verrà risolta alla fine, quando Henryk sorprende tutti mostrando con orgoglio la sua immagine accanto alla bandiera polare e al rompighiaccio russo 50 лет Победы, cioè 50 Anni di Vittoria, che l’ha portato fin lì (viaggio oggi possibile per chiunque, organizzato da molte agenzie ad altissimo prezzo). In realtà, su chi sia stato veramente il primo ad arrivare al polo Nord c’è molta discussione ancora oggi.

La navigazione lungo la costa ovest di Spitsbergen prosegue tra istmi delimitati da montagne incappucciate di neve, intervallate ogni 5-10 km da lingue di ghiaccio che scendono dall’interno protendendosi verso il mare: è Losvikfjella, la costa dei 7 ghiacciai nella Terra di Alberto I. Superato il Magdalenefjörd, il capitano decide di entrare nell’istmo creato dalle isole Danskøya e Amsterdamøya. Sono due isole storicamente famose. Da Danskøya (l’isola dei danesi) sono partite alcune spedizioni verso il polo. Su Amsterdamøya (l’isola degli olandesi) nel XVII secolo i balenieri olandesi costruirono uno stabilimento per la lavorazione del grasso di balena, attorno al quale rapidamente sorse una città per ospitare i marinai: Smeerenburg “the blubber city”, cioè la città del grasso, che raggiunse una popolazione di 1200 persone. Alla fine del 18mo secolo le balene erano praticamente estinte e la città fu abbandonata.

Su una spiaggetta davanti a Danskøya un gruppo di trichechi sonnecchia e sbadiglia. Alle 17.50 superiamo l’81mo parallelo. Visto che il tempo sembra buono, il comandante Nazarov decide di andare ancora più a nord.

 

Il primo orso polare    

Mentre siamo a cena l’altoparlante proclama l’attesi annuncio “Polar bear ahead!!!”. Un dubbio amletico pervade la sala: finire il filetto con verdure o precipitarsi a raggiungere l’attrezzatura fotografica? Nessun dubbio per noi italiani e per i tedeschi: tutti fuori sul ponte. Dopo un po’ cedono anche gli svizzeri e gli inglesi, e siamo tutti pronti all’incontro col primo orso del viaggio.

Il capitano con grande abilità conduce la nave vicino all’orso, fermandosi a circa 80 metri.  Immediatamente si materializzano dalle cabine teleobiettivi che sembrano cannoni, tubi di prolunga, treppiedi telescopici, cannocchiali a lunga gittata, e una frotta di fotografi affamati di immagini si precipita sul ponte della nave cercando di accaparrarsi una buona posizione per le riprese. Il mio modesto zoom 18-200 mm sembrerebbe inadeguato di fronte a tanta dovizia tecnologica, ma alla fine qualcosa di buono riuscirò a ricavarlo lo stesso.

Nella luce intensa della sera polare, l’orso pare sonnecchiare sdraiato sul pack. A un certo punto solleva la testa verso il mostro marino blu che si avvicina piano piano, ma non sembra infastidito più di tanto. Dopo un po’ si alza, sembra incamminarsi verso la Plancius ma dopo qualche passo annusa l’aria e decide di allontanarsi consapevole di avere svolto con professionalità il proprio ruolo di primadonna. Nel frattempo gli avremo scattato un migliaio di foto e girato una ventina di filmini.  Come primo orso, si è comportato davvero bene.

Verso Phippsøya, 81° latitudine nord   

Martedì 23 agosto.

A mezzanotte e 40 minuti riesco a cogliere la prima incredibile alba dopo l’estate polare: lampi di luce arancione filtrano tra strati di nuvole viola, sopra un oceano dall’impressionante colore blu notte. La foto è allegata al diario.

Al mattino però ci svegliamo con la neve e la burrasca. Onde alte 3 metri, vento a 40 nodi, folate di acqua che spazzano i ponti della nave e si infrangono contro la vetrata panoramica della lounge (altezza 8 metri sul mare). Impossibile uscire fuori. Si può solo salire sul ponte, dove il comandante accoglie qualche visitatore nella cabina di pilotaggio, per scattare le foto della bufera.

Raggiungiamo le Seven Islands (Sjuøyane) senza praticamente vederle, tanto sono nascoste nella foschia. Phippsøya, l’isola più conosciuta del gruppo, rimane un profilo indistinto. Siamo a 81° di latitudine Nord, cioè a circa 500 miglia dal polo. Compaiono i primi floes (piccoli iceberg) sulla superficie increspata del mare.

Pack ice   

Mercoledì 24 agosto.

Lasciamo Phippsøya e le Seven Islands per puntare decisamente ancora più a nord, dove troveremo il pack che è habitat naturale degli orsi polari. Alle 4.45 di mattina l’altoparlante gracchia il fatidico annuncio: “bear on the pack at eleven o’clock”. Vestizione immediata con le prime cose pesanti che capitano a tiro e rapida uscita sul ponte. L’orso è lontano, e appena si accorge della nave si allontana ancora di più.

Alle 7 altro annuncio di avvistamento. Il secondo orso di oggi è più vicino, sonnecchia, si rotola e fa capriole nella neve come abbiamo fatto qualche volta anche noi da bambini. In realtà, ci spiega la guida francese Gérard, lo fanno solo per grattarsi la schiena sul ghiaccio. Poi si gira verso di noi e pare persino salutare con la zampona sollevata, prima di allontanarsi sul pack. Molti gabbiani e skua attorno: probabilmente hanno approfittato degli avanzi dell’ultimo pasto dell’orso.

Comincia a nevicare. La Plancius procede nel pack a circa 3 nodi/ora, mandando iceberg in frantumi e scaraventando gli spezzoni lungo lo scafo. Nel pomeriggio però torna il sole. Non c’è vento e i cristalli della neve caduta nel mattino brillano sulla superficie del pack.

Passeggiata sul pack in mezzo al mare

Il pack è un luogo/non luogo, come ha scritto un’altra viaggiatrice.  Non ci sono terre emergenti, non ci sono confini, non ci sono punti di riferimento, solo una sconfinata distesa di lastroni di ghiaccio galleggianti che fluttuano tra le onde dell’oceano artico e vanno dove la corrente li porta. Oggi sono qui, domani chissà dove. Sono iceberg a tutti gli effetti, quindi nascondono la maggior parte della loro massa sotto la superficie del mare. L’acqua è di una limpidezza eccezionale, che fa risaltare le varie sfumature di colore: bianco candido in superficie, turchese sott’acqua, blu intenso tutto attorno. Rimaniamo lì incantati ad ammirare il mutevole susseguirsi dei lembi di ghiaccio e dei canali blu che li separano, mentre la Plancius rallenta sempre di più e alla fine si ferma. Una sorpresa sta per arrivare.

Alle 3 del pomeriggio, latitudine 81°30’, a 520 miglia dal Polo Nord, l’altoparlante chiama per un’escursione con gli zodiac mentre siamo in mezzo al pack e non c’è ombra di terraferma vicino. E’ uno scherzo? No: mentre i raggi del sole scaldano l’aria tersa e cristallina, facciamo un lungo bellissimo giro tra i ghiacci del Mar Glaciale Artico. Slalom tra gli iceberg, gabbiani incuriositi che vengono a vedere cosa sta succedendo, riflessi azzurri provenienti dalla massa turchese del ghiaccio sommerso. Ciliegina sulla torta un atterraggio su iceberg grande come un campo da tennis, sul quale scendiamo per fare una imprevista quanto sorprendente passeggiata sul pack. La sensazione è quella di camminare sulle acque. Si fa fatica a contenere l’eccitazione. Ti senti persino disorientato in questo spazio incantato e illimitato, muovi i piedi con circospezione e lentezza, non per paura di sprofondare, ma per non rompere i mille aghi di ghiaccio che brillano sulla superficie. Poi i click hanno il sopravvento sul silenzio assoluto di questo luogo fuori dal mondo. Foto sul lastrone di ghiaccio in mezzo all’oceano a due passi dal polo: non me lo sarei mai immaginato.

Al rientro, gli inservienti della Plancius ci accolgono con un bicchiere di cioccolata calda e rhum per riscaldarci.

Kvitøya e Austfonna  

Giovedì 25 agosto.

Kvitøya, l’isola bianca, è la più a est dell’arcipelago, più vicina alla Russia che alla Norvegia. Superficie 682 Kmq. Raramente inclusa nei programmi di viaggio, è perennemente coperta da una cappa di ghiaccio per il 95% della superficie. L’approdo è possibile solo a Andréeneset, una lingua di spiaggia di acciottolato dove c’è il cippo funebre che ricorda la morte dell’esploratore svedese Salomon August Andrée, che si schiantò sull’isola nel 1897 tentando di raggiungere il Polo Nord con una mongolfiera.

Sveglia alle 6: la conquista di Kvitøya con gli zodiac val bene un’ora rubata al sonno. Del resto, dalle 9 in poi il meteo prevede un peggioramento, quindi l’orario mattutino è una scelta forzata.  Approdo e sbarco riusciti, ma rapida ritirata causa presenza di due orsi nei paraggi, non rilevati dallo zodiac dello staff uscito in avanscoperta. In una baia nuota un piccolo branco di trichechi, che però appare e scompare in fretta dietro gli scogli, emergendo e affondando continuamente in modo del tutto imprevedibile. Inoltre, mani e piedi quasi congelati rendono difficile la pressione sull’otturatore per la cattura di buone immagini.  Pazienza, contiamo di trovare più avanti qualche gruppo di trichechi più comprensivi, magari disposti a stare fermi sul bagnasciuga per farsi ritrarre.

Lasciamo Kvitøya puntando verso sud in direzione di Austfonna, l’immensa calotta di ghiaccio compatto che copre il 90% dell’isola di Nordaustlandet (kmq 14400). E’ una barriera di ghiaccio a picco sul mare lunga 170 km: spettacolo impressionante. Anche questo ghiacciaio si sta ritirando per effetto dei cambiamenti climatici: ne è conferma la comparsa da qualche anno di Isisøya, un’isoletta sorta più o meno a metà della barriera. In realtà, non è un’isola ma semplicemente la scogliera su cui poggiava lo strato di ghiaccio, che oggi rimane scoperta perché il ghiaccio si è ritirato di un centinaio di metri.

Il meglio viene verso sera, quando raggiungiamo il ghiacciaio Brasvellbreen: 80 km di spettacolare parete di ghiaccio a strapiombo sul mare, da cui si staccano iceberg bianchi, verdi e azzurri che la corrente artica porterà via. Alcuni hanno striature e concrezioni nere e marrone, perché inglobano terra e roccia: hanno trascinato con sé parte del terreno su cui appoggiavano prima di distaccarsi dal fronte sull’oceano. Con la luce giallo intenso del tardo pomeriggio e i riflessi indaco delle nuvole le immagini del ghiacciaio suggestionano e quasi ipnotizzano. Malgrado le folate di vento gelido che sbattono contro il ponte della Plancius, non si vorrebbe mai venire via.

Brasvellbreen è per dimensioni il terzo ghiacciaio al mondo, dopo l’Antartide e il Sermeq Kujalleq, l’icecap della Groenlandia.

Hinlopen Strait 

Venerdì 26 agosto.

Imbocchiamo l’Hinlopen Strait da sud. E’ il braccio di mare che separa le due isole principali delle Svalbard: Spitsbergen a sud e Nordaustlandet a nord. Un vento violentissimo proveniente da nord rende problematico anche solo uscire fuori sul ponte, quindi l’uscita con gli zodiac per vedere i trichechi, che era in piano, viene cancellata. Proseguiamo nello stretto fino alla scogliera di Alkefjellet, un parete di dolerite rosa a perpendicolo sul mare dove nidificano migliaia di coppie di urie, fulmari e kittiwakes. Con grande abilità, malgrado vento forte e onde alte, il capitano Nazarov riesce a fermare la nave  a non più di 50 metri dagli scogli.

Intanto il tempo migliora. Entriamo nello scenografico Lomfjörden per un ammaraggio con successiva passeggiata. Veniamo divisi in tre gruppi: lo slow, che resterà lungo la spiaggia, il medium che salirà lungo la costa sinistra della montagna Faksevagen, e il fast che si incammina verso il crinale di destra. Opto per il medium, visto che a malapena riesco a fare a piedi i due piani delle scale di casa. La salita si snoda su un sentiero indistinto tra muschi, licheni, fiorellini gialli e piccoli funghi che sembrano chiodini. Alle spalle un paesaggio da favola: il golfo incastonato tra ghiacciai, montagne stratificate a vari colori, spiagge isolate. Un famiglia di renne con i piccoli sta pascolando con quel poco di erba e muschio che il fine agosto ancora concede. Un vento gelido e violento ci colpisce ogni volta che usciamo da un avvallamento, rischiando di sbatterci a terra. Arriviamo con un po’ di affanno fino alla sommità della collina, 6-700 metri circa, nel punto dove il più grande dei due ghiacciai si incanala tra le morene. E’ la prima volta che vedo un ghiacciaio dall’alto, dal punto di formazione, invece che vedere il fronte dal basso come accade di solito. Credo che più o meno abbiamo percorso la stessa distanza del gruppo fast, e per di più loro non hanno visto le renne.

Il programma della giornata prevede di proseguire con la visita all’isola Wahlbergøya, dove albergano stabilmente colonie di trichechi. Il tempo beffardo (vento a 30 nodi, onde troppo alte per gli zodiac) anche stavolta ci condanna a rimanere sulla Plancius. Mentre la delusione serpeggia nel gruppo, un comprensivo gruppo di trichechi decide di fare una nuotata proprio verso la nave. Non sapremo mai se i pinnipedi l’hanno fatto per compassione verso noi poveri viaggiatori in cerca di fotoricordo, o perché spinti da voglia di protagonismo, o perché speravano che gli gettassimo delle aringhe dalla plancia: sta di fatto che riusciamo a immortalare dalla nave il bel gruppo di 7-8 esemplari che flotta, si immerge e riemerge tra la schiuma delle onde. Saremo sempre grati a questo gruppo di simpatici ciccioni del mare glaciale artico.

Ci allontaniamo proseguendo verso sud, mentre dopo lunga assenza la luna sale nel cielo.

Barentsøya e Edgeøya

Sabato 27 agosto.

Attraversiamo il canale tra Barentsøya e Edgeøya, due grandi isole nella porzione sudorientale dell’arcipelago. Come tutte le altre in questa area, sono in prevalenza ghiacciate.

Sbarco mattutino su Barentsøya. Qui in poco spazio riusciamo a vedere veramente di tutto. Il primo punto di osservazione è il “birds canyon”, una profonda spaccatura nella roccia che funge da area di nidificazione e riproduzione. Migliaia di uccelli svolazzano tra le pareti rocciose. Seminascosto nel canyon un orso è immobile su un crinale di neve, pronto a gettarsi sulle uova abbandonate nei nidi, che fanno parte della sua dieta di emergenza quando c’è carenza di foche, o sugli stessi uccelli titolari del nido se incautamente si lasciano avvicinare a portata di zampa.  Nel cielo gli skuas rincorrono gabbiani e fulmari per fargli rigurgitare i pesci appena afferrati. Questo comportamento li classifica come “uccelli parassiti”, perché rubano il cibo alle altre specie.

Foche e trichechi sguazzano davanti alla spiaggia. Sulla battigia branchi di renne cercano tra la neve un po’ di muschio da brucare.

Proseguendo con gli zodiac arriviamo alla baia dove si getta in mare il ghiacciaio Freemansbreen. Proprio mentre siamo sotto la parete di ghiaccio, un blocco si stacca con fragore e precipita in mare sollevando spruzzi che investono lo zodiac. Motore indietro tutta. Uno spettacolo dal vivo in primissima fila, ma che rischio!

Lasciamo le isole orientali e ci riportiamo verso Spitsbergen attraversando lo Storfjörden. Nel pomeriggio nuovo approdo con gli zodiac nella baia Dunérbukta. Trekking con il “medium speed group”, come ieri. Oggi però il focus è sulla scarsa flora locale. La guida Katja Riedel ci mostra i diversi tipi di muschi, licheni e minuscoli fiorellini che crescono in questo ambiente così ostile. Lungo il greto di un torrente semighiacciato l’occhio attento della guida riesce a scovare un fossile di ammonite (mollusco cefalopode estinto), la cui impronta pare quella di un polipo o comunque di un animale tentacolare. Secondo la guida, il fossile può avere 10-15 milioni di anni. Chiaramente, viene riposto nel punto dove è stato trovato.

Ma questa giornata così varia non è ancora finita. Proprio mentre siamo a cena, dall’altoparlante arriva il grido “Whales ahead at two o’clock!!!”. Scene turche nella sala da pranzo: chi si precipita fuori in maglietta col risotto sullo stomaco, chi corre come un razzo a prendere l’attrezzatura fotografica, chi esce col calice di prosecco in mano, chi si porta dietro il piatto di halibut al forno con le ciliegie (non è uno scherzo, ma l’ultima allucinazione culinaria del cuoco della Plancius), chi invece la prende con filosofia e decide che la cena viene prima di tutto.

Un gruppo di stupende megattere nuota a un centinaio di metri dalla nave. Ci deve essere un branco di pesci nella zona, perché un folto stormo di gabbiani le accompagna agitandosi freneticamente tra le onde e infilandosi persino tra i fanoni. Le balene danno spettacolo, emergono con altissimi spruzzi dagli sfiatatoi e si immergono con il tipico sollevamento della coda. Fa un freddo cane, ma rimaniamo quasi tutti almeno mezz’ora ad ammirare le evoluzioni dei giganti del mare, fino a quando il capitano Nazarov decide che bisogna riprendere la rotta.

Hörnsund   

Domenica 28 agosto.

Nella notte abbiamo doppiato la punta sud di Spitsbergen. Si prosegue risalendo lungo la costa occidentale, con mare agitato e vento fortissimo. Cerchiamo riparo nel fiordo Hörnsund, scavato tra due barriere di alte montagne aguzze come guglie. Proprio per la conformazione di queste vette i primi esploratori assegnarono il nome “Spitsbergen”, che vuol dire “montagne a punta” alle isole. Il fiordo sarebbe bellissimo, ma la sua spettacolarità si può solo intuire perché pioggia e nebbia riducono fortemente la visibilità.

Si decide ugualmente per l’uscita con gli zodiac, con l’intenzione di entrare nella baia Burgerbukta e raggiungere il ghiacciaio Hörnbreen che sta in fondo al fiordo. Qualche simpatico puffin (pulcinella di mare) cerca pesciolini per la famiglia tra gli iceberg del fiordo. C’è un iceberg che contiene tutti i colori dell’iride: azzurro, verde, rosa, giallo, viola, a testimonianza della varietà di minerali contenute nelle rocce di questa zona.

Raggiungere il ghiacciaio è un’impresa titanica. Dalla cresta di ghiaccio arrivano folate di vento violentissimo, che ributta indietro il gommone malgrado la spinta degli Yamaha 60 CV. Una sventagliata di aghi di ghiaccio ci investe all’improvviso: bisogna mettersi di spalle, perché potrebbero ferire la pelle. Solo sotto il fronte del ghiacciaio c’è riparo dal vento, che il nostro driver stima a 50-55 nodi. Bisogna rientrare sulla Plancius.

Ritorno a Longyearbyen  

Lunedì 29 agosto.

Altra nottata agitata. Si balla parecchio. Molti non sono riusciti a chiudere occhio.

Nel tardo pomeriggio però il meteo migliora, cala il vento e esce un po’ di sole. Possiamo fare l’ultima uscita con gli zodiac per un trekking nella baia Ymerbukta, che sta proprio davanti a Barentsburg, il villaggio dei minatori russi che lavorano nelle miniere di carbone ancora attive su Spitsbergen.

Primo tentativo di approdo presto concluso: ritirata rapida perché viene segnalato un orso da quelli del “fast group”.  Riproviamo in un’altra insenatura.

Bella passeggiata nella tundra della baia. Branchi di renne brucano gli ultimi ciuffi d’erba offrendosi docilmente agli scatti dei fotografi. Nel cielo gli skua continuano il loro inseguimento ai gabbiani. Il nostro arrivo ha disturbato una piccola volpe artica, che scivola via velocemente tra l’erba bassa, contrariata perché abbiamo fatto fuggire le anatre a cui stava dando la caccia.

Uno stormo di oche facciabianca (“barnacle gooses”) attraversa la baia illuminata dal sole.

A un certo punto un attacco di follia colpisce il gruppetto di ragazze svizzere della compagnia, che si tolgono i vestiti e si gettano nelle gelide acque (4 gradi) della baia. In realtà si scopre che l’avevano calcolato, perché indossano il costume da bagno e appena rabbrividendo escono dall’acqua, dagli zainetti spuntano fuori provvidenziali asciugamani e accappatoi.  Pazze o incoscienti non importa: hip hip hurrà e applausi scroscianti di tutto il gruppo per le coraggiose bagnanti artiche.

Qualche raggio di sole illumina il tardo pomeriggio. Le montagne dell’Isfjørd risplendono di giallo e verde smeraldo nella luce di taglio della sera, mentre ci presentano lo staff di servizio che ha lavorato per noi: cameriere, inservienti, cuochi, lavandaie. Brindisi e saluto del capitano Nazarov. Vediamo già le case di Bjorndalen, nella zona dell’aeroporto. Siamo in arrivo a Longyearbyen, il viaggio alle Svalbard sta per terminare. Bisogna preparare la valigia in fretta perché il volo di ritorno parte stanotte stessa.

La luce delle Svalbard    

Le Svalbard affascinano e rapiscono. Talvolta la violenza dei fenomeni naturali limita le possibilità di escursioni e avvistamenti, ma basta che un po’ di sole appaia nel cielo e paesaggi drammaticamente intensi si aprono allo sguardo.

Alle Svalbard la luce è un elemento speciale e determinante, quello che rimane più impresso nella mente. A volte è una striscia di fuoco tra mare blu notte e cirri violetti, a volte è il riverbero del manto di neve sulla copertura di nuvole, a volte crea ombre lunghe nella tundra, a volte è un improvviso raggio di sole che squarcia cumuli e nembi, a volte (più raramente) è una sorgente calda nel cielo che ti invoglia a metterti in maglietta anche se la temperatura reale non supera i 5° C.

La luce conferisce colori inattesi (rosa, indaco, arancio, verde smeraldo) agli scenari naturali, evidenziando le stratificazioni delle montagne e le mille tonalità tra il verde e il blu delle acque. Quando la luce non c’è, purtroppo, le immagini si appiattiscono e perdono contrasto, ma bisogna accettarlo.

Conclusione     

Abbiamo viaggiato per 9 giorni tutto attorno all’arcipelago, percorrendo 1430 miglia nautiche (2648 km).

Abbiamo raggiunto 81°35’ di latitudine Nord, a solo 520 miglia dal polo.

Abbiamo superato due tempeste in alto mare.

Abbiamo fatto 9 escursioni con gli zodiac e 7 sbarchi con trekking, ogni volta su un’isola diversa.

Abbiamo visto:

  • 10 orsi polari
  • 2 volpi artiche
  • un gruppo di humpback whales (megattere, 5 o 6), due balenottere minori (minke whales), una balenottera boreale (sei whale)
  • 3 gruppi di trichechi
  • 7 o 8 branchi di renne
  • foche un po’ dovunque
  • molte specie di uccelli: kittiwakes (gabbiani tridattili), fulmari, skua, sterne artiche, puffin (pulcinella di mare), barnacle gooses (oche facciabianca), edredoni comuni e reali, ivory gulls (gabbiani avorio), brunnich guillemots (urie), gazze marine minori, sule, pernici.

Chi decide di fare un viaggio nelle Svalbard in estate, punti sulla crociera. Chi può, cerchi di vedere anche le isole orientali. Sono quelle meno note e visitate, ma per questo più incontaminate e abbondanti di fauna terrestre e marina. La circumnavigazione completa si può fare solo nella seconda metà di agosto, quando i ghiacci si sono ritirati abbastanza da lasciare passare le navi.

Grazie per l’attenzione e per essere arrivati sin qui.

Luigi

luigi.balzarini@tin.it

Pin It

Ci sono 4 commenti su “81° Latitudine Nord: a due passi dal Polo

  1. Ammetto l’ignoranza, ho scoperto le Svalbard solo un anno fa grazie a una serie tv (girata in Islanda, tra l’altro). Da allora se mi capita di trovare racconti o immagini ne sono tremendamente affascinata… che dire, concordo con Dinfi che le foto sono magiche, viaggio incredibile e non certo alla portata di tutti!

Lascia un commento

Commenta con Facebook