Gibuti – Le porte del Mar Rosso

Gibuti

La Repubblica di Gibuti (o Djibouti in francese) è uno stato indipendente dal 1977. Prima costituiva la Somalia Francese. E’ un piccolo stato che si trova all’estremità meridionale del Mar Rosso, affacciato sul golfo di Aden presso lo stretto di Bab-el-Mandeb nel Corno d’Africa. Gibuti è grande più o meno come la Lombardia, ma ci vivono solo 700.000 abitanti, di cui 400.000 nella capitale Djibouti Ville. Il territorio ha poche risorse, è in prevalenza desertico e c’è poco petrolio, ma riveste un’importanza strategica fondamentale. Tutte le navi dirette verso il Canale di Suez o provenienti dal Canale di Suez devono passare da qui. La penisola araba è vicinissima: lo Yemen è a soli 20 km di braccio di mare dalla costa nord dello stato.

L’importanza strategica di Gibuti è confermata dalla presenza stabile di 3 basi militari: Usa, Francia e Giappone, più una caserma della Legione Straniera. Da queste basi partono ogni giorno decine di velivoli che sorvolano la costa fino all’estrema punta della Somalia, dove ci sono i porti da cui si presume che partano le navi dei pirati che ogni tanto assaltano le petroliere e le navi cargo. Più volte durante il mio soggiorno ho visto gli elicotteri Apache passarmi sopra la testa in assetto di guerra a non più di 100-150 mt di quota, con i cannoni montati e armati.

 

Tappa 1: Gibuti – Lago Assal

Arriviamo a Gibuti in serata, con volo da Addis Abeba. Visto in aeroporto abbastanza complicato, ma alla fine ne usciamo dietro pagamento di 60 dollari. Qualche problema con la macchina che ci deve venire a prendere, ma alla fine arriva. L’impatto con la città di Gibuti è strano: a Gibuti non piove mai, massimo 2 o 3 volte all’anno …e una di queste volte è precisamente quando arriviamo noi.

Comunque è una pioggerellina che non dà fastidio, anche perché fa molto caldo, e che gli abitanti di Gibuti accolgono con notevole gradimento. Cambiamo i soldi presso dei baracchini di cambio nelle vie del centro. Sono gestiti da donne, “les femmes qui changent l’argent”.  1 Euro vale circa 200 franchi di Gibuti.

Il mattino dopo partenza per il lago Assal, a circa 80 km da Gibuti lungo l’ottima strada asfaltata che collega Gibuti (o meglio Djibouti visto che qui parlano arabo o francese) con la cittadina di Tadjoura che sta sul lato opposto della baia su cui praticamente si affaccia tutta la piccola nazione. Alla guida della nostra Toyota c’è un autista pazzo che guida a sinistra come se fossimo in Inghilterra, ma qui si guida a destra, e rumina qat in continuazione. Sulla strada vediamo il canyon Adaileh, che non è niente di speciale.

I paesaggi comunque sono molto belli, specialmente mano a mano che ci si avvicina al lago Assal. Suscitano curiosità le abitudini delle capre locali, che salgono sulle piante per brucare le fronde più tenere.

Il lago Assal è il punto più basso dell’Africa, e uno dei tre più bassi di tutto il mondo: -150 mt. Il lago ha una altissima concentrazione salina, circa 350 gr di NaCl per litro, quasi una soluzione satura. Tanto per dare un’idea, la salinità dell’Oceano Indiano nella vicina baia di Ghoubbet è di circa 30 gr/lt.

I colori del lago sono stupendi: giallo, verde smeraldo, blu secondo la profondità dello strato acquoso e la densità del sale. Sullo sfondo le vette dei monti Goda, che arrivano a 1680 mt. La salinità del lago è talmente elevata, che non si riesce nemmeno a fare il bagno perché è impossibile affondare, praticamente si sta appoggiati sulla superficie acquosa.

Sulle rive del lago ci sono diversi banchetti dove alcuni ragazzi vendono cristalli colorati di sale e di altri minerali. Alcuni sono molto belli, a poco prezzo ne compro alcuni giallo-bruni come quelli della foto, e miracolosamente si riuscirà a portarli in Italia intatti.

 

Tappa 2: Lago Assal – Lago Abbe

Al pomeriggio ci mettiamo in viaggio verso il lago Abbe, un altro lago salato che si trova al confine tra Gibuti e Etiopia. Fino al villaggio di Dikhil la strada è asfaltata, poi ci si avvia lungo una pista che attraversa la parte gibutiana del deserto dell’Ogaden. La traversata del deserto dura 4 ore, lungo un percorso che mette a dura prova le sospensioni della Toyota e i nostri sederi sollecitati da mille sobbalzi con ricaduta. Il paesaggio lungo il percorso merita attenzione. Tocca diversi villaggi abitati dagli Afar ed è allietato dalla frequente visione delle leggiadre gazzelle del deserto, molto simili agli springbok sudafricani e namibiani, che miracolosamente riescono a vivere in questa pietraia assolata.

Verso sera finalmente arriviamo al campo del lago Abbe, un gruppo di tukul spartani ma accoglienti. Siamo in una zona priva di corrente elettrica, ma all’occorrenza viene messo in funzione un generatore.

Ammiriamo la piana attorno al lago Abbe, costellata da centinaia di camini di lava e calcare che creano un paesaggio surreale, che ha un non so che di fiabesco e di preistorico. Non per niente qui hanno girato alcune scene del film “Il pianeta delle scimmie”. Tra i camini che si ergono nella pianura si aggirano pastori e pastorelle afar con le loro greggi di capre e i branchi di zebù, e ci sono anche mandrie di asini in libertà.

Il tramonto tra i camini della piana di Abbe è sensazionale. Il cielo si tinge di giallo poi di arancio, di rosa e di rosso. L’effetto del sole che tramonta tra le guglie di lava è spettacolare. Intanto, mentre di qui il sole si abbassa all’orizzonte, dall’altra parte sorge la luna.

Torniamo al campo, dove i cuochi afar preparano una cenetta mica male, poi si va a dormire su brandine con zanzariera, appendice del tutto inutile dato che di zanzare proprio non ce ne sono.

 

Tappa 3: Lago Abbe – Dikhil – Deserto del Grand Bara

Al mattino presto finalmente andiamo al lago Abbe. Dall’alba sulla riva si stanno radunando centinaia di fenicotteri rosa, che vengono qui a banchettare con i crostacei che proliferano nell’acqua salata del lago.

Fino a una ventina d’anni fa il lago Abbe era un florido lago di acqua dolce, alimentato dalle acque che defluivano dal lago Awash in Etiopia. Ci vivevano ippopotami, coccodrilli, pellicani, tilapie e pesci gatto. Ma gli etiopi hanno chiuso il flusso dell’Awash con una diga per produrre energia elettrica. La mancanza dell’afflusso di acqua dolce si è rivelata disastrosa per il lago Abbe, il cui volume si è ridotto dell’80%, mentre nel contempo aumentava la salinità dell’acqua a causa della dissoluzione delle rocce calcaree del fondale e delle rive, non controbilanciata da alcun afflusso di acqua dolce. Con la progressiva trasformazione in lago salato gli animali sono scomparsi, salvo appunto i fenicotteri golosi del krill che con la salinità trova un ideale ambiente di crescita.

Torniamo nella piana del lago tra i camini lavici, per vedere l’alba che è un altro momento spettacolare. La zona è costellata da sorgenti di acqua calda. Quando la situazione idrogeologica era diversa, i camini eruttavano vapore sotto pressione sbuffando come vaporiere e creando uno scenario da bolgia infernale. I camini si sono formati proprio a causa della proiezione e conseguente ricaduta di terriccio e materiali solidi eruttati dalla sommità dei coni. Oggi il forte abbassamento della falda non consente più che si formi una pressione sufficiente per l’eruzione di vapori dalla sommità dei camini. Sono rimaste solo alcune fumarole, probabilmente destinate anch’esse ad esaurirsi col tempo.

Torniamo a Gibuti attraversando i villaggi di Kouta Bouya e Dikhil e il deserto del Grand Bara (un nome un programma…) solo che l’autista, inebetito dal qat, pensa che sta facendo la Parigi-Dakar e lo attraversa di volata a 100-120 all’ora sulla sabbia, senza mai fermarsi. La cosa mi fa parecchio arrabbiare, perché c’erano almeno 3-4 punti dove valeva la pena di sostare e scattare delle belle foto, con i monti Goda sullo sfondo, così al termine della volata nella sabbia lo obbligo a rifare una parte del percorso a ritroso e a una velocità compatibile con la visione del paesaggio. Intanto l’autista e la guida litigano scaricandosi la colpa uno sull’altro.

 

Kouta Bouya e Dikhil

Kouta Bouya e Dikhil sono due villaggi abitati in prevalenza da gente di etnia Afar (l’altro gruppo etnico importante di Gibuti sono gli Issa). Difficile scattare foto a questa gente, estremamente fiera, orgogliosa e riservata. A causa di un maldestro tentativo di foto senza preavviso, una donna Afar mi ha tirato addosso una latta vuota di verdura, schivata per un pelo. In questi casi l’offerta di denaro per scattare la foto può essere addirittura controproducente, se la donna si offende e si irrita come è successo a me,

I villaggi mostrano uno spaccato della vita della gente comune e delle due economie che ci sono a Gibuti: quella della capitale con i supermercati e gli scaffali pieni, tarata sui consumi dei dipendenti delle basi militari, e quella dei villaggi, abitati da gente che vive nelle “burre”, capanne di legno e pelle di cammello, pascolando greggi di capre e raccogliendo quel poco di sorgo e di mais che si riesce a strappare al deserto.

Tappa 4: Plage Arta e la baia di Ghoubbet – Gibuti

Partenza al mattino dal porto di Gibuti verso la baia di Ghoubbet. Obiettivo: vedere gli squali balena. E magari farci una nuotata in compagnia.

Il porto di Gibuti, purtroppo, è off limits per le foto a causa della presenza di installazioni militari. Più volte minacciano di sequestrarmi la macchina fotografica. Così non riesco a riprendere i colorati sambuchi dei pescatori, ma solo qualche immagine del mercato del pesce, come mostra la signora che offre un enorme pesce luna.

Il viaggio in barca da Gibuti verso la baia è lunghissimo e faticoso. Mare mosso, onde alte, sballottamenti continui, e per giunta poco sole (al nostro arrivo avevamo addirittura trovato la pioggia). Condizioni pessime per l’osservazione degli squali balena. Dopo lunghe ricerche, riusciremo ad avvistarne 4 o 5 nella zona di Plage Arta. Il mio compagno di viaggio Maurizio, “sparando” click sott’acqua a casaccio con una macchina fotografica subacquea, riesce a scattare qualche foto.

Lo snorkeling con gli squali balena non è possibile, a causa delle onde alte e del vento. Attracchiamo a Plage Arta superando un fondale di coralli stratiformi. Sulla spiaggia, tra decine di granchietti e simpatici paguri (divertentissimi, somigliano alle conchiglie che camminano che si vedono nell’ultimo film della serie “Pirati dei caraibi”), trovo persino una grande conchiglia bivalve perfettamente in vita. Che è viva, me ne accorgo perché se tocco i lembi, si richiude a scatto e a momenti mi schiaccia le dita.  Il conducente della barca dice che il mollusco della conchiglia è ottimo impanato o fritto. Io però con grande soddisfazione (e vivo disappunto del barcaiolo) restituisco la conchiglia al mare.

 

Gli squali balena

Lo Squalo Balena, il cui nome scientifico è Rhincodon typus, è il più grande degli squali e detiene anche il record del pesce più grande attualmente esistente negli oceani.

E’ caratterizzato da un corpo massiccio e da un’enorme bocca posta frontalmente, una pinna dorsale leggermente falciforme e una gigantesca pinna caudale con lobo superiore maggiormente sviluppato. La sua colorazione è chiara ventralmente, mentre nella parte dorsale il colore è blu-verdastro, ma caratterizzato da un’omogenea livrea a macchie bianche che ne caratterizza la specie. Le sue dimensioni sono davvero ragguardevoli: infatti raggiunge i 15-18 metri, anche se mediamente si avvistano esemplari sui 5-8 metri e più raramente tra gli 8 e i 12 metri, mentre il suo peso può raggiungere le 20 tonnellate. Vista la dimensione, si tratta di animali particolarmente longevi: infatti si pensa possano divenire maturi sessualmente intorno ai 30 anni e raggiungere i 100 anni di età massima.

Malgrado le dimensioni impressionanti, questo animale è inoffensivo per l’uomo. Si nutre di plancton e di piccoli pesci (pesce azzurro principalmente), gamberetti e calamari.

Spesso si rivela curioso e quasi amichevole, lasciandosi avvicinare e toccare da subacquei e apneisti.

A Gibuti, e soprattutto nella baia di Ghoubbet, lo squalo balena è stanziale da ottobre a dicembre-gennaio. In questo periodo avvistarlo è facilissimo: il docile gigante si lascia facilmente accompagnare da turisti e nuotatori occasionali, dei quali pare non curarsi assolutamente.

 

Granchi e paguri a Plage Arta

La sosta a Plage Arta consente di fare la conoscenza con alcuni simpaticissimi granchietti e paguri, grandi (o meglio piccoli) a volte meno di un centimetro, come si vede in una foto dove potete avere l’idea delle dimensioni del mollusco confrontandole con quelle del dito. E’ divertentissimo vederli muoversi a ritroso e acquattarsi nella sabba scavando una buchetta dove a poco a poco si infilano fino a scomparire del tutto.


Le Marché Central

Di rientro da Plage Arta, facciamo una visita al Mercato (le “Marchè Central”) di Djibouti Ville, con giro della città alla ricerca di souvenir. Il Marché Central ricorda molto i mercati dell’Etiopia: una gran casino di bancarelle, bistrots, negozietti di ogni tipo e genere. Ovviamente c’è la zona dove si vende il qat, un’erba contenente alcaloidi anfetaminici (il più importante è il catinone) e fenilalchilammine, che a Gibuti è un’istituzione nazionale. Baracchini per la vendita del qat si trovano un po’ dappertutto, in città e anche fuori, per esempio agli incroci stradali. I gibutiani masticano qat in continuazione. L’erba provoca uno stato inziale di euforia, che a poco a poco si trasforma in torpore e sonnolenza, cosa che aiuta la gente a tirare sera. Ne compro un mazzetto, ma dopo avere assaggiato qualche verde fogliolina che mi sembra praticamente insapore, lo cedo volentieri alla guida Fabio che gradisce moltissimo. Dalla mia faccia (foto allegata) però forse si nota che il qat qualche effetto l’ha fatto….

Al Marché Central è quasi impossibile esimersi dal comprare qualcosa. Ne uscirò con un barattolo di pezzetti di incenso con relativo turibolo, due magliette, una stuoia e delle banconote usate di paesi africani rari (Mauritania, Uganda, Somalia). Il mio compagno di viaggio compra un coltello yemenita, di quelli ricurvi a U. In effetti, il mercato offre molti articoli provenienti dall’altra sponda del golfo di Aden, dallo Yemen e dall’Oman.

Alcuni ricordi del Marché Central: un banco che offre grossi datteri assaliti da nugoli di mosche ma che la gente compra con noncuranza, i banchetti per la vendita del qat, i pulmini colorati che caricano e  scaricano gente in continuazione, dei terribili dolci a base di caffè e cioccolato iperspeziati, i decoratori di mani e piedi con l’henné, i sarti con le Singer (ce n’è uno con la spoletta in bocca che sembra Giampiero Galeazzi dipinto di nero) il dedalo di viuzze dietro il mercato, all’interno del souq.

Alla sera, però, cena con aragosta Thermidore sulla terrazza al quarto pano del ristorante Shawarma, con vista sulla città di Gibuti. Conto pagato da Daniel, il capo dell’agenzia che ci ha supportato a Gibuti, che in questo modo si è ampiamente riscattato da qualche disfunzione organizzativa.

Palazzi coloniali 

A Djibouti Ville si trovano alcuni bei palazzi eretti dai francesi prima della concessione dell’indipendenza. Si incontrano facilmente girando a piedi per il centro.

 

I fondali di Gibuti

La baia di Gibuti è situata sul Mar Rosso, che è famoso per la bellezza dei suoi fondali. I posti migliori per lo snorkeling sono l’Ile de Moukha, che si raggiunge con breve tratto in barca di circa 40 minuti da Djibouti Ville, e soprattutto l’Arcipelago delle Sept Frères, davanti alla cittadina di Obock quasi al confine con l’Eritrea.

I fondali di Gibuti offrono stessa la varietà di specie e colori che si può vedere nelle vicine Isole Dahlak, in Eritrea, che vengono molto reclamizzate e faticosamente si stanno aprendo al turismo e alle immersioni. Si vedono molti più pesci e coralli e l’avvistamento delle grandi tartarughe di mare è praticamente sicuro. Colpiscono soprattutto le dimensioni dei pesci e la numerosità dei branchi multicolori. Da tener presente, però, che in questa area del Mar Rosso, il vento sempre presente crea moto ondoso e sommovimento della sabbia del fondale, ciò che diminuisce la trasparenza dell’acqua e la visibilità subacquea. L’acqua è più pulita nel periodo estivo, che è quello più adatto per le immersioni. D’inverno la visibilità non supera 10-15 mt, ciò che consente ancora lo snorkeling ma limita la visione subacquea dei fondali.

 

Un libro utile 

Un libro molto interessante che parla della depressione del lago Abbé e ipotizza la teorie più probabili che hanno portato alla formazione e alla salificazione del lago Assal è “La fosse d’Assal et le lac AbbèDeux sites géologiques exceptionnels en République de Djibouti”, di Antoine Marie Caminiti.  Edito da Ed. Couleur Locale BP 3500 Djibouti nel 2000. Vale la pena di leggerlo, anche se non si ha intenzione di visitare Gibuti.

Luigi

luigi.balzarini@tin.it

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