India Gennaio 2003 – Prima parte

India Gennaio 2003 – giacomo e cristina – Prima parte

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2 gennaio 2003 – ore 14:21 – Vienna
Cominciamo bene! Ci troviamo a Vienna, nel lettone di un albergo aeroportuale, che si chiama Astron. Sul logo ci sono disegnate ben sei stelle, che indicano chiaramente che qualcosa non và. Il volo per Delhi delle 10:50 è stato spostato di 15 ore. Prima che potessimo reagire protestando o occupando il banchetto della Austrian Airlines una hostess ci ha spiegato che in cambio ci avrebbero dato ospitalità in un albergo, con pranzo, cena ed una camera. Quindi ora, dopo aver mangiato riso, patate, tacchino in umido, cavoletti di Bruxelles, piselli, cornetti in insalata, dolce e succo di frutta, approfittiamo dell’ottima occasione per recuperare un po’ di sonno. Siamo riusciti a parlare con l’agenzia di Delhi per avvisare del ritardo, arriveremo nella metropoli alle 12 di domani, speriamo.

3 gennaio 2003 – ore 17:15 – Delhi
“India India, quante volte ti ho vista sulla carta geografica..” Così recita una vecchia canzone di Elio, che nelle ultime ventiquattro ore ci è spesso affiorata nella mente. Finalmente il trasferimento a Delhi è riuscito, siamo nella nostra stanza all’Hotel Park ed abbiamo fatto un lungo bagno ristoratore, per riprenderci dalle peripezie della Austrian Airlines, dovute a quanto pare alla nebbia che persiste da ieri su questa metropoli. Alla fine ieri il volo è stato spostato dalle 10:50 alle 3.00 e la nostra giornata è trascorsa in albergo a Vienna, mangiando e dormendo. Il volo è stato regolare, ma il decollo ci ha veramente impressionato. Per circa dieci minuti l’aereo ha traballato su continui vuoti d’aria e a guardare fuori dal finestrino pareva quasi che le ali sbattessero, come quelle di un grosso airone. Abbiamo comunque riposato qualche ora, mentre proiettavano un film indiano in lingua originale, che pareva non avere né capo né coda: ad ogni scena comparivano uno o due personaggi nuovi, nonostante l’apparente continuità spaziale e temporale. Il cibo a bordo qualitativamente peggiorava ad ogni portata, forse per abituarci all’India. Ci hanno dato anche una bustina di spezie da masticare dopo mangiato per profumare l’alito (non male). All’aeroporto di Delhi ci hanno guardato molte volte i passaporti e siamo stati schedati come straneri in ingresso. Il rappresentante della nostra agenzia di supporto si è fatto trovare puntuale e preciso, anche nell’aspetto. Siamo saliti su una inspiegabile Fiat Siena con guida a destra e… siamo entrati in India. Nei quarantacinque minuti di trasferimento per l’albergo l’impatto si è fatto sentire. Mi risulta difficile fare una descrizione per esteso delle sensazioni e delle stranezze, perciò ho pensato di registrare qui alcuni pensieri, seguendo l’esempio del Sig. Rumi nel libro “Il mio tuareg”.

Trasferimento in albergo

La guida in città non sembra peggio di Palermo
Le mucche ci sono davvero
Anche le capre
I risciò tirati dagli uomini ci sono davvero
La guida è peggio di Palermo
I bus e le auto sono tutti rottami
Ci sono degli “ape” che caricano persone
È pieno di scimmie
Le scritte sono incomprensibili, dove sono in caratteri occidentali si leggono solo sigle dal significato oscuro YHMA, DVT, BLT, CTH, ISD, PCO
Ci sono tantissimi bambini
Vivono nelle tende a bordo strada
Le vacche sono più grosse di come pensavo
L’aria ha un profumo dolce
I marciapiedi hanno i cordoli colorati, ma sono sterrati e dissestati
C’è un bus con le ghirlande di fiori
Un signore rotola un tubo di cemento del 70 in mezzo alla strada
La guida è totalmente senza regole
Non riconosco nemmeno un albero

Dopocena Siamo scesi alla hall verso le 18:15 in seguito ad una telefonata misteriosa. Abbiamo notato che la temperatura polare della nostra stanza non è estesa a tutto l’hotel, ma che nel ristorante ed al negozietto si sta bene. Sopraffatta dalla stanchezza e forse dalla fame (abbiamo pranzato sull’aereo alle 3:30 di stanotte), mi stavo addormentando mentre Giacomo leggeva dei monumenti di Delhi. Siamo così andati al ristorante. Pur avendo letto in precedenza i piatti disponibili ci trovavamo un po’ spiazzati. Abbiamo optato per il buffet: si presentava a noi come un circolo di coperchi luccicanti con targhette esplicative (?). C’era cucina cinese, orientale, indiana ed internazionale. Dopo l’esplorazione abbiamo optato per maiale al sugo d’arancia molto buono, patate, verdure miste al burro e polpettine incendiarie: erano polpettine di patate ricoperte e condite con spezie molto potenti. Il loro odore e sapore è tipico di questo luogo e già l’odore di questo mix di spezie si sentiva lontanamente nell’aereo. Giacomo ha preso inoltre la papaia ed insieme una mousse di cioccolato al rhum. Infine del melone bianco ci ha rinfrescato la bocca. Ora si riposa, domani faremo un giro di Old Delhi.

4 gennaio – ore 17:30 – Delhi
Siamo appena tornati da una giornata di visite in città e ci stiamo riscaldando con una stufetta elettrica (heater) che abbiamo ottenuto con una mancia di 20 rupie ad un cameriere. Non facciamo il bagno in quanto oggi l’acqua calda è gialla e abbonda in sedimenti. Stamattina abbiamo visitato Old Delhi girando con la nostra auto con autista. Ieri sera prima di dormire mi continuavano a venire in mente scimmie e bambini, ora, appena chiudo gli occhi vedo una massa brulicante di persone. L’odore dolciastro, anche se è solo il secondo giorno, si percepisce di più. Questa mattina ci siamo alzati presto, la città dormiva ancora quando siamo arrivati alla moschea del venerdì o Jami Masjid. La giornata era fredda e le nostre giacche di goretex allacciate fino in fondo. Abbiamo salito i gradini entrando da uno degli ingressi laterali e togliendoci le scarpe. I pavimenti in pietra erano freddi, ma la vista della grande aula all’aperto della moschea era bellissima. Nel mezzo c’era una vasca per pulirsi prima di pregare. La facciata, con tutte le sue volte arabe e la cupola della sala della preghiera (non visitabile) erano molto belle. Ancora più affascinanti i portici sotto la facciata: una serie di piccoli archi si rincorrevano in penombra, ai piedi caldi tappeti. Con i piedi congelati siamo saliti in auto per recarci al Red Fort, un palazzo del 1500, realizzato dalla dinastia islamica dei Moghul, che era sede dell’imperatore. Si tratta di un complesso di edifici di quasi un chilometro quadrato, con i tipici giardini geometrici e palazzine in marmo intarsiato con mosaici. In realtà l’impatto è alquanto deludente in quanto a conservazione e gestione del monumento. Le numerose fontane sono prive di acqua, per ovvi motivi sanitari, i palazzi sono alquanto deteriorati ed i viali in rifacimento. Con un po’ di fantasia però ci si riesce ad immaginare lo splendore di un tempo. Prima di uscire dalle mura ci siamo soffermati sotto il portico di negozietti di Chatta Chow, un bazar che vende prodotti artigianali e qualche souvenir. Dopo la visita di un antiquario, ci siamo addentrati in un negozio di stoffe e… abbiamo comprato una tela di cotone proveniente dal Kashmir, ricamata a mano e contenete frammenti di specchi. Diventerà forse un copriletto o un arazzo per casa nostra. Siamo riusciti ad ottenere un modesto sconto e due cuscini dello stesso stile in omaggio. Usciti dal forte ci siamo recati al Raj Ghat, ovvero il luogo dove è stato cremato Gandhi. Vi si trova un “altare” coperto di fiori freschi ed incenso, con una fiamma perennemente accesa. Il tutto si trova in un grande parco pubblico, molto silenzioso e tranquillo. Ritornati in auto abbiamo dovuto insistere perché il nostro autista ci portasse a Chandni Chow, una via di negozi e mercato circondata da un labirinto di viuzze dove si può acquistare ogni cosa, anche le più inimmaginabili. Orientarsi è difficile, per via del caos, che è pari a quello della medina di Tunisi moltiplicato per quello della Vucciria a Palermo. Con inoltre elementi innovativi, quali vacche, barbieri seduti per terra e rik show, le tipiche carrozzelle a pedali pilotate da un indiano. Ed è proprio su una di queste che abbiamo affrontato il primo giro, per non perderci. Unico scotto da pagare: visitare il negozio di seta dell’amico del pilota, secondo il rituale indiano dei “procacciatori d’affari”, che prendono commissioni per ogni lavoro procurato. Anche qui abbiamo acquistato qualcosa; un sari bordò, ottenendo un contenuto sconto sul prezzo, non siamo ancora bravi a contrattare… Durante il giro siamo passati dalla zona della frutta e verdura, dove c’erano banchetti di arance squadrate, carote giganti rosse e bianche e melograni enormi e scuri. Abbiamo poi percorso la via dell’argento con le numerose gioiellerie e quindi, vista l’aria che tirava, ci siamo addentrati a piedi tenendoci vicini. Il traffico è confusionario, tra gente a piedi, apecar taxi, auto, risciò, vacche, bici, moto e bambini che procedono in ogni direzione senza distinzione di corsie e precedenze. L’uso del claxon è fondamentale per non scontrarsi. Eravamo gli unici occidentali nel mercato, situazione imbarazzante. Il profumo dei banchetti gastronomici e dei “ristoranti” all’aperto per la gente del posto è invitante, ma l’aspetto delle “cucine” poste a terra e del cibo accatastato a disposizione degli insetti non invitano all’assaggio.

La gente del posto mangia per la strada seduta a terra o cucina direttamente accendendo un falò sul marciapiede, con tutta la famiglia
Una madre levava i pidocchi dalla testa del figlioletto
Un signore vendeva un gran cestone di teste di capra, con attaccate corna e pelle
Un barbiere radeva il suo cliente stando seduto per terra
I polli vengono uccisi al momento, così sono freschissimi
Uno vendeva motori di auto
Un altro trasportava paraurti di auto su una bicicletta
Le capre sono legate, vestite con sacchi di iuta e nutrite con le siepi della moschea
Vendono misteriosa frutta candita che si presenta gialla e a cubetti di cinque centimetri, forse è una zucca
La gente comunque non è insistente e si respira una certa “vivibilità”, nonostante la confusione
C’era la bottega di legno di un farmacista, con anche il nome del dottore scritto con la vernice, speriamo di star bene

L’angolo della cucina indiana

Abbiamo scoperto che la cucina indiane è squisita. Quasi sempre accompagnata da riso bianco bollito (plain rice) se il piatto, di carne o vegetariano, si presenta sugoso. Altrimenti c’è una varia scelta di pane non lievitato, per i piatti asciutti.
PARATHA: è una fetta croccante e molto sottile, quasi come una patatina, che contiene semini aromatici di vario tipo. È molto stuzzicante.
NAN: anch’esso rotondo e non lievitato, ma più soffice, quasi come una pasta bianca per la pizza. È cotto nel forno a legna ed è buonissimo.
APPAM: è come un pancake(ne ha persino l’aspetto nelle bollicine sulla superficie) ed è di farina di riso.
MASHALA: la miscela di spezie. Molto speciale è quella che ricopre lo squisito Pollo Tandoori. Si tratta di un pollo (cosce, ali o a volte anche mezzo pollo) ricoperto interamente dall’impasto di spezie cremoso. Viene cotto nel forno tandoori: un forno di terracotta. Il risultato è una carne tenera e, all’esterno, arrostita ed abbrustolita, nel mangiarlo le spezie ricoprono la bocca di un profumo squisito. Vorremmo poterlo ripetere in Italia, ma dubito che potremmo imbroccare la giusta proporzione fra le varie spezie che lo compongono. Alla fine la bocca è infiammata, ma non come per il peperoncino. È una piacevole sensazione di fuoco che in breve svanisce.
DHAL: lenticchie. Sono un legume fondamentale nell’alimentazione indiana e ne esistono molte varietà. Ne abbiamo mangiata una zuppa densa al curry con una crema bianca: accoppiata col pollo tandoori risultava veramente buona. Dopo aver così mangiato e scoperto di apprezzare i sapori indiani abbiamo raggiunto il nostro autista che ci ha portato alla tomba di Humayun. Attraversando la città ci ha mostrato parte di Nuova Delhi, la capitale rappresentativa. Effettivamente il quartiere con il palazzo presidenziale con tutto il complesso di edifici governativi risultava poco armonizzato con il resto della città, se qualcosa può armonizzarsi ad un luogo come Chandni Chaw. Ad ogni modo è tanto urbanisticamente progettato da risultare quasi stucchevole. Vi sono una simmetria, un gioco di palazzi gemelli, di fughe e prospettive, in uno spazio così vasto, da sembrare finto. Prima di passare per il Rajipath abbiamo incontrato:
un tempio Sikh (sempre con cupola d’oro)
una chiesa del sacro cuore, cristiana
un tempio indù
una chiesa battista

Fuori dalla tomba di Humayun, come al parco di Gandhi, c’era un incantatore di serpenti. Il mausoleo è molto bello ed armonioso, i giardini molto ben curati. Questo è il primo esempio di architettura Moghul in India, fu d’esempio per la costruzione del Taj Mahal.
Ci siamo presi tutto il tempo necessario per gustarci il parco. Un vecchietto ci ha guidato nella visita parlando un linguaggio misto fra inglese, italiano, francese e indi. Gli abbiamo dato solo venti rupie, cominciamo a farci rispettare sui prezzi. Nel giardino c’era una seconda tomba a forma di panettone ottagonale coi resti di decorazioni in ceramica blu e bianca: la tomba di Isa Khan, che ci è piaciuta moltissimo. Tornati alla macchina il nostro autista si era addormentato. Durante la guida ci ha raccontato varie cose sulle religioni (lui è un sikh, una religione mista fra islam e induismo) e sui luoghi che attraversavamo nel tragitto. Ci ha portati a un negozio molto bello di prodotti del Kashmir. Dopo una inevitabile ma interessante spiegazione sulla produzione di tappeti, abbiamo chiesto di poter vedere le stoffe e… abbiamo acquistato una bellissima sciarpa di lana morbidissima e sottilissima: essa può passare attraverso l’anello della Cristina senza sforzo. Il detto è “grande scialle in piccolo anello”. Stanchi e spennati siamo ritornati in albergo, per evitare di spendere ancora, così teniamo qualcosa per le restanti due settimane di viaggio.

L’angolo della cucina indiana

Per cena abbiamo forse esagerato: ci siamo mangiati ancora il pollo tandoori, che qui è veramente un piatto da leccarsi i baffi (anche per smorzare il bruciore delle labbra è importante leccarsi i baffi). Poi abbiamo ordinato uno stufato di pecora con foglie di curry: ancora una volta un piatto dal gusto equilibrato, pur essendo molto speziato rispetto alla nostra cucina. E per finire un piatto dell’India del Sud, che non si abbinava per nulla alle altre pietanze: appam con frutta e verdura stufate, ovvero una zuppa bianca di verdura con latte di cocco dal sapore dolce, il tutto servito con appam (vedere precedenti definizioni). Anche stasera abbiamo mangiato molto riso (per la pucia dello stufato) e NAN (per il pollo, così si possono ripulire le dita coperte di spezie). Beviamo almeno un litro d’acqua ogni pasto.

5 gennaio 2003 – ore 12:00 – aereo per Udaipur
Stiamo sorvolando il Rajastan con un bimotore ad eliche ATR 72, gli ATR 42 se ben ricordo sono stati tutti ritirati dal mercato perché cadevano giù. Abbiamo appena terminato un gustoso pasto vegetariano a base di polpette di patate, spinaci e spezie con formaggini all’aglio e peperoncino cotti alla griglia. Cristina è al finestrino ed ha già avvistato ben due citta di Udaipur, prima o poi arriverà quella buona! All’aeroporto ci hanno perquisito a mano tre volte, facendo ci anche svuotare gli zaini, e ci hanno timbrato e controllato i biglietti quattro volte, sembra incredibile. L’aeroporto di Delhi per i voli nazionali è piccolo, ma frastornante: gente, TV a tutto volume, musica ed annunci all’altoparlante a 80db (da tapparsi le orecchie per non impazzire). Gli annunci sono in lingua indiana e pertanto a noi incomprensibili. Il tabellone degli orari non c’è e bisogna curare una scritta scorrevole che dice quale volo stanno imbarcando (in pratica c’è una sola uscita). Il personale delle pulizie dorme sulle poltrone per i passeggeri in attesa. Non ci sono mucche randagie in pista. Comunque tutto bene, siamo pur sempre in India, bisogna ricordarlo! Ora stiamo atterrando e gli sbalzi di pressione fanno scoppiare il cervello, così come le curve e le frenate dell’aereo, continueremo a scrivere più tardi.

5 gennaio 2003 – ore 23:00 – Udaipur
Oggi la giornata di partenza del tour in Rajastan è stata eccezionale ed ha innalzato di molto il livello del viaggio. Basti dire che siamo partiti da Delhi con camice e giacche pesanti ed abbiamo trascorso il pomeriggio a Udaipur con camice leggere e maniche risvoltate. Qui è estate, mentre a Delhi era inverno. L’India in Rajastan sembra essere più indiana: le strade sono piccole, molte sterrate, la gente non indossa abiti occidentali ma indiani, per ogni dove si possono vedere bancarelle o piccoli spacci di merce ed il paesaggio è molto più simile a quello che uno si aspetta dall’India. Delhi era un luogo contrastante: una metropoli enorme con quindici milioni di persone, a metà fra l’oriente e l’occidente, con tende e baracche di fianco all’autostrada, con gente ricca che frequenta i ristoranti degli alberghi più belli e persone di trenta chili che si cuociono il tè sul marciapiede. Una città strana, con negozi fatiscenti che vendono computer, con case basse e lasciate andare che sembrano, e sono, lontanissime dall’idea di città che noi abbiamo. Il traffico è congestionato dalla presenza di animali ovunque. Vacche, maiali e capre invadono costantemente la carreggiata, mentre le scimmie si arrampicano sui cornicioni dei palazzi. Un luogo che lascia sospesi, con un senso di angoscia e di disagio, che non si comprende finché non la si abbandona.

Ma torniamo a noi nel presente. All’aeroporto abbiamo trovato il nuovo autista con l’auto: un modello indiano di cui non ricordo il nome, ma simile ai taxi inglesi . Ci hanno portato in albergo: un palazzo lussuoso in marmo bianco in cima ad una collina che si affaccia su uno dei tre laghi di Udaipur. Sulle pareti ci sono appese pelli di tigre ed altri trofei di caccia dei tempi addietro.

6 gennaio 2003 – ore 14:30 – Udaipur
Qui il tempo è sempre più bello, ci saranno almeno 25° e siamo in maglietta sulla terrazza con prato dell’albergo. Nel corso di ieri pomeriggio e questa mattina abbiamo visitato la città vecchia di Udaipur. Ci muoviamo a bordo della nostra Ambassador bianca, che abbiamo saputo essere stata acquistata venerdì scorso! Forse apposta per gli sposi. Vado in ordine cronologico. Ieri pomeriggio siamo stati al City Palace, che è un edificio di enormi proporzioni costruito nel 1500 per diventare la reggia del Maharana di Udaipur: il più alto grado di nobiltà, a cui seguono i Maraja e i Raja. La dinastia non si piegò mai agli imperatori Moghul, perciò nel castello si possono apprezzare arte, costumi ed architettura indiani. Con una guida autorizzata abbiamo percorso tutte le sale apprezzandone l’uso e le raffinatissime e sfarzose decorazioni. Come nel resto del paese anche qui sui muri vengono dipinte figure di elefanti (fortuna), e cavalli (forza), che insieme al cammello (amore) rappresentano buoni auspici per i novelli sposi che si uniscono. Forse anche noi ne disegneremo sulla casa. Il venticello tiepido che ci scalda sembra impossibile a tremila chilometri dal mare. Usciti dall’atmosfera fiabesca del palazzo, ma sempre nel cortile di questo, abbiamo fatto acquisti: sciarpe di lana pashmina e seta o di kashmir (avute con un buono sconto e ad un buon prezzo) e gingilli d’argento (buono sconto dopo trattativa, prezzo contenuto). Lasciata la nostra guida abbiamo spiegato all’autista che ci saremmo incamminati lungo la via del paese per vedere i negozi e le bancarelle, ma lui si dimostrava contrario e ci consigliava di tornarci l’indomani, perché eravamo occidentali. Finalmente si è convinto e ci ha salutato dicendoci “be careful!”. La strada in discesa ci ha proiettati in mezzo alla gente indiana, che appare sorridente e gentile, poco insistente con i turisti. Gli odori sono forti e molto diversi: ora c’è profumo di aglio bruciato, ora di fiori, ora di mucca, ora di pecora o elefante, ora di fogna (che scorre a cielo aperto in solchi a bordo strada) o di gas di scarico dei terribili apetaxi, che producono nubi nere e dense che si attaccano alle mucose della trachea. In generale, guardando bene dove si mettono i piedi e stando attenti al traffico multidirezionale, passeggiare è piacevole. Tutto è colorato, dalle bancarelle di frutta più misere ai vestiti delle persone. A Udaipur inoltre ci sono molte botteghe di artisti che dipingono scene di vita di Maharana, animali e paesaggi indiani. Essi riproducono l’arte tramandata nel castello per riportare le scene della vita di corte, della quale si ammirano pitture su carta di 500 anni fa. Alla fine della passeggiata siamo tornati in albergo ed abbiamo fatto un bagno ristoratore mettendo nell’acqua tè e bucce d’arancia. Abbiamo poi cenato praticamente da soli nel ristorante dell’hotel, con molti camerieri che si dividevano i compiti.

L’angolo della cucina indiana

Non riusciamo a smettere di ordinare pollo tandoori, che anche qui si è rivelato di ottima qualità e digeribilità. Abbiamo inoltre ordinato una seconda specialità tandoori (cotta nel forno di argilla) a base di pollo: dei bocconcini disossati conditi con una salsa piccante all’aglio. Il tutto accompagnato dalla solita ottima rinfrescante salsa a base di menta, yogurt e cetriolo e pane NAN. Di contorno abbiamo cercato di mangiare Lentils: una crema gialla calda fatta con materiali ignoti e peperoncino. Anche con il riso però era troppo forte e ne abbiamo lasciata mezza porzione.

Dopocena nella nostra stanza, tiepida finalmente, abbiamo letto, scritto e programmato la giornata odierna.

Rivoltando il programma stabilito ieri sera ci siamo fatti portare a visitare lo Sahelion ki bari (giardino delle damigelle d’onore). Si tratta di un verde giardino fatto costruire dal Maharana per lo svago delle proprie damigelle. È composto da una “piscina” centrale recintata da un muro da cui cascano buganvillea fucsia. Al centro un isola a chiosco serviva forse per rinfrescarsi all’ombra. Tutto intorno alla zona del bagno ci sono grandi giardini con palme, banani e alberi tipici che non abbiamo ancora capito cosa siano esattamente. Ogni settore ha una fontana a foggia di animale. Veramente affascinanti erano gli uccelli che svolazzavano sopra le nostre teste. Come niente fosse bellissimi pappagalli cantavano e starnazzavano sopra di noi. Sono verdi, più scuri sul capo e più chiari ed accesi verso la coda. Sotto le ali sono gialli. Ci siamo incantati a guardarli. In due giorni abbiamo visto allo stato brado quasi più animali che allo zoo! All’uscita abbiamo acquistato delle arance (30 rupie, ci hanno fregato): sono verdine e sanno un po’ di mandarino. Abbiamo visitato il museo d’arte popolare che esponeva fra l’altro fotografie di tribù Rajastane molto belle ed espressive. C’erano delle enormi maschere bellissime. Ci siamo poi recati alla città vecchia per cambiare un regalo difettoso e soprattutto per passeggiare e goderci le viuzze in tranquillità. Ci siamo soffermati al tempio indù Jagdish Mandir, per il quale si sale una ripida scalinata lungo la quale siedono poveri ed asceti. L’ingresso dell’area è vegliato da due grandi elefanti di pietra, ci si toglie le scarpe e si entra: dalla confusione più totale della strada si passa ad una tranquillità e calma incredibile. Intorno alla sala di preghiera c’è un camminamento a cielo aperto. Ai quattro angoli del perimetro quattro edicole con divinità. All’interno un’aula unica fresca e profumata. Le persone vi si raccolgono in preghiera. Ogni mattina grazie alle donazioni (con ricevuta!) nel tempio si offrono pasti per i poveri. Le sculture che decorano il tempio sono tantissime e da lontano lo fanno sembrare una montagna di palta come quelle che si fanno in riva l mare con la sabbia bagnata. Nel corso della giornata abbiamo anche visitato varie botteghe di pittura presso le quali abbiamo osservato le tecniche ed acquistato ricordi, oramai a prezzi modici.

7 gennaio 2003 – spostamento Udaipur – Jodhpur dalle 8:30 alle 17:30
Deserto mediterraneo
Piante grasse spinose
Palme
Cammelli trasportano la paglia
Le montagne lunghe e strette viste dall’aereo sono basse e in fila
Le mucche hanno la gobba e le corna colorate
Si intuiscono le sagome di quelli che sono i campi durante la stagione monsonica
Case di contadini sperdute
Quanta strada faranno per prendere l’acqua?
Thannevade significa grazie
Namastè significa buongiorno
Pirmilengue significa arrivederci
Waterwheel è un’area coltivata grazie all’acqua raccolta con un mulino con secchi montati sulle pale
Canna da zucchero e senape da olio
Gli alberi di mango sono enormi e solitari, con foglie lanceolate ricurve, tronco grigio e liscio
Mahua forse è il Ficus bengalensis
Ranakpur, templi jainisti nella foresta.
È pieno di scimmie
Savana Pali è un centro tessile
La tintoria è una vasca pozza di acqua stagnante di colore indaco
Colori vegetali imbrattano il territorio per chilometri
Passa un cammello che traina un carro di tessuti di colore molto acceso
Vendono i caschi da motociclista per le strade.
Alcune persone li acquistano, ma nessuno li indossa

Le donne fanno lavori fisici pesantissimi: scavano fossi col piccone, portano sassi enormi in scodelle sopra la testa In auto è dura, traballa tutto ed il sole picchia sulla testa.
Meno male che siamo in una Royal car, come dice il nostro autista
I fiumi sono secchi completamente, ma sono enormi. Chissà coi monsoni!
La pianura è sterminata, non si vede nemmeno l’orizzonte
Abbiamo comprato una grossa papaia a Bali, il sapore del tassello che abbiamo assaggiato è impareggiabile
Viste le mucche blu (?)
Forse si tratta del cervide Sambar
Viste le gazzelle nella savana

Qui funziona ancora come da noi sessant’anni fa. Tutto è trasportato sui carri dei buoi nei paesi e la gente parla solo nel suo dialetto. Siamo lontanissimi da concetti come la salvaguardia dell’ambiente, sono cose per paesi che hanno già risolto tutti i problemi fondamentali. Qui le persone tingono i vestiti nel fiume ed anche le tintorie fanno lo stesso. Ogni camion è dotato di un motore marcio che produce in un giorno tanto smog quanto la nostra auto in un anno. L’acqua va bollita e la frutta disinfettata con il cloro, ma ti viene ugualmente la dissenteria. Non si può dire che la gente sia incivile ciononostante. Tutti sono amichevoli, anche se nei paesi più piccoli mi sembrano straniti dalla nostra presenza. Tutti i bambini salutano e sorridono alla macchina bianca che passa.

7 gennaio 2003 – ore 18:30 – Jodhpur
Eccoci in un nuovo albergo, stavolta abbiamo un cottage carino, due poltrone e un divanetto un veranda. Abbiamo appena terminato un lungo viaggio da Udaipur, che è stato in alcuni momenti “duro”, ma in generale interessante ed affascinante, lungo un paesaggio montano arido prima e lungo la savana poi. Abbiamo attraversato molti villaggi, posti di ristoro fatti di casette di paglia e nuclei isolati di abitazioni di pastori. La vita non deve essere facile per questa gente, siamo nella stagione più fredda, ma già fa caldo. Sono tre anni che non piove.

È mio dovere terminare il racconto della giornata di ieri: l’epifania. Dopo la visita di Udaipur nella mattinata, siamo rientrati in hotel e ci siamo seduti sulla terrazza che domina la piana di uno dei laghi di Udaipur. Ci siamo rilassati e scaldati al sole dell’India ed abbiamo trascorso ore molto piacevoli. La dimensione del riposo o “rest” va bene proporzionata in un viaggio come questo, specialmente per due novelli viaggiatori come noi, che sono reduci di un periodo impegnativo e “senza tregua”. La sera abbiamo deciso di regalarci un ricordo da sogno, proprio uno di quelli che si addicono al viaggio di nozze. Abbiamo prenotato la cena in uno dei più belli alberghi del mondo, il Lake Palace. Una volta (nel 1400) abitazione del Maharana di Udaipur il palazzo in marmo bianco sorge al centro del lago Piccola ed è raggiungibile solo con la barca. Dormire qui costa circa 2.000$ per notte, ma la cena a buffet solo 15$, compreso il trasporto in barca e lo spettacolo di musica e danze rajastane, interpretate da ottimi artisti. È stata una serata incantevole ed indescrivibile, data l’enorme bellezza delle sale e dei giardini di questo palazzo.

Ecco qualche esempio di ciò che abbiamo visto, appunti colti in diretta:
SATARA: strumento dell’ovest Rajastan fatto da due flauti, usato ai matrimoni ed alle feste. Accompagnato da una specie di tamburo portatile
GORBAN: antica tipica canzone rajastana, suonata con organetto, nacchere, cerchietti d’ottone picchiati insieme e
KAMACHTRA: strumento a corde suonato con un archetto di crine di cavallo
CHADI: danza in cui le danzatrici sorreggono sulla testa una lampada con il fuoco, mentre girano vorticosamente
CHARDA: musica di percussioni, con nacchere e tamburo portatile coricato
JACKERY: musica del sud est rajastano, comincia lento e va sempre più veloce
TERATAHL: danza con molti strumenti usati dalle ballerine, quali campanelli, lampade e coltelli fra i denti. Le danzatrici picchiano insieme gli oggetti per scandire il ritmo. È un canto religioso.
MACDTA: orcio a percussione, che fa anche rumore soffiandogli dentro

BUFFET LAKE PALACE HOTEL
Tavolo per due con rosa rossa profumata situato a bordo vetrata che si affaccia sulle sponde del lago Piccola e sul City Palace (il Maharana si è costruito cinque palazzi megagalattici nell’arco di otto chilometri quadrati. La sala dai molti archi arricciati è incantevole, tutta in marmo bianco sobriamente decorato. La disposizione particolare fa si che sembri di trovarsi in un gioco di specchi. Al centro il buffet: pochi piatti internazionali (patate Anna, pannetti inglesi e come piatto forte italiano pasta saltata con fiammata e poi cosparsa con salsine o vegetali, il tutto al momento!) Tutto il bendiddio indiano ce lo siamo pappato, sempre diviso in vegetarian e non vegetarian offriva anche una scelta di verdure bollite con ciotole di salse (yogurt salato squisito, panna acida dalla consistenza di panna montata, salsina alla menta e yogurt che rinfresca sapientemente il palato) ed una parte con dolci e frutta.
RISO: sempre presente e delicato, questa volta con filini di cipolla fritti e pallini vegetali non meglio identificati dall’aspetto di capperi ma di sapore neutro.
CORNETTI A SEZIONE STELLATA (OKRA): verdi in salsa piccante rossa, evitare sempre il pezzo o i pezzi di peperone verde chiaro: è micidiale peperoncino piccante.
SPINACI IN POLTIGLIA: cremosi, con palline misteriose, piccanti ma gustosi.
CUBETTI BIANCHI (PANEER, è un formaggio dall’aspetto spugnoso e privo di sapore): di consistenza simile al pane, in umido con un curry di spezie gialle.
PISTACCHI o legumi verdi tondeggianti freschi.
FAGIOLI rossi dolci bolliti.
RAGU’ DI POLLO ai chiodi di garofano: al primo contatto con le papille gustative risultava buono, ma a poco a poco esplodeva il profumo di chiodo di garofano rendendo il tutto insopportabile oltre il primo boccone.
FUNGHI: in umido, simili a champignon, ma di colore grigio. Delicati e gustosi.
PANE FRITTELLA: parallelogrammi di un materiale dalla strana consistenza spugnosa (fotto forse da uovo e qualcosa d’altro) in un umido delizioso di panna, pomodoro e formaggio.
AGNELLO in umido a pezzetti con peperoni e cipolla. Buono ed equilibrato a parte il pezzo di peperoncino verde ingoiato per errore: mi facevano male le tonsille!
LENTILS: non sappiamo ancora cosa sia, ma si presenta sempre come una poltiglia gialla molle dalla piccanza insostenibile. Pare che qui prevalga il peperoncino e per questo la sensazione che da in bocca non ci piace (ad entrambi). Invece le altre spezie ed in genere i mashala (miscugli e miscele di aromi) che usano per la cucina sono buone anche se piccanti.
ROTI NAN: pane, sempre amato!
ANANAS dolcissima
GAJAR KA HALWA: purè caldo di fettine sottilissime di buccia d’arancia candita con mandorle tritate condito e mescolato con il GHEE (burro chiarificato) e decorato con scaglie di pistacchio. Una delizia.

Ma ritorniamo ora a Jodhpur, per riprendere il racconto di oggi.
Oggi la giornata è parsa strana, ma molto molto intensa. Siamo contenti di questo modo di viaggiare. Lungo il tragitto per Jodhpur ci siamo fermati a visitare i templi di Ranakpur Tirtha, che si trovano al di là di una piccola catena montuosa (nausea per Giacomo, che è passato davanti in auto). Poco prima di giungere a destinazione scorgo su una roccia un animale che a distanza mi pare essere uno scoiattolo (!) ma man mano diventava sempre più grosso ed era una scimmia! Diversa da quelle viste a Delhi, più carina, con la coda lunghissima ed un musetto furbo. A Ranakpur nella foresta è pieno di scimmie. Il tempio è qualcosa di veramente straordinario. Vi si accede da un’ampia e alta scalinata centrale ed il primo impatto è mozzafiato. Realizzato in marmo bianco, questo tempio Giainista conta 1444 colonne diverse fra loro nelle decorazioni. Ma quello che più colpisce è la struttura, l’armonia particolare degli spazi. Spazi aperti e spazi coperti, elevati o a diversi livelli. Unico punto di riferimento sempre fisso e riconoscibile è il blocco con la cupola centrale che ospita la divinità principale: Bhagvan Adinath. Questo tempio, anche delicatamente profumato, è di squisita bellezza ed è comprensibile come possa essere tale poiché, secondo le intenzioni del committente, avrebbe dovuto rappresentare il più alto dei piani celesti, una sorta di apice del paradiso. L’alternarsi di luce ed ombra, il presentarsi alla vista di colonne istoriate di elefanti, danzatrici e fiori alternate alla vista della verde foresta; cupole armoniosamente tonde e spazi quadrati e colonne e colonne che fanno mutare prospettive ad ogni passo, tutto questo produce un senso di meraviglia ed ammirazione per un gusto tanto elegante ed ispirato.

Giainisti: devono purificarsi, fanno voti di non violenza, castità, privazione e rinuncia, gli è vietato portare addosso oggetti di pelle, scopano davanti a sé con penne di piume di pavone (cadute naturalmente) per non uccidere le formiche, passeggiano con una benda sulla bocca per non ingoiare insetti accidentalmente.

In luoghi così diversi dai nostri e tanto meravigliosi non si sa quasi cosa fotografare o dipingere o disegnare. È talmente forte l’emozione. La struttura architettonica di questo tempio non è eguagliata nemmeno da quella di Mont Abu che eccelle su tutti nella qualità dei bassorilievi.

Bisogna togliere le scarpe alla base della scalinata: e se una scimmia te le frega? Queste scimmie sono grigio beige, con il muso contornato da una peluria nera. Fa veramente effetto vedere questi animali così. Saltano, camminano, corrono, si accarezzano. Le manine mi fanno davvero effetto: le muovono come le nostre, prendono, tirano, carezzano, pizzicano. Quelle cadute credo che in posizione eretta sarebbero molto alte. Una scimmia correva al galoppo a quattro zampe con il piccolino aggrappato sulla pancia.

Aggiornamento culinario:
Cena al ristorante “On the rock”
Piccole lucine sugli alberi in un bel giardino roccioso, i tavoli sono in ferro e sotto sono posizionate delle lampade così da illuminare le tovaglie rosse e gialle con un bell’effetto. Siamo a cielo aperto e siamo scaldati da bracieri accesi. Sul tavolo una candela. Mangiamo bene e non torneremo patiti.
Oggi abbiamo imparato a conoscere meglio il ROTI. È cotto nel forno con la brace, sia il NAN che il CHAPATI, è buono ed abbiamo visto come si fa.
Le pareti calde dell’orcio cuociono il pane (sempre preparato al momento) mentre il calore diretto del carbone e della brace forma le tipiche bolle in superficie e dà quel caratteristico sapore di forno a legna similpizza. Impariamo inoltre che il NAN è cotto allo stesso modo del CHAPATI, ma con burro nell’impasto. Giacomo infatti dice che il NAN sa di cutizza.

8 gennaio 2003 – Jodhpur
Eccoci al tramonto anche per oggi. Anche Jodhpur è stata una città interessante, pur molto diversa da Udaipur. Si tratta di una città grande e popolosa, con quartieri nuovi e vecchi, molto rumorosa e trafficata, piena di apetali e con molte più vacche dei posti che abbiamo visitato fino ad ora. Era chiamata “città del sole” ed effettivamente di giorno fa molto caldo. Data la stagione invernale e l’estrema continentalità del clima, di sera bisogna vestirsi col maglione pesante, meno male che abbiamo trovato un bel ristorante all’aperto che scalda l’atmosfera con bracieri ardenti vicino ai tavoli, il che funge anche per tenere lontane le zanzare. Stamattina di buon ora, dopo colazione (che diventa sempre più strana: toast, ananas, tè, succo di licci, salsicce, brioche salate, panettoncini e marmellate) ci siamo subito recati al forte di Jodhpur. Si tratta di un edificio monumentale ed imponente al centro della città, posto su una collina. È di proprietà del Maharani di Jodhpur, che attualmente ne è anche il gestore. Il castello si visita in buona parte, ammirando le stanze arredate con mobili d’avorio, broccati, tappeti pregiati dall’Afghanistan, ceramiche cinesi e vetri di Murano. Dal 1500 i sovrani furono infatti alleati con la dinastia Moghul, che regnava in India e godettero dei privilegi della posizione di questa città, collocata su un crocevia fondamentale per le rotte orientali. Tutto il palazzo è ricoperto da arenaria rossa intarsiata finemente ed in pratica è “in costruzione” da quattro secoli. Le decorazioni sono veramente entusiasmanti. Dall’alto la città appare tutta tinta di colore indaco, che è il colore dei bramini ed ha anche funzioni pratiche: diminuisce il riverbero accecante del sole e tiene lontane le zanzare nella stagione delle piogge. Nel forte siamo riusciti ad acquistare due rullini di diapositive: mai fatta così tanta fatica per far capire ad un fotografo cosa siano le diapositive. Alla fine ha mandato un suo amico un vicolo, il quale è ritornato con le pellicole. Scendendo dal colle ci siamo fermati in un posto bellissimo e tranquillo, il mausoleo Jaswant Thada, dove ci sono numerosi cenotafi in memoria dei vari Maharani. Un ragazzo di nome Ragù dell’università di Jodhpur ci ha accompagnati nella visita spiegandoci molte cose interessati. Ad esempio ci ha detto che le città il cui nome termina in –pur sono città Indù, mentre quelle che terminano in –bad sono musulmane. Sul piazzale esterno al forte abbiamo invece acquistato ad un banchetto delle ottime spezie, che in questa città sono molto rinomate. Ne abbiamo oltre un chilo e ci serviranno per cercare di riprodurre qualche piatto della cucina indiana, quando avremo costruito tutti i forni necessari per le varie ricette. Poi ci ha spiegato che nei mausolei non sono conservati i corpi o le ceneri degli intestatari, in quanto le ceneri dopo la cremazione vengono buttate nel Gange. Ciò affinché i cinque elementi che costituiscono il corpo possano nuovamente liberarsi nel mondo (aria, acqua, terra, fuoco, etere). Il mausoleo è tutto in marmo bianco finemente intarsiato ed intorno ad esso c’era un laghetto, come in tutti i luoghi indù per la cremazione. In questo piccolo specchio d’acqua trovano dimora molte specie di uccelli acquatici, alcuni stanziali ed altri di passo. Ci siamo soffermati un po’ ad ammirarli e a contemplarne la bellezza. Dopo un pasto fin troppo abbondante in hotel, ci siamo recati al bazar della città vecchia, presso la torre dell’orologio. Non abbiamo resistito più di un’ora, perché girare in un posto così è estremamente impegnativo. Ci sono persone ovunque, mucche dappertutto e apetali in ogni dove. Ognuno di questi elementi si muove nella direzione che preferisce senza mai fermarsi e producendo suoni, odori o, nel caso delle vacche, escrementi. La gente parla in modo animato per trattare gli acquisti, mentre i venditori lanciano a gran voce slogan a noi totalmente incomprensibili. I colori sono tutti vivaci e intensi ed il sole è accecante. I bambini più poveri e dall’aspetto più umile chiedono insistentemente l’elemosina e ti tirano i vestiti, lasciando su questi visibili ditate marroni. In un vicolo molto stretto non ci siamo accorti di avere una grossa mucca alle spalle, che con le corna mi ha letteralmente scansato di un metro. Per fortuna lo ha fatto quasi delicatamente e un indiano contemporaneamente mi ha avvisato di quanto accadeva con un cenno che voleva dire “lasciala fare e stai fermo che è meglio”. Siamo riusciti ad acquistare una bella papaia e cinque banane per la cena, dato che vogliamo stare leggeri. Altri frutti non abbiamo capito cosa fossero: pallini ovali colorati tra il verde ed il marrone e strani frutti tondi verdi grandi come una mela, ma all’interno rossi e pieni di semini. Approfondiremo. La frutta ci è costata 20 rupie, ovvero 40 centesimi di euro. Volendo si potrebbe mangiare con 1000 lire al giorno per persona, magari impareremo. Veramente provati dall’esperienza siamo andati a Mandore, un parco poco fuori città, con numerosi mausolei indù del 1.500 in arenaria rossa. Qui la concentrazione di scimmie era notevole, ce n’erano a centinaia dappertutto e litigavano coi cani selvatici. Abbiamo visto un cane rapire una scimmiotta e numerose scimmie inseguirlo rabbiose e urlanti. Ci siamo spostati dalla traiettoria. Qui animali e persone coesistono in un unico ecosistema, che a noi appare nuovo e stupefacente. Nota del giorno successivo La papaia e le banane erano molto buone, niente a che vedere con la frutta tropicale dell’esselunga, sottodimensionata del 400 per cento e dal gusto inesistente.

9 gennaio 2003 – spostamento Jodhpur – Jaisalmer
Ogni mattina le donne fanno approvvigionamento d’acqua dai piccoli laghetti del deserto o dai pozzi artesiani o da fontane a manovella. La raccolgono in grandi orci di terracotta o in gamelle di metallo che poi trasportano sulla testa. Si vedono persone provenire da molto lontano dirette alla sorgente di acqua.
I pavoni (uccello simbolo dell’India) sono selvatici
L’acquaiolo è un mestiere attuale e diffuso
Bufali d’acqua
Centinaia di persone (perlopiù donne) lavorano per la strada, fanno manutenzione ai bordi
Avvoltoi, tanti
Gli animali morti per la strada vengono mangiati da altri animali necrofagi: il cane e il maiale mangiano una pecora morta
Comincia la sabbia sul terreno
Non mi lamenterò più dei buchi in strada in Italia
Sigle:
S.T.D. telefono regionale dello stato
I.S.D. telefono internazionale
P.C.O. public call ordinary
I cammelli sono anche selvatici e si vedono sulle dune che brucano gli alberi da sotto. Sono pelosi e scuri
Mango lassi
I cammelli tirano i carretti
Nel deserto appaiono grandi fazzoletti rossi: seccano il peperoncino e se ne avverte forte l’odore. Scendiamo dalla macchina e ci bruciano gli occhi
Città di Chacha (zio) i bambini ci tirano i sassi
Fauna: dromedari (che qui tutti chiamano cammelli), pavoni, avvoltoi, sambar (o blu cow), piccole antilopi (beers)
Flora: Baniani: enorme ficus con foglie ovali coriacee e radici aeree. Molto diffuso anche nell’iconografia.
Acacie: nel deserto, alberi di medie dimensioni a forma di ombrello rovesciato, foglie misuscole per limitare l’evapotraspirazione.
Ficus religiosa: ficus con foglie come il tiglio.
Non si vedono conifere in Rajastan.

9 gennaio 2003 – Jaisalmer
Oggi giornata di trasferimento. Non pensavamo che gli spostamenti in auto potessero essere tanto interessanti e ricchi di emozioni. La nostra auto, che sembra una vettura inglese di nobili origini, è bene ombreggiata all’interno, ma offre una visibilità molto ampia perché è dotata di vetri enormi. Usciti da Jodhpur vari crocevia con ingorghi causati dal traffico di cammelli da tiro ci introducevano nel deserto. Il paesaggio era dapprima caratterizzato da alberi di acacie, quindi da cespugli e a seguire da vegetazione erbacea rada e sabbia gialla finissima. Ci ha sorpreso la presenza di un grande numero di animali, che abbiamo fotografato: piccole antilopi, grossi cervidi, cammelli bradi, pavoni selvatici e grossi avvoltoi intorno alle carogne. Il viaggio in auto consente di vedere tutto da vicino e di fermarsi a contemplare e a fotografare. Cristina disegna. Il deserto è anche abitato e spesso si vedono poco distanti dalla strada figure di donne con vestiti rossi e arancio, che portano sulla testa brocche metalliche con acqua. Nelle prime ore del pomeriggio capita di vedere persone sedute in cerchio che consumano il loro pasto, mentre nelle ore più calde tutti scompaiono dal deserto, persone ed animali. Talvolta si incontrano piccoli paesini che sembrano fatti per assomigliare alle baracche di strada dei film western. Il nostro autista è cortese, sorridente e disponibile ed è un guidatore prudente, ma i mezzi che incontriamo sono pilotati perlopiù da pazzi spericolati che a folle velocità effettuano continui sorpassi e slalom fra le auto, i carretti ed i cammelli. Le vacche hanno sempre e comunque la precedenza. L’albergo è ancora una volta molto elegante e pulito, l’agenzia ha fatto un ottimo lavoro e siamo soddisfatti. Prima di andare a cena siamo stati a Bada Bagh, un gruppo di mausolei indù nel deserto, che sembrano essere fatti di sabbia. Ad ovest della città di Jaisalmer si trovano avamposti militari in assetto operativo, col filo spinato e i militari pitturati in faccia. Siamo a soli 100 chilometri dal Pakistan e si respira un certo stato di all’erta, anche se non siamo in un periodo di particolari tensioni. Il deserto è affascinante e domani ci entreremo ancora di più. Comprendiamo un po’ quando il Sig. Rumi scriveva che “il deserto ti svuota”, è una bella sensazione di purificazione e depurazione.

10 gennaio 2003 – Jaisalmer – 21:30
Il ritmo ipnotico di tamburi ci culla verso il sonno, dopo una giornata molto intensa ai margini dello splendido deserto di thar. Questa mattina la nebbia avvolgeva tutto quanto e l’aria era molto fredda (3°C), meno male che abbiamo le giacche di goretex. La scorsa notte entrambi abbiamo dormito poco a causa di numerosi incubi forse frutto del cibo speziato che mangiamo da quando siamo in viaggio. Cominciamo ad avere voglia di sapori semplici e i vari Mashala ci escono dagli occhi. Alle 9:00 è iniziata la nostra visita con la guida che abbiamo ottenuto attraverso l’agenzia locale. Si tratta di un signore indiano con un enorme bollo giallo sulla frone. Parla una specie di italiano fai da te. Jaisalmer ha una città murata articolata e molti luoghi interessati disseminati nelle viuzze, perciò abbiamo ingaggiato una guida. Superate le quattro porte d’ingresso il sole a cominicato a colorare di giallo oro tutti gli edifici di questa cittadella, che ricorda alcuni borghi medioevali dell’Italia centrale, almeno nella struttura delle mura. Abbiamo speso tutta la mattinata girando per il forte, i palazzi del Maraja, i templi gianisti e le bancarelle del mercato di frutta e verdura. Abbiamo acquistato per domani un po’ di alimenti salutari: papaja, arance e banane (tre chili di frutta per circa 1,2 euro). Nel corso della trattativa abbiamo assaggiato uno strano frutto rotondo simile a una pera ma più duro, con semi sparsi all’interno, ma dal gusto di frutta tropicale (Jaifor) che ci hanno servito con un pizzico di sale. Ci mancano anora altri frutti a noi sconosciuti come i Beer (pallini a forma di oliva). Anche stavolta la guida, come tutte le persone che incontriamo, ci ha portato in alcuni negozi di amici suoi. Per fortuna erano empori quasi statali. Cristina ha finalmente avuto la sua bellissima pashmina di chachemire originale e ricamata, dopo tutte le altre sciarpe acquistate. Siamo riusciti dopo un’estenuante trattativa e due tazze di chai a portare il prezzo di partenza di 250 dollari a 120 dollari più una matita 6B. Abbiamo ottenuto anche una scatoletta di legno ed un portaprofumo in osso di cammello. Una faticaccia, ma il tessuto è veramente bello e in Italia sarebbe impagabile. Successivamente, visitando le Haveli, ovvero i raffinati palazzi dei nobili commercianti al tempo del colonialismo, abbiamo acquistato un tappeto ricamato patchwork che appenderemo dietro il nostro letto. Abbiamo spuntato un prezzo di 50 dollari su 90 di proposta inizale. Anche qui ci hanno offerto il chai, bevanda tipica indiana che ci sta piacendo molto. Prima di pranzo abbiamo visitato il lago articficiale del 1500 creato per dare acqua alla città e rifornito da un canale che arriva direttamente dall’Himalaya. Nel bellissimo cortile dell’albergo abbiamo mangiato un piccolo sandwich con formaggio e frittata e un banana lassi per non appesantirci. Dopo una bella pausa al sole ci siamo infatti addentrati nel deserto, in direzione sud ovest, verso il villaggio di Kuri, il meno turistico fra gli avamposti del deserto visitabili. Si tratta di un villagio di cento persone che vivono in capanne costruite con un impasto di sabbia e sterco di vacca. Campano di agricoltura e pastorizia, ma recentemente anche di turismo, in quanto la siccità che pervade il Rajastan da tre anni non consente loro di avere raccolti sufficienti. Alcuni pastori si sono convertiti in cammellieri, che consentono di raggiungere e perlustrare le dune a dorso di dromedario. Alcune donne invece ricamano pezzuole patchwork che arrivano poi nella vicina Jaisalmer. Accompagnati da due veri cammellieri ci siamo diretti verso il vero deserto, vivendo un’esperienza molto affascinante. Il paesaggio intorno a noi era incredibilmente bello e suggestivo ed i dromedari venivano guidati magistralmente dagli indigeni. Giunti sulla duna di sabbia gialla ci è stata regalata un’ora di tempo per girovagare ed ambientarci. Il silenzio in un posto del genere è schiacciante e l’apparente mancanza di forme di vita, che rende tutto inerte, da una sensazione che mai avevamo provato. Al tramonto la sabbia si è fatta fredda in fretta ed è diventata rosa come per magia. I cammellieri hanno acceso un piccolo fuoco di sterpi e sterco di cammello per bruciare alcune cartacce lasciate dai turisti. Al crepuscolo ci hanno quindi ricondotto alla macchina facendo trottare gli animali.

Il carnato
del cielo
sveglia oasi
nel nomade d’amore

G. Ungaretti

10 gennaio 2003 – spostamento Jaisalmer – Bikaner
Abbiamo visto una specie di Fennec, che se l’è filata I gabinetti prima erano senza carta igienica, ora sono anche senza l’acqua I manifesti pubblicitari sono dipinti a mano direttamente sui muri delle case, su molte abitazioni compaiono figure di mutande e canottiere giganti

Bikaner ore 19:00

La città, che era una tappa delle carovane nel deserto, è grande, ma molto caotica. Si ha l’impressione che sia arrivata la gente in fretta, senza che si potesse avere lo sviluppo dei servizi di base. Le strade sono caotiche e strette, perciò si creano ingorghi impossibili con: auto, camion, moto, cammelli, apetaxi, elefanti e treno, senza contare la gente a piedi, i mendicanti e le bancarelle. Una città impossibile da capire per un europeo, con 500.000 persone che vivono con la fognatura che scorre a cielo aperto in canaletti a bordo strada, nei quali si possono vedere maiali mangiare e persone che ne usufruiscono direttamente come gabinetti. Il fetore è forte, a volte con l’auto dobbiamo sormontare i canaletti, che attraversano le strade formando una rete complessa. Lo smog è risalito alle stelle, meno male che negli ultimi giorni ci siamo depurati i polmoni; qui dopo un’ora la gola si incendia e stare a lungo fuori per la strada è decisamente insalubre. Penso a chi mi telefona in ufficio per lamentarsi che da due sere il lampione davanti a casa sua è spento o per inveire contro il cattivo odore che talora si percepisce da un tombino. Tutti dovrebbero farsi un giro qui per capire di quali privilegi godiamo rispetto al resto del pianeta.

12 gennaio 2003, domenica – Mandawa
Arrivare nell’hotel Desert Resort dopo la città di Bikaner è come arrivare ad un’oasi. Il posto è realizzato come le casette dei villaggi della zona: i muri sono ricoperti da un impasto di fango e cacca di mucca di colore beige e dall’aspetto vellutato. I tetti sono di paglia, l’interno è decorato con specchietti e conchiglie. Le pitture esterne, semplici e primitive, sono bianche e rappresentano cammelli, uomini e uccelli. Ieri a Bikaner ci è stata appioppata la guida telefonicamente. Si è presentato una sorta di Lando Buzzanca indiano. Identico all’attore anche nella pettinatura e nell’atteggiamento da Playboy. Aveva un accento ed una pronuncia delle vocali (parlava in italiano) mai sentite ed inesistenti, perché aveva imparato tutto dai libri e non era mai stato in Italia. Bikaner non è una città piacevole, tuttavia ci si può rendere conto dei grandi contrasti di questo paese. Si intuisce subito una maggior scolarizzazione rispetto ad altre città visitate: abbigliamento, ragazze in motorino, università… ma per la strada si può vedere la carcassa di una mucca in decomposizione che viene mangiata dai corvi e dai cani. Nella città vecchia la fogna è in strada è c’è molta più povertà. Il tragitto fra Bikaner e Mandawa è risultato, come tutti i passaggi, molto interessante. Tanto deserto, sempre più sabbioso e città di crocevia molto vivaci. A Bathipur abbiamo dovuto guadare con difficoltà una piazza parecchio allagata. Mandawa è una cittadina carina. Molte haveli dipinte in decadimento, ma un vivace mercato. Si passeggia piacevolmente. Abbiamo comprato due paia di scarpe di pelle di cammello aggiustate a misura di piede sul momento. Acquistiamo qualcosa in ogni posto, è più forte di noi. Qui ci stiamo molto riposando, l’albergo è un luogo tranquillo e silenzioso. Ci prepariamo per il lungo viaggio di domattina fino a Delhi e poi da Delhi a Varanasi con treno notturno.

Note
Da Bikaner in poi sono comparse delle frittazze di pastella dolce molto apprezzate dai locali (a Bikaner bianche e grandi e a Mandawa gialle e piccole).
I camion che incontriamo lungo la strada hanno un aspetto buffo: straripano letteralmente e sono tutti dipinti e colorati artigianalmente con vernice e pennello. Tutti portano la scritta “horn please”.
Con la mucca si fa il latte e il formaggio, ma la sua cacca è molto preziosa: come combustibile se essiccata al sole, come intonaco delle case quando è fresca e come concime per i campi. Se ne possono vedere ordinate cataste in palline o frittelle raccolte dalle persone in ogni villaggio del Rajastan.
Le medicine della profilassi antimalarica ci stanno inquinando. Ad entrambi durante la notte compare un saporaccio amaro in bocca, che non se ne va sino al mattino. Stiamo cercando di adeguare l’alimentazione bevendo molto e mangianto tanta frutta.

14 gennaio 2003 – Varanasi
È stata dura, ma siamo arrivati fin qui, attraverso un lungo viaggio condito di imprevisti in stile indiano. Andiamo con ordine. Ieri mattina abbiamo lasciato la piccola cittadina di Mandawa, con i suoi zero gradi notturni. È stata una tappa riposante, che sarebbe andata bene anche di un paio di giorni più lunga. Il nostro bravo autista, Mr. Pradeep Sharma, al quale abbiamo chiesto di scriverci il suon nome, perché dopo una settimana non ne venivamo ancora a capo, ci ha condotti fino a Delhi. La strada in questa regione è veramente ridotta male: poco più di una corsia, dissestata e piena di animali. Nei pressi dei paesi ed all’interno di questi l’asfalto scompare per lasciare il posto a sterrati semidistrutti, ingombri di rifiuti e spesso allagati da liquami fetidi. Sei ore per percorrere 300 Km. Per fortuna abbiamo visto l’elefante. A Delhi ci siamo fermati all’hotel Park per una merenda a base di hamburger e patatine e per incontrare l’uomo della nostra agenzia che ci doveva consegnare un voucher mancante ed accompagnare alla stazione del treno. Si è presentato un tizio col turbante rosso che, sempre col nostro autista, ci ha portati alla New Delhi railway station. Non appena entriamo nella folla di gente che occupa l’immenso atrio, ci comunicano che il nostro treno sarebbe partito alle cinque di mattina al posto che alle otto di sera. Un ritardo di nove ore, da confermare. Abbiamo chiesto se non ci fosse un altro treno disponibile e ci è stata offerta la flebile possibilità di trovare dei posti su quello delle nove di sera. Non male. Il nostro uomo e l’autista, dopo una lotta interminabile alle biglietterie, ci hanno condotti al binario 8, fra le grida degli annunci incomprensibili provenienti dagli altoparlanti. Superata una dondolante marea di persone i due si sono lanciati verso la testa del treno che stava arrivando dicendoci di aspettare. Dopo un quarto d’ora di trattative, oscure e probabilmente un po’ mafiose, con un tizio che gestiva blocchetti di appunti e documenti del treno, il nostro autista è tornato dicendoci che forse c’erano due cuccette. Non abbiamo compreso in quale modo, ma nel giro di una mezz’ora ci hanno fatto salire in carrozza con due nuovi biglietti per Varanasi, raccomandandoci di fare riferimento ad un certo tizio scalzo coi baffi e il turbante marrone, che lavorava sul treno . Alle 21:15 il treno è partito ed alla nostra richiesta di sapere l’ora di arrivo, il tizio coi baffi ha risposto “eleven” (le undici di mattina). Ci siamo stretti su un unico posto letto, chiudendo la porta del nostro scompartimento (che era una tenda), usando gli zainetti come cuscino ed ancorando con un catenaccio le valige al sedile. Il treno non era proprio una meraviglia, l’aria condizionata ci faceva sventolare i capelli e l’odore della latrina del vagone, che alla partenza era nauseabondo, peggiorava di ora in ora. I passeggeri sdraiati un po’ ovunque occupavano i molti anfratti del vagone letto. Un uomo robusto e sfregiato sul viso passava di tanto in tanto prendendo le ordinazioni per la colazione e il pranzo dell’indomani, era il cuoco e la cucina era adiacente la latrina in uno scompartimento a sé stante. La notte è passata piuttosto bene, a parte il freddo (benedette le giacche di goretex) e qualche scarafaggio che scendeva dalle pareti. Alzati alle sette chiediamo al tizio col turbante quante ore macassero all’arrivo e lui risponde “eleven” (undici). Abbiamo pensato si trattasse sempre dell’indicazione dell’ora di arrivo. Amezzogiorno ci siamo fermati ad una stazione coi cartelli esclusivamente in hindi e così abbiamo chiesto al signore come si chiamasse tale luogo. La risposta, c’era quasi da aspettarselo, è stata “eleven” (undici). Appurato che il soggetto col turbante non capiva una cicca di inglese, ci siamo dunque informati presso i passeggeri e altro personale del treno. Ognuno aveva un’idea differente in merito all’orario di arrivo, perciò ci siamo un po’ scoraggiati. Tuttavia tutti erano d’accordo di non essere ancora passati da Varanasi. In fin della fiera il viaggio in treno è durato 17 ore al posto di 9 e siamo arrivati a destinazione alle quattro del pomeriggio circa, perdendo in pratica tutta una giornata utile per le visite in città. Abbiamo rapidamente visitato un sito di culto buddista molto importante, il luogo dove Buddha ha scelto di tenere il suo primo sermone, quindi ci siamo ritirati in albergo, dove un lungo bagno caldo ci ha ristorato facendoci dimenticare, almeno per ora, l’odore della latrina del treno e gli scarafaggi. Abbiamo salutato forse un po’ troppo in fretta il nostro bravo autista del Rajastan, sempre affidabile ed impeccabile, che su un auto di altri tempi ci ha portato per mano nella nostra luna di miele (honey moon).

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