Patagonia e Terra del Fuoco

Patagonia e Terra del Fuoco

Viaggio organizzato all’ultimo momento (in quanto prima il ns/riferimento Alberto è in Usa, poi dobbiamo anticipare per questioni di lavoro) con difficoltà a trovare voli perchè, per le date che ci interessano,  Aerolineas Argentinas ha tutti i voli pieni; inoltre (come al solito) nei pochi giorni a disposizione vorremmo vedere più cose possibili, quindi, per mancanza di giorni, decidiamo di preferire la terra del fuoco alla penisola Valdes, di rinunciare alla piccola colonia di pinguini imperatore di Porvenir, troppo fuori dall’itinerario, ed all’escursione a Capo Orn, per le più che  probabili condizioni avverse del mare, mentre per non rischiare delusioni dovute al maltempo scegliamo il parco delle Torri del Paine in Cile anziché El Chalten.

08.10  Arrivo all’aeroporto internazionale di Buenos Aires alle 8,10, ad attenderci Patricia che ci propone subito di cambiare in nero € o $ con pesos (accettiamo, ma abbiamo già cambiato qualcosa in aeroporto con un cambio ovviamente più svantaggioso)e, durante il trasferimento in città, ci da informazioni su come trascorrere le prime ore in Argentina. Fa caldo e noi siamo attrezzati soprattutto per le temperature basse che troveremo nel resto del viaggio. Partiamo subito alla scoperta della capitale percorrendo la strada pedonale Florida. Passeggiamo sulla Plaza de Mayo e visitiamo la cattedrale dove assistiamo ad un cambio della guardia. Pranziamo in un centro commerciale assaggiando le classiche bistecche argentine.  Nel primo pomeriggio abbiamo l’escursione della città. Il giro prevede un’ampia panoramica del centro di B.A. iniziando dalla floralis generica (costruita con rottami di aerei ed ora rotta, infatti i petali non si aprono/chiudono più) poi i quartieri Recoleta, San Telmo e Boca, con varie soste su Avenida 9 de Julio, Plaza de Mayo e Caminito. In serata dall’aeroporto domestico in centro di B.A., con volo  Aerolineas Argentinas,  ci trasferiamo a El Calafate.

09.10 Il volo è tranquillo, il tragitto aeroporto/albergo è di una ventina di km, è notte fonda, sono le 2 passate quando riusciamo a sprofondarci nel morbido letto per qualche ora di sonno. Dopo colazione passa a prenderci il pullman per l’escursione al ghiacciaio Perito Moreno. Strada facendo ovviamente la guida racconta la storia, la geografia e la vita di questa parte di Patagonia e dei suoi ghiacciai. La steppa è brulla, ci sono greggi e mandrie sparpagliate in grandi distese. Per un lungo tratto la strada costeggia, + o  – da vicino, il Lago Argentino; la sosta nei primi punti panoramici permette di scoprire gli stupendi fiorellini gialli (che diventeranno bacche blu come mirtilli coi quali si fa una dolcissima marmellata ovvero il “dulce” omonimo) degli spinosi cespugli di calafate. Quando la strada si avvicina alle alture e percorre la penisola di Magallanes (evidentemente sottovento rispetto alla direzione  del vento patagonico) si incontrano i primi alberi (alcuni con parassiti simili al vischio e molti, che hanno già sentito la primavera, con le foglioline nuove) che presto diventano boschi. Sono previste soste in altri punti panoramici per ammirare l’avvicinamento al ghiacciaio. L’incessante soffiare del vento condiziona largamente il clima; solo a tratti il sole fa capolino, cambiando radicalmente l’aspetto ed i colori  del paesaggio,  e lasciando vedere o meno le cime innevate scoperte. Al posteggio del mirador, sentite le poche istruzioni necessarie per la giornata, acquistiamo alla caffetteria panini e frutta secca per il pranzo poi ci avviamo subito alle passerelle. Sono presenti turisti in enorme quantità ma inconsciamente sono molto ben distribuiti ed i percorsi sulle passerelle non sono particolarmente affollati. Pur essendo a soli 200 mt slm le temperature sono rigide (chissà se quale conseguenza o quale causa dei ghiacciai). Nelle ore a disposizione percorriamo interamente tutti i tragitti delle passerelle sostando nei punti più panoramici, ascoltando gli inquietanti scricchiolii del ghiaccio ed assistendo a vari e molto suggestivi crolli/distacchi di lastre/blocchi di ghiaccio + o – imponenti, seguiti dagli spettacolari tonfi nelle acque del lago.  Sulle panchine di un balcone delle passerelle pranziamo con i panini acquistati, i dolcetti e la frutta prelevati dalla colazione, il tavernello e i pocket coffee portati dall’Italia; così vicini al ghiacciaio il freddo è troppo intenso per stare seduti a lungo quindi continuiamo a passeggiare scrutando le immense pareti. All’ora stabilita raggiungiamo il pullman che ci trasferisce all’imbarcadero per il giro in barca sul brazo rico con avvicinamento alle pareti impressionanti ed altissime del ghiacciaio. Durante il viaggio di ritorno la guida si occupa di vendere le escursioni per il giorno seguente, anche se con indecisione scegliamo quella al bosco pietrificato che ci permetterà di spingerci verso nord (anche perché verso sud andremo già per raggiungere il parco delle Torri del Paine). Il ns/albergo Roble Sur è posto su una altura rispetto alla cittadina di Calafate, intorno ci sono ancora pochi edifici sparpagliati (solo alcune case in corso di costruzione) e le stradine sono tutte sterrate. Si gode di un’ottima vista sull’ampia distesa su cui si sta allargando El Calafate, sul lago Argentino e le montagne sullo sfondo. Attraversando prati secchi (forse ci sono nidi nascosti fra le sterpaglie) e con scorciatoie scendiamo, nonostante il vento contrario  freddo e tagliente, ed in poco tempo raggiungiamo il centro. La cittadina è graziosa, la sua crescita è vertiginosa ed esclusivamente legata al turismo (è passata dai 1600 abitanti nel 1996, ai 6.000 nel 2006 e gli oltre 24.000 attuali). Le strade del centro sono un susseguirsi di agenzie turistiche, ristoranti e negozietti: non c’è niente che non sia turismo!  Ceniamo in un ristorante sulla strada principale con la classica bistecca argentina e patatine fritte. La risalita all’albergo è facilitata dal vento a favore che ci spinge letteralmente come fosse una mano sulla schiena.

10.10 Dopo colazione passa a prenderci il pulmino per l’escursione al bosco pietrificato. Siamo 7 turisti (1 coppia brasiliana, 1 coppia statunitense e una signora israeliana). La guida, un ragazzo di origini olandesi, per descrivere l’escursione e le particolarità di questi posti  alterna le tre lingue e si appassiona a raccontare sia aneddoti relativi alle conquiste delle montagne (Fitz Roy e Cerro Torre)  sia la conoscenza/attraversamento dei ghiacciai. Autista e guida ci offrono del mate sorseggiato attraverso particolari cucchiaini che fungono da filtro e cannuccia. Percorriamo la Ruta 40 verso nord fino all’estancia La Leona , da prima costeggiando il lago Argentino particolarmente agitato e poi il rio La Leona. Il paesaggio è ondulato e brullo, di tanto in tanto piccoli branchi di guanachi corrono saltando sulle recinzioni che delimitano le immense estancie e capita che qualcuno vi resti impigliato. Fatta una breve sosta a La Leona lasciamo la Ruta 40 e ci avventuriamo su una pista che costeggia la parte sud del lago Viedma. Alcuni km di saliscendi e ci ritroviamo su un altipiano desertico da cui inizia il trekking. Il vento è impietoso, ci avviamo e oltrepassata una collinetta il paesaggio diventa decisamente lunare: un grande spazio di formazioni rocciose, pietre e sabbie grigie. Inizialmente il percorso si snoda fra collinette ed avvallamenti senza ombra di vegetazione (solo un femore fossile di dinosauro su cui è stato posto un femore di guanaco per mostrare le proporzioni), poi pian piano o con ripidi pendii si scende in una vallata dove milioni di anni fa probabilmente un fiume o una glaciazione ha spinto centinaia di enormi tronchi di alberi pietrificati  (ai tanti disseminati sulla superficie se ne aggiungono moltissimi seminascosti o insabbiati); nelle parti più basse della vallata ci sono piccoli cespugli di calafate, alcuni cuscinetti di “muschio” spinosi e qualche bel ciuffo di mataguanaco (il cespuglio coi  suoi bei fiorellini rossi da lontano ricorda il manto di un guanaco). Visto il bel sole è un peccato non poter consumare il pic nic in questo posto surreale a causa del vento incessante e pungente. Il giro continua fra altre curiose formazioni rocciose per poi risalire la ripida parete che porta all’altura da cui siamo partiti. Con i sacchetti del pranzo al sacco previsti dall’escursione  mangiamo comodamente nel bar dell’hotel/estancia La Leona. Durante il ritorno una coppia di condor ci osserva dall’alto, probabilmente spinti fin qua dalle bufere e tempeste che si vedono scatenate sulle montagne. Nel tardo pomeriggio facciamo nuovamente un bel giro nella cittadina di El Calafate ma per non dover affrontare ancora il vento gelido di notte chiediamo al guardiano dell’albergo di cenare in hotel.

11.10 Sveglia presto con partenza alle prime luci rosse dell’alba. Come previsto dal nostro programma percorriamo la Ruta 40 in direzione sud ed ad una svolta, su una altura, facciamo subito una sosta per ammirare il Fitz Roy che in lontananza si eleva sopra l’orizzonte. Occorre fare attenzione perché il terreno e l’asfalto sono gelati, anche i bassi cespugli della scarsa vegetazione brillano per il ghiaccio e nelle zone d’ombra i fili della luce, che corrono di fianco alla strada, sembrano accesi. Il cielo è terso, il paesaggio è una steppa sconfinata, senza segni di vita ne villaggi o altre strade, ma tutta delimitata dalle recinzioni delle estancie (proprietà terriere immense). Il nucleo con le case delle estancie sorge sempre in un avvallamento spesso semi contornato, a sud ed a est, da filari di pioppi cipressini (unico albero presente in questi posti evidentemente in grado di resistere al vento e di infrangerlo) che elevandosi oltre il terreno circostante è quasi sempre il solo segnale visibile della presenza delle case  (davvero rare e a grandi distanze le une dalle altre in questa parte di Patagonia). Parecchi chilometri più a sud sul terreno la vegetazione aumenta, incontriamo alcuni branchi di cavalli e diversi gruppi di nandù. Poi la strada, con i continui sali-scendi, attraversa una zona più elevata e meno piatta ed è fiancheggiata da tanti piccoli specchi d’acqua di colore  molto diverso tra loro dal blu scuro al bianco, tutti crespati,  spesso popolati da fenicotteri e numerose coppie di oche di magellano (maschio bianco e femmina marrone);  oltre il paesaggio diventa tutto bianco per la neve appena scesa, le pecore di alcune greggi corrono in fila con la neve fresca sulla schiena. Quando la Ruta 40 si avvicina alla cordigliera le montagne sembrano trattenere sulle loro punte le nuvole ed il paesaggio diventa più o meno verde con qua e la  greggi e mandrie. Ai bordi della strada capita di vedere variopinti altarini dedicati un personaggio protettore degli autisti. Imboccata la strada non asfaltata che porta in Cile, come preannunciato dal nostro autista, ecco volteggiare un nutrito gruppo di condor che si esibiscono in cielo o negli avvallamenti. Superiamo velocemente la frontiera argentina di Cancha Carrera/Rio don Guillermo  e proseguiamo per quella cilena di  Cerro Castillo dove occorre scaricare i bagagli che vengono controllati. La strada continua ad essere non asfaltata ma sempre in ottime condizioni (spesso ai bordi ci sono greggi però di razza diversa dalle pecore argentine); la nostra buona macchina ci permette di proseguire spediti (ovviamente a parte le tantissime soste sia in territorio argentino che nel parco delle Torri del Paine; infatti  l’esperto e disponibilissimo autista, conoscendo i nostri interessi, si ferma in  tutti i mirador e in tutti gli scorci panoramici che ben conosce, o quando vede animali, oltre naturalmente ad ogni volta che lo chiediamo noi). Le prime soste in Cile sono dal lago del Toro e dal lago Sarmiento, ma entrati nel parco ogni angolo è una scusa per fermarci: i tanti guanaco (e i cespugli dello stesso colore), i germani fermi nelle acque agitate,  le montagne, le nuvole che corrono, le torri in tutte le versioni (con tanta, poca o senza nebbia, col sole e in tutte le angolazioni, le pareti granitiche che appaiono, si illuminano e scompaiono), il salto chico e i laghi Nordenskjol, Pehoe, nuovamente del Toro, sempre ben increspati, ovviamente dalle varie posizioni e con le varie luci (con colori che variano dall’argenteo al turchese, dal blu al verde), fino ad arrivare al nostro albergo (l’ultimo, isolato  e più lontano proprio per poter scoprire tutte le meraviglie di questo parco in un solo passaggio). All’hosteria Lago Grey salutiamo il nostro gentile autista e ci prepariamo il pranzo (barrette, creckers e dolcetti vari recuperati a colazione oltre ad una mela stranamente passata alla dogana nascosta in fondo alla borsa) perché essendo metà pomeriggio il ristorante dell’albergo è chiuso e non ci sono altri locali nel raggio di diversi chilometri. Il tempo minaccia pioggia ma partiamo ugualmente per una camminata al lago Grey. Percorso un sentiero, che passa in un prato di erba alta e secca, attraversiamo il Rio Pingo (gonfio di acque grigie e minacciose) e ci addentriamo nel bosco; quando giungiamo all’ampia spiaggia su cui termina il lago si scatena una bufera con ventate di pioggia gelata, confidando che duri poco (in cielo le nuvole corrono velocemente) continuiamo la nostra passeggiata avvicinandoci al lago coi suoi grandi iceberg. La pioggia gelata è intermittente e dopo un po’ cessa così  raggiungiamo più tranquilli il mirador sulla collinetta da cui si può vedere il ghiacciaio in fondo al lago e molti altri iceberg alla deriva. Tra la ghiaia stupisce un fiorellino giallo (tipo tarassaco) che resiste in simili condizioni climatiche. Oggi anche l’escursione di avvicinamento al ghiacciaio con la barca non funziona a causa del brutto tempo. Prima di cena (a cui ci presentiamo in anticipo ed al primo turno) facciamo asciugare gli abiti sui termosifoni, finito di mangiare passiamo al bar a ritirare la colazione ed a sorseggiare lo squisito drink di  benvenuto a base di frutti di bosco. L’albergo è formato da una serie di costruzioni basse al limitare del bosco, dalla grande finestra della camera è bello ammirare il calar della notte con le nuvole che giocano a nascondino con la luna e le vette circostanti.

12.10 Sveglia nel cuore della notte, colazione in camera e partenza:  è buio pesto per tutto il tragitto nel parco. Poco dopo l’alba giungiamo a Cerro Castillo e attendiamo il bus, con altri turisti, in un locale pieno di spifferi scaldandoci alle due grandi e rudimentali stufe in ghisa. Il bus (proveniente da Porto Natales) arriva puntuale, il nostro autista carica  i nostri bagagli ed affida i nostri documenti all’autista del bus che dopo un veloce sollecito ai presenti parte alle 7,45; pochi minuti dopo si scende alle due dogane dove i controlli sbrigativi riguardano solo i passeggeri e non i bagagli. Il percorso di circa 5 ore è uguale a quello di andata ma ci fa vedere il paesaggio dall’alto (così è più facile notare le pochissime estancie). Come all’andata le auto che si incontrano sono davvero poche e come all’andata anche il bus si ferma alla stazione di benzina de La Esperanza (unica sosta, su tutto il percorso, di 10 minuti tassativi e come annunciato dall’autista si riparte senza controlli per eventuali ritardatari). A El Calafate troviamo il solito ragazzo che si occupa dei nostri trasferimenti e ci riporta al Roble Sur; posate le valige nella solita camera ci incamminiamo per il centro città. Pranziamo in un locale semplice (gestito da un paio di giovani, niente di tipico, quasi una pizzeria, più frequentato da lavoratori che da turisti) poi, approfittando della navetta gratuita, andiamo a visitare il glaciarium museo del gelo patagonico. Prima di rientrare in albergo ci fermiamo nuovamente al Mecha per la cena ripetendo la più che buona bistecca argentina con patatine già mangiata a pranzo

13.10  Sorpresa: tutto il paesaggio è bianco per una inaspettata nevicata notturna. In mattinata un ultimo giro fra i negozietti di El Calafate. Il nostro volo parte con 1 ora e 45 minuti di ritardo a causa del vento troppo forte sia a El Calafate che a Ushuaia. Salendo la scaletta tolgo gli occhiali per non farli portare via dalle raffiche di vento, chi non lo fa costringe gli addetti alla sicurezza a rincorrerli per mezza pista. La partenza è buona perché il vento è a favore, in alto si balla ma non esageratamente; la discesa a Ushuaia, nel mezzo di una bufera di neve, è più impressionante, soprattutto quando, scesi sotto le nuvole, sembra che le ali sfiorino gli alberi innevati sulle pareti ripide delle montagne di fianco (mentre ovviamente nevica in maniera copiosa). La ragazza che ci accoglie e ci farà da guida, tutta incappucciata, ci dice che in tutto l’inverno è nevicato solo 2 giorni a inizio luglio e, alla latitudine di Ushuaia, questo è più anomalo della nevicata tardiva. La camera all’hotel del Bosque è un mini appartamento (con mobili massicci e intarsiati) affacciato su un piccolo cortiletto così che appena si apre la porta entra la neve. Aggiungiamo altri maglioni e pail (sembra che abbiamo tutto addosso), sciarpe e cappelli e sopra la giacca a vento indossiamo la kwai (per evitare l’ombrello che ci darebbe problemi col vento) poi usciamo a fare un giro per Ushuaia. Scendiamo fino al porto che è chiuso così come la navigazione nel canale Beagle, l’atmosfera è proprio da fine del mondo, visitiamo la chiesa salesiana (anche qui come a El Calafate ci sono le statue dei primi missionari-pionieri come padre De Agostini ed altri) e curiosiamo in vari negozi.

14.10  Anche la colazione, pur essendo abbondante, sembra ricordare che siamo in un posto alla fine del mondo: evidentemente tutto qui risente dei collegamenti difficili. Quando usciamo per l’escursione splende un bel sole. Nel parco della Terra del Fuoco non saliamo sul trenino, ma visitata la stazioncina, optiamo per una breve passeggiata nel bosco dove gli alberi hanno già le foglioline nuove ed il loro verde contrasta con i 20 cm di neve fresca. Sembra incredibile: è difficile immaginare la quantità di turisti presenti in questa terra remota nel periodo di bassa stagione. L’escursione continua con una serie di piccole camminate nel bosco, sulle rive del lago Roca,  lungo il rio e fino alla baia Lapataia ammirando bei paesaggi, dighe di castori (considerati un flagello per l’ambiente), oche e  tranquilli cavalli abbandonati. Pranziamo in un fast food e nel pomeriggio visitiamo la galleria tematica di storia fueguina. Evitiamo l’escursione con la barca, nell’ormai calmo canale di Beagle, perché l’unica prevista in questa stagione si limita a fare il giro intorno all’isoletta col faro situata di fronte a Ushuaia e poco distante dalle coste della cilena isola di Navarino. Cerchiamo di  conoscere meglio la cittadina con alcuni suoi angoli significativi come il monumento ai caduti nella guerra per le isole Malvinas. Nel tardo pomeriggio veniamo accompagnati in aeroporto; l’aereo arriva con circa 30 minuti di ritardo, pare per qualche problema tecnico, quindi inizia l’attesa;  saliamo sull’aereo  ma dopo poco le operazioni di imbarco vengono interrotte. Verso le 22 il comandante ci informa che il volo è cancellato in quanto non è possibile aggiustare il guasto (problemi elettrici in cabina di pilotaggio – una hostess pallida come la cera riprende colore!), scendiamo e raggiungiamo gli altri passeggeri che non sono stati imbarcati. Non ci sono altri voli ma si crea ressa e malumore per la cancellazione del volo,  tutto il personale si attiva per la sistemazione dei passeggeri (trasporti, notte in albergo e nuovo volo) ma non ci sono aerei che ci possano portare a Buenos Aires: quindi occorre aspettare il primo volo del giorno successivo, quindi significa perdere il volo di rientro in Italia. Chiamiamo la guida ed in poco tempo arriva ad assisterci una giovane signora con bimbo al seguito, nel frattempo un passeggero ha già cercato di sponsorizzarci per farci programmare il primo volo in partenza (ovviamente occorreranno più voli per far partire tutti, visto che ogni volo ha già i suoi passeggeri).  Veniamo accompagnati direttamente in albergo, la notte è interminabile, agitata ed insonne; appena il fuso orario lo permette chiamiamo il sig Alberto che è già in contatto con B.A. per cercar di limitare i danni.

15.10 Fatta una buona colazione siamo riaccompagnati in aeroporto. Durante l’attesa ed in continuo contatto con il sig Alberto decidiamo di non aspettare la riprotezione che dovrà esserci proposta a B.A. (quasi sicuramente con rientro posticipato di 24 o più probabilmente 48 ore) e acquistiamo un volo last  minute uscito davvero a buon prezzo (a parte le tasse aeroportuali ).  Il volo per B.A. è abbastanza tranquillo con qualche turbolenza nella fase finale. Il pomeriggio lo trascorriamo nella camera non fruita e rimasta a ns/disposizione presso l’hotel Waldorf. Il nuovo volo Iberia  è semi vuoto e comodo, con le inevitabili turbolenze sull’oceano soprattutto in corrispondenza dell’equatore.

16.10 Breve scalo a Madrid e volo per Malpensa. Siamo a casa con un ritardo di poco superiore alle 11 ore e lo stress viene cancellato dal ricordo dei bei posti visitati.

 

 

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