India Gennaio 2003 – Seconda parte

India Gennaio 2003 – Giacomo e Cristina – seconda parte

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15 gennaio – Mercoledì – Varanasi

Dobbiamo uscire alle 6. Alle 5 Cristina accusa dolori di stomaco. Credeva di aver scampato il mal di panciadel viaggiatore ma la corsa in bagno è toccata anche a lei (speriamo duri poco). Alle sei ci incontriamo con la guida, un signore distinto nel modo di parlare (in italiano) imbaccuccato con profonde e spesse occhiaie ma sguardo furbo. Ci conduce vicino alla riva sinistra del Gange: qui ogni mattina all’alba moltissimi pellegrini vengono a purificarsi bagnandosi nelle acque del fiume. Varanasi è una città molto antica (circa 4000 anni), una delle più antiche del mondo. Il Gange, in realtà GANGA , è per gli Indù la vera e propria Dea Madre, colei che dà la vita ed accoglie le ceneri dei morti. A Varanasi, città sacra di Shiva, si esprime in tutta la sua completezza la potenza creatrice: maschile (SHIVA) e femminile (GANGA). Con l’autista arriviamo fino ad un certo punto, poi proseguiamo a piedi. Alle sei è molto nebbioso e silenzioso. Nonostante l’ora mattutina molte persone si recano al fiume, altre già sono di ritorno. Si percepisce subito un’atmosfera differente in questa città: sebbene all’aspetto esteriore le strade e le persone sembrino identici a quelli di ogni altra città,qui ora tutto è silenzioso e il viavai delle persone è intimo. Piccoli gruppetti di persone offrono tè (CHAI) caldo per i poveri. Scendiamo fino al GATH principale e tra la nebbia si rivela uno spettacolo affascinante: molte persone si bagnano nel fiume indossando solo un costume (per gli uomini) od il sari (per le donne). Si sente, per ora, solo il rumore dell’acqua e qualche brivido di freddo. Uscendo dall’acqua si asciugano e si fregano e si cambiano i vestiti. C’è un fervore particolare sulla riva ma si percepisce che non si tratta solo di un bagno. Lungo i gath vi sono dei basamenti dove siedono i bramini (sacerdoti), essi recitanocome tramite della divinità particolari preghiere ed auguri per le persone che fanno offerte o per i loro antenati.Fanno anche oroscopi . Questi luoghi sono ben visibili perché coperti da ombrelloni per il sole cocente del pomeriggio. Semper lungo i gath vi sono templi e tempietti dedicati a varie divinità; importante è il tempio di Shiva presso questo gath principale: dipinto tutto di rosso e contenente un alto LINGAM, è particolare luogo di culto.

Dopo aver passeggiato da soli lungo queste gradinate ed aver assorbito moltissime sensezioni ci siamo ricongiunti con mister Sharma che nel frattempo aveva procurato una barca a remi. Navigando lentamente lungo la riva ci venivano spiegati i diversi gath, ognuno dei quli realizzato a scopo privato da Marhana e Marhani di tutta l’India come accesso al fiume sacro. Ora questi palazzi non sono più abitati e molti sono stati trasformati in case di carità che offrono ospitalità e vitto ai pellegrini. Ogni indù deve compiere un pellegrinaggio a Varanasi almeno una volta nella vita. Il luogo è così sacro che morire in questa città viene considerato un privilegio poiché la Grande Madre Ganga libera l’”anima” dal complesso ciclo delle reincarnazioni. È per questo motivo che chi può economicamente si fa cremare qui, oppure fa spargere le ceneri dei propri cari, anche se provenienti da altre regioni dell’India, qui sul Gange. Mentre tutto questo ci viene spiegato scivolando lungo il fiume siamo affascinati, e proviamo molto rispetto per le grandi manifestazioni di devozioni che continuiamo a vedere. Lentamente giungiamo al crematorio principale.Personalmente non mi provoca la reazione di rifiuto che avevo creduto. Effettivamente qui si celebra contemporaneamente la vita, nella purificazione, e la liberazione del corpo che, attraverso il fuoco, torna ai suoi elementi costitutivi liberando lo spirito. Si usa legno di Mango , i ricchi usano legno di sandalo. Una cremazione tradizionale impiega circa tre ore per concludersi, i parenti offrono fiori e lumi al fiume. Piccole colonne di fumo salgono dai gradini . Grandi barche sono cariche di legna. Mentre ci avviciniamo per scendere ed addentrarci nel dedalo di vicoli della città vecchia proprio da questo punto non riteniamo giusto fare fotografie. Terremo con noi il ricordo di persone che portano i loro cari su un piccolo letto di bambù coperti di stoffe colorate e fiori. GURU – Il maestro, colui che, dal sanscrito, GU = ignoranza + RU= portare via. Ogni indù ha intrapreso una via spiritualene segue uno. Il maestro della nostra guida è un grande guru che ha il dono ubiquità e della trasmigrazione: si eleva con lo sirito in forma di luce e va a chiaccherare con il suo amico guru in Nepal. Scendiamo dalla barca presso il crematorio principale e ci inoltriamo nella parte più vecchia della città. Il vicolo è molto angusto, un po’ sporco di mucca e con vari poveri che vengono “da chissa dove” e poi ritorneranno da dove vengono. Sharma prende un tè CHAI da un omino e ce ne offre. Lo beviamo : è molto dolce e profumato, buono, servito in tazzina usa e getta di terracotta che vengono poi gettate a terra e rotte. Col passare dei tori e della gente ritornano terra. Purtroppo, ci faceva notare Sharmà, la comodità del bicchierino di plastica sta pian piano entrando in uso, con la differenza che cominciano ad accumularsi. Le stradine che percorriamo sono strette e bisogna fare attenzione ai tori (che qui sono abbondanti e grossi) e alle loro scivolose cacche. Per terra vediamo piccoli piattini di foglie che verranno mangiati dalle vacche. Comincia ad aprire qualche piccola bottega, in particolare alimentari: chi vende frittelle, chi foglie di betel da masticare , chi palline. E poi i fioristi che preparano le collane di rose e tageti per le offerte spiccando con tavoli colorati di arancio, rosa e giallo. Visitando la zona più vecchia ci dirigiamo verso il Tempio d’Oro. Lasciamo (?) la macchina fotografica in una bottega di tessuti indicati da Sharmà e passiamo un posto di blocco: è pieno di polizia perché un gruppo di estremisti ha dichiarato di voler radere al suolo la moschea retrostante al tempio! Il luogo sacro che contiene in lingam di Shiva è grande ma a noi è vietato entrare. Tutto attorno sono state costruite nel tempo casette e viuzze così addossate tra loro che dall’esterno non si riesce a vedere tutta la facciata e siamo invitati a salire sulla cima di un palazzo privato (che ora naturalmente vende sete) per vedere la famosa cupola d’oro massiccio. Sul tempio c’erano la scimmie che si fregavano le offerte votive e se le mangiavano. Siamo stati bravi: qui non abbiamo comprato niente anche se Cristina si è molto trattenuta davanti ad un profumo di Muschio originale . Dopo il tempio abbiamo visto una prima apertura mattutina del Bazar: poche cose, fiori, frutta, cocco, offerte (ora offrono anche dei frutti tondi, verdi con le punte che sono “ veleno: se lo mangia, l’uomo diventa matto!”), colori per la devozione e per la riga sui capelli delle donne sposate e per i bolli di saggezza. Abbiamo comprato il colore rosso che usa la sposa e vuole indicare la forza ed il valore del marito. Anche questa guida ci ha condotto presso i “suoi” negozi, ma ci si sentiva più liberi e anche dai legni non abbiamo comprato nulla. Ricchi di immagini, emozioni, riflessioni e sensazioni siamo pian piano usciti dalla zona vecchia e siamo andati a fare la colazione bella calda. Faceva freddo! Dopo colazione ci siamo ri-incontrati con Mr. Sharmà che, nel frattempo, aveva subito una trasformazione: era diventato un gentiluomo in giacca, tutto ordinato e pettinato. Non lo riconoscevamo. Ci ha portato in un Emporio dove lavorano la seta a mano: ci hanno mostrato le sete che fanno per la Bassetti e poi Giacomo voleva comprare un Saari per fare un vestito Punjab per Ornella. Solo la stoffa costava 250 Dollari e non cedevano per niente, allora non abbiamo preso nulla. Mia moglie stava scrivendo in modo tale da far sembrare che questa giornata sia stata priva di acquisti, ma dopo colazione abbiamo girato ben tre empori, alla ricerca di sete di Varanasi a prezzi giusti e che si confacessero al nostro gusto. Siamo riusciti ad acquistare per le tende e per i regali vari tessuti colorati, trasparenti con ricamimolto belli. I negozianti sono un po’ imbranati, più gli dici cosa ti interessa e meno te lo fanno vedere, inoltre tendono a proporre i vestiti o i tessuti dei Mraja (sciarpe che costano 1.000€) pensando di avere davanti chissà quale riccone. Siamo molto contenti delle stoffe che adorneranno la nostra casa! Saltando il pranzo ci siamo fatti accompagnare ancora per Varanasi, per visitare il tempio di Durga (moglie di Shiva arrabbiata media, se è in collera è Kalì, se è tranquilla è Parvati), il tempio di Madre India e l’Università: la più grande dell’Asia, con 150 facoltà e 250.000 m2 di terreno, quasi tutto a prato (?). Il resto del pomeriggio, vista la levataccia ed il mal di pancia di Cristina, siamo rimasti in albergo a guardare dalla finerstra lo spettacolo degli aquiloni quadrati che i bambini indiani fanno volare altissimi. È un gioco molto diffuso e ciò è testimoniato anche dalla presenza di molti aquiloni annodati sui fili della luce o sui rami degli alberi. Abbiamo anche visto un film indiano alla TV e da esso e dalle pubblicità abbiamo appreso molte cose della società indiana: ad esempio abbiamo scoperto che le patatine che l’altro giorno ci hanno spellato la lingua con le spezie si chiamano “Macho Mashala” e sono uno snak alla moda. Sogno proibito: pane e salame Desiderio di pasta al sugo Voglia di insalata condita col limone Scambierei tutte le stoffe che abbiamo in valigia con una pagnotta

16 gennaio 2003 – Kajuraho

Sembra impossibile, ma siamo avvolti nelle spire dei trasporti indiani. Oggi lo spostamento aereo per Kajuraho (un volo di soli 30 minuti), che doveva portarci a destinazione per le 12:00, è partito alle 17:30, facendoci bruciare un’altra mezza giornata di visita ai monumenti. Stamattina alle 10:00 l’agenzia ci ha avvisati del ritardo del volo che era, ovviamente, imprecisato. Siamo rimasti a gironzolare prima in albergo e quindi in aeroporto dove per tirarci su ci hanno offerto panini di gommapiuma al pollo e tè amaro. L’aereo è atterrato davanti a noi alle 17:15, è sceso un tizio che ha chiamato a gran voce tutti i passeggeri per Kajuraho (non ci sono tabelloni con gli annunci all’aeroporto di Varanasi). Attraversata la pista con l’aereo acceso siamo saliti a bordo e siamo decollati. Ora siamo nella nostra stanza dopo il solito bagno per rilassarsi e pulirsi (odoriamo di India) e dopo avere ricevuto dalla direzione dell’hotel una torta alla panna con scritto “Happy honey moon”. Un pensiero di benvenuto che ci ha fatto sorridere.

Le lavanderie degli hotel sono molto efficaci, ma fin troppo energiche. Io ho un buco di 5 centimetri nelle mutande e le calze sono diventate trasparenti, mentre gli elastici della biancheria di Cristina non sono più elastici. In compenso su ogni capo lavato compare la scritta “913”, che ci ricorda il numero di stanza, o un grosso filo di lana rosso cucito con un ago grosso come una matita (visto il buco).
Le scritte e i cartelloni pubblicitari sono dipinti direttamente sui muri da artisti locali I camion sono colorati tutti con tinte sgargianti, come le trottole di metallo di una volta. Sul cassone c’è sempre scritto “horn please” (suona per favore).
In India si dice che un buon autista deve avere: buona fortuna, buon clacson e buoni freni.

18 gennaio 2003 – Kajuraho-Jansi

Nuovamente siamo avvolti nelle spire dei trasporti indiani: il treno che dovrebbe riportarci a Delhi (delle 17:25) è in ritardo di due ore, per fortuna ci hanno parcheggiato nel ristorante di un hotel dicendo che saremmo andati alla stazione alle 18:00. Sono le 18:30. Meglio scrivere della bellissima giornata di ieri per distrarsi. La notte è stata parecchio fredda e le solite stanze a grande vetrata per favorire la vista, sono gelide. Svegliati un po’ intirizziti abbiamo fatto la solita abbondante colazione e siamo partiti per esplorare i templi. Il complesso generale della zona constava di ben 88 templi, costruiti tra il 900 ed il 1.000 d.C. Ne rimangono solo 22. sparsi nelle vicinanze del paese vi sono alcuni di questi templi in parte più tardi, in parte meno conservati e, data la nebbia del mattino, su consiglio dell’autista li abbiamo visitati per primi lasciando il meglio per le prime occhiate di sole. Questo primo giro ci ha permesso di vedere il villaggio di Kajuraho (con tour a piedi scortati da 7 ragazzini), di cominciare a capire di che tipo di edifici si trattasse e ad abituarsi all’insistenza di venditori di cartoline e osceni portachiavi meccanici che poco hanno a che vedere con le sculture dei templi.

Dalle scale di questo hotel sono comparsi due signori inglesi che avevano condiviso con noi, con uguale stupore, l’avventura dell’imbarco “tipo autobus” dell’aereo Varanasi-Kajuraho!

I templi del gruppo occidentale sono delimitati da una recinzione. All’interno del grande parco tenuto egregiamente sorgono queste costruzioni stupefacenti. Sono grandi edifici simili nella struttura ad alcuni templi Jainisti , anche se meno decorati all’interno. Hanno un’alta “cupola” a forma di cuspide smussata che culmina con lamelle. C’è un perfeto equilibrio tra slancio verticale ed estensione orizzontale, ma lagrande meraviglia sono le centinaia di sculture a bassorilievo che ornano le pareti esterne dei templi. In particolare compare la figura femminile (apsara: una ninfa danzante) raffigurata come donna bellissima e seducente. I corpi delle apsara sono sinuosi ed attraenti, in pose languide che accentuano le curve del corpo femminile. Hanno seni rotondi e provocanti, sono coperte con catenelle e collane. Spesso indossano un trasparente sari scivolato sui fianchi. Esse sono raffigurate nell’atto di scrivere lettere, specchiarsi, truccarsi, pettinarsi e per la maggior parte danzare. Altre sculture preminenti dei templi sono le “mithuna”, le coppia di uomo e donna spesso rappresentati abbracciati, uno di fianco all’altro mentre l’uomo cinge la donna con il braccio sinistro e la sua mano sfiora la base del seno di lei. Altre volte sono rappresentati in veri e propri rapporti sessuali. Queste figure sono giustamente famose sia per la licenziosità delle immagini, sia per la finezza della realizzazione. Sonosculture molto provocanti, raffigurano principalmente rapporti di coppia con presenza di ancelle o ancelli. Quasi sempre nell’abbraccio erotico i due si guardanbo negli occhi, questo le rende raffinate e sensuali, meno crude e scandalose di quello che si voglia far credere. Sulle fasce più piccole invece compaiono a sorpresa, tra le raffigurazioni più comuni di lavori con elefanti, guerrieri, danze, altre mithuna meno rifinite e sempre molto erotiche. Molti abbracci sono rappresentati, molti baci e carezze. Queste sculture hanno reso questo complesso famoso come “i templi dell’amore”, sarà per questo che ci hanno offerto quella terribile torta di panna honey moon? Al di fuori di ogni altra rappresentazione compare un’immagine di un uomo che si sollazza con un cavallo (al contrario delle Metamorfosi di Ovidio), coppia che si inserisce in un fregio che è un susseguirsi di scene erotiche. Oltre alla bellezza architettonica, il sito è realmente conturbante e la bellezza squisita delle figure femminili dolcemente sorridenti è come una carezza.

Abbiamo comprato in un negozio carino copricuscini patchwork (100 rupie = 2 euro) e una “torà” da mettere sulla porta, del tè (ora come ora ho la nausea per il tè indiano) e dei profumi per me.

Jansi

La nebbia di Delhi è una calamità naturale, sembra che il treno di stasera sia in ritardo già da ieri. Ore 19:20 Entra nel ristorante il nostro corrispondente portandosi a presso due tizi turisti che verosimilmente ha raccattato alla stazione intascando una percentuale su altri due clienti del ristorante. Ci spiega che il nostro treno fa la spola fra Delhi e Bophal e che già quando era partito era in ritardo per la oramai famigerata nebbia di Delhi. Forse Stephen King quando ha scritto il racconto dell’orrore “the fog” era stato in India in questo periodo. Speriamo di arrivare a Delhi per le 2 di dopodomani mattina.

Abbiamo percorso la distanza da Kajuraho a Jansi come un inseguimento alla Bo e Luke, saltellando sulla macchinamolleggiata e lanciata a tutta velocità a cavallo tra strada e sterrato, schivando camion, passanti, greggi, muli, elefanti… il tutto a tavoletta per quattro ore filate: ci vuole fegato a guidare qui.

La pianura gangetica che abbiamo attraversato è molto differente dalle lande desertiche e spopolate del Rajastan. Qui c’è grande abbondanza di acqua ed il terreno è più strutturato e fertile. Gran parte della superficie è coltivata ed appare colorata di accese tinte verdi. Molte persone chine si adoperano nei lavori agricoli. Alcuni appezzamenti sono risaie, altri coltivazioni di senape da olio, altri foraggio. Ma ciò che colpisce è la presenza, in prossimità dei corsi d’acqua, di pozze colonizzate da rigogliosa vegetazione acquatica, nelle quali pascolano sommersi i bufali d’acqua. Talora se ne vedono le teste intente a ruminare. Qui inoltre la vegetazione spontanea è più fitta e lussureggiante, con palme altissime, baniani, ficus ed alberi di mango. Nei numerosi paesi di campagna che abbiamo attraversato, una folla di bambini ci hasempre salutati divertita. Giocano con oggetti che per noi sono preistoria del divertimento: un bastone per cavallo, un copertone da fare rotolare con un legno.

Ai confini fra i vari stati indiani ci sono delle sorte di dogane costituite da sbarre per bloccare il traffico fatte con un tronco, che si alzano ed abbassano con contrappesi costituiti da secchi di pietrame. L’autista paga delle tasse (o tangenti) che sembra contrattare.

Oggi ho mangiato un toast al formaggio che batteva di gran lungo ogni porcheria digerita in questo tour. Conteneva una sorta di formaggio in scaglie simile al pecorino, ma con anche il sapore della stalla e del pelo della capra. Siccome non avevano il tostapane lo hanno avvolto nella stagnola e lo hanno bruciacchiato nel fuoco. Nelle ultime due sere ho rinunciato al cibi indiano, che non reggo più, e forse per questo mi è tornata la tracheite. In realtà per i polmoni qui è dura: di giorno ci sono 20° e di notte zero, in hotel non c’è riscaldamento, anche se si può optare per avere una stufetta elettrica che funziona solo infilando una matita nel terzo foro della presa di corrente (messa a terra che nessun elettrodomestico prevede). Si possono anche avere pesanti coperte di lana molto polverose, che sono di grande aiuto. Gli odori più svariati che si incontrano inoltre grattano sulla gola ed ormai i nostri indumenti ne sono pregni. Ma la cosa più insolità è lo smog delle città. Si dice che una giornata a Delhi sia pari a fumare due pacchetti di sigarette. Speriamo di non prendere il vizio.

Ore 4:30 a.m. – In viaggio per Delhi

Il treno sembra riprendere quota. Ormai siamo partiti dalle 21:00. tra la prima stazione ed Agra ci hanno servito la cena indiana che Giacomo ha in parte mangiato (io solo il riso). Ora, per le gran boiate della giornata mangiate ad orari inverosimili, Giacomo è iper eccitato e non ha dormito un minuto. Per fortuna che l’ho convinto a tenere il libro di lettura d’emergenza a portata di mano. Alla stazione il nostro manager faceva la spola fra noi ed il gruppo degli inglesi. All’annuncio dell’arrivo del treno “train number 3345 is shortly (?) arriving on platform 8” chiedo a che ora secondo lui saremmo arrivati. Mi ha guardato con una sorta di sorriso, dicendo che proprio non lo sapeva stimare “because of the fog” . Alla risposta di Giacomo “for breakfast?” come battuta, lo sguardo di lui sembrava proprio dire “…se vi va bene”.

Notte fra il 20 e il 21 gennaio – Delhi

Non ho sonno, oppure ho sonno e non riesco a dormire. Siamo in un super hotel fuori programma: il volo che ieri avevano anticipato dalle 2 di mattina alle 0:30, è stato spostato domani alle 11:50, perché non era ancora partito da Vienna. Se fosse un racconto di Stephen King i ritardi si accumulerebbero, i voli verrebbero spostati e spostati per sempre, fino a non riuscire più a tornare a casa. Per lo meno domattina ci rifaremo della colazione mancata fiduciosi nel cuoco indù di ottima scuola italiana (tagliata di manzo squisita, verdure alla griglia come le nostre e collane di peperoncini ed aglio a decorare il banco del buffet!)

parole di Giacomo Tettamanti e Cristina Caravello

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