Viaggio avventura tra i ghiacci dell’Artico

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Il viaggio

DSC_3362 Kangerlussuaq aeroportoIl rosso Airbus A 330 della Air Greenland, l’unico di questa piccola compagnia, atterra nell’aeroporto internazionale di Kangerlussuaq il mattino del 20 agosto. La pista è ancora quella costruita dai militari americani negli anni ’50 ed è l’unica di questo immenso territorio abbastanza lunga da consentire l’atterraggio degli aerei di questa classe.

Siamo in Groenlandia, o meglio Kalaallit Nunaat, la “terra degli uomini”, l’isola più vasta e meno densamente popolata del pianeta (l’Australia è geograficamente considerata come una massa continentale). Su una superficie di più di 2 milioni di kilometri quadrati (circa 7 volte l’Italia) vivono meno di 60.000 persone, che corrisponde a una densità di 0.027 ab/km2. Kangerlussuaq è un villaggio di 500 persone posto in fondo a un fiordo lungo 100 km: infatti il nome vuol dire “il grande fiordo”. Riguardo ai nomi, tutti quelli di questo diario saranno in inuktitut, la lingua degli Inuit, tranne quelli canadesi noti solo in inglese.  La prosecuzione per Aasiaat (“la città dei ragni”), che è il porto dove ci aspetta la nave per il viaggio nel Mar Glaciale Artico, è su un piccolo Bombardier Dash 8, aereo della categoria STOL (short take off and landing), in grado di atterrare e decollare su piste corte e talvolta sterrate come quelle che si trovano nei piccoli aeroporti groenlandesi.

Il viaggio prevede l’attraversamento dello stretto di Davis, che separa la Groenlandia dall’isola di Baffin in Canada, la navigazione lungo le coste dell’isola con approdi e sbarchi ove possibile, la visita dell’Auyuittuq National Park (“la terra che non si scioglie mai”), quindi il ritorno in Groenlandia all’altezza della famosa baia di Disko.

La nave e l’equipaggio

Nel porto di Aasiaat ci attende ormeggiata la motonave Cape Race. E’ un peschereccio d’altura costruito in Québec nel 1963 e successivamente convertito per ospitare spedizioni scientifiche, progetti cinematografici e gruppi di turisti. Lo scafo è stato appositamente riadattato e rinforzato in modo da permettere la navigazione anche in mezzo ai ghiacci. Ha un’autonomia di 7000 miglia (cioè può attraversare l’Atlantico due volte senza fare rifornimento), quindi non avremo bisogno di fare rabbocchi di carburante durante la navigazione. La nave è lunga circa 30 metri e ha una velocità di crociera di 9-10 nodi.

Può ospitare 12-15 persone. La sistemazione a bordo è abbastanza confortevole, con un lavabo privato in ogni cabina e servizi in comune. C’è un bellissimo salone di ritrovo con mobili di mogano e persino un pianoforte. Le piattaforme laterali ricordano un piroscafo da crociera, con ponte di sala a poppa sotto l’albero di mezzana e una piattaforma anteriore perfetta per le foto e le riprese video.

L’equipaggio è composto da 6 membri:

  • il capitano Kim Smith, marinaio di lungo corso esperto nella navigazione tra i ghiacci dei mari artici
  • il nostromo Jarren,
    eternamente provvisto di pipa fumante in bocca al punto da far sorgere il sospetto che le pipe siano un’estroflessione delle labbra, in radica o spugna secondo l’ora della giornata (quella di spugna, più elegante, la tiene per la sera). Immediatamente soprannominato “Capitan Trinchetto” dal gruppo.
  • l’oceanografa Kate, paffutella e perdutamente innamorata del suddetto nostromo
  • la cuoca Karen, navigatrice temporaneamente prestata al servizio di cucina, compito che svolge con diligenza ma col vizio di mettere curcuma e zenzero in qualunque pietanza
  • il mozzo Darko, taciturno e tenebroso, prelevato da un castello della Transilvania e catapultato senza compiti ben definiti su questa nave in viaggio nell’Artico.

Il sesto componente dell’equipaggio è la gatta Dickie dal pelo fulvo e liscio, con tanto di scritta “Cape Race Crew” sul collarino, che della nave ha fatto la sua casa. La tendenza della gatta a perdersi nei porti dove la motonave attracca sarà causa di disvii e perdite di tempo per ritrovarla.

Il gruppo

Siamo in 15 apprendisti navigatori-esploratori: 12 italiani tra cui la guida organizzatrice Piero Bosco, grande esperto di viaggi nei territori artici e antartici, 2 ungheresi e un australiano.

Traversata dello stretto di Davis

Si parte la sera stessa del 20 agosto, dopo avere imbarcato provviste e acqua. La traversata dello stretto di Davis dovrebbe durare circa 40 ore, dipendendo dalle condizioni del mare e dalla quantità di ghiaccio che troveremo. Dalla nave che lascia il porto si vedono le casette variopinte di Aasiaat, colorate come è caratteristica di tutti i villaggi inuit.

   

Le balene si divertono

Appena fuori dalla baia di Aasiaat, davanti all’isola disabitata Saqqarliup Nunaa, ci attende la prima sorpresa del viaggio. Un gruppo di megattere evoluisce a pelo d’acqua con salti e scossoni delle grandi pinne pDSC_3398ettorali. Le balene sembra che stiano giocando: sbattono le pinne sull’acqua con veemenza, si rotolano e fanno capovolte tra le onde, fino a quando si esibisce in un salto mortale balzando fuori dall’acqua per almeno 2 metri, poi ricade sollevando altissimi spruzzi d’acqua. La sensazione è che i giganti del mare proprio si divertano. Questo esercizio dei cetacei è noto come breaching: consiste nel lanciarsi in aria con la testa in avanti ricadendo in acqua con un tuffo. E’ il comportamento più spettacolare che le megattere compiono in superficie, ed è l’unico modo di vedere l’animale intero.

Avevo visto queste scene solo nei documentari TV e sulle pagine dei dépliant delle agenzie di viaggio. In verità avevo persino dei dubbi che questi giganteschi cetacei potessero realmente saltare fuori dall’acqua. Adesso devo ricredermi e considerarmi fortunato per avere assistito a un grande spettacolo della natura, che normalmente richiede ore e ore di appostamento e paziente attesa.

La DSC_3426 Primi icebergtraversata prosegue durante la notte. Tramonto a tinte giallo-arancio e mare calmo. All’alba del giorno dopo, in una bella giornata di sole, cominciamo a vedere i primi “floes” (lastroni di ghiaccio galleggianti, in sostanza piccoli iceberg). Con la luce del sole l’acqua trasparentissima consente di vedere bene anche le enormi masse sommerse, il cui colore turchese stacca nitido tra il bianco del ghiaccio e il blu profondo del mare.

Giungono però notizie poco rassicuranti dalla capitaneria di porto di Qikiqtarjuaq (“grande isola”), che è il porto canadese dove siamo diretti per le pratiche
doganali. Il pack si sta compattando e sta scendendo verso sud. Mano a mano che la navigazione prosegue la consistenza del pack si fa più spessa e la Cape Race deve procedere a rilento, a 1-1.5 nodi. La nave si fa strada a fatica tra i blocchi di ghiaccio e ogni tanto ne sbatacchia qualcuno qua e là con schianti fragorosi. La carena rinforzata fa il suo dovere, lasciando solo qualche traccia di vernice rossa sui floes impattati.  La velocità della nave si è ridotta di molto e la traversata si prospetta più lunga del previsto.

Durante la navigazione facciamo il safety briefing, che prevede la vestizione delle tute impermeabili di galleggiamento. Teoricamente, in caso di emergenza bisognerebbe indossarle rapidamente e saltare giù dalla nave mentre qualcuno nel frattempo avrà gonfiato le scialuppe. Visti i tempi e l’impaccio generale con cui abbiamo eseguito questa operazione, speriamo vivamente che durante il viaggio non succeda niente. Poi vorrei proprio vedere chi si getta giù dalla nave in un mare gelido a 2-3°C o giù di lì.

Incontro con nanuk, l’orso polare

Passiamo il giorno 22 ancora in lenta navigazione in un pack che ormai è stabilmente al 50-60% della copertura marina.  Il sole e la spettacolarità dei ghiacci galleggianti non rendono affatto noiosa la traversata. Fulmari, gabbiani, urie e qualche gazza marina ci accompagnano lungo il percorso. Verso le 5 di sera notiamo una macchia nera su un blocco di ghiaccio in lontananza. Mano a mano che ci avviciniamo, identifichiamo la macchia nera come una foca accanto alla quale si scorge una figura bianca che si muove. DSC_3691 Nanuk si fa una nuotataÈ il nostro primo incontro con nanuk, l’orso polare! L’orso però è visibilmente impaurito dalla massa nera della nave che si avvicina, abbandona la foca sul ghiaccio e si getta in acqua fuggendo precipitosamente. Questo non ci impedisce di riprenderlo nella sua nuotata fluida e elegante, fino a quando la nave può seguirlo perché per quanto abile sia il pilota è chiaramente impossibile fare lo slalom tra iceberg galleggianti. Sul primo floe rimane la carcassa della foca mezza divorata. Mentre ci allontaniamo, controlliamo che l’orso torni indietro per terminare la cena in santa pace. Purtroppo questo sarà l’unico orso polare che vedremo.DSC_3634 Tramonto nello stretto di Davis

Il tramonto del giorno 22 è di una bellezza sconvolgente. Il sole scende all’orizzonte dietro strisce parallele di nuvole, che formano anelli e stratificazioni quando vengono attraversate dalla sfera arancione. Sembra un lontano pianeta uscito dalla grafica di un disegnatore di Guerre Stellari.

Bloccati nel pack

Nella notte i sussulti, le fermate e le ripartenze della nave si fanno sempre più frequenti. In cabina gli sballottamenti si avvertono chiaramente, al punto che qualcuno fatica a prendere sonno. Alle 5 di mattina chi è sveglio sente distintamente il rumore dei motori che spingono a vuoto. Salgo in cabina di guida e davanti agli occhi appare uno spettacolo preoccupante.
La nave è completamente circondata da una morsa di pack a perdita d’occhio, che adesso si può stimare all’85-90%. Lo scafo non riesce a perforarlo, anche perché la struttura della Cape Race, pur essendo stata rinforzata, non è certo paragonabile a quella di un rompighiaccio, né i motori erogano la potenza richiesta per queste prestazioni. Non andiamo né avanti né indietro.

La sera prima il capitano aveva ricevuto dalla marina canadese due rotte possibili, due fenditure nel pack che avrebbero dovuto consentirci di raggiungere Qikiqtarjuaq, dove eravamo attesi per fare dogana e registrare l’ingresso della nave e dei passeggeri in Canada.  Ha scelto quella più a sud, ma le indicazioni erano evidentemente sbagliate, oppure gli spostamenti della calotta di ghiaccio hanno seguito una direzione e una velocità diversa da quella prevista dalla marineria di Toronto. Sta di fatto che siamo bloccati nel ghiaccio.

Dopo molti tentativi, con le macchine indietro tutta, alla fine la Cape Race riesce a sganciarsi dalla tenaglia di ghiaccio. Riusciamo a fatica a prendere una rotta verso sud, cercando in sostanza di anticipare l’avanzamento della banchisa che sta andando nella stessa direzione. Procedendo lentamente a zigzag tra i ghiacci e la nebbia la motonave riesce a puntare in direzione sud con un’andatura lenta ma stabile.

L’isola di Baffin

Dopo ore e ore di navigazione nel ghiaccio, finalmente verso le 10 di mattina di domenica 23 agosto l’urlo “terra!!!” risuona dalla nave. Scorgiamo in lontananza un altissimo promontorio avvolto dalla nebbia. E’ Cape Searle, un punto dell’isola di Baffin molto più a sud della regione dove eravamo diretti. Siamo nel Nunavut, il territorio artico canadese.

DSC_3932 Urie e grandi iceberg al largo di Cape DyerLa scogliera di Cape Searle, un impressionante contrafforte a strapiombo alto forse 200 metri e perpendicolare sul mare, si staglia nella nebbia. Ricorda i Cliffs of Moher d’Irlanda. Costeggiamo la penisola di Padloping per un lungo tratto, accompagnati da stormi di urie che volano veloci in fila indiana sulle onde, lambendo enormi iceberg grandi come stadi di calcio, che si sono staccati da chissà quale ghiacciaio di queste lande.

La Cape Race ferma ogni tanto i motori. C’è un silenzio irreale, rotto solo da qualche raro strepitio di gabbiani. Gruppi di balene franche in lontananza, molto difficili da avvicinare e fotografare perché questa specie emerge per pochissimo tempo e non punta mai verso il fondo con la codata tipica invece delle megattere. Iceberg lunghissimi, lisci e piatti come immense tavole galleggianti. DSC_3771 Floes nel fiordo PadlopingPochissime navi passano da queste parti, qualche peschereccio ogni tanto, forse qualche cargo. Rarissime navi turistiche passano di qui. Il mancato possesso dell’autorizzazione frontaliera costringe il capitano alla decisione di non scendere a terra con lo zodiac. Forse è stato meglio così, per rispettare la verginità di questa terra, i suoi silenzi e i suoi canyon incalpestati che ci accontentiamo di ammirare dalla nave.

DSC_3929 Iceberg al largo di Cape DyerNel frattempo il sole si è fatto strada tra le nuvole, che si abbassano attorno alle montagne di Baffin posandosi sopra le cime come una corona, per poi discendere formando un anello e quindi dissolversi con l’innalzamento della temperatura. I raggi di sole regalano un tepore che ci spinge a metterci in maglietta sul ponte superiore anche se la temperatura non è più di 10 °C. Anche la gatta Dickie gradisce e si stende al sole.

Proseguiamo lentamente lungo la costa sudest dell’isola di Baffin per un’ottantina di miglia ammirando paesaggi stupendi e incontaminati. All’altezza di Cape Dyer il capitano decide di gettare l’ancora in una insenatura riparata dove passeremo la notte. Una grande luna rossa ci sorveglia dall’alto.

 Inserisco un’interruzione di pagina.

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