Islanda: 14 giorni lungo la Hringvegur

  • Giorno 1: 07 luglio 2016 (Reykjavik)
  • Giorno 2: 08 luglio 2016 (Penisola di  Snaefellsnes )
  • Giorno 3: 09 luglio 2016 (penisola di Latrbjarg)
  • Giorno 4: 10 luglio 2016 (fiordi occidentali e cascata Dynjandi)
  • Giorno 5: 11 luglio 2016 (fiordi occidentali)
  • Giorno 6: 12 luglio 2016 (Penisola di Vatnsnes)
  • Giorno 7: 13 luglio 2016 (Husavik, Asbyrgi, Dettifoss)
  • Giorno 8: 14 luglio 2016 (Godafoss, lago Myvatn,Dimmuborgir,Hverir)
  • Giorno 9: 15 luglio 2016 (Krafla)
  • Giorno 10: 16 luglio 2016 (Lagarfljot, Jukulsarlon )
  • Giorno 11: 17 luglio 2016 (Hof, Skaftafell, Svartifoss, Kirkjugolf, Fjardrargljufur)
  • Giorno 12: 18 luglio 2016 (Solheimajokul, Dyrholaey, Reynisfjara, Skogafoss, Seljalandfoss)
  • Giorno 13: 19 luglio 2016 (Geysir, Gullfoss, Thingvellir)
  • Giorno 14: 20 luglio 2016 (Raufarholshellir, Seltun, Krysuvikurbjarg,Blaa Lonid )

 

Per le vacanze estive la scelta di quest’anno è ricaduta sull’Islanda, complice anche una buona offerta sui voli e la situazione internazionale che ha reso sconsigliabili molte altre mete.

Così a febbraio dopo aver prenotato il volo e il noleggio dell’automobile cominciamo subito a prenotare gli alberghi utilizzando la piattaforma booking; la scelta si è rivelata vincente dato che  complice il turismo sempre più in crescita e le poche strutture settimana dopo settimana i prezzi salivano e la disponibilità si riduceva.

Dopo aver consultato numerosi diari di viaggio e le immancabili guide cartacee (in particolare Lonely Planet e Touring) definiamo l’itinerario che prevede il giro dell’isola in senso orario con partenza e arrivo da Reykjavik percorrendo la strada principale (Hringvegur) con una deviazione di un paio di giorni verso i fiordi occidentali per un totale di 15 giorni. Come negli altri nostri viaggi abbiamo privilegiato gli aspetti naturalistici e abbiamo cercato di sfruttare il più possibile il tempo a disposizione cercando di toccare quasi tutte le mete che ci eravamo prefissati anche se questo ci ha costretto a volte a tornare sui nostri passi a causa dell’indisponibilità di strutture.

Dopo aver preparato le valigie  con abbigliamento invernale, qualche scorta di cibo e tanta curiosità siamo pronti a partire; ecco quindi il nostro viaggio.

 

Michele, Laura e Nicola (9 anni)

 

 

Giorno 1: 07 luglio 2016 (Reykjavik – 54Km)

Volo IcelandAir delle 07.25 da Monaco di Baviera con arrivo all’aeroporto internazionale di Keflavik alle 09.30.

Ad accoglierci una splendida giornata di sole con una temperatura inaspettata che arriva addirittura a 18 gradi!

Sbrighiamo le pratiche per il noleggio auto e ritiriamo la nostra Hyndai i30 (noleggio da Budget tramite Auto Europe Reservation); la scelta è caduta su una “normal car” poiché l’itinerario che abbiamo scelto non prevede di percorrere piste riservate ai mezzi 4×4 (ovvero tutte le strade che iniziano con F).

Ci fermiamo al primo supermercato della catena di discount Bonus (http://www.bonus.is/) poco fuori dall’aeroporto per fare un po’ di scorta. I prezzi sono più cari rispetto all’Italia, ma niente di trascendentale. Una cosa curiosa: presso questa catena i prodotti da frigo sono conservati in stanze refrigerate per cui se si vuole evitare un bel raffreddore è meglio avere le idee ben chiare su cosa acquistare prima di entrarci!

Percorriamo i 40km che ci separano da Reykjavik e alle 14 parcheggiamo la macchina proprio a fianco della Loki 101 Guesthouse ( http://www.loki101.is/ struttura con bagno e cucina in comune) che abbiamo scelto per la notte (tra l’altro la via della guesthouse è l’unica con parcheggio gratuito che abbiamo trovato in prossimità del centro). Percorriamo pochi metri e ci troviamo di fronte alla chiesa di Hallgrimskirkja e alla statua del vichingo  Leifur Eiriksson (il primo europeo a sbarcare in America). La chiesa dell’architetto Samuelsson è imponente e le sue linee moderne ricordano le colonne di basalto che avremo più volte modo di osservare nel proseguo del nostro viaggio.

Vista l’ora ci dirigiamo verso il centro cercando qualcosa da mangiare; passeggiamo lungo le rive del lago Tjornin (che in islandese significa stagno) e ci fermiamo nel primo locale (una pizzeria). Proseguiamo la visita della città attraversando Piazza Austurvollur (con al centro la statua di Jon Sigurdsson che condusse lotta per l’indipendenza) su cui si affaccia la sede del parlamento islandese (Althingi) e percorrendo le vie del centro. Da piazza Ingolfstorg ancora addobbata per gli europei di calcio che hanno visto la nazionale islandese tra le protagoniste ci dirigiamo al porto vecchio.

Visitiamo la vicina sala da concerto Harpa costruita nel 2011. Le facciate in vetro la fanno apparire come un’astronave attraccata al porto e la visita interna permette di apprezzare i giochi di luce e i mosaici creati dalle vetrate esagonali che come per la chiesa di Hallgrimskirkja ricordano le colonne di basalto.

Percorriamo il lungomare fino alla scultura Solfar di Jon Gunnar Arnason che ricorda una nave vichinga e poi ritorniamo alla guesthouse per prepararci la cena.

Siamo piuttosto stanchi per la levataccia, ma proviamo ad aspettare il tramonto con l’idea di scattare qualche bella fotografia….tutto inutile, alle 23.40 il sole è ancora sopra l’orizzonte; rinunciamo e andiamo a dormire.

 

Giorno 2: 08 luglio 2016 (Penisola di  Snaefellsnes )

Alle 08.30 lasciamo la guesthouse e dopo aver prelevato un po’ di contanti (operazione che si rivelerà del tutto inutile visto che in Islanda si può pagare tutto con carta di credito, parcheggi compresi) imbocchiamo la statale n 1 Hringvegur che con i suoi 1330 km compie un anello intorno a tutta l’isola.

Percorriamo la baia di Reykjavik accompagnati da una bella giornata con delle curiose nubi lenticolari e ci dirigiamo a nord. Attraversiamo il Hvalfjordur attraverso il tunnel sottomarino (pedaggio 1000 ISK) e ci dirigiamo verso Borgarnes dove ci fermiamo per acquistare i panini per pranzo (supermarket Netto).

Alle 11 arriviamo alla nostra prima tappa, Gerduberg: una lunga serie di colonne di basalto alte una decina di metri che emergono dal terreno. Le colonne sono già visibili dalla strada 54 da dove una breve deviazione segnalata conduce in un paio di chilometri al sito. Ci fermiamo una mezz’oretta passeggiando ai piedi delle colonne poi ripartiamo.

Dopo mezz’ora un’altra breve deviazione ci porta alla spiaggia di Ytri-Tunga dove vive una colonia di foche. Ne scorgiamo subito alcune in mare e percorrendo il molo roccioso naturale ne troviamo 5 (tra cui un cucciolo) adagiate sugli scogli e sui tappeti di alghe. Le foche si lasciano avvicinare fino a pochi metri e così trascorriamo un’oretta ad osservare e fotografare questi simpatici mammiferi.

Dopo un’altra mezz’ora (e sono già le 13.30) un’altra deviazione di qualche centinaio di metri dalla strada 574 ci conduce al parcheggio da cui parte il sentiero (circa 500m) che porta alla fenditura di Raudfeldsgja. Si tratta di uno stretto canyon scavato da un piccolo fiumiciattolo; il breve sentiero conduce alla stretta apertura di un paio di metri che è parzialmente percorribile se si è disposti a bagnarsi le scarpe nel torrentello. In questo luogo è ambientata una parte della saga norrena del XIII secolo di Bárðr Spirito di Snæfell; in particolare il protagonista getta il nipote in questo canyon per vendicarsi dei torti subiti dalla propria figlia.

Dopo la breve passeggiata mangiamo i nostri panini e proseguiamo in direzione di Arnarstapi che raggiungiamo in pochi minuti.

Un bel sentiero panoramico di 2,5 km lungo la costa collega Arnarstapi al paesino di Hellnar (8 abitanti); in un’ora di passeggiata ammiriamo splendidi scorci sulla costa frastagliata con colonie di uccelli, colonne di basalto e campi di lava ricoperti di muschio. Alle nostre spalle incombe il vulcano Snaefell con la sua vetta innevata. Proprio questo vulcano era la porta d’accesso al centro della Terra per i protagonisti del romanzo di Verne “Viaggio al Centro della Terra”.

Riprendiamo la 574 in direzione ovest e entriamo nel Parco nazionale dello Snaefellsjokull (www.Snaefellsjokull.is).

Ci fermiamo qualche minuto al punto panoramico con vista sui pinnacoli rocciosi di Londrangar poi proseguiamo per la spiaggia nera di Djupalonssandur che raggiungiamo alle 16.30. Dal parcheggio nei pressi dei bagni un sentiero in discesa conduce a una spiaggia di sassi neri nella quale si trovano le famose pietre del sollevamento, ognuna col proprio nome: Amlodi (incapace) 23 kg, Halfdraettingur (gracile sogliaminima ) 54 kg, halfsterkur (mediamente forzuto) 100 kg e Fullsterker (molto forzuto) 154 Kg. Secondo la tradizione solo chi riusciva a sollevare la pietra da 54Kg poteva imbarcarsi come marinaio.

La spiaggia è contornata da formazioni di lava che secondo la tradizione rappresentano una chiesa degli elfi e una femmina di Troll (kerling) ed è disseminata di frammenti di metallo provenienti dal naufragio del motopeschereccio Eding avvenuto nel 1948.

Trascorriamo un’ora a passeggiare tra i ciottoli neri poi riprendiamo la strada e ci dirigiamo al cono di scorie Saxholl dove una scalinata in ferro di 300m consente di raggiungere la cima del cratere ed ammirare i campi di lava circostanti.

Il nostro programma prevede ora la visita della Penisola di Ondverdarnes che raggiungiamo deviando sulla strada sterrata 579. In breve arriviamo alla spiaggia di Skardsvik con la sua sabbia dorata e lungo la quale nell’estate del 1962 è stata rinvenuta una tomba vichinga contenente lo scheletro intatto e un corredo funebre composto tra l’altro da una spada e la punta di una lancia.

Dalla spiaggia lo sterrato diventa più dissestato e in una ventina di minuti ci permette di raggiungere le scogliere di Svortuloft e il bel faro arancione.

Le scogliere qui sono spettacolari con faraglioni, archi di roccia e colonie di uccelli marini che riusciamo ad identificare grazie alla bacheca posta sul faro che oltre a descrivere l’avifauna racconta la storia del faro e dei cacciatori di uova che si calavano con semplici corde giù dalle scogliere per razziare i nidi.

Il tempo vola e sono già le 19.30; risaliamo in macchina e in mezz’ora raggiungiamo Olafsvik (un migliaio di abitanti) e la nostra guesthouse (Við Hafið, bella struttura con bagno e cucina in comune).

Poiché l’indomani mattina abbiamo appuntamento con il traghetto che ci porterà verso i fiordi occidentali e visto che abbiamo ancora un po’ di forze residue decidiamo di anticipare una tappa e dopo cena ci dirigiamo verso il monte Kirkjufell (463m) e la cascata kirkjufellsfoss.

Dopo venti minuti arriviamo sul posto ed inizia a piovere, ma non possiamo rinunciare; parcheggiamo la macchina nel piazzale prima del ponte e aspettiamo.

Dopo pochi minuti come spesso avviene in Islanda smette di piovere. Lo scenario è da cartolina con la piccola cascata immersa nel verde e sullo sfondo l’originale forma della montagna. La luce non è delle migliori e ricomincia a piovere, ma approfittiamo lo stesso del lungo tramonto islandese per scattare qualche fotografia prima di rientrare alla guesthouse a mezzanotte non dopo aver fatto il pieno di benzina.

 

 

Giorno 3: 09 luglio 2016 (penisola di Latrbjarg)

Sveglia alle 08, colazione e partenza per Stykkisholmur (pop. 1091 abitanti) dove alle 09 dobbiamo prendere il traghetto  Baldur fino a Brjanslaekur. Il cielo è coperto e la temperatura è di 9 gradi. Ritirati i biglietti che avevamo acquistato online (www.seatours.is) ci concediamo qualche minuto prima dell’imbarco per salire al faro Sugandisey posto sulla collina che sovrasta il porto.

Imbarcata l’automobile alle 09 precise il traghetto inizia l’attraversata. Il capitano ci informa che ci sarà vento forte e abbiamo presto modo di verificarlo visto che le onde iniziano ad infrangersi violentemente sul ponte.

Dopo una breve sosta all’isola di Flatey per le operazioni di imbarco/sbarco e due ore e mezza di navigazione sbarchiamo a Brjanslaekur dove non c’è nulla se non il porto. Recuperata la macchina partiamo subito verso la penisola di Latrbjarg seguendo la strada 62 e prendendo poi lo sterrato 612. La strada è molto bella e costeggia il Patreksfjörður. Purtroppo il tempo non migliora, anzi, le raffiche di vento diventano sempre più forti. Alle 14 ci fermiamo a mangiare alla spiaggia di Breidavik ma il vento non ci permette di godere appieno del panorama costringendoci a ripararci dietro un muro per poter consumare il pranzo al sacco.

Alle 14.30 arriviamo alla fine della 612 presso il parcheggio delle famose scogliere di Latrbjarg il punto più occidentale dell’Islanda. Appena parcheggiamo sentiamo il vento scuotere l’automobile!!! Visto che la temperatura è di 7 gradi indossiamo tutto quello che abbiamo a disposizione (maglioni, guanti, sciarpa, berretti, pantaloni antivento, giacca a vento) e come piccoli omini Michelin percorriamo il sentiero lungo la scogliera.

Le scogliere sono alte fino a 400m e davvero impressionanti e dovrebbero essere un paradiso per gli uccelli marini, ma il forte vento non permette agli uccelli di sollevarsi in volo e così rimangono rintanati nei loro nidi. Il vento ci fa letteralmente volare via e se per noi adulti non è un grosso problema (al più affatica la marcia e ci sposta di un metro a destra e a sinistra) per nostro figlio di 9 anni le cose sono un po’ più complicate e siamo costretti a tenerlo stretto per mano e a farlo sdraiare a terra nelle soste. Non va dimenticato che il sentiero corre proprio sul bordo della scogliera (senza protezioni) …quindi un metro più a destra o più a sinistra fa la differenza!!! Percorriamo comunque un bel tratto di scogliera e ogni tanto ci sdraiamo a terra e strisciamo fino al bordo riuscendo così a scorgere alcuni uccelli nei pressi dei loro nidi (gabbiani, gazze marine e soprattutto i bellissimi pulcinella di mare che erano uno dei motivi per cui siamo venuti su questa scogliera).

Dopo poco più di un’ora torniamo alla macchina infreddoliti e un po’ provati dal vento e malediciamo il meteo che ci ha impedito di godere appieno della scogliera e di scattare quelle fantastiche foto che avevamo visto in internet.

Ripercorriamo a ritroso la 612 sempre accompagnati dalle nuvole e dal vento finchè alle 17 arriviamo in prossimità del bivio con la 614 che porta alla spiaggia di Raudasandur; il navigatore ci indica una mezz’oretta per raggiungere la spiaggia quindi ci proviamo. Dopo alcuni chilometri la strada comincia a scendere con stretti tornanti finché si apre davanti a noi la splendida vista della lunga spiaggia rosa di Raudasandur. Parcheggiamo nei pressi di una chiesetta nera; si tratta della Saurbæjarkirkja, l’unica edificio presente in questo luogo. La chiesa è stata costruita nel 1963 nel villaggio di Reykhólar e poi è stata smontata e rimontata pezzo per pezzo in questo luogo al posto della chiesa originale che è stata spazzata via dal vento  nel  1966. Trovata una via di accesso alla spiaggia ci ritroviamo completamente soli in mezzo a chilometri di sabbia e ci godiamo così una breve passeggiata condizionati dalle pozze di marea di impediscono di muoverci liberamente.

Alle 19.30 raggiungiamo l’ostello di Bildudalur (un piccolo paesino di 170 abitanti). L’ostello (http://www.bildudalurhostel.com/) si trova all’interno di un ex supermercato del porto con un arredamento moderno, un’ampia cucina molto attrezzata, numerosi tavoli per mangiare, un’ampia sala con biblioteca e TV. Le camere sono ampie e sono a disposizione numerose docce e bagni. Una delle migliori strutture visitate.

 

Giorno 4: 10 luglio 2016 (fiordi occidentali e cascata Dynjandi)

Partiamo alle ore 9 e percorriamo la strada 619, uno sterrato con molte buche che in 26 Km conduce da Biduladur alla punta dell’Arnarfjordur. Il fiordo non è molto diverso da quelli che abbiamo già visto con begli scorci, spiagge di sabbia e numerosi uccelli. Alla fine della strada incontriamo la casa di Samuel Jonsson un artista locale che ha realizzato nel prato una serie di sculture in cemento. Abbiamo osservato le sculture dalla strada e poiché non erano di nostro gradimento siamo risaliti in auto per tornare a Biduladur. Sinceramente questa deviazione non ha aggiunto molto al nostro viaggio complici forse anche le nuvole che coprivano la vista delle montagne sull’altro lato del fiordo.

Dopo aver fatto il pieno di benzina prendiamo la 63 fino alle piscine geotermali di Reykjarfjardarlaug che raggiungiamo verso le 11.30. Si tratta di una vasca all’aperto in mezzo al nulla posta proprio a fianco della strada. Al momento della nostra visita la vasca era vuota, ma abbiamo usato gli spogliatoi per cambiarci ed accedere alla piscina naturale posta qualche decina di metri a monte proprio in corrispondenza della sorgente geotermale. Qui l’acqua è molto calda (45 gradi) e nonostante la temperatura esterna (9°) abbiamo impiegato un po’ di tempo prima di riuscire ad immergerci. Superato lo sbalzo termico ci siamo goduti la vista delle montagne e del fiordo circondati da un prato fiorito e dalle sterne artiche che sorvolavano la nostra testa a bassa quota per portare il cibo ai piccoli pulcini che si trovavano attorno alla pozza.

Dopo più di un’ora riemergiamo e per la prima volta apprezziamo la fresca brezza islandese che in pochi secondi ci asciuga.

Riprendiamo la 63 che tra scorci su bellissimi fiordi e passi ci porta su spianate rocciose coperte da macchie di neve, piccoli torrenti e cascate e ci conduce alla nostra prossima tappa, la cascata Dynjandi (che significa cascata tonante). Secondo me questa strada è quella che ci ha offerto i migliori panorami islandesi complice anche il bel tempo che oggi ci accompagna (insieme all’immancabile vento).

Raggiungiamo il parcheggio alle 13.30 e consumiamo il nostro pranzo al sacco sui tavolini posti alla base del sentiero che sale fino alla cascata.

Seguiamo il sentiero che passando a fianco di piccole cascate ci conduce fino alla base della cascata principale da dove oltre alla cascata è possibile ammirare la baia di Dynjandivogur in cui la cascata si getta. Lungo il sentiero è possibile ammirare la flora che cresce in questo ambiente umido (abbiamo visto anche delle piante carnivore del genere pinguicula) e scovare tra le rocce alcuni blocchi di basalto ricchi di cavità cristallizzate ( abbiamo trovato qualche bel campione di cabasite).

Alle 16 partiamo in direzione Isafjordur e ci fermiamo per una breve sosta al Jon Sigurdsson Museum di Hrafnseyri, un piccolo museo (che non abbiamo visitato) che sorge in prossimità della casa natale del leader del movimento d’indipendenza islandese accanto al quale si trova una chiesetta e tre graziose casette di torba molto fotogeniche.

Riprendiamo la strada sterrata 60 che non smette di regalarci bellissimi panorami sui fiordi occidentali e dopo aver attraversato il tunnel di 9 km  Isafjordur – Flateyri arriviamo a Isafjordur (2500 abitanti) la “capitale dei fiordi”. Facciamo la spesa al supermercato Bonus pochi minuti prima della chiusura e ci dirigiamo in centro con l’intenzione di visitare l’ Isafjordur Maritime Museum che però è già chiuso; non siamo ancora abituati alle ore di luce dell’Islanda, ma l’orologio non sbaglia: sono già le 19! Vista l’ora decidiamo di mangiarci un hamburger e patatine all’Hamraborg dove tra turisti e locali assistiamo al primo tempo della finale del campionato europeo di calcio.

Stanchi risaliamo in macchina per percorrere i pochi chilometri che ci separano da Bolungarvik (993 abitanti) dove, nei pressi del porto, si trova la nostra guesthouse Einarshusid, una casa padronale del 1902 con un piccolo ristorante al piano terra e 4 accoglienti stanze al piano superiore arredate in stile inizi Novecento (2 bagni in comune, senza cucina).

 

Giorno 5: 11 luglio 2016 (fiordi occidentali)

La giornata di oggi prevede parecchi chilometri di panorami tra i fiordi, ma al nostro risveglio troviamo cielo grigio, pioggia e una temperatura di 9 gradi.

Visto il meteo che rovinerà in parte i panorami decidiamo di integrare la giornata con la visita a un museo. Siamo in dubbio tra il museo marittimo di Isafjordur, il centro di ricerca sulla volpe artica e il museo all’aperto della pesca di Osvor (http://www.osvor.is/); lasciamo la scelta a nostro figlio Nicola che opta per quest’ultimo così alle 09 lasciamo la guesthouse e ci dirigiamo al museo posto proprio al termine del tunnel che da Isafjordur conduce a Bolungarvik. Facciamo i biglietti (950 ISK gli adulti, bambini gratuiti) e attendiamo che il curatore del museo e nostra guida finisca di indossare la sua “divisa” costituita dall’abbigliamento utilizzato dai pescatori del XIX secolo ovvero giacca, pantaloni e copriscarpe di pelle d’agnello e guanti con doppio pollice che possono essere indossati in entrambi i versi. Visitiamo la ricostruzione delle case con tetto in torba  in cui risiedevano i pescatori contenenti gli arredi e gli strumenti originali, una vecchia barca per la pesca e un essicatoio per i pesci, sempre accompagnati dall’inquietante ma simpatica presenza della nostra guida pescatore che con poche parole in un misto inglese/islandese ci racconta la vita dei pescatori nel Novecento e la funzione degli strumenti di lavoro. Dopo qualche minuto si unisce a noi una comitiva di austriaci con una guida che traduce i monosillabi del nostro pescatore in lunghi discorsi in tedesco.

Finita la visita scattiamo qualche foto al vicino faro di Bolungarvik circondato da piante di  lupini.

I lupini (Lupinus nootkatensis)  sono una leguminosa originaria del Nord America con fiori viola onnipresenti in Islanda lungo i bordi delle strade e nei prati. La pianta è stata introdotta nell’isola nel XX sec. per combattere l’erosione grazie alla sua funzione di fertilizzazione del terreno che consente l’attecchimento di nuove specie vegetali alle brulle colline islandesi.

Ripercorriamo il tunnel e ci fermiamo nuovamente a Isafjordur per fare benzina e per vedere il monumento ai marinai e l’arco in osso di balena nel piccolo parco cittadino.

Alle 11.30 prendiamo la 61 e iniziamo a percorrere i numerosi fiordi che contraddistinguono questa costa.

Giunti all’imbocco del Skotufjordur  ( 65°59’42.47″N  22°49’8.31″O  qualche centinaio di metri a nord del Litbaer Cafe), la nostra attenzione viene attratta da una piccola colonia di foche con una decina di individui sdraiati sugli scogli proprio a fianco della strada. Lasciamo la macchina a bordo strada e saltelliamo tra gli scogli e le alghe per avvicinarci il più possibile alle foche; trascorriamo mezz’ora scattando foto e ammirando i simpatici animali che riposano sugli scogli e nuotano nelle fredde acque. Ripartendo scopriamo che un centinaio di metri più a sud c’è un’area di sosta fornita di binocoli per poter ammirare le foche (i binocoli sono all’interno di una scatola di plastica su un tavolo di legno).

Ci fermiamo per consumare il pranzo al sacco sempre accompagnati dalle nuvole e ci concediamo poi una piccola deviazione fino a Drangsnes dove proprio a fianco della strada sono presenti delle piccole vasche geotermali. Nicola insiste per fermarsi a fare il bagno, ma il freddo e soprattutto il forte vento ci dissuadono, così ripartiamo in direzione Hvammstangi (560 abitanti) dove pernotteremo all’Hvammstangi Cottages (Hvammstangichalets.webs.com) che raggiungiamo alle 19. Come suggerisce il nome si tratta di una struttura formata da 9 piccoli cottages con bagno privato e angolo cucina. Dopo cena mentre pianifichiamo la giornata successiva a mezzanotte ci sorprende uno splendido tramonto che infiamma il cielo.

 

Giorno 6: 12 luglio 2016 (Penisola di Vatnsnes)

Il programma di oggi prevede la visita della penisola di Vatnsnes alla ricerca delle colonie di foche che sappiamo essere presenti lungo le coste della penisola. Una bella abitudine degli islandesi è quella di porre degli ottimi cartelli informativi nei pressi delle aree di sosta che illustrano i punti di interesse della zona; prendiamo quindi nota di alcune mete che non sono segnalate sulle nostre guide e iniziamo ad esplorare la penisola percorrendo la strada 711.

Dopo pochi chilometri troviamo l’indicazione per Anastadastapi. Un breve sentiero ci permette di scendere la scogliera fino a questo scoglio coperto in parte da vegetazione che si staglia pochi metri dalla costa. Il contrasto di colori del blu del mare, il nero dello scoglio e il verde delle piante che lo ricoprono è spettacolare.

Proseguiamo qualche altro chilometro e troviamo la colonia di foche di Svalbard. Anche qui un breve sentiero costeggia la costa e ci permette di avvistare una decina di foche che nonostante la fredda giornata riposano sdraiate sugli scogli.

La seconda colonia che incontriamo a Illugastadhir ci da maggiori soddisfazioni, infatti un sentiero conduce a una postazione di osservazione che si affaccia su un piccolo canale da dove sullo scoglio di fronte possiamo ammirare, seppur in lontananza più di 50 foche.

Superata la punta della penisola troviamo il parcheggio dal quale si diramano due sentieri: il primo a sisnistra conduce al Faraglione di Hvitserkur e il secondo a destra porta alla colonia di foche di Osar. Prendiamo il primo sentiero che conduce ad una terrazza panoramica proprio sopra il faraglione. Hvitserkur in islandese significa camicia bianca per la quantità di guano che gli uccelli marini depositano sullo scoglio, ma la tradizione gli restituisce dignità immaginandolo come un troll sorpreso dal sorgere del sole mentre cercava di distruggere il monastero di  Thingeyrar.

Consiglio di percorrere il ripido sentiero che dal punto panoramico conduce al mare da dove potrete ammirare da vicino i 15 metri dello scoglio e da dove potrete raggiungere la colonia di foche di Osar percorrendo la lunga spiaggia nera senza dover risalire al parcheggio. Questa colonia ci ha permesso di concludere in bellezza la nostra “caccia” alle foche dato che siamo riusciti a vedere sulla riva di fronte a noi più di 180 foche!!! L’incontro non è stato ravvicinato come sulla spiaggia di Ytri-Tunga, ma il gran numero di esemplari vale sicuramente la visita.

Dopo aver mangiato proseguiamo verso Glaumbaer, ma visto che abbiamo un po’ di tempo ci concediamo una deviazione sulla strada 717 fino al vicino Borgarvirki castle: un anfiteatro naturale formato da colonne di basalto poste in cima a una collina usato secoli fa come fortezza difensiva grazie alla costruzione di mura. Una scalinata consente di raggiungere la cima da cui si gode un bel panorama.

Riprendiamo la strada sterrata e non appena ritorniamo sulla 1 deviamo subito sulla 715 per raggiungere le cascate di Kolugljufur, belle cascate che scorrono in un piccolo canyon percorribile con un breve sentiero.

Riprendiamo la strada principale e con una breve deviazione raggiungiamo la fattoria di torba del XVIII secolo di  Glaumbaer. Scendiamo dall’auto per pochi minuti accompagnati da una fitta pioggia e passeggiando attorno alle case di torba, ma decidiamo di non entrare e di dirigerci subito verso la nostra guesthouses a Akureyri; attraversiamo la bella valle dell’Oxnadalur con il caratteristico profilo della guglia di Hraundrangi (1075m) e qui scopriamo che gli abitanti dell’area hanno combattuto una battaglia a suon di firme per evitare che il paesaggio fosse deturpato dall’installazione di alti piloni dei un elettrodotto. Alle 18,30 giungiamo al Lonsa Guesthouse (http://lonsa.is/) che ci ospiterà per 2 notti: una bella struttura con un ottimo rapporto prezzo/qualità con camere ampie e una grande cucina comune ben attrezzata. Prepariamo la cena e andiamo a fare un giro in centro ad Akureyri (pop 17.930) dove su una collina accanto al centro sorge la chiesa Akureyrarkirkja costruita nel 1940 su disegno dell’architetto Gudjon Samuelsson (lo stesso della chiesa di  Reykjavik della quale richiama le linee con le strutture colonnari a richiamare le colonne di basalto). Passeggiamo lunga la via principale Hafnarstraeti sulla quale si affacciano negozi, locali e una bella libreria.

Ci colpiscono i semafori  di Akereyri poichè il cerchio rosso è sostituito da un bel cuore; scopriamo che ciò è dovuto all’iniziativa “Smile with your heart” volta a infondere pensieri positivi negli islandesi dopo la grave crisi economica che ha colpito il paese.

 

Giorno 7: 13 luglio 2016 (Husavik, Asbyrgi, Dettifoss )

Partiamo alle 08 da Akureyri diretti a Husavik (pop 2200) dove alle 10 abbiamo appuntamento per un’escursione in barca a caccia di balene. Mezz’ora prima dell’imbarco, presso l’ufficio della NorthSailing presso il porto confermiamo i biglietti che avevamo prenotato online http://www.northsailing.is/

Puntuale la barca lascia il porto e inizia la navigazione nella baia. Ci vengono subito fornite delle tute imbottite per ripararci dal freddo vento; noi eravamo già dotati di pantaloni antivento guanti berretti e giacche a vento, ma accettiamo volentieri l’ulteriore indumento che ci rende un po’ goffi nei movimenti e ci uniformizza agli altri passeggeri (circa una quarantina di persone).

Mentre prendiamo posto sulla torretta della barca per godere di una più ampia visuale l’equipaggio ci illustra le specie di cetacei che popolano la zona, le manovre di avvicinamento e le modalità per segnalare eventuali avvistamenti. La baia di Husavik (Skjalfandi) è la capitale islandese del whalwatching grazie a due fiumi che vi sfociano apportando sostanze nutritive che danno luogo a fioriture di plancton attirando cetacei quali megattere, balenottere e capodogli.

Nelle 3 ore di navigazione abbiamo avvistato alcuni delfini (Lagenorhynchus albirostris), una balenottera minore (Balænoptera acuto-rostrata), alcune megattere  (Megaptera novaeangliae) e pulcinella di mare a caccia di pesci vicino alla barca. La barca segue una procedura di avvicinamento alla balena che ci consente di avvicinarci fino a qualche decina di metri.

Rientrati in porto alle 13.00 lasciamo subito Husavik poiché la giornata di oggi è  ricca di cose da vedere. Ci fermiamo per mangiare in una piazzola di sosta a nord del paese con una bella vista sulla baia e poi proseguiamo verso il parco nazionale di Jokulsargljufur

Il programma prevedeva la visita dell’area di Hljóðaklettar con le sue formazioni basaltiche e i crateri rossi, ma giunti all’incrocio con la 862 scopriamo che l’accesso è consentito solo ai mezzi 4×4 (sulle nostre guide invece era indicata accessibile seppur con terreno dissestato). Proseguiamo quindi fino al visitor center dell Ásbyrgi National Park e decidiamo di percorrere il sentiero A1 (1km) che conduce al laghetto Botnstjörn e a una piattaforma rocciosa che consente di avere una vista d’insieme sul canyon. Il canyon di Ásbyrgi ha una larghezza di 1 chilometro con pareti alte 100m e la forma di ferro di cavallo al centro del quale si erge una formazione rocciosa chiamata Eyjan, l’Isola. Secondo la leggenda il canyon è stato originato dall’impronta di uno degli otto zoccoli di Sleipnir, il cavallo di Odino. In questo caso però la realtà supera quasi la fantasia: il canyon infatti è stato scavato da un enorme jokulhlaup (un’inondazione conseguente a un’eruzione subglaciale) originatosi a seguito dell’eruzione del Grimsvotn 150 km più a sud. A differenza del resto del territorio Islandese dove è praticamente impossibile trovare alberi, all’interno del canyon è presente un fitto bosco di betulle nel quale secondo la leggenda trova riparo il popolo nascosto (in islandese Asbyrgi significa “rifugio degli dei”).

Proseguiamo percorrendo la strada 864 che percorre il lato orientale del Jökulsárgljúfur. Sulla guida la strada era descritta come molto dissestata, ma in realtà abbiamo trovato un fondo molto liscio che ci ha permesso di percorrerla molto velocemente. Poco dopo aver imboccato la strada ci fermiamo a un punto panoramico che ci permette di osservare il fiume Jökulsá á Fjöllum  che oggi scorre un paio di chilometri più ad est rispetto al canyon di Asbyrgi. Proseguiamo fino alla cascata di Hafragilsfoss (Cascata del Canyon della Capra) la più settentrionale delle cascate del Jökulsá á Fjöllum. La deviazione verso la cascata porta in un paesaggio alieno con lo strerrato che attraversa un’area resa completamente rossa dalle scorie vulcaniche (gli ultimi metri prima del parcheggio sono un po’ impegnativi a causa di un dosso pieno di buche, ma nulla che non si possa superare con un po’ di attenzione). Questa cascasta merita una sosta non tanto per la sua maestosità (27 m di altezza e 91 m di larghezza) ma per il contesto nella quale è inserita: la possiamo ammirare dall’ alto percorrendo un sentierino sui bordi del canyon.

Dopo pochi chilometri una nube d’acqua che si solleva dal terreno ci annuncia che stiamo per raggiungere la ben più nota cascata di Dettifoss (cascata dell’Acqua che Rovina) che con i suoi  44 m di larghezza i 100 m di larghezza e la portata media  di 200metri cubi al secondo è la più potente cascata europea. Il sentiero permette di giungere sul bordo della cascata e di ammirarne la potenza.

Proseguendo per un chilometro (una mezz’ora) lungo il sentiero che costeggia il fiume tra le rocce si giunge alla più meridionale delle cascate: Sellfoss. Anche questa cascata merita la camminata per raggiungerla: questa volta non per la sua maestosità visto che è alta poco più di 10 metri ma per il colpo d’occhio dato da un lungo fronte da cui scendono numerosissime cascate che si fondo l’una con l’altra in un unico muro d’acqua.

Alle 19 ritorniamo alla nostra macchina e stanchi percorriamo le due ore di strada che ci riportano alla guesthouse da cui siamo partiti stamattina costeggiando la riva settentrionale del lago Myvatn a cui sarà dedicata la giornata di domani.

 

Giorno 8: 14 luglio 2016 (Godafoss, lago Myvatn,Dimmuborgir,Hverir)

Alle 09 usciamo e finalmente splende il sole! Ripercorriamo a ritroso parte della strada fatta ieri e ci dirigiamo alla cascata Godafoss o cascata degli dei così chiamata perché secondo la tradizione l’oratore delle leggi dopo aver optato durante l’assemblea generale  dell’ Alþingi per l’adozione del cristianesimo nel suo ritorno a casa gettò nella cascata i simulacri delle divinità pagane.

Sono presenti due sentieri che consentono di visitare entrambi i lati della cascata alta 12 metri e larga 30m. Anche questa cascata è piuttosto scenografica con il suo anfiteatro e la bella giornata aiuta ad esaltare il blu delle sue acque.

Dopo un’ora (11.00) ripartiamo e in mezz’ora raggiungiamo le sponde meridionali del lago Myvatn e in particolare l’area dei Pseudocrateri di Skutustadir

Scendiamo dalla macchina e scopriamo subito l’origine del nome del lago (Lago Myvatn = lago dei moscerini): nuvole di moscerini ci circondano entrandoci nel naso e nelle orecchie; alcuni turisti indossano delle retine sul viso per proteggersi, ma fortunatamente questi moscerini non pungono per cui a bocca chiusa imbocchiamo il sentiero più breve che ci permette di visitare in 30 minuti i pseudocrateri che si affacciano sulla riva del lago (a destra un sentiero più lungo consente di avvicinarsi alle zone di nidificazione della numerosa avifauna presente).

I pseudocrateri sembrano dei piccoli vulcani , ma in realtà sono stati originati dalle esplosioni sotterranee causate dall’incontro della lava incandescente con l’acqua presente nel terreno.

Ci spostiamo per pranzo nell’area del campo di lava di Dimmuborgir dove incontriamo un gruppo di nostri amici che stanno visitando l’Islanda in questi giorni con un itinerario in senso antiorario (al contrario del nostro). Dopo aver pranzato presso alcuni tavolini nell’area di sosta percorriamo insieme il sentiero Kirkjan (anello di 2,3 km) che si inoltra tra i pilastri di lava fino a giungere a una bella grotta chiama la chiesa (Kirkjan). Le formazioni di lava di  Dimmuborgir si sono formate circa 200 anni fa quando una vasta eruzione del del Threngslaborgir e del Ludentarborgir ha formato in questo luogo un vasto lago di lava. La superficie del lago si raffreddò formando una cupola e in seguito la lava fluì via lasciando i pilastri che ancora oggi possiamo osservare.

Dopo esserci scambiati impressioni e suggerimenti sui luoghi visitati alle 16 salutiamo i nostri amici e ci dirigiamo a nord fermandoci nei pressi dell’area geotermale di Bjarnarflag dove un piccolo lago artificiale di color turchese chiamato laguna blu è ciò che resta di un impianto  di trasformazione delle diatomee (un’alga di cui è ricco il lago Myvatn) per la produzione di diatomite (componente essenziale della dinamite). La fabbrica chiusa nel 2004 sfruttava l’energia geotermica per essiccare i fanghi contenenti le diatomee. Accanto alla riva del lago è presente una sorgente di acqua calda, soffioni di vapore e una piccola centrale geotermica.

Superato il passo di Námaskard (m 410) arriviamo alle 17 all’area di Hverir dove un breve percorso ci conduce in un paesaggio lunare tra pozze di fango ribollente, solfatare, soffioni di vapore, il tutto accompagnato da un forte odore di zolfo che pervade la zona. Approfittiamo della bella giornata (e non ne incontreremo molte) per salire sul piccolo monte Namafjall (374m) che sovrasta Hverir. Il sentiero si inerpica sul versante tra lava e solfatare e risulta essere molto scivoloso, ma arrivati in cima si apre uno stupendo panorama sull’area di Hverir da un lato e il lago Myvatn dall’altro. Chiudiamo l’anello accompagnati da un forte vento che sferza le pendici del Namafjall e dopo le ultime fotografie verso le 19 facciamo ritorno ad Akureyri

Per questa notte abbiamo deciso di cambiare albergo e spostarci in centro. Abbiamo scelto una struttura di livello più alto (e di conseguenza più costosa): Hrafninn Guesthouse. La posizione è ottima sulla via principale, ma la sistemazione ci ha subito deluso. Nonostante il bagno privato (un lusso che fino ad ora non ci eravamo ancora concessi) la camera risulta piccola e la cucina in comune assomiglia più ad un angolo per preparare un the, priva addirittura di tavolo e sedie. Col senno di poi era meglio rimanere nella sistemazione delle nostri scorse.

 

Giorno 9: 15 luglio 2016 (Krafla)

Questa mattina torniamo alla normalità, nel senso che il cielo è nuovamente nuvoloso e la temperatura si aggira attorno ai 9 gradi.

Il programma di oggi prevede la visita dell’area vulcanica del Krafla, ma prima vogliamo visitare un paio di punti lungo il lago Myvatn che non siamo riusciti a vedere ieri: prima tappa il cratere Hverfjall nei pressi della sponda orientale del lago.

Il cratere si è formato circa 2700 anni fa, ha un’altezza di 463m e un diametro di un chilometro ed è composto di tefrite. Un ripido sentiero parte dal parcheggio posto al termine dello sterrato 8816 e consente di raggiungere il bordo del cratere e di percorrerne tutto il bordo.

Il vento è talmente forte che fatichiamo a salire sul cratere e quando arriviamo in cima la situazione sembra quasi peggiorare, infatti facciamo fatica a mantenere la posizione eretta. Percorriamo comunque un tratto lungo il bordo del cratere per ammirarlo da diverse prospettive prima di ridiscendere.

Ritornati sulla strada principale dopo pochi minuti troviamo la deviazione (sterrato 860) che ci porta a Grjotagja una grotta lavica al cui interno si trova un piccolo lago. In passato la grotta veniva usata per la balneazione, ma a seguito dell’eruzione dal 1975 al 1984 del vicino Krafla la temperatura dell’acqua è salita sopra i 50 gradi rendendo impossibile farci il bagno. La grotta presenta due comodi ingressi e qui sono state girate alcune scene della serie TV “Il trono di spade” (nell’episodio 5 della stagione 3 proprio qui scoppia la passione tra John Snow e Ygritte)

Dopo il parcheggio di Grjotagja la strada è nuovamente asfaltata e si ricongiunge alla strada principale nei pressi dell’area geotermale di Bjarnarflag che abbiamo visitato ieri. Proseguiamo in direzione Est sulla 1 e poco dopo l’area di Hverir sulla sinistra troviamo la deviazione per Krafla.

Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio sulla destra si può notare una curiosa doccia nel nulla dalla quale esce acqua calda.

Dopo pochi chilometri una colonna di vapore ci annuncia la centrale geotermica di Krafla (http://www.landsvirkjun.com/Company/PowerStations/KraflaPowerStation). Ci fermiamo al visitor center (ingresso gratuito) dove alcuni pannelli, modellini e un filmato ci informano sull’impiego dell’energia geotermica per la produzione di elettricità e acqua calda per riscaldamento e sulla storia della centrale, costruita proprio durante l’ultima eruzione del Krafla. Superati i tubi di alimentazione della centrale che formano una U rovesciata proprio sopra la strada ci dirigiamo al Cratere Viti. Dal parcheggio un sentiero ci conduce in pochi minuti sul bordo del cratere superando una variopinta fumarola. Il vento è molto forte e rende difficile il cammino, ma non ci impedisce di ammirare il bel lago azzurro all’interno del cratere del diametro di circa 300m.

Inizia a piovere e Laura e Nicola decidono di tornare alla macchina mentre io completo di corsa il perimetro del cratere passando per un bel prato  di cotone artico (Eriophorum angustifolium); la vista migliore è comunque quella che si gode dal punto in cui il sentiero raggiunge la sommità.

Visto il tempo mangiamo all’interno dell’automobile in attesa dell’evoluzione meteorologica. Nella piena tradizione islandese dopo un quarto d’ora smette di piovere, così,  nonostante il forte vento che continua a sferzare tutta l’area,  ci spostiamo di poche centinaia di metri e decidiamo di percorrere il sentiero di Leirhnjukur. Dal parcheggio il sentiero si inoltra in un’area formata da cuscinetti di lava e poi attraverso una passerella in legno sale tra le colate laviche affiancato da fumarole fino un piccolo laghetto di acqua fumante. Di qui è possibile proseguire nell’anello che riporta al parcheggio o prendere una deviazione che allunga un po’ la strada ma che consente di attraversare altre belle colate con bocche fumanti fino a giungere al piccolo cratere Hófur. Tutta l’area è molto attiva dato che a 3 km di profondità si trova una camera magmatica che ha dato luogo a diverse eruzioni: nel 1724 quella che ha dato origine al cratere Viti chiamata fuochi del Myvatn, nel 1729 quando una colata fuoriuscì dal monte Leirhnjukur  e giunse fino al lago Myvatned fino alla più recente ricordata con il nome di fuochi del Krafla che proseguì ininterrottamente per 9 anni dal 1975 al 1984.. Percorrendo il sentiero è facile distinguere le diverse colate che si sono susseguite nel tempo con quelle più scure che risalgono all’ultima eruzione.

Il paesaggio è davvero lunare e proprio qui l’equipaggio dell’Apollo 11 si è addestrato per le passeggiate lunari.

Il percorso ad anello (compreso di deviazione al cratere Hófur) dura circa 2 ore ma ne vale sicuramente la pena. Nonostante il forte vento rimarrà uno dei più bei ricordi dell’Islanda.

Ripresa la macchina ci dirigiamo a Egilstadir a circa 160 km dove passeremo la notte. Questa strada attraversa zone completamente disabitate e ci godiamo il panorama con tranquillità visto che per la prima volta arriveremo al nostro alloggio a un’ora decente. In realtà a poco più di un’ora da Egilstadir troviamo una roulotte rovesciata a causa del forte vento che occupa completamente la sede stradale. Studiamo per un po’ la possibilità di scendere dal piano stradale che in questo posto era rialzato per risalire dopo la roulotte, ma desistiamo così come altri mezzi giunti sul posto. Aspettiamo quindi l’arrivo dei soccorsi per più di un’ora perdendo così il nostro anticipo sulla tabella di marcia.

Arriviamo infine al Lyngás Guesthouse di Egilstadire, un’ottima struttura arredata in stile moderno con camere molto ampie (5 letti) grade cucina in comune, ampia sala da pranzo, con bagni in comune molto puliti. Probabilmente la miglior struttura incontrata. Prepariamo la cena e poi tutti a dormire dopo un’altra lunga ma bella giornata.

 

Giorno 10: 16 luglio 2016 (Lagarfljot, Jukulsarlon )

La giornata purtroppo è piovosa, abbandoniamo così l’idea di visitare il villaggio di Seyðisfjörðuro lungo i fiordi orientali e optiamo per una breve escursione lungo le rive del lago più lungo d’Islanda (25 km) il Lagarfljot nelle cui acque lattiginose di origine glaciale si dice viva un mostro marino. Incuriositi da un depliant sul mostro trovato presso la guesthouse decidiamo di recarci in uno dei posti in cui è stata avvistata la creatura chiamata Lagarfljótsormur (il serpente del Lagarfljot).

Si tratta di un lungo serpente acquatico della lunghezza di più di 10 m le cui prime ipotetiche osservazioni risalgono al 1345. Secondo la leggenda una madre donò un anello d’oro alla figlia dicendole di riporlo sotto un piccolo drago-serpente affinché crescesse. La figlia ripose l’anello e il piccolo serpente in uno scrigno e il serpente cominciò a crescere sempre più fino a rompere lo scrigno stesso. La ragazza spaventata gettò lo scrigno con il suo contenuto all’interno del lago e il mostro continuò a crescere sempre più.

Numerose testimonianze e osservazioni si sono ripetute nei secoli e recentemente (febbraio 2012) il mostro è stato catturato in un video che ha destato scalpore poichè è stato definito autentico da una commissione governativa islandese (una trovata pubblicitaria? beh non dimentichiamo che in Islanda anche il popolo dei folletti è tutelato…)

Lungo le rive del lago alcune tabelle informative sono poste nei punti di avvistamento del mostro; proseguiamo fino al punto osservativo nei pressi di Hafursa, ma forse per il brutto tempo il mostro non si fa vedere, così, dopo aver scattato qualche foto alle rive del lago, riprendiamo la strada principale.

Per risparmiare qualche chilometro prendiamo lo sterrato 939 che, oltrepassato il passo Oxi, ci offre una bella vista sul Berufjordur e su alcune cascate, oltre a ricoprire completamente di fango la nostra automobile!!!

Poco prima di Hofn seguendo alcune indicazioni trovate in rete proviamo a dirigerci a Stokksnes da dove è possibile effettuare  belle fotografie della baia..

Imboccata la deviazione dalla ring road arriviamo ad un sbarra nei pressi del Viking Cafè dove è richiesto un pedaggio di 800 ISK a testa per poter proseguire lungo il ponte che conduce all’ex base  radar. Visto  il costo  e il meteo  che non è dei migliori abbandoniamo l’idea anche perchè la giornata è ancora lunga.

Riprendiamo la 1 fino a Hofn che raggiungiamo verso le 14 e dove ci fermiamo per appoggiare le valigie presso la guesthouse che ci ospiterà per la notte (Hafnarnes http://www.hafnarnes.is/). Il posto come nella gran parte delle sistemazioni che abbiamo trovato è pulito e ben attrezzato con cucina e zona pranzo. Al nostro arrivo era in corso un ricevimento di nozze così, dopo aver salutato gli sposi, siamo subito ripartiti in direzione sud.

Appena lasciato Hofn si notano subito le grandi lingue glaciali che staccandosi dall’enorme ghiacciaio del Vatnajökull scendono fin quasi alla costa.

Alle 16  raggiungiamo la laguna Jukulsarlon una delle mete più visitate d’Islanda.

Ci dirigiamo subito presso la biglietteria della Glacier Lagoon  http://icelagoon.is/ con i biglietti che avevamo prenotato in anticipo sul sito. L’escursione prevede l’esplorazione della laguna di un’ora con un mezzo anfibio. Veniamo “imbarcati” immediatamente sul mezzo (una grande barca con le ruote) che dopo poche centinaia di metri entra in acqua. Lo spettacolo è mozzafiato: blocchi di ghiaccio di tutte le dimensioni e di un blu intenso galleggiano intorno a noi e sullo sfondo la lingua frastagliata del ghiacciaio che alimenta la laguna.

Durante l’escursione la guida ci spiega che la laguna di 25 kmq e profonda 260 metri si è formata 80 anni fa e che il ghiacciaio Breidamerkurjokull arretra di ben 500 m all’anno. I colori degli iceberg possono variare dal bianco latte quando sono costituiti da ghiaccio che è stato esposto all’aria e alla radiazione solare, al nero quando sono ricoperti dalla cenere vulcanica delle frequenti eruzioni, al blu, il colore del ghiaccio compatto non esposto all’aria. Mentre transitiamo a un paio di metri da un grosso iceberg siamo fortunati ed assistiamo al suo flip-over (capovolgimento) che ci permette di osservare il ghiaccio trasparente che fino a pochi istanti prima era conservato sott’acqua. Prima della conclusione abbiamo anche modo di assaggiare un po’ di ghiaccio che in base ai calcoli si è formato a seguito di nevicate che risalgono a 1000 anni fa…beh non temiamo di assumere sostanze inquinanti ingerendo quest’acqua!!

A fine escursione trascorriamo ancora un po’ di tempo sulle rive della laguna e lungo il fiume più corto d’Islanda (poche decine di metri) che permette ai blocchi di ghiaccio di fluire lentamente verso il mare.

Il posto è veramente spettacolare e non sorprende che abbia fatto da scenario per molti film tra cui  “007 – Bersaglio mobile”,  “007 La morte può attendere”,  “Batman Begins” e “Lara Croft: Tomb Raider”.

Risaliti in macchina superiamo il ponte e dopo circa dieci chilometri deviamo a destra per ammirare un’altra laguna ghiacciata, la laguna Fjallsarion. Rispetto alla precedente questa laguna è più piccola, ma altrettanto bella sia per la vicinanza del ghiacciaio che per l’assenza di turisti; siamo infatti da soli a contatto con la natura e solo dopo qualche minuto incontriamo una coppia di sposi che sta effettuando un servizio fotografico….immaginiamo un bel raffreddore per la sposa costretta a rimanere in posa in un abito non proprio tecnico…

Torniamo sui nostri passi, ma prima di rientrare alla guesthouse non possiamo non fermarci alla spiaggia della Jukulsarlon dove i blocchi di ghiaccio della laguna dopo aver raggiunto il mare ed essere stati triturati e levigati vengono depositati sulla sabbia nera come moderne sculture.

Rientriamo a Hofn alle 20.30, cena e subito a dormire.

 

Giorno 11: 17 luglio 2016 (Hof, Skaftafell, Svartifoss, Kirkjugolf, Fjardrargljufur)

Il programma di oggi è piuttosto fitto e il tempo anche oggi non è dei migliori, ma non ci scoraggiamo.

Partiamo da Hofn alle 09.30 e ripercorriamo la strada fatta ieri e  nonostante le tante cose da vedere nella giornata non possiamo fare a meno di fermarci nuovamente alla laguna Jukulsarlon per ammirare nuovamente lo spettacolo degli iceberg e perché eravamo curiosi di vedere se i blocchi di ghiaccio che avevamo battezzato in base alla loro forma (il cane, l’oca, ecc.) si fossero mossi rispetto alla sera precedente….e….sorpresa, la laguna è completamente diversa: rispetto a ieri è piena di ghiaccio tanto che i mezzi anfibi non riescono a spingersi laddove eravamo ieri. Probabilmente ieri abbiamo visto la laguna “al disgelo” al termine della giornata mentre oggi dopo la fredda notte la vediamo intrappolata dai ghiacci. Scorgiamo anche nuovi blocchi di ghiaccio staccatisi dal ghiacciaio. Consigliamo vivamente di vedere questo sito in ore diverse della giornata.

Ci fermeremo per delle ore, ma il tempo stringe e la strada è lunga.

In poco meno di mezz’ora arriviamo a Hof dove è possibile ammirare la piccola e caratteristica chiesetta Hofskirkja  costruita nel 1884 sulla base di un edificio del XIV sec con il tetto completamente ricoperto di torba ed erba.

A mezzogiorno arriviamo al Visitor Center del Skaftafell National Park  che fa parte del Vatnajökull National Park (http://www.vatnajokulsthjodgardur.is/) che copre il 14% del territorio islandese  e complice la giornata festiva fatichiamo a trovare un parcheggio; scopriamo sulla mappa l’esistenza di un altro piccolo parcheggio proprio in corrispondenza della partenza del sentiero che intendiamo percorrere. Sfidiamo la sorte e siamo fortunati, infatti il parcheggio ha qualche posto disponibile. Pranziamo e prendiamo il facile ma ripido sentiero che in poco più di mezz’ora ci conduce alla cascata di Svartifoss (cascata nera).

Svartifoss è una cascata simbolo dell’Islanda, non tanto per la sua altezza ma perchè è incastonata in un anfiteatro di nere colonne di basalto che la rendono unica.

Proseguendo lungo il sentiero per altri 20 minuti si giunge al punto panoramico di Sjónarsker da cui si apre un’ampia vista sul Skeiðarársandur.

Il sandur è una pianura sabbiosa di origine glaciale originata dalle acque di scioglimento dei ghiacciai che prende il nome proprio dal Skeidararsandur che con i suoi 1000Kmq e la sua lunghezza di 40Km è il più grande sandur al mondo. L’eruzione del 1996 del Grimsvotn , un vulcano che si trova sotto la calotta glaciale (lo stesso che ha generato il canyon di Asbyrgi) ha generato un grande lago che è straripato riversando in poche ore 3000 miliardi di litri d’acqua e fango e iceberg grandi come edifici di tre piani distruggendo tutto quello che ha trovato sul suo percorso (lungo la ring road è ancora possibile osservare il metallo contorto dei ponti investiti dall’acqua). La zona è soggetta ad eventi di questo tipo e nuove eruzioni si sono verificate nel  1998 nel 2004 e nel 2011. Non è un caso che l’area si chiami Oraefi, letteralmente “terre desolate”.

Purtroppo il tempo non è dei migliori per cui riusciamo a malapena a scorgere il mare alla fine della vasta pianura alluvionale, ma nonostante questo si percepisce la vastità dell’area e la forza dell’acqua nel modellare il paesaggio.

Alle 14 siamo di nuovo alla macchina e ripresa la Ring road torniamo sui nostri passi per circa un chilometro e prendiamo la deviazione che in un paio di  km ci conduce al fronte del ghiacciaio Svinafellsjokull . Dal parcheggio un sentiero lambisce una piccola laguna color caffelatte e la lingua del ghiacciaio. Questo sito è stato utilizzato come scenario nel film Interstellar.

Alle 15 siamo di nuovo sulla strada principale e dopo aver attraversato la pianura dello Skeidararsandur giungiamo dopo circa ¾ d’ora nei pressi dell’abitato di Kirkjubaejarklaustur dove prendendo la 203 arriviamo a  Kirkjugolf (letteralmente Pavimento della Chiesa) che prende il suo nome da una serie di colonne di basalto la cui sommità emerge in mezzo ad un prato dando l’impressione di trovarsi sul pavimento di una chiesa. La regolarità del basalto sembra quasi artificiale e non sorprende che in passato questo lastricato sia stato scambiato per l’opera dell’uomo.

Proseguendo per altri 20 minuti sulla 1 imbocchiamo la F206 in direzione del vulcano Laki che in un paio di chilometri ci porta all’imbocco del canyon Fjardrargljufur. La strada è indicata come F (ovvero percorribile solo da mezzi 4×4), ma in realtà la pista inizia solo dopo il parcheggio del canyon che è raggiungibile con qualunque mezzo.

Lasciata la macchina al parcheggio (presso il quale è presente anche un bagno pubblico) prendiamo il sentiero a destra che risale lungo un prato il fianco del canyon e lo costeggia fino a giungere a una cascata posta alla testata del canyon stesso. Il sentiero non è faticoso e offre splendidi scorci (attenzione nella parte finale dove non essendoci protezioni può risultare pericoloso). Il canyon lungo 2 km e fondo 100 m è stato scavato 2 milioni di anni fa dal fiume Fjardra.

Rientrando al parcheggio appena superato il ponte un piccolo sentiero ci permette di percorrere il fianco sinistro e di scendere lungo il fiume.

Dopo un’ora e mezza di escursione lasciamo il canyon; sono ormai le 18 e ci restano ancora due ore di strada per cui ripartiamo ammirando i pseudocrateri verdi (Landbrotsholar) che circondano l’area e che si sono formati durante l’eruzione del vulcano Laki nel 1783 (https://it.wikipedia.org/wiki/Laki) a seguito del contatto della lava con l’acqua contenuta nel terreno.

Alle otto arriviamo a alla South Iceland Guesthouse (http://southicelandguesthouse.is/) e chiudiamo la nostra lunga giornata che ci ha portato a percorrere 340 Km sulle strate islandesi. Dopo cena Laura e Nicola mi preparano una mini torta di compleanno (fetta biscottata con marmellata :-) )

 

Giorno 12: 18 luglio 2016 (Solheimajokul, Dyrholaey, Reynisfjara, Skogafoss, Seljalandfoss)

Finalmente ci svegliamo con il sole!

Ci dirigiamo verso Est e dopo una decina di chilometri ci appare ben visibile dalla strada principale la maestosa cascata Skogafoss. Ci fermiamo per scattare qualche foto, ma la cascata è ancora in ombra quindi decidiamo di proseguire e di ritornare più tardi con condizioni di luce migliori.

Riprendiamo quindi la 1 fino al bivio con la 221 che in circa 4 km ci porta alla lingua del Sólheimajökull che scende dalla calotta glaciale del Mýrdalsjökull sotto la quale riposa il vulcano Katla, osservato speciale dopo l’eruzione nel 2010 del vicino Eyjafjallajökull. Dal parcheggio in cui si trovano i punti di partenza per le escursioni attrezzate un facile sentiero conduce al ghiacciaio. Rispetto ai ghiacciai visti in precedenza qui è possibile camminare direttamente sul ghiaccio ed osservarne da vicino la morfologia (crepacci, morene, inghiottitoi). Attenzione, camminare sul ghiacciaio senza l’adeguata attrezzatura può essere molto pericoloso.

Poiché siamo sprovvisti di ramponi dopo una breve visita (circa un’ora) ci dirigiamo verso il promontorio di Dyrhólaey.

Purtroppo durante il tragitto il meteo cambia e ritornano le nuvole e il vento forte che ci ha accompagnato per gran parte del nostro viaggio.

Prendiamo la 218 e ci dirigiamo a destra per visitare la parte occidentale del promontorio dove si trova il faro da cui è possibile ammirare la lunga spiaggia nera che si estende fino a Selfoss, il maestoso arco di roccia e la vetta innevata dell’Eyjafjallajökull il vulcano dal nome impronunciabile la cui eruzione nel 2010 ha causato un blocco del traffico aereo europeo a causa della nube di cenere.

Il vento è molto forte e freddo e sul promontorio non c’è traccia di uccelli marini per cui prendiamo il bivio a sinistra e ci dirigiamo nella parte orientale del promontorio che offre un altrettanto bel panorama sulla spiaggia di Reynisfjara. Questo luogo è sede di una colonia di pulcinella di mare che possiamo ammirare in lontananza mentre si fanno cullare dalle onde. Alcuni esemplari cercano di raggiungere i nidi sulla scogliera, ma il forte vento rende loro impossibile l’atterraggio e quindi con una stretta virata e con nostra grande delusione riprendono la via del mare.

Infreddoliti ci arrendiamo e ci dirigiamo a Vik dove ci riscaldiamo facendo la spesa e cercando (inutilmente) qualche souvenir da riportare a casa. Dopo pranzo ci dirigiamo alla spiaggia di  Reynisfjara seguendo la 215. Il vento forte e le nubi rendono questo luogo ancora più impressionante con il fragore delle onde dell’oceano che si infrangono sui i faraglioni di Reynisdrangar (che secondo la leggenda rappresentano due giganti e una nave pietrificati)  e sui ciottoli neri che formano la spiaggia. Alle nostre spalle il promontorio è costituito da numerose colonne basaltiche che formano una grande grotta chiamata Hálsanefshellir. Alcune belle immagini della spiaggia e di altre località islandesi sono visibili nel videoclip Holocene del gruppo indie fole dei  Bon Iver (https://www.youtube.com/watch?v=TWcyIpul8OE)

Dopo un’oretta in cui Nicola si è divertito a scappare dalle onde e noi a raccogliere sassi un piccolo raggio di sole fora le nubi….un’ultima opportunità per poter osservare da vicino gli elusivi pulcinella di mare….ci proviamo, prendiamo l’automobile e torniamo sul lato orientale di Dyrhólaey.

I nostri sforzi vengono premiati e proprio mentre scendiamo dalla macchina alcuni pulcinella sorvolano le nostre teste e si posano accanto ai nidi a pochi metri da noi…scatti a raffica per immortalare questo momento tanto atteso.

Soddisfatti e riscaldati dal sole riprendiamo  la 1 in direzione ovest per tornare alla cascata Skogafoss che raggiungiamo verso le 17. I raggi sole ora colpiscono la cascata e possiamo così ammirare i numerosi arcobaleni per cui è famosa. Skogafoss è alta 60 m e larga 25 e si getta da quella che un tempo era una scogliera. A destra della cascata un sentiero con 700 gradini permette di risalire tutta la cascata per ammirarla da ogni prospettiva.

Riprendiamo il nostro tour delle cascate concedendoci una breve sosta alle pendici dell’l’Eyjafjallajökull dove presso il Visitor Center  (http://icelanderupts.is/) sono esposte alcune immagini dell’eruzione del 2010.

Raggiungiamo la nostra ultima meta, la cascata Seljalandfoss alle 18, l’ora ideale visto che la stessa si getta per 60 m dalle Highlands (antica costa) verso le Lowlands proprio in direzione ovest. Anche in questo caso i raggi solari ci regalano numerosi arcobaleni.

A rendere ancora più spettacolare la cascato è un sentiero che permette di arrivare dietro il potente getto (doccia assicurata!)

Seguendo il sentiero verso nord per poche centinaia di metri si giunge alla cascata  Gljufurarbui; per poterla raggiungere è necessario infilarsi in uno stretto canyon all’interno del quale troviamo il salto d’acqua. Lo stretto e buio canyon e la luce proveniente dall’alto rendono la cascata molto suggestiva, ma difficile da fotografare a causa dello spazio ristretto (servirebbe un grandangolo spinto), della poca luce e dei numerosi schizzi d’acqua!

Anche per oggi abbiamo concluso il programma di visita; alle 20 arriviamo a Hjardarbol Guesthouse (http://hjardarbol.is/) una sistemazione economica anche se un po’ spartana costituita da alcune casette dotate di bagni e cucina in comune dove trascorreremo due notti. Presso la struttura sono presenti due vasche all’aperto di acqua termale delle quali approfittiamo subito per concederci un po’ di relax prima di cena.

 

Giorno 13: 19 luglio 2016 (Geysir, Gullfoss, Thingvellir)

Il programma di oggi prevede il classico giro turistico denominato Golden Ring.

In un’ora raggiungiamo la prima tappa: l’area geotermale di Geysir nella valle dell’Haukadalur.

Capiamo subito di essere arrivati per il gran numero di autovetture e pullman che affollano il parcheggio e per il grande centro pieno di ristoranti e negozi (situazione molto diversa rispetta al nord dell’isola dove ci potevamo fermare in mezzo alla strada per scattare una foto senza timore che arrivasse qualcuno).

L’area contiene numerose manifestazioni geotermali tra cui i famosi Geysir e Strokkur.

Geysir che deriva dall’islandese “adh geysa” che significa zampillare è ritenuto il più antico geyser conosciuto, tanto da aver  dato il nome a tutti gli altri geyser- Fino al 1916 eruttava regolarmente fino ad un’altezza di 80m ma da allora le eruzioni si sono fermate diventando molto rare. L’attività dei geyser è stettamente collegata i terremoti che possono attivarne di nuovi o rendere inattivi quelli esistenti.

Stokkur è un geyser attivo che erutta ogni 10 minuti fino ad un’altezza di 20-30 metri.

Tutto attorno sono presenti solfatare, soffioni e pozze di acqua ribollente. Trascorriamo circa un paio d’ore nell’area osservando l’eruzione dello Stokkur da varie angolazioni e immortalandolo in foto e video.

In dieci minuti raggiungiamo la seconda tappa dell’anello d’oro: la cascata Gullfoss.

Anche in questo caso ad accoglierci un ampio e affolato parcheggio e negozi di souvenir da dove parte un largo sentiero pavimentato che conduce alla cascata. Gulfoss è composta da due salti, il primo di 11 e il secondo di 21 metri e larga una ventina di metri, ma la sua caratteristica è data dalla “geometria” della cascata: i due salti sono infatti posti a 45 gradi tra loro e immediatamente dopo il secondo salto il fiume piega lateralmente a 90 gradi a sinistra seguendo una linea di faglia all’interno di un profondo canyon. Dopo aver dedicato circa un’ora alla visita ripartiamo.

Alle 14.30 molto affamati ci fermiamo sulle rive del lago Laugarvatn per mangiare e….inizia a piovere. Dobbiamo consumare il pranzo in macchina, ma attraverso i vetri appannati notiamo del fumo salire dalle acque del lago così scopriamo che proprio sulla riva di fronte a noi sgorga una sorgente di acqua calda sfruttata da una piccola centrale geotermica. In questo punto l’acqua è particolarmente calda al limkte dell’ebollizione.

Verso le 16 raggiungiamo l’ultima tappa del Golden Circle: il Thingvellir National Park.

Il parco , patrimonio dell’umanità UNESCO presenta elementi di grande interesse geologico, storico e naturalistico.

Lasciata l’automobile nell’ultima area di sosta gratuita P2 percorriamo il sentiero che conduce al visitor center e che corre proprio al centro della prima meraviglia del parco, la faglia di Almannagjá.

Il fondale dell’oceano Atlantico è attraversato dalla dorsale medio atlantica, una catena montuosa formata dalla fuoriuscita di lava che uscendo dalla crosta terrestra separa le placche continentali di Europa e America allontanandole.

La dorsale emerge in superficie formando l’Islanda e Thingvellir si trova proprio nel punto di congiunzione delle placche europea e quella americana dandoci così la possibilità di osservare il fenomeno senza doverci immergere in fondo all’oceano.

L’allontanamento delle due zolle è ben visibile a Thingvellir sotto forma di numerose faglie tra cui la più impressionante è la faglia di Almannagjá lunga circa 5 km. Qui abbiamo la possibilità di camminare tra le due zolle e vedere gli effetti dell’allontanamento.

Attorno possiamo vedere altre faglie, alcune delle quali riempite d’acqua limpidissima da sorgenti sotterranee Peningagjá (faglia delle monete per le numerose monete presenti sul fondo)  ,Flosagjae e Silfra quest’ultima famosa per le immersioni dato che la limpidezza dell’acqua consente un’eccezionale visibilità fino a 80 metri!

Thingvellir ha affascinato l’uomo fin dall’antichità, proprio a ridosso della faglia di Almannagjá aveva sede l’ Althing il primo parlamento islandese.Qui fra il 930 e il 1798 i rappresentanti delle comunità islandesi (i godhar)tenevano una grande assemblea democratica della durata di due settimana durante le quali venivano concordate le leggi, si risolvevano le dispute e si dava lettura della legge islandese alla popolazione. Il luogo sembra essere stato individuato con precisione nei pressi di una grande roccia (chiamata Logberg o roccia della legge) dove gli archeologi hanno trovato tracce degli accampamenti in legno che costituivano gli alloggi nel periodo dell’assemblea. Nei pressi di una grande roccia  In una di queste assemblee è stato votato il cristianesimo come unica religione.

Lungo il percorso e presso il centro visitatori depliant, poster e filmati descrivono la storia e la geologia del luogo nonché la fauna che abita il lago. Dopo aver scattato la foto di rito tra Europa e America proseguiamo lungo il sentiero visitando la chiesetta Þingvallakirkja del 1859 e le vicine faglia Peningagjá e  Flosagja e infine rientrando verso il parcheggio facciamo una deviazione verso la cascata Oxararfoss alta circa 20 metri e formata dal salto che il fiume Oxar devo compiere per passare dalla rialzata placca americana a quella europea.

Prima di rientrare alla nostra guesthouse per un altro bagno rilassante accosto a bordo strada per osservare i sommozzatori che si immergono nella limpidissima Silfra…. ma attenzione, come nelle alte aree turistiche nel sud dell’isola non appena fermerete la macchina al di fuori da un parcheggio si materializzerà un guardiaparco che vi inviterà a spostarvi immediatamente!!! (ci era già successo nei pressi del visitor center del Skaftafell National Park quando abbiamo fermato la macchina per riepire la borraccia ad una fontanella!).

 

Giorno 14: 20 luglio 2016 (Raufarholshellir, Seltun, Krysuvikurbjarg, Blaa Lonid)

Come tutti i bei viaggi anche questo è giunto al termine, ma visto che il nostro aeree partirà a mezzanotte decidiamo di goderci fino in fondo la nostra vacanza.

Per dimenticare i luoghi affollati di ieri optiamo per una meta laternativa, la grotta di Raufarholshellir.

La grotta lunga 1360 m (la quarta grotta per lunghezza dell’Islanda) si è formata per il  fluire della lava più di 4000 anni fa. L’ingresso si trova a poche decine di metri dalla strada n.39 nei pressi di un piccolo parcheggio. A differenza delle alter grotte di lava del paese l’accesso alla Raufarholshellir è libero e la visita può essere effettuata anche senza guida.

Prendiamo la pila ed varchiamo l’ampio ingresso. muovendoci tra i grossi massi che ricoprono il terreno percorriamo un centinaio di metri della grotta che è molto amplia (alta circa una decina di metri). Alcuni grandi buchi nel soffitto consentono alla luce di entrare illuminando la cavità permettendoci così di osservare facilmente i colori (soprattutto il rosso) delle pareti, i cumuli di neve ancora conservati all’interno della grotta e i massi apparentemente pericolanti del soffitto.

Superato l’ultimo foro la grotta si fa completamente buia e prosegue in discesa. Poichè non siamo attrezzati ed essendo il terreno scivoloso a causa del ghiaccio decidiamo di risalire in superficie

Seguiamo la costa lungo la 427 per deviare poi a nord sulla 42 fino al campo geotermale di Seltun – Krýsuvík nei pressi del lago Kleifarvatn che raggiungiamo verso le 11.

Un bel sentiero circolare su passerelle di legno ci permette in ¾ d’ora di visitare l’area che è ricca di fumarole variopinte e  pozze di fango gorgolianti.

Nonostante la vicinanza alla capitale il sito è piuttosto tranquillo assicurandoci una visita in  tranquillità.

Sul lato opposto della strada rispetto al parcheggio si trova un’enorme pozza di fango ribollente accanto alla quale alcuni cavalli islandesi si godono la verde erba.

Dato che l’odore di zolfo non stuzzica l’appetito ci spostiamo sulle scogliere di Krysuvikurbjarg che raggiungiamo seguendo per 20 minuti uno sterrato pieno di buche dalla 427. Arriviamo con l’automobile proprio sul bordo dell’imponente scogliera e la grande colonia di uccelli  marini (stimata in 77.000 unità) si fa subito sentire, sia per il chiasso che per l’odore…va beh era destino che il pranzo di oggi non fosse profumato…

Dopo pranzo facciamo quattro passi lungo la vertiginosa scolgiera che si estende per 4 km, ma le nere nubi all’orizzonte ci suggeriscono di rientrare al più presto sulla strada asfaltata.

Chiudiamo la nostra vacanza con un po’ di relax: abbiamo acquistato in rete i biglietti una delle  più famose SPA al mondo, inclusa nelle 25 meraviglie del mondo dalla rivista National Geographic, la Blue Lagoon (Blaa Lonid) http://www.bluelagoon.com.

Per poter accedere alla laguna è necessario prenotare in anticipo il biglietto indicando anche l’ora di arrivo.

La laguna si trova in mezzo a un campo di lava a 40 km da Reykjavík. Si tratta di una laguna artificiale all’interno della quale fluisce l’acqua utilizzata dall’adiacente centrale geotermica di Svartsengi. L’acqua ricca di minerali viene estratta dal sottosuolo (2000m di profondità) ad alta temperatura e dopo aver alimentato le turbine della centrale viene rilasciata a temperatura controllata (38 gradi centigradi) nella laguna.

La laguna si estende per 8700 metri quadrati ed ha un’altezza variabile da 80 cm a 1,2 m per un totale di 9 milioni di litri d’acqua (70% acqua mare, 30% acqua dolce)

I minerali presenti (soprattutto silice) conferiscono all’acqua  oltre al tipico colore azzurro anche delle proprietà benefiche per la pelle.

Oltre alla laguna all’interno dell’area sono presenti saune, bagni di vapore, cascate d’acqua, zona massaggi, area relax, bar e ristoranti.

Abbiamo trascorso ben 5 ore nella blue laggon nuotando rilassandoci e ricoprendoci la faccia di fango. All’uscita la pelle era molto liscia e i capelli stopposi nonostante l’abbondante utilizzo di balsamo che viene fornito all’interno della SPA.

Il tempo di un panino in un fast food di Keflavik e dopo aver riconsegnato la nostra auto prendiamo il volo che ci riporta a Monaco.

 

 

Consigli finali

Abbigliamento: necessariamente a cipolla, senza dimenticare abbigliamento antivento (sempre presente sull’isola) berretti e guanti.

Cibo: ci siamo affidati alle catene di supermarket Bonus e Netto che hanno ampia scelta e buoni prezzi. Attenzione agli orari di apertura diversi da città a città; solitamente aprono a metà mattina e chiudono nel primo pomeriggio.

Automobile: se intendete percorrere l’anello attorno all’isola con brevi deviazione una normal car è più che sufficiente.

Alloggio: tutte le guesthouse che abbiamo visitato erano pulite e quasi tutte con cucina ben attrezzata. Unico consiglio è quello di prenotare per tempo  (6 mesi prima se intendete partire in periodo di alta stagione come luglio).

Mappe: https://en.ja.is/kort/  e http://vegasja.vegagerdin.is/eng/

 

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