Fly & drive nel paradiso del Botswana

Da una decina di anni progettavamo un viaggio in Botswana, una terra sconosciuta difficile da affrontare se non si ha il portafoglio gonfio. Poche le informazioni in rete e soprattutto sui canali “occidentali”. Molte le offerte delle agenzie con prezzi a partire da sei zeri al giorno.

Il primo progetto prevedeva la Namibia per toccare la terra dei San per un paio di giorni. Ma le strade impervie dei Parchi, accessibili solo ai 4×4, ci ha dirottato verso un anello di quattromila chilometri all’interno del deserto del Kalahari.

Abbiamo scoperto da soli quanto sia facile viaggiare in Botswana e Namibia (un precedente viaggio), due nazioni molto ospitali dove non “è pericoloso” viaggiare anche da soli e per entrambi i sessi. Ci sono più attrezzature di quanto si trova in rete, anche molto economiche, si può sempre pagare con Carta di Credito e tutti ti danno una mano per risolvere i problemi. Ma attenzione, i chilometri sono tanti e una buona scorta di acqua da bere e il serbatoio sempre pieno sono indispensabili.

Il Botswana è una nazione di 600 mila chilometri quadrati (circa un quadrato con i lati di mille chilometri, per estensione due volte l’Italia), a cavallo del Tropico del Capricorno, su un altopiano di circa 1000 metri, pur non avendo il mare vicino, il suo clima è temperato con temperature che non salgono oltre 30° di giorno e possono scendere sotto i 10° di notte, ma con tasso di umidità molto basso e ritenuto desertico per le scarse piogge. L’attrattiva è il Delta dell’Ovavango, il fiume si disperde nel deserto dopo 1600 chilometri di cammino attraversando Angola e Caprivi (Namibia). Molti sono i Parchi, enormi e impenetrabili, come il Chobe, il Moremi e il Kalahari suddivisi dal Lonely Planet in 25 aree distinte.

Come detto abbiamo cambiato più volte il programma di viaggio negli ultimi sei mesi prima della partenza. Abbiamo scelto il mese di maggio, bassa stagione ma fuori dalla stagione delle piogge. Prima di tutto abbiamo cercato tre giorni nel Moremi e trovato un Lodge economico (si fa per dire dato che ci è costato un quarto dell’intero viaggio) e un campo tendato. Quindi il volo per Johannesburg, una 4×4 (indispensabile per accedere ai Parchi) e poi pianificato il percorso da fare. Alternative poche dato che c’è solo un anello con il suo diametro a tracciare la via asfaltata all’interno della Nazione. Ci interessava visitare il Popolo Boscimane che vive nel suo stato “primitivo” solo in alcune aree remote del Kalahari. Quindi abbiamo deciso di fare tappa a Ghanzi e a Tsumkwe in Namibia, per tornare in Sud Africa attraverso la “strada dei diamanti”.

Ma le forti piogge di marzo e aprile, che anche gli anziani non ricordano così abbondati, hanno inondato strade e strutture e l’ok ci è stato dato solo a poche ore dalla partenza, mettendo a rischio tutta la vacanza. Alla fine ce la siamo cavata con una spesa di 2000 euro a persona divise circa un quarto per l’Auto, un quarto per due giorni di Safari al Moremi, un quarto per il volo e un quarto per dormire e mangiare.

 

1° giorno – 11 maggio 2017

L’Egypthair (760+60 euro volo e assicurazione per due persone) ci anticipa il volo alle 14, si parte da casa alle 10 per raggiungere il parcheggio di Fiumicino (Alta Quota 2 a 30.60) quindi l’imbarco e lo scalo a Il Cairo dalle 17.30 alle 23.10 per atterrare alle 7.10. Sei ore di stop nella capitale che ci potevano permettere di visitare le piramidi, ma a cui abbiamo rinunciato per i problemi interni di attentati.

 

2° giorno – 12 maggio 2017

All’aeroporto ci vengono a prendere quelli della Britz (pick up 4×4 attrezzato per il campeggio circa 600 euro) per portarci al deposito dove possiamo ritirare la nostra Nissan NP300. Guida a destra e subito sull’N1 per poi imboccare la N4 a Pretoria che porta direttamente alla frontiera. Stop a Zeerust per il pranzo (9 euro in due) per arrivare al confine di Skilpadshek alle 17, veloci le pratiche d’ingresso (pagata la tassa per l’auto di 13.67 euro) e prima di notte ci fermiamo al Warm Hands Hotel di Kanye (55 euro la doppia). La stanchezza è tanta, a letto senza cena.

 

3° giorno – 13 maggio 2017

Alle prime luci del sole ci rimettiamo in viaggio, prima sosta a Kang per il pieno e subito diretti per Ghanzi nella lunga striscia di asfalto che taglia in due il deserto del Kalahari. Il panorama è monotono e la boscaglia non ci permette di ammirare il panorama e gli animali. Se da noi i campanili segnalano la presenza di un paesino, ci accorgiamo che qui sono le altissime antenne della telefonia mobile a segnalare gli abitati. Sono state installate al centro dei villaggi per collegare al mondo questi insediamenti di uomini fino a qualche anno fa completamente isolati dal resto del Mondo.

Il Lodge Trailblazers (79 euro) è sulla strada prima di arrivare in città immerso nella natura, ci fanno scegliere la “casetta” dove alloggiare, è ampia e confortevole con il bagno interno. Durante il percorso buchiamo, chiamiamo il Lodge dove partono subito per venirci ad aiutare, ci cambiano la gomma in pochi minuti.

Organizzano per noi un escursione con i Boscimani di Xede (centro Kalahari) quando il sole inizia a calare. Nel campeggio ha fatto sosta un pullman di turisti, molto giovani, provenienti da tutte le parti del mondo. Molti di loro sono con noi nella boscaglia sulle tracce dei San. La spedizione è composta da otto individui: l’anziano, l’anziana, due giovani poco più che adolescenti, due mamme con i rispettivi figli in grembo (in realtà legati da pelli dietro la schiena). Solo le pelli a coprire le parti intime, scalzi in mezzo alla Savana. Ogni tanto uno di loro si ferma per spiegarci i “trucchi” per la sopravvivenza, dalla loro bocca esce uno strano scocco della lingua nel parlare, tipico di questa etnia. Dalle erbe curative, tra cui il chinino contro la malaria che ci fanno masticare, a quelle depurative. Abbozzano con la lancia anche la caccia. Negli spostamenti una sosta inaspettata. Uno scorpione è lì a terra sul loro percorso. Loro non curanti lo evitano. La guida-traduttore invece si ferma. Lo istiga con il bastone in modo da fargli alzare il pungiglione rigonfio di veleno, mentre con le tenaglie cerca di colpire. Si mettono a terra e i giovani con dei legnetti cercano di accendere il fuoco. Le prime scintille cadono sulla paglia che inizia a fumare, si soffia fino a che prende fuoco. L’anziana tira fuori una specie di pipa e l’accende facendosi un paio di tirate. Nel frattempo le giovani sono andate nella foresta e ritornano con della legna sul capo, servirà per accendere il fuoco la sera nel loro villaggio “momentaneo” a pochi chilometri dal Lodge. Per cenare ci spostiamo nella vicina Ghanzi dove al Kalahari Arms Hotel si può mangiare ordinando alla carta (14 euro compresa la birra Windhoek, la nostra preferita). Il supermercato Spar sta chiudendo, ma sono gentili e ci fanno entrare. Compriamo qualche cosa per il viaggio e ci facciamo un’idea sulle cose che si possono acquistare e i loro prezzi, ci sembra che ci sia tutto il necessario e se non si scelgono marche occidentali, a prezzi molto economici. Torniamo che è notte fonda, solo la luna piena rischiara l’orizzonte.

 

4° giorno – 14 maggio 2017

Inizia il giorno sulla carta più duro: 530 chilometri di cui 190 di strada bianca da 4×4, il navigatore ci dà oltre 10 ore di percorrenza. Apriamo la cartina per valutare il percorso e ci accorgiamo che manca l’ultimo tratto di confine. Arriva il panico, altri percorsi non ce ne sono almeno percorribili in una giornata. Ci mettiamo in marcia con l’ansia. Incrociamo una pattuglia di polizia e chiediamo… ci confermano che non c’è confine. Eppure su Google Earth lo abbiamo visto, l’abbiamo sorvolato per intuire le difficoltà del percorso, ci ricordavamo anche gli orari (7-17). Possibile che abbiamo fatto un errore così grossolano? A Sehthiwa, ultima stagione di servizio lungo il percorso, ci fermiamo per fare rifornimento e anche loro ci confermano che non c’è il confine. Ma ormai non abbiamo altre possibilità che tentare la sorte e continuiamo il viaggio. A Nokaneng l’incrocio fatidico ci fermiamo in un market e ci rassicurano che il confine c’è ed è aperto. I 150 chilometri che ci portano in Namibia sono polverosi ma confortevoli, solo un tratto in salita è eroso dalle piogge e bisogna fare zig zag tra le ampie voragini che si sono create, ma nessun problema per la 4×4. Dopo Qangwa la strada si divide, c’è un solo cartello a destra si va al camp. Convinti che sia un campeggio proseguiamo sulla strada più ampia, ma subito ci accorgiamo che quello potrebbe essere l’incrocio tra il confine e il bivio per le grotte di Drotsky’s. Infatti pochi chilometri e dopo una curva la rete del confine. Una casetta su un lato con una tenda militare accanto, quattro reti (da letto) per fare da porta, questo il varco tra i due Stati. Prima di noi un furgoncino in direzione opposta, nel cassone sono sedute tre anziane vestite con gli abiti da festa del popolo Herero con gli inconfondibili copricapi e dai colori sgargianti. Prima di noi erano passate solo tre auto. Nella terra di mezzo un omino ci fa scendere, ci disinfetta con noi l’auto alle ruote con una pompa che da noi serve per dare l’acquaramata. Il posto di confine namibiano è più strutturato, c’è anche l’ufficio di polizia, con qualche caseggiato, altre donne Herero sono in fila davanti a noi. La strada è più ampia e ben curata. I 50 km che ci separano da Tsumkwe si percorrono in una mezzoretta. Il Tucsin Lodge (224 euro due notti più i pasti) non è segnalato, al paesino chiediamo indicazioni, lo raggiungiamo all’ora di pranzo. Ci danno una casetta a ridosso di uno stagno che con le piogge abbondanti è diventato un vero e proprio laghetto. Uno spuntino veloce e una doccia ci ricaricano le pile. Nel pomeriggio andiamo in cerca del benzinaio, sulla strada incrociamo una famigliola di San, nonna, mamma e una sfilza di bambini. Chiediamo di visitare il loro villaggio, ci dicono di si, ma la strada ci accorgiamo che è lunga e noi non abbiamo posto in auto per accompagnarli. Una pattuglia di polizia ci segue e ci chiede di cosa abbiamo bisogno. Proviamo a spiegare, ma alla fine loro capiscono che noi vogliamo andare a visitare un villaggio boscimane. Ci scortano per una ventina di chilometri fino al bivio per il villaggio. Il sole sta calando e decidiamo di ritornare l’indomani. Torniamo indietro che è ormai notte (il sole tramonta alle 5.30 e alle 6 è già buio). Facciamo il pieno prima di rincasare. La cena è pronta, non c’è WiFi, ma ci fanno collegare tramite lan alla rete. Scarichiamo la posta tra cui il pass per il Moremi (che stampiamo). Possiamo scegliere tra tre diversi arrosti: Agnello, Maiale o Kudu. Ci facciamo portare mezza porzione di Maiale e mezza di Kudu… il Kudu a sorpresa (lo avevamo mangiato in Namibia ma in maniera totalmente diversa) è ottimo. La luna piena si rispecchia nel laghetto proprio di fronte a noi, proviamo ad immortalarla… ma le foto non vengono bene come la realtà. Nel cielo ci sono miglia di stelle, si scorge anche la via lattea.

 

5° giorno – 15 maggio 2017

Ci svegliamo che è ancora notte, in Namibia sono un’ora indietro rispetto al Botswana (stesso orario dell’Italia). Dobbiamo aspettare per fare colazione, ci rimettiamo in cammino alla ricerca della stradina indicata dalla Polizia, ma prima ci fermiamo da un gommista per riparare la gomma che abbiamo bucato. Mentre l’omino lavora, approfittiamo per parlare con i passanti dei villaggi. Ci dicono che ce ne sono molti sulla strada (leggiamo sulla guida 36) ma tutti ci indicano il Museo da visitare. Noi non vogliamo vedere delle ricostruzioni, come quella di Ghanzi per esempio già vista anche in Namibia qualche anno fa, ma dei veri e propri villaggi dove vivono ancora i discendenti del popolo che 60 mila anni fa ha introdotto la prima società moderna come avevamo già fatto in Tanzania andando a visitare gli Hadzabe del lago Eyasi. Conoscere come oggi vive, se pur ripudiato e emarginato da tutti… in via di estinzione, costretto a lasciare le proprie tradizioni di cacciatori-raccoglitori e soprattutto la foresta, per essere inglobato nella società. Il governo namibiano, sul progetto del regista statunitense Johan Marshall, nel 1980 ha concesso questa area, la Naye-Naye, dove possono vive seguendo la propria cultura e i propri costumi. I villaggi sono dell’etnia Ju ‘Hoansi e possono ancora praticare la caccia tradizionale vietata in Botswana.

Lasciamo la strada principale per inserirci dell’aspra boscaglia della Baobab Trail, un anello interrotto dalle inondazioni primaverili. Dopo una decina di chilometri si scorgono le capanne e su uno spiazzo spicca un antenna satellitare, un pick up parcheggiato vicino alla capanna. Ci viene incontro un ragazzo che si mette a disposizione per fare da interprete, pur essendo di un’altra etnia e di un altro villaggio. La prima visita è al Capo, che ancora dorme, all’aperto sotto delle coperte colorate circondate da una retina per tenere distanti le zanzare. Spunta solo il suo esile braccio, poi la testa canuta, mentre intorno già è iniziata la giornata con i riti quotidiani. I bambini curiosi accorrono, si vogliono fare notare se pur nella loro timidezza. Poi piano piano si sciolgono ai giochi di sempre. Ci spostiamo vicino ad una capanna dove ci sono delle donne intente nei lavori di prima giornata, mentre un ragazzo confeziona automobiline con il fil di ferro, ce ne fa subito vedere una come la nostra. Le giovani madri allattano i bambini, hanno tutte un fazzoletto in testa e delle coperte sulle spalle. Non si vive più con le pelle di animali che coprono le parti intime, ma con tessuti e roba rimediata ai supermercati. Ci spostiamo con al seguito i bambini che sono sempre in numero maggiore. In uno spazio ce ne sono quattro che stanno facendo colazione, dalle scodelle prendono del riso con le mani bene attenti che i cani non si avvicinano, per “gli amici dell’uomo” solo quello che cade a terra.

Ancora un altro villaggio con un altro Capo, a terra un piccolo pannello fotovoltaico che serve a ricaricare i telefonini. Tutti hanno un piccolo terreno, dove coltivano tabacco, mais, patate dolci e altri generi alimentari. La Guida ci spiega che sono molto solidali tra di loro, tra i villaggi si aiutano scambiando le merci. Più distanti i recinti dove ancora sono racchiusi gli animali. Il primo è quello delle capre, è una bambina ad aprilo per lasciarle libere di pascolare. Un agnellino appena nato si trova spaesato e cerca la mamma, ma fa fatica a rimanere in piedi e a seguire il gruppo. Ci dicono di andare al recinto delle mucche che è diviso i due per separare le bestie da latte. Una mucca ha appena partorito, ha ancora la placenta che gli penzola, mentre il vitellino è tutto bagnato e cerca la prima poppata della sua vita. Ancora gli odori sono a sorprenderci, in mezzo a tutto quel letame sono completamente assenti. I bambini a piedi nudi entrano nello stazzo in mezzo agli animali, mentre gli uomini sorvegliano. Poi aprono la staccionata e li lasciano andare tra la boscaglia. Bisogna fare attenzione ai Mamba, i serpenti fatali che mietono vittime in questa zona. Non ne hanno paura anche se ci raccontano che un bambino recentemente è morto a causa del suo morso velenoso. Ci dicono come affrontarlo se lo avvistiamo, a noi solo l’idea ci mette l’ansia.

La vita del villaggio è in pieno fermento, dietro una capanna, all’ombra una donna picchietta dei sassolini in modo da renderli rotondi, mentre un anziano li buca al centro, saranno le perline delle collane che vendono ai turisti (due le acquistiamo anche noi). Non ci sentiamo di disturbare, Perché vediamo che tutti continuano la vita di sempre, le anziane non voglio farsi fotografare mentre i bambini sono i primi a mettersi in posa. Qualcuno vuole rivedersi dal monitor della telecamera, ride e poi fa un segno di vergogna. Le giovani donne ci tengono a venire bene e rigonfiano il petto.

Popoli ospitali e tranquilli per cui le ore volano e non c’è voglia di lasciarli.

Ma arriva un’altra auto, forse altri turisti, quindi decidiamo di salutare.

Sono dei missionari sudafricani di Port Elizabeth venuti a portare la Parola di Dio a questo popolo… Testimoni di Geova. Chiediamo se ci sono altri villaggi in zona, ci dicono che ce ne è uno a pochi chilometri. Lo raggiungiamo, è quello segnato su tutte le carte, ci dicono subito di non fotografare e di non filmare. Una donna ci viene incontro per stabilire la tariffa, non ci mettiamo d’accordo sia per l’esosa richiesta ma soprattutto Perché la precedente visita ci aveva maggiormente soddisfatto da tutti i punti di vista… umano e logistico. La strada d’uscita è interrotta, dobbiamo tornare indietro e ci fermiamo ancora a salutare i bambini che stanno giocando, le bambine con le corde, i bambini con l’altalena che sono i rami di un albero dal legno elastico. Come accendiamo l’auto ci vengono incontro per salutarci, i loro visi sorridenti ci accompagneranno durante la giornata.

Un grosso Baobab è imponente davanti a noi, ci fermiamo nella radura per fotografarlo.

Torniamo al Lodge per mangiare qualcosa e farci una bella doccia rinfrescante, le temperature sono salite anche se non si suda. Nel pomeriggio siamo di nuovo alla ricerca di villaggi, ma tutti ci dicono di andare al Museo. E’ a una ventina di chilometri dal paese, in una strada interrotta per le piogge, la deviazione è uno zig zag tra le case. Sta per calare il sole quando arriviamo. Si scorge il villaggio, un ragazzo ci dice di proseguire e di fermarsi nella zona parcheggio. Spunta dalla foresta tutto affaticato e ci chiede cosa vogliamo vedere. Il programma è vasto ma occorre più del tempo che abbiamo prima che cali la notte. In un ora si più assistere alle danze tradizionali. Corre al villaggio per organizzare il “teatrino”, mentre un altro ragazzo ci ha raggiunto per intrattenerci. Dopo una decina di minuti arrivano le donne, con gli abiti tradizionali, cioè una pelle davanti e una sulle spalle da lasciare scoperto il seno. Dietro di loro i bambini completamente nudi, a terra la sabbia del Kalahari che se alzata diventa polvere. Canti e danze per oltre un’ora davanti al fuoco, con le temperature che incominciano ad abbassarsi, come del resto il sole. Sorrisi e gesti rituali si susseguono, ma i più felici sono i bambini che cercano di imitare i grandi. Lasciamo il villaggio che il sole è già tramontato e raggiungiamo il Lodge quando è già notte. A cena chiediamo il Kudu, ma è terminato, optiamo per il Maiale.

 

6° giorno – 16 maggio 2017

Alle prime ore del giorno siamo pronti per trasferirci a Maun ma ci accorgiamo che un pneumatico è a terra. Chiediamo aiuto al personale del Lodge, che con non poche difficoltà riesce ad alzare il Pick up sulla sabbia. Chiediamo l’ora di apertura del valico, ma le risposte sono vaghe. Ampia colazione e in marcia, il gommista è ancora chiuso. Arriviamo al confine che sono appena passate le 7. Il doganiere ci riconosce e ci fa riempire in fretta le scartoffie, così come nel comando di polizia. Disinfettazione tra le due “reti” e le formalità in Botswana, pochi minuti, solo il tempo di trascrivere i dati dell’auto e timbrare il passaporto. I 190 chilometri di strada bianca sembrano più corti, a metà percorso una tartaruga ci taglia la strada. Scendiamo per fotografarla e per aiutarla ad arrivare dall’altra sponda. Ci immettiamo sulla strada asfaltata facendo chicane tra le profonde buche. Arriviamo a Maun quando il sole picchia di più e subito alla ricerca di un gommista. Ne troviamo uno sulla strada, non ha neppure l’energia elettrica, il compressore è azionato dalla batteria dell’auto. Ma il lavoro è meticoloso e certosino, senza tralasciare nessun dettaglio. Ci regala una parte del cric che mancava tra l’attrezzatura dell’auto, ma il foro è più piccolo del ferro e bisogna adattarlo. Ci indica un fabbro, con lentezza africana si appresa con un trapano ad allargarlo e a mostrare la sua abilità. Ci sono delle cose urgenti da fare in città. La prima è pagare l’ingresso al Moremi (25.83 compresa l’auto, ma attenzione Perché per entrare occorre avere una prenotazione di soggiorno), fare la spesa Perché dove andremo non c’è nulla, pieno e cartina (5.40) per non partire al buio, infine trovare l’hotel. Ci incuriosisce l’idea di fare un volo in elicottero sul Delta, cerchiamo un’agenzia, ma non ci soddisfa il prezzo di 600 dollari divisibili per tre se si trovano altri compagni di viaggio. All’Agenzia del turismo chiediamo l’indirizzo dell’Hotel, loro chiamano e gli rispondono che ci verranno a prendere. Il Qhwigaba Guest House (60.14 euro) è a circa 7 Km dal centro sulla strada per Nata, una villetta con un patio dove affacciano le porte delle camere. Una rinfrescata e torniamo a Maun dove facciamo spesa al Supermarket. Enorme con una ventina di casse, sui bachi c’è tutto con uno italiano. Ceniamo al Pizza Debonairs (11.45) e poi torniamo in Hotel.

 

7° giorno – 17 maggio 2017

E’ ancora notte quando ci mettiamo in cammino per il South Gate del Moreni National Park. A Sankuyo termina la strada asfaltata, poi il bivio ben segnalato per l’entrata. Il personale ci dice che di notte ci sono stati dei leoni nei paraggi e ci indica sulla cartina la zona dove potrebbero stare. Con molto dispiacere ci segna sulla mappa tutte le strade chiuse e le deviazioni da fare, alla fine la carta sembra un cimitero pieno di croci. Decidiamo subito di fare una deviazione per cercare i leoni. Animali pochi, molto pochi. Solo le manguste sono abbondanti, attraversano in fretta la strada ben attente a non finire sotto le ruote. Nella prima pozza non c’è nessun avvistamento. A poco distanza dalla immissione sulla strada principale, dietro ad un cespuglio, due leoni. Proviamo a scorgerli dall’altra parte, e notiamo che nel cespuglio accanto ce e sono molti. Sono solo i giovanissimi ad agitarsi, giocano con le code dei grandi. Una famigliola di 6 adulti, 6 femminine e 4 piccoli. Stiamo fermi ad aspettare un’oretta, poi decidiamo di proseguire. Ma dopo pochi chilometri ce ne pentiamo amaramente, Perché altri animali non si scorgono. Un elefante ci taglia la strada, prima di arrivare al primo ponte. Il secondo è poco distante, attendiamo il terzo dove è posizionato il nostro campeggio, scorgiamo le case del gate, ma niente ponte. All’ingresso del Third Bridge Camp Site (156 euro la notte in Lodge) ci attendono due ranger, vogliono vedere i nostri documenti e la prenotazione, chiediamo se si può fare un giro in barca, sono molto vaghi, bisognerà chiederlo ai “pescatori” che ora sono fuori. Ci dicono che il nostro Lodge si chiama Lion e che la chiave è appesa alla porta. La casetta, una tenda militare montata su una struttura a palafitta con le porte di legno, è l’ultima di una serie di cinque, davanti il barbecue e lo spiazzo di cemento armato dove accedere il fuoco. Dentro oltre ai due letti ci sono due tavolini, un uscio sul fondo che porta al water, ancora un’apertura questa volta a strappo, che ti fa uscire dove c’è il lavandino e la doccia. La tentazione è troppa, una doccia in mezzo alla Savana e non rinunciamo. Sentiamo il rumore della barca e torniamo al Gate per chiedere qualche informazione. Ci sono altre due auto ferme ad attendere, due coppie inglesi di Oxford e Cambridge. Ci danno appuntamento alle 15.30 per due ore in Mokoro (40 euro) sul delta del fiume. C’è il tempo per farci un giretto. Costeggiamo l’immenso campeggio, e una vasca d’acqua interrompe il cammino. Prima del Terzo ponte è tutto allagato. C’è un campeggiante ad appendere la biancheria davanti ai servizi che sono di fronte al ponte. Ci rassicura che si può passare, lui l’ha fatto più volte con un’auto come la nostra. Mettiamo la seconda, un filo di gas, e il pick up affonda fino al cofano, per poi risalire piano piano, prima di prendere i legni del ponte. Il cuore si è fermato per qualche secondo. Il tragitto da fare è breve, Perché il quarto ponte è proprio chiuso e si deve tornare indietro. Ripercorriamo il Terzo ponte con più disinvoltura, ma la paura è tanta quando l’acqua arriva ai finestrini, è solo un attimo per poi riprendere il terreno asciutto. Torniamo alla casetta con gl’inglesi che ci confermano che ci verranno a prendere per il giro in Mokoro. Si va a piedi fino al fiume dove è allestito un piccolo pontile, si sale sulla barchetta d’alluminio e con il rombo dei motori si percorrono le mille anse del fiume. Sono i fiori del loto ad incantarci, poi i papiri, due giraffe sulla riva. Si scorge anche qualche piccolo coccodrillo prima di arrivare ad un laghetto. Quindi il ritorno con il sole che tramonta e l’inevitabile foto con l’astro che cala tra la vegetazione. Ancora non è buio quando torniamo e troviamo dei ragazzi che giocano a pallavolo tra le casette del Gate. Attrezziamo il tavolino da campeggio in dotazione dell’auto, bevande fresche, qualche cosa comprata al supermercato e la cena è fatta. Rientriamo prima di notte sotto la tenda, c’è un pannello fotovoltaico che alimenta una batteria per dare l’energia elettrica anche di notte. Qualche lettura e si va a nanna.

 

8° giorno – 18 maggio 2017

Colazione al volo e subito in marcia prima dell’alba. Appena il chiarore per scorgere la strada e si è sulla strada di ritorno al South Gate. Prima una piccola deviazione. Su una radura a due passi da un laghetto un gruppo numeroso di Babbuini sugli alberi. Si riscaldano ai primi raggi del sole, i più piccoli fanno evoluzioni tra i rami. Un terzetto di Struzzi, poi dei Facoceri, quindi in una pozza un Ippopotamo. Poi un Elefante, quindi un gruppetto di Antilopi, Kudu e Zebre. Piccola tappa al Gate per prendere la strada interna al Parco che ci porta a Khwai. La boscaglia è alta e non ci permette di vedere. Arriviamo al North Gate alle 13, attraversiamo il lungo ponte, per giungere al Villaggio, il Khwai Guest House (930 euro, due notti tutto compreso anche quattro safari). Ci accolgono con il sorriso, ci offrono un caffé e ci mostrano l’alloggio. Nel frattempo ci preparano il pranzo, pasta con le zucchine e le carote, il sapore non è un gran che, ma non è cattiva. Il primo safari è alle 15.30 con noi ci saranno una coppia di giovani statunitensi e due ragazzi tedeschi.

Il ranger lascia subito la strada principale per inoltrasi nella Savana, prima tappa in uno stagno dove sono numerosi i Marabù, su un ramo secco anche un’aquila. Un maschio d’Elefante ci fa capire che non vuole essere infastidito e non lo facciamo innervosire. La ricerca dei predatori si fa insistente, ma nessuno li ha scovati. Quasi al tramonto sulla strada ci sono due leonesse. Sono sdraiate a terra quasi per dire “qui non si passa”. La più vicina a noi si sveglia, alza il capo e come un gattone inizia a leccarsi per lavarsi la faccia. Poi si alza e s’incammina verso al boscaglia, subito seguita dalla compagna, mentre da dietro un albero spunta un Leone. I tre fanno in fretta a svanire tra l’alta vegetazione. Possiamo ritenerci fortunati, anche se c’è la consapevolezza, e forse un po’ di delusione, sui pochi animali presenti. Al tramonto la sosta in una radura dove facciamo l’aperitivo e il rientro al Lodge con i fari accessi dell’auto. C’è solo il tempo per una doccia… la cena è pronta. Poi tutti davanti al fuoco ad ammirare le stelle.

 

9° giorno – 19 maggio 2017

Alle 6 ci vengono a svegliare, ampia colazione e alle 7 siamo di nuovo in cerca di orme. Durante la notte si sono sentiti i ruggiti dei Leoni, le loro tracce sono sulla strada che porta al Villaggio. Proviamo a seguirle. Troviamo due maschi in una radura, sdraiati a riposare. Ci concedono una mezzoretta di scatti e filmati, poi si alzano e si disperdono nella boscaglia. Arriviamo in una zona con molti alberi. All’orizzonte su uno di loro si muove una testolina. Il ranger fa una corsa per avvicinarsi. E’ un Leopardo che infastidito, prima si volta e poi scende. A noi rimangono una diecina di foto e qualche minuto di filmato, un bel colpo… Ci fermiamo a prendere un caffé di fronte ad un laghetto dove sono immersi diversi Ippopotami. Sono a distanza di sicurezza, sono pericolosi e percepiscono ogni suono. A turno escono con le narici fuori dell’acqua per respirare. Uno di loro si avvicina alla riva e attendiamo che esca per mirare l’immensa stazza. Torniamo al Lodge, c’è il tempo per visitare il paesino di Khwai e parlare con gli indigeni. Sono cordiali e ci fanno visitare le loro capanne. Sono due ragazzi giovani i più intraprendenti, ci presentato i loro famigliari e ci fanno vedere come fanno la birra. Un’anziana intreccia i giunchi forse per preparare qualcosa da vendere ai turisti. Si mischiano le capanne di fango, dove spiccano le lattine incastrate alle pareti, a quelle di cemento, tutte colorate con colori pastello. C’è anche un negozietto dove entriamo per fotografare i prodotti. Ci sono i generi alimentari di prima necessità, qualche biscotto e molto scatolame. Un bambino con il fischietto ci accompagna, è scalzo sulla sabbia, le ciabatte le tiene in tasca. Vicino c’è anche la scuola. Il villaggio ci dicono che conta una ottantina di persone, molte di origine San. Pranzo, siesta e di nuovo Safari. Attraversiamo quasi tutta l’area per arrivare al nord e costeggiare il fiume Khwai, qui ci sono due Elefanti sulle rive. Poco distanti dei campeggi, accanto alle tende “pascola” un Elefante. Prendiamo la strada principale per tornare, ormai è notte e inizia a far freddo. Ci tagliano la strada due Iene maculate, solo con i fari le scorgiamo. Infreddoliti arriviamo alla Guest House e ci mettiamo davanti al fuoco acceso in attesa della cena. è arrivata una coppia di Inglesi e una ragazza Irlandese che vive a Londra e che è in Botswana per valutare, per una agenzia di viaggi, i costi delle varie sistemazioni (pensiamo che faccia il lavoro più bello del Mondo).

 

10° giorno – 20 maggio 2017

Sei del mattina sveglia, colazione e in Jeep per il Safari del primo mattino. Pochi animali: Babbuini, un Elefante, qualche Antilope e Zebra e svariati uccelli. Si torna al Lodge un po’ delusi, ci aspettavamo di vedere molto di più. Chiediamo la strada da fare per tornare verso Maun, ci dicono 3-4 ore, decidiamo di ripercorrere la zona dei campeggi per avvistare da soli qualche animale. Ma siamo poco fortunati. Arriviamo a Maun nel pomeriggio, solo il tempo per un boccone da Wimpy (15 euro), il pieno e di nuovo in macchina in direzione Makgadikagadi Pans. Arriviamo a Xhumaga che è già notte, per fortuna il Tiaan’s Camp (134 euro compreso colazione e cena) è ben segnalato. La proprietaria ci consegna l’alloggio. Ci servono la cena e ci spiegano le priorità del Parco. La mattina si potrebbe entrare e costeggiare il fiume per cercare di avvistare qualche animale, in un percorso di una ventina di chilometri. Ma per raggiungere il Parco bisogna traghettare il fiume Boteti con una chiatta.

 

11° giorno – 21 maggio 2017

Sveglia prima dell’alba, alle 6.30 si è già sulla riva del Boteti ad aspettare l’omino della chiatta. Alle 7.30 non si vede ancora l’ombra. Il programma prevede di attraversare il confine, 650 km da percorrere che al Lodge ci dicono circa dieci ore. Non possiamo aspettare troppo, optiamo per una sosta lungo la strada. Il panorama attraverso i Pan cambia e la vegetazione lascia lo spazio al deserto. Ci fermiamo in un villaggio per immortalare il panorama e una diecina di ragazzini ci vengono incontro. Poi ancora sulla strada a ridosso del Lago Xau del Mapipi Pan due ragazzini ci raggiungono in groppa ad un asino. Si mettono in posa per noi. Costeggiamo le imponenti miniere di Mine dove è vietato fermarsi. Arriviamo a Serowe a mezzogiorno e decidiamo di visitare il Rhino Santuary (25 euro l’entrata compresa l’auto e la cartina). Puntiamo le pozze d’acqua dove a quell’ora del giorno possiamo avvistare gli animali. Siamo fortunati Perché scorgiamo quattro Rinoceronti bianchi che stanno dirigendosi proprio verso l’acqua. Li attendiamo lungo la riva per fotografarli da vicino e siamo fermi ad ammirarli fino a che vadano via. Due ore di avvistamento ben spesi, ma ora c’è bisogna di correre per non viaggiare di notte in Sud Africa. Attraversiamo Palapye non prima di aver fatto il pieno (il gasolio in Botswana costa 68 centesimo contro i 95 del Sud Africa e della Namibia). Le procedure al trafficato confine di Martin’s Drift-Groblersburg sono veloci, ma i chilometri ancora da percorrere sono di più di quelli segnalati dalla cartina e le strade ora sono maggiormente trafficate. Viaggiare di notte in Sud Africa è più pericoloso che nei due Stati già visitati e un problema meccanico potrebbe esserci fatale. Raggiungiamo Lephalale che è già notte, cerchiamo il nostro alloggio nel sobborgo di Onverwacht, un paesino nato all’interno di un campo da golf. Ad una grossa stazione di servizio chiediamo lumi, ci dicono che siamo vicini, due tre svolte e troviamo l’Hotel. Ed invece siamo costretti a chiedere ad un altra stazione. Ancora una volta ci perdiamo. Poi troviamo un cartello con le indicazioni e raggiungiamo la Bosveld Guest House (48.23 euro). Ampie misure di sicurezza in una villa tra una buca e l’altra del Mogol Golf Club. La stanza è ampia e confortevole, con due bagni. Usciamo per cenare in una zona ristoranti che avevamo scorto a Lephalale e optiamo per il Cappuccino’s (20.75 euro).

 

12° giorno – 22 maggio 2017

L’intenzione era quella di dormire qualche ora in più, ed invece alle 5.30 siamo già svegli. Alle 6.30 abbiamo già fatto colazione e quindi ci mettiamo alla ricerca di qualche Parco nelle vicinanze. La scelta va al Marakele National Park, ma non sappiamo dove sia l’entrata. Nessun cartello al confine, quindi chiediamo ad un ranger dove si entra. Ci indica una strada terrosa che percorriamo per una quarantina di chilometri per poi incrociare un’altra ranger. Che ci dice di tornare indietro per un’altra ventina di chilometri. Poi un altro che ci dice ancora una ventina di chilometri. Raggiungiamo l’entrata del Parco (24.50 compresa l’auto), mai segnalata, alle 10. Abbiamo il tempo per un giro veloce. Animali pochissimi, se ne scorgevano di più sulla strada, ma nel compenso lo scenario è incantevole con le alte montagne da cornice. La strada inizia a stringersi e a salire proprio sulla più alta. Arriviamo in cima ai 2088 metri, con un panorama mozzafiato, peccato che a quest’ora del giorno la visibilità diminuisce. La corsa verso l’uscita Perché abbiamo l’obbligo di consegnare l’auto entro le 16. Chiamiamo per avvisare di qualche minuto di ritardo, questo ci tranquillizza e ci permette di affrontare la N4 e poi la N1, super affollata anche se a cinque corsie, rispettando i limiti.

Riconsegniamo la Nissan con 3889 chilometri in più, abbiamo consumato 459.37 litri (una media di 8.47 Km/l) e una spesa di 343.33 euro, in totale l’auto ci è costata poco più di mille euro (un quarto del budget totale). Sbrogliate le formalità di riconsegna dell’auto ci accompagnano all’aeroporto internazionale di Jo’sburg dove ancora non è aperto il check-in. Un pezzo di pizza (5.54) per ricaricare le energie, le file scorrevoli ai controlli di sicurezza e l’entrata all’aeroporto, cena fugace (19.22) e l’imbarco con altri controlli di sicurezza.

 

13° giorno – 23 maggio 2017

Il volo verso a Il Cairo è semivuoto, ci sdraiamo su una fila di quattro posti che ci permette di fare una lunga dormita fino alla sveglia della mattina. Colazione e atterraggio alla capitale egiziana. Tre ore di stop seduti ai tavolini deserti del bar e di nuovo ai controlli per l’imbarco per Roma. Alle 13 l’atterraggio… siamo tornati e il pensiero va alla prossima partenza. Sicuramente in Africa ma dove?

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