Garden Route e Kruger viaggio nel sud dell’Africa

Dopo tanto girovagare per il mondo, decidiamo di viaggiare in Africa. Ci attira la Garden Route, la strada che costeggia l’estremità del Continente Nero, da Città del Capo a Port Elizabeth. Il percorso è lungo e il mezzo più efficace per farlo è l’automobile. Ma c’è il problema del ritorno, dato che sono 750 chilometri e non c’è il tempo per tornare. Ma il “fly and drive” ci invoglia a trovare una soluzione, optiamo per lasciare l’auto all’aeroporto di Port Elizabeth pagando una penale. Questo ci permetterà di tornare a Johannesburg in volo per poi avere il tempo per un safari “vero” nel Kruger.

Andare nel capo dell’altro emisfero significa programmare il viaggio in inverno per andare incontro alla bella stagione. In quei luoghi la bella stagione (l’inverno e non come comunemente si dice la loro estate) è molto calda con temperature che possono arrivare ai 40 gradi, all’interno il caldo è ancora più percepibile perché non mitigato dalla ventilazione degli Oceani (al plurare perché il Sudafrica ad ovest è toccato da quello Atlantico, mentre a sud e a ovest da quello Indiano). Un viaggio che non si può fare in estate perché le temperature se non bassissime, non superano i 20 gradi. Discorso diverso se si va al nord, molto più vicini alla zona tropicale, per intenderci il Tropico del Capricorno è il confine nord con Botswana e Monzambico e taglia la testa del Kruger. In questo caso andare d’estate significa avere temperature più miti con massime che non superano i 28° anche se le minime possono scendere di notte vicine allo zero.

Prenotiamo via Rete tutti gli Hotel programmando le varie tappe per andare al sicuro. Troviamo nello Gomo Gomo Game Reserve la migliore offerta per fare tre giorni di Safari nel Kruger. Poi prenotiamo le auto, a Città del Capo per la Garden Route e a Johannesburg per la tre giorni di Safari al Kruger.

 

Mercoledì 31 gennaio 2006

Troviamo un volo British con scalo a Londra (700 euro) che viaggia tutta la notte per arrivare a Jo’sburg la mattina seguente. Partenza alle 19.35 per l’Inghilterra e quindi l’imbarco per Johannesburg. Ma pochi giorni prima della partenza ci cambiano itinerario. La British è in sciopero e ci fa volare Air France facendo scalo a Parigi Orly per poi partire per il Sud Africa.

 

Giovedì 1° febbraio 2006 – 1° giorno

Arrivati alle 12.10 nella metropoli sudafricana prendiamo un volo Kulula (80 euro) per raggiungere Cape Town, per quindi prendere dal noleggio African Car Hire l’auto (una Golf vecchio modello a 115 euro a persona). Sbrogliate le formabilità di check out e il ritiro dell’auto, ci mettiamo in marcia verso il nostro Hotel che si trova in centro. La prima difficoltà è la giuda destra, che ci mette subito in apprensione specialmente nelle svolte. Ci ricordavamo il vecchio trucchetto di immettersi nella corsia dell’orologio, cioè quella che viene indicata dal braccio sinistro, dove appunto si tiene l’orologio. Raggiungiamo il Protea Breakwater Lodge (43 euro a notte), adiacente all’Università e proprio sopra al Waterfornt. Questo ci permetterà di raggiungere in serata il Porto a piedi, uno dei luoghi più attrezzati della città, con diversi locali, per rilassarsi e ristorarsi. Dopo alcuni malintesi sulla nostra prenotazione ci  assegnano un appartamentino, doppia stanza, salottino e cucinino dove resteremo tre notti. Cerchiamo di recuperare qualche ora di sonno, poi una doccia e scendiamo al Porto. Con grande stupore noto che tutto è cambiato in dieci anni, quando lo visitai per lavoro la prima volta ed era in ricostruzione. Il Sudafrica aveva fatto un cambiamento enorme, da allinearsi agli standard occidentali. Ci mettiamo alla ricerca di un ristorante per cenare, ci fermiamo a st Elmo’s (6 euro).

Una passeggiata digestiva, la ricerca di qualche depliant per fare qualche escursione e di corsa a nanna.

 

Venerdì 2 febbraio 2006 – 2° giorno

Dopo un’abbondante colazione ci mettiamo in cammino verso sud. Costeggiamo il lungo mare con il punto panoramico, per poi riprendere la parte degli scogli fino ad arrivare alla leggendaria Camps Bay, la spiaggia bianca dei sogni, nelle mille facce di Città del Capo. A Dominare il tutto la Table Mountain che spezza il promontorio i centinaia di baie tanto da farla sembrare Rio de Janeiro. Riprendiamo ancora verso sud all’interno della costa fino a scorgere un’altra baia quella di Hout Bay Harbour dove ci fermiamo all’Haot Bar per fare colazione dato che sono le 8.45. Ci fermiamo perché sappiamo che ci attende la prima grande sorpresa del regno animale. Un traghetto (4 euro) ci porta in pochi minuti a Duiker Island, uno scoglio abitato da una colonia di foche. Immortaliamo i pinnipedi in tutte le posizioni, la barca si avvicina a loro sempre di più attenda ai mammiferi che sono in acqua. Il loro sguardo è dall’incredulo all’incuriosito, mentre l’odore degli escrementi scaldati dal sole è sempre più intenso. Si torna a terra, ma nel tragitto si gode lo spettacolo della Baia, che ha come sfondo le alte montagne sedimentarie della Foresta Tokai. Costeggiamo la foresta, dall’altra parte della baia dove possiamo scorgere dall’alto l’Isola delle Foche. Ma prima bisogna fare il biglietto d’ingresso (12 centesimi), si entra dentro alla Penisola del Capo per poi accedere nel Parco Chapmans Plaza (1.25 euro). A questo punto la penisola si restringe e si può scorgere l’atro lato dell’Oceano. La strada attraversa l’abitato di Simon’s Town  noto per la spiaggia di Boulders (3 euro). Parcheggiamo la vettura per ammirare la seconda sorpresa animale: i Pinguini del Capo. Una colonia ha nidificato sulla spiaggia, si possono quasi toccare (si fa per dire, perché prima di tutto un animale selvatico non si deve abituare alla presenza dell’uomo, secondo perché danno delle dolorose beccate a chi ci prova. Con grande stupore notiamo che le loro dimensioni sono piccolissime, i Pinguini del capo sono di circa 70 centimetri di altezza e il loro peso non supera i 3 chili. Sulla sabbia si possono scorgere i nudi dove covano le uova. All’interno della struttura un piccolo museo con la storia e le abitudini dell’uccello. Ci rimettiamo in marcia verso Capo Buona Speranza, un Babuino ci taglia la strada, altri sono sul ciglio. Entriamo nel Parco (6 euro) fino a raggiunge l’estremità del Capo. Una scalinata ci porta in alto sopra la scogliera. Si può ammirare a 360 gradi quello che si pensava fosse lo spartiacque dei due oceani: da una parte l’Atlantico, dall’altra l’Indiano. Un totem riporta la direzione delle località più importanti nel Mondo con la relativa distanza: Rio de Janeiro 6.055, Polo Sud 6.248, Pechino 12.933, Amsterdam 9.685, Londra 9.623, Sydney 11.642, Gerusalemme 7.468, Nuova Delhi 9.296. Siamo veramente fuori dal Mondo. Ci fermiamo al Ristorante Two Oceans (10 euro) per pranzare. Ci rimettiamo sulla via di ritorno ma decidiamo di aggirare la Montagna della Tavola in senso opposto costeggiando le baie paradiso dei surfisti. Attraversiamo la laguna che prende il nome dai Pellicani che vi stazionano per poi dirigerci verso Stellenbosch. Questa è la zona delle Cantine storiche dove da secoli si fa il vino di cui il Sudafrica è famoso. Ci immettiamo nella Wine Route e ci fermiamo per una prima degustazione al KWV Wine Emporium e poi andiamo a visitare una della Cantine più antiche la Remhoogte. Ma l’ora si è fatta tarda e decidiamo di tornare prima che cali il sole in Città.

Un po’ di riposo e scendiamo a Waterfront per la cena al City Grill (10 euro). Discoteche e pub non ci allettano, preferiamo farci una passeggiata alla ricerca di qualche cosa da fare l’indomani.

 

Sabato 3 febbraio – 3° giornata

Ci svegliamo con calma e andiamo a fare colazione al Waterfront Bar (3.60 euro). Decidiamo di visitare la Cape Town e saliamo sul City Sightseeing Bus (11 euro) che ci scorrazzerà tutta la mattinata dove visitiamo la Fortezza e alcuni Musei. Ritorniamo in Hotel per riprendere la macchina e riportarci nella zona dei vini per visitare qualche altra antica Cantina. Ci fermiamo a quella di Leborie, dove facciamo una breve visita ai vigneti e poi una degustazione nel loro ristorante (10.50 euro). Torniamo a Città del Capo in tempo per ammirare il quartiere con le case colorate nei cui androni ci sono alcuni murales. Poi saliamo sulla cabinovia che ci porta in cima alla Montagna (13 euro). Lo spettacolo è mozzafiato, con la costa che apre scenari sempre diversi. In ogni parte ti giri c’è una baia e sullo sfondo Robben Island nel cui carcere fu rinchiuso Nemson Mandela, oggi ospita un Museo. Dei percorsi permetto di fare delle camminati sulla Tavola, ognuno dei quali permette di aprire nuovi scenari. Scendiamo quasi all’ora del tramonto, nelle ore più belle che offre alla vista il sole. Dove i colori si tingono di rosso e la Città sembra viva. Torniamo al nostro appartamentino per riposare, quindi a Waterfront per la cena da st Elmo’s (4 euro) . Una foca è su una banchina indisturbata.

 

Domenica 4 febbraio – 4° giornata

Dopo la sveglia e la colazione fatta di fretta, lasciamo Città del Capo per dirigerci verso Est. Da “bravi” viaggiatori, subito il pieno e il rifornimento d’acqua, l’abc di chi va in Africa. Arriviamo a Mossel Bay e prendiamo subito la camera al Protea Hotel (43 euro). Pranziamo al Cafe Gannet (7 euro) e raggiungiamo il porto per imbarcarci per la Seal Island (4.50 euro). Ad attenderci una colonia di foche a due passi dalla baia. Il rumore si mescola agli odori, sullo scoglio le foche sono ammassate con i loro movimenti goffi. Mentre quelle che sono in acqua si muovono con disinvoltura. L’ora è calda e anche noi fotografati sulla barca sembriamo dei grossi Trichechi. Mentre sullo sfondo si scorgono dei Delfini. Alla sera ci rifocilliamo al Ristorante Delfino’s (7 euro) posto sulla spiaggia all’interno del Point Village, un’area attrezzata piena di negozi e locali per turisti e non. Ma non è il periodo del pienone che è terminato con le vacanze di Natale e fine dell’anno. Si respira una calma surreale, anche perché c’è poco turismo straniero, nell’altro emisfero è inverno. Facciamo una puntata al Pinnacle Point Casinò, dove “sbanchiamo” si fa per dire, la roulette prendendo un numero secco.

 

Lunedì 5 febbraio – 5° giornata

In tarda mattinata decidiamo, prima di lasciare la località, di tornare indietro per fare un Safari al Garden Route Game Lodge (33 euro). Antilopi e Zebre si mescolano insieme, poi è la volta degli Gnu, quindi una Giraffa che bruca a terra, poi ci guarda e alza il suo lungo collo leopardato. In cima ad una collinetta un Elefante, mentre le antilopi-capre si possono quasi toccare. In una pozza due Rinoceronti Bianchi, uno è più grosso, potrebbero essere maschio e femmina. All’ombra della vegetazione due Ghepardi, tra noi e loro solo la rete di recinzione. Percepiscono la nostra presenza e come dei gattoni, ci mostrano i denti soffiando. Ci mettiamo in cammino, ci attende il Wilderness National Park con i suoi numerosi laghi. Uno di questi, il Groenvlei Lake che fa da confine alla Riserva Naturale Goukamma. Brevi soste per ammirare il panorama e assaporare la natura circostante. Poi arriviamo nell’interland di Knysna, che si trova all’estuario del Knysna River, estuario che si allarga lasciando lo spazio a numerose isolette tra cui la Thesens e la Leisure. Ma noi tiriamo dritto per raggiungere la vicina Plettenberg Bay dove ci attende il Protea Keurbooms River dove abbiamo prenotato due notti (70 euro complessive). Una struttura un po’ fuori dal mondo, ma un vero e proprio paradiso tra l’Oceano, che si raggiunge a piedi attraversando le dune e il fiume da cui prende il nome. Dei veri e propri appartamenti completi di ogni comodità, dove gli “altri” turisti ne approfittavano per fare il barbecue e stare comodamente in giardino a godersi la bella stagione. Noi, non essendo attrezzati per questo, abbiamo raggiunto  Knysna e cenato nel lussuoso ristorante Harry’s B’s (8,20 euro) per poi tornare a tarda notte nel nostro alloggio.

 

Martedì 6 febbraio – 6° giorno

L’accogliente hall del Lodge ci ha ospitati per la prima colazione. Subito in macchina per ammirare le bellezze della regione. Ad una quindicina di chilometri abbiamo raggiunto il “Monkeyland” e il “Birds of Eden” (17,50 euro entrambi. Scimmie di vario genere all’interno della riserva protetta scorazzavano in libertà tra una cima e l’altra della ricca vegetazione. Tra cui Cleopatra il Lemure bianco e nero, poi Gibboni, Cercopitechi, la Scimmia cappuccina, la Scimmia scoiattolo e i Lemuri del Madagascar. Caratteristico anche il ponte in corde sospeso che collega due collinette. Vari tipi di clima, invece, nel paradiso degli uccelli. Volatili dalle livree più varie e colorate nella foresta pluviale dove su tutti spiccano i Pappagalli. Anche qui un ponte in corde sospeso permette di entrare nel clima secco, Poi le voliere ricche di esemplari e gli stagni con Cigni, Gru e Anatre. A farci da Cicerone un Pappagallo Bianco che, prima è salito sulle nostre gambe a bar, e poi si è messo a smontare la nostra macchina fotografica forse infastidito da qualche strano riflesso. Come in ogni posto la pulizia e i servizi ad un livello altissimo. Anche nel parcheggio continuavamo ad incontrare animali, l’ultimo un Pavone dalle inconfondibili piume che razzolava indisturbato tra una macchina e l’altra. Riprendiamo la N2 per uscire dopo pochissimi chilometri sulla R102. La strada che porta alla Nature’s Valley. Già dall’alto si può scorgere il Soutrivier che scava un profondo canyon verso la valle. La sua foce si fa sempre più larga tanto da formare un lago a ridosso dell’Oceano. Lo spettacolo da basso è ancora più impetuoso e si porta a metterci in costume per correre sul bagnasciuga, prima del Lago e poi del Mare. Sulla spiaggia delle rocce magmatiche, di colore nero. Un paesaggio lunare senza alcuna traccia umana. L’acqua cristallina ci fa scorgere i pesci, non riusciamo a reggere la voglia di bagnarci… facciamo un tuffo nell’Oceano Indiano. Costeggiamo il mare alla ricerca di qualche altro angolo di paradiso, fino a scorgere una villetta (si fa per dire). Poi un’altra, e un’altra ancora immerse nella natura. Cosa molto rara in Africa la zona è diventata residenza estiva dei nababbi sudafricani. Ci fermiamo nell’umile Natural Valley Restaurant per pranzare (6 euro). Ci godiamo il panorama dall’alto, da un’altra prospettiva dove il fiume si inserisce nell’Oceano. Torniamo indietro verso Plettenberg Bay per poi leggere sulle guide di Noetzie, dove il Noetzierivier scende dalle alte montagne per formare una gola che si inserisce nell’Oceano creando una larga baia di sabbia bianca. Qui ci sono alcune ville  tra cui il Castello. Ma con stupore notiamo che non c’è una strada per arrivarci. Lasciamo l’auto in un parcheggio sterrato in alto e iniziamo la calata verso il mare. Lo scenario che si pone ai nostri occhi è da “pelle d’oca”. Le ville sono immerse nella natura quasi a “non voler disturbare”. All’interno della gola, una villetta di legno residenza estiva di qualche “solitario”. Risalendo apprezziamo ancora di più il canyon scavato dal fiume, ma il sole sta per calare ed è meglio rientrare. Facciamo in tempo per ammirare il tramonto sull’Oceano vicino al nostro Lodge. Una doccia e torniamo a Knysna per cenare al Dry Cock Resaurant (7 euro) e poi farci una birra ghiacciata all’Oldes Restaurant (2 euro) sull’isoletta artificiale costruita nel Porto. Torniamo in Hotel a notte inoltrata, sapendo che in Africa viaggiare di notte non è consigliabile, i 40 chilometri che ci distanziano li facciamo con molta apprensione, non incrociamo nessuno, un guasto alla macchina ci potrebbe essere fatale. Ma l’affidabile Golf non ci fa brutti scherzi e raggiungiamo il Lodge. Anche il personale addetto alla sorveglianza rimane stupito alla vista dei fari, esita più del solito prima di aprirci il cancello, vuole essere certo di quello che sta per fare. Poi alla fine ci lascia andare, ma continua a seguire i nostri spostamenti con la coda dell’occhio.

 

Mercoledì 7 febbraio – 7° giorno

Lasciamo il Lodge dopo aver fatto un’abbondante prima colazione per continuare il nostro cammino verso est. Attraversiamo nuovamente la Nature’s Valley rimanendo sulla N2, un lunghissimo viadotto vi fa entrare sulla Riserva naturale “Formosa Provincial” del Tsisikamma. Al termine del Bloukrans Bridge un cartello desta la nostra attenzione: “Face Adrenalin”. Voltiamo per approfondire e sapere cosa fosse di preciso. È ancora mattina presto e ci sono poche automobili nel parcheggio. Un chiosco vende gelati e qualche cosa da sgranocchiare. Nulla di che… stiamo andando via quando il personale ci avvicina. Ci dicono che aprirà tra poco. Noi ci chiediamo cosa! La curiosità aumenta e li seguiamo. Dietro a della vegetazione si intravede una struttura. Accanto una vista panoramica sul ponte e sotto la sua enorme gola. C’è del movimento sotto al ponte, notiamo una struttura posticcia, mentre ad un bordo della montagna è appeso un lungo tirante che porta dall’altra parte. Sono un “Fly to sky” e un “Bungy Jumping”. A fare il volo dell’angelo non c’è nessuno, mentre a buttarsi da quasi 500 metri di altezza s’incomincia ad intravedere la fila. Arrivano da tutte le parti per assaporare l’adrenalina, dato che è il lancio più alto del mondo. Noi facciamo fatica a fare le foto, per la paura di cadere dal parapetto in cemento. Loro attraversano metà del ponte, già questa è un’impresa, si legano la corda alle cinture di sicurezza, e via nel vuoto. Riusciamo a fotografare e a filmare i primi, una coppia di sposini. Poi decliniamo gli inviti e ci rimettiamo in viaggio. Senza che ce ne accorgessimo sono passate due ore, ci chiediamo se le abbiamo buttate o se anche questa esperienza fa parte della conoscenza.

Ci fermiamo poco dopo all’interno del Parco dello Tsisikamma (4.50 euro), dove è possibile fare dei percorsi immersi nella natura. Optiamo per uno più corto che porta sullo Stormsriver Mounth con il suo ponte sospeso di 77 metri. Il passaggio in mezzo al bosco è straordinario, c’è molta gente che viene a altra che va. Si arriva fino al fiume che divide in due la montagna creando un canyon. Un ponte sospeso permette di attraversare la gola fino agli scogli dall’altro capo. Attraversiamo il ponte “ballerino” e lo sguardo va sul fondale, in mezzo all’acqua limpidissima si notano degli Squali e una Manta. Alcuni turisti sono pronti per buttarsi in acqua, li fermiamo in tempo. Sugli scogli facciamo fatica a stare in piedi, l’umidità li ha resi viscidi ed è facile fare degli scivoloni. Rimaniamo incantati davanti allo spettacolo della natura. Ci rimettiamo in rotta verso est, ci fermiamo a Jeffreys Bay e pranziamo a “El Savore” (8 euro). Arriviamo all’Addo Elephant National Park nel pomeriggio, non c’è il tempo di fare un Safari. Prendiamo possesso della nostra camera in un B&B (30 euro) nelle vicinanze del parco. La visita al Parco è solo per avere informazioni per la mattina seguente. Fa molto caldo e la giornata è stata molto faticosa, salto la cena e “ricarico le batterie”.

 

Giovedì 8 febbraio – 8° giorno

La lunga “dormita” ci ha rimesso in piena forma e dopo una veloce colazione siamo all’ingresso dell’Addo (9 euro) alle 7, orario di apertura del Parco. Sono gli Struzzi a darci il benvenuto sotto il cinguettio degli uccellini. In mezzo alla sterpaglia dei Facoceri, due di loro si guardano negli occhi in modo minaccioso, forse per qualche diverbio sul territorio. Una Tartaruga a bordo strada ci lascia passare, mentre gli Struzzi sono sempre più numerosi. Dietro la vegetazione un gruppo di Elefanti. Sono solo l’aperitivo di quanto vedremo nel laghetto al centro del Parco. Una marea immensa di Elefanti, famigliole intere dai più piccoli ai più grandi. Contarli è quasi impossibile, perché continuano ad arrivare ad abbeverarsi e bagnarsi alle prime luci del sole. Mentre l’ampio parcheggio con vista laghetto, s’inizia a riempire di voyeur. I mammiferi, mischiati ai Facoceri, approfittano per spruzzarsi il fango sul corpo per isolardo e stemperare la calura. Alcuni di loro sono completamente immersi nella pozza. Altri sono già in movimento per incamminarsi in cerca della vegetazione più alta. Decidiamo di continuare il percorso e ci imbattiamo in cinque Elefanti che stanno percorrendo la strada in senso opposto. Uno di loro, forse il maschio, è gigantesco, con loro anche un piccolo. Non sappiamo casa fare. Blocchiamo l’auto e aspettiamo inermi il loro passaggio. Ci quasi sfiorano incuranti della nostra presenza. E pure la nostra auto rosso fuoco l’avranno vista. Torniamo al Gate dopo tre ore e mezzo di percorsi all’interno del Parco, ma la temperatura si è alzata e gli animali sono tutti nascosti all’ombra. Approfittiamo della struttura, che come le altre in Sudafrica è curata in tutti i dettagli, per una breve sosta. Un Babbuino ci spia dall’alto di un albero. Ci mettiamo in cammino verso Port Elizabeth non prima di essere ripassati al nostro B&B per una doccia veloce e aver preso le valigie. Saluti cordiali con i proprietari che ci hanno ospitato e via verso il mare. Già dopo una trentina di chilometri s’inizia a scorgere la periferia della Città che fa un milione di abitanti. Il traffico è intenso ma non caotico. Le arterie che conducono al Centro sono di nuova generazione e molte volte contrastano con alcuni “decadenti” quartieri, specialmente quelli industriali dediti al trasporto marino delle merci. Arriviamo nella piazza principale “Vuyisile Mini Square di fronte alla Cattedrale per “respirare” l’aria della città e chiedere indicazioni sul nostro alloggio. Ce lo indicano sopra ad una collinetta dall’altra parte del “Donkin Reserve” il Parco cittadino. Noi scorgiamo solamente un elegante palazzo edoardiano dell’inizio del ‘900, pensando che l’Hotel fosse nei paraggi. Con nostro stupore invece costatiamo che il Protea Hotel Edward & Conference Centre (35 euro) è proprio il Palazzo indicato che domina, dall’alto della collina, sia il Parco che il Centro con una vista incantevole della Baia Mandela. La nostra camera non è ancora stata restaurata, si stanno ultimando i lavori dell’intera struttura, con un sapore di retrò. È su due piani, in alto l’ingresso, lo spogliatoio e il bagno, in basso (quattro scalini) la camera con un’ampia balconata dove si può ammirare il panorama. Scendiamo nella hall per cercare dove pranzare, e nella Galleria all’interno della struttura che ospita anche una libreria e negozi di arte, e dietro ad una vetrata il ristorante dell’Hotel dove abbiamo pranzato (5.50 euro). Dopo un breve giro nel parco abbiamo ripreso la nostra auto alla ricerca di luoghi caratteristi. Abbiamo attraversato il moderno quartiere di Summerstrand con le lussuose ville sulla collina che dominano la Baia, e notato sul lungomare “Marine Dr” numerose strutture turistiche. Proseguendo verso Capo Recife, il campo da Golf, uno degli sport dove i locali primeggiano nel mondo. Continuando verso il Capo si notano i primi Chalet immersi nelle dune all’interno della vegetazione. La strada porta fino al Faro che ospita un ristorante bar con vista sugli scogli. Ci sono molti turisti ad ammirare l’Oceano. Si può salire sugli scogli per farsi “vaporizzare” dalle onde del mare. Una può grossa ci  bagna completamente compresa la nostra attrezzatura fotografica. Più in là tra gli scogli si è formata una vasca dove con l’acqua scaldata dal sole. Sono molti i piedi immersi a sguazzare nella pozza, specialmente i bambini. Sugli scogli una nutrita schiera di Iraci del Capo (o delle Rocce), che in un primo impatto sembrano dei grossi topi. Nelle vicinanza c’è l’aeroporto, ne approfittiamo per chiedere alcune informazioni dato che abbiamo il volo la mattina presto. Ci rassicurano sulla consegna dell’auto e sulle procedure d’imbarco. Torniamo nel nostro Hotel in tempo per goderci il tramonto sulla Baia Mandela. In serata torniamo lungomare “Marine Dr” che si è popolato di persone in cerca di ristoro dopo la lunga giornata lavorativa o turistica. Ceniamo al “34 South” (8 euro) un locale moderno molto frequentato dai giovani. Andiamo a letto presto, l’indomani ci attende una giornata molto dura.

 

Venerdì 9 febbraio – 9° giorno

Sveglia all’alba, e alle 6 siamo già in aeroporto per consegnare l’auto e imbarcarci sul volo Kulula in direzione Jo’sburg (70 euro). Il viaggio è molto breve, non c’è il tempo neppure per un pisolino, già alle 8.45 siamo all’African Car Hire a ritirare la nostra vettura. Ci consegnano un’altra Golf modello vecchio (46 euro a persona) corredata delle cartine per raggiungere il grande parco del nord. Per prima cosa bisogna fare attenzione ad uscire da Johannesburg, la città è una delle più pericolose del mondo in tema di criminalità, sbagliare strada potrebbe essere fatale. Alcune Township sono a ridosso delle grandi arterie e entrarvi potrebbe significare non uscirne senza qualche brutta avventura. Usciamo dal Tambi International Airport in direzione sud e dopo pochi chilometri imbocchiamo la N12 in direzione Emalahleni dove si inserirà sulla N4 la strada che porta a Nelspruit, la città d’ingresso del Kruger, per poi proseguire in Monzambico fino alla capitale Maputo. Noi decidiamo di effettuare un percorso alternativo che da Emalahleni prosegue verso nord sulla N11 per poi immetterci nella R33 nella provincia di Limpopo attraversare i piccoli centri di Steelpoort, Burgersfort e Ohrigstad per poi aggirare il parco nazionale del Motlatse Canyon ed arrivare a Hoedspruoit dove c’è un aeroporto per chi va al Kruger. Sono oltre 500 i chilometri da percorrere e la tabella di marcia ci da 7 ore e mezza. Nel nostro pacchetto al Gomo Gomo è previsto in serata il primo Safari e non vogliamo mancare. Subito fuori dalla città, alla prima stazione di servizio, ci fermiamo per fare il pieno e rifornirci d’acqua (ricordate l’abc?). Proseguiamo sparati verso la grande riserva naturale incuranti dei limiti di velocità. Certo la Golf non permette velocità di crociere di una GT, ma alle 14.00 siamo già si è al Gran Canyon percorrendo i 430 km in poco più di cinque ore. Le strade principali del paese sono in ottimo stato, non ci sono delle vere e proprie autostrade, ma sono abbastanza larghe per permettere il sorpasso in quasi tutte le condizioni. A questo va aggiunto il poco traffico e la correttezza alla guida dei locali, specialmente i camionisti, che si spostano nella larga corsia d’emergenza quando vengono sorpassati. Gli scenari sono incantevoli. Costeggiando la gola dell’Olifants, il fiume che proseguendo taglia in due il Kruger, si sale sui passi montani, in uno di loro, al termine di una breve galleria, un mercatino di prodotti locali in un parcheggio per ammirare il panorama. Ma non abbiamo tempo per fermarci lo facciamo all’incrocio con la R531 la strada del Grande Canyon a pochi chilometri dall’entrata al Parco. Pranziamo al Blyde Canyon (3 euro) fuori orario di apertura, i proprietari fanno uno strappo alla regola aprendo la cucina a pranzo. Ci rimettiamo in marcia e entriamo nel Parco (19 euro) costeggiando l’aeroporto di Hoedspruit. La strada ora è in breccia e dobbiamo limitare le velocità anche perché c’è la possibilità di incrociare dagli animali. Dovremo percorrere oltre 20 chilometri prima di arrivare al punto di appuntamento dove ci verranno a prendere con la Jeep. La lunga striscia bianca è costeggiata dalle reti, ma ci sono i varchi per far passare Antilopi, Facoceri e altri animali di piccola taglia. Arriviamo sotto una grande Quercia dove ad attenderci sono i ranger del Gomo Gomo Game Lodge (due notti, tre giorni di Safari 300 euro a persona). Dopo il cocktail di benvenuto, ci portano nel nostro Lodge dove c’è il minimo indispensabile, il bagno (solo per noi) è fuori in un’altra capannina. Ci danno subito le direttive: non si può uscire da soli specialmente la notte, e i Safari sono alle 5.30 del mattino, alle 10.30 a piedi nella Savana e alle 16 fino al tramonto. Siamo in tempo per il primo nostro impatto con la Savana, quella vera, con la esse maiuscola.

La stanchezza dell’alzataccia mattutina e il lungo viaggio svanisce con l’adrenalina scaturita dall’emozione. Si guada subito il fiume per scorgere gli Ippopotami completamente immersi nell’acqua fangosa. Più avanti in una pozza è immerso un Rinoceronte Bianco. Al nostro passaggio si alza e si infila nell’alta vegetazione. Su una albero secco un Red-billed Hombill. La Jeep si ferma davanti ad un cespuglio, i Rangers ci indicano un arbusto insecchito. Poi vediamo qualche cosa muoversi, sono dei Leoncini, uno si alza sulle zampe d’avanti. Poi un altro sulle quattro zampe. Sono molto magri e i Ranger ci dicono che mamma Leonessa è sicuramente da qualche giorno a caccia. Non tornerà fino a che non troverà una preda da portare ai suoi piccoli. Li contiamo sono ben quattro sicuramente molto affamati. Ci allontaniamo, si scorgono alcuni termitai sontuosi. In alto un uccello ci fa notare che è quasi l’ora del tramonto. Ci taglia la strada un enorme Elefante, sicuramente un maschio solitario. Sono pericolosi, allontanati dalle matriarche perché il loro testosterone è alto, lo lasciamo andare. Su una collinetta è sdraiato un Leopardo. Riposa con la bocca aperta e la lingua penzolante. Poi abbassa la testa e la mette sulle zampe come fanno i gatti. Quindi non curante di noi si sdraia nascondendo la testa tra la vegetazione. Cala il tramonto sulla Savana e ci fermiamo in un punto panoramico per ammirarlo. In questo primo giorno siamo riusciti a “cacciare” (con la macchina fotografica s’intende) quattro “big five”, ci manca solo il Bufalo che del resto per noi del pontino è un animale domestico. Torniamo al Gono Gono con le luci accese, guaiamo di nuovo il fiume e gli Ippopotami sono ancora in acqua. Sulla riva c’è anche un Coccodrillo, ma la notte è calata e facciamo fatica a fotografarlo. Il Ranger si ferma di scatto: è buio pesto, pensiamo subito ad un’avaria alla Jeep.  Invece punta il faro mobile sulla vegetazione, scende di corsa e torna con in mano un Camaleonte, se lo fa camminare sul dorso della mano, lo accarezza e lo coccola prima di riposarlo tra le foglie. Torniamo all’accampamento che sono le 19.30, il Safari è durato più del solito e c’è il tempo solo per una doccia prima della cena. Ci vengono a prendere e ci portano intorno al Boma (dove è acceso il fuoco) e sono già apparecchiati i tavoli degli ospiti. Una Rana sulla cantinetta tra le bottiglie di vino. Una Cavalletta viene a posarsi sul nostro tavolo, tra il “cannucciato” del tetto si nota un grosso nido. Non riusciamo a goderci la cena, oltre che a calare la notte è calata anche la stanchezza… siamo “cotti” e andiamo a dormire.

 

Sabato 10 febbraio – 10° giorno

Alle 5 ci vengono a svegliare, abbiamo poco tempo per prepararci perché dopo poco ci vengono a prende dalla nostra “capanna” per fare il primo Safari della giornata. Alle 5 e mezzo siamo già sulla Jeep. Fa freddino, ma si può sopportare indossando una felpa. È ancora notte fonda, dobbiamo fare in fretta e anticipare i predatori che si muovono solo con le temperature basse. Del resto cosa fareste voi con una pelliccia a dosso in estate?

Passiamo sul fiume e gli Ippopotami sono ancora là nell’acqua. Incrociamo un’altra Jeep del nostro “Camp” con due coppie di anziani inglesi habitué delle avventure in Africa. La giornata non è bella, il sole è coperto dalle nuvole, ma la temperatura sale, ci togliamo la felpa e manteniamo il busso cappello in testa. Già il sole ci ha bruciato il viso, e il burro di cacao non riesce ad ammorbidire le labbra screpolate. Su di un albero la carcassa di un’antilope portata sicuramente su da un Leopardo. Sotto un vecchio Leone che dorme. I Leoni non salgono sugli alberi (ad eccezione di una specie che vive nel Lago Manyara in Tanzania). Sicuramente attirato dal profumo (noi diremo puzza nauseabonda)  attende o il Leopardo o che cada. Gli scatti delle macchine fotografiche lo destano, ma certo non si sposta dalla postazione privilegiata. Ogni tanto fiuta l’aria come a dire: “sei ancora su?”. Proseguiamo alla ricerca di tracce nuovo. I Ranger scrutano il terreno, mentre uno guida, l’altro e su un seggiolino piazzato sul passaruota della Jeep con i piedi poggiati sul paraurti anteriore. Questa volta avvista qualche cosa di grosso che va verso la vegetazione. Nel Kruger come in molte riserve si può abbandonare la strada tracciata solo per i Big Five. Quindi deve prima accertarsi di ciò che ha avvistato. A piedi s’introduce tra i rami, dopo un po’ torna indietro e da l’ok al collega. Lasciamo il sentiero per inoltrarci nella Savana, dietro alle foglie una Leonessa. Si rotola come un gattone, poi ci guarda e si rimette a dormire. Guadiamo un altro fiume e il quinto Big Five è sul bordo immerso nell’acqua. È una mandria di Bufali, quando escono dall’acqua si nota la sua mole. Più in là sull’acqua un Corriere dai tre Collari, mentre un Ovambo Sparrowhawk è in cima ad un albero secco. Si torna alla base alle 9.30 e subito ci aspetta la colazione mattutina. Ci possiamo rilassare sulle sdraio della terrazza che si affaccia su un laghetto. Recuperiamo l’alzataccia con del relax. La connessione internet che ci ha permesso di collegarci e rimanere in contatto con il mondo, va a tratti e solo dalla segreteria. Ma per due giorni ne possiamo fare a meno. Arriva veloce l’ora del secondo Safari, quello a piedi nella Savana. Ci spiegano le piante endemiche, e ci fanno notare alcuni insetti. Una Cavalletta dalla foggia multicolore ci guarda incuriosita. Tra le foglie un tubo lungo nero. Pensiamo a qualche diavoleria per innaffiare. Il Ranger invece tira fuori un Millepiedi enorme, della stessa forma e sembianza di quelli che abbiamo noi nelle nostre case (ovviamente chi vive in campagna) ma dalle dimensioni enormi, Tra due rami un grosso Ragno, ci dice che è velenoso. Nel terreno un grosso foro, il Ranger ci mette dentro un stecco, ma non ne esce niente, ci dice che è la tana di una Vedova Nera… ma per fortuna non c’era (pensiamo noi). Torniamo al Camp e sul laghetto si notano gli Ippopotami. Ci rilassiamo sulle sdraio accanto alla stagionata e ci godiamo il panorama con la natura che in ogni momento ci stupisce. Un falchetto ci viene a trovare forse per avvertirci che il pranzo è pronto. Sulla terrazza accanto al Boma spento, si apparecchiano i tavoli. Apprezziamo la cucina locale e il cuoco ci tiene a spiegarci il menù, è lui stesso a servirci le pietanze. Possiamo tornare nella nostra Capanna per farci un bel pisolino ristoratore. Alle 16 ci bussano alla porta, la Jeep è fuori ad aspettarci. Subito un gruppo di Antilopi ci guardano incuriosite prima di scappare. Più in là un Dik Dik solitario. Nella folta vegetazione un grosso Elefante nero. È visibilmente eccitato. Dietro di lui un altro Elefante. Vengono nella nostra direzione. Sono due maschi isolati dal gruppo, sono pericolosi. Il Ranger li fa avvicinare sempre di più e loro non hanno nessuna idea di cambiare strada. Quando orma sono vicinissimi, non entrano più nel nostro obiettivo della fotocamera (solo per intenderci) fanno capire che non sono di umore buono e uno di loro ci carica. Il Ranger alla guida è svelto nel mettere la marcia e sgommare. Lo spavento c’invade, dopo qualche minuto abbiamo la forza di chiedere ai Rangers se anche loro hanno avuto paura… ci rispondono di si e ci spiegano che se un Elefante maschio carica, non ha difficoltà nel cappottare una Jeep anche se è molto difficile che lo faccia, perché per lui è solo un gesto di “prova di forza”. Da lontano notiamo che uno di loro ha un collare, è il segnale che monitorato dai ricercatori. Alla debita distanza continuiamo a fotografarli, fino a quando, tranquillizzati, si nascondono nella macchia. Intanto due Waterbuck si sfidano a cornate con degli Springbok che fanno da spettatori. Una Cicogna, o meglio un Becco a sella africano si specchia nell’acqua, poi spalanca le ali e prende il volo. Arriviamo ad una spianata di terra dove si notano due corsie (manca l’erba sul terreno). È un piccolo aeroporto nel cuore del Kruger dove si atterra direttamente sul prato. La striscia bianca è visibile anche dal satellite. Incontriamo una casetta nel mezzo della Savana forse servita per qualche avvistamento. Guadiamo il fiume e nel punto in cui si fa più largo si crogiola al sole un grosso Coccodrillo. Sulla riva in alto pascolano le Antilopi. Incomincia a calare il sole e in cima ad un albero secco scrutano il terreno due Avvoltoi. Un gruppo di Kudu ci guarda incuriosito, ma continua a brucare il terreno. In cima ad una collina un gruppo di Giraffe. Sono almeno una decina. Ci guardano impaurite. Le più alte sono avanti quasi a voler fare da scudo ai piccoli. Un atteggiamento molto insolito, di solito non percepiscono la Jeep (con il suo carico) come un predatore. Noi ci avviciniamo, ma loro non scappano, si voltano per stare a distanza. Ma lo sguardo va sulla nostra destra dove c’è un piccolo corso d’acqua. È lì che guardano le Giraffe. Si nota una figura che si sta abbeverando. Non si riesce a decifrare bene, forse un Leone. Invece sono due Leonesse, sono una accanto all’altra e fanno gli stessi gesti ingannandoci. Fino a quando una di loro alza la testa mentre l’altra continua a bere. Forse una di loro è la madre dei quattro Leoncini di questa mattina. Sicuramente sono a caccia. Finiscono di bere e vengono nella nostra direzione. Costeggiano la Jeep e passano avanti quasi a sfiorarla. Ma lì a pochi centimetri c’è il Ranger seduto sul parafango. Con tutto che ci avevano avvertiti che i predatori non percepiscono l’auto, anzi la considerano un blocco unico e per questo non riescono a percepire la presenza umana, il terrore prende il sopravvento. Quando sfiorano la Jeep ci facciamo di marmo e la salivazione si ferma. Ovviamente la nostra vettura è scoperta e un Felino impiegherebbe un millesimo di secondo per avventare le prede al suo interno solo se le percepisse. Ed invece la loro stanca camminata continua indisturbata come se fossimo delle pietre. Dei massi messi lì nella Savana. Si fermano a guardare le Giraffe davanti a noi. Sono magre e denutrite, quindi sicuramente affamate. Ma anche giovani nel pieno delle forze. Ci verrebbe spontaneo dargli da mangiare, anche perché potrebbero far mangiare i loro piccoli. Ma questa è la dura legge della natura e gli animali allo stato selvatico si devono procurare il cibo da soli se vogliono sopravvivere nella giungla. Siamo stupiti dalla bellezza di queste giovani, dal loro sguardo ghiacciante ma allo stesso tempo dagli stessi movimenti di un gatto di casa. Il sole si nasconde dietro alle nuvole prima di andare a dormire. I Ranger hanno una strana fretta, non hanno tempo di seguire le Leonesse, anche perché non vogliono disturbarle nella caccia. Su un albero si scorge un Lilac-breasted Roller. Il sole è ormai calato e noi ci fermiamo sopra il fiume per una breve sosta rigeneratrice. Per terra un Millepiedi è lungo come un mio indice. Ripartiamo appena in tempo per assiste a qualche cosa di sconvolgente. Vi ricordate del vecchio Leone di questa mattina che stava sotto un Acacia in attesa del Leopardo? Beh arriviamo appena in tempo per vedere il balzo felino (in questo caso si proprio dire) del Leone che con gli artigli agguanta la carcassa dell’Antilope e poi ricade a terra di peso. I Ranger con i fari movibili lo inseguono, con la camminata fiera ha in bocca la carcassa e se al porta poco distante per la cena. L’odore è nauseabondo, la carne dell’Antilope è in avanzata decomposizione, ma al Leone poco importa. Torniamo a “casa” soddisfatti della lunga giornata e desiderosi di “sviluppare” le nostre foto. Al Gono Gono hanno già preparato la cena, ma prima ci offrono un aperitivo davanti al Boma. Il pranzo è molto buono e di ottima qualità, le portate sono varie e c’è scelta anche per i palati più delicati. Una birra ghiacciata ci da il “colpo di grazia” e scortati andiamo a dormire.

 

Domenica 11 febbraio – 11° giorno

Alle 5 ci vengono a svegliare per il Safari, sarà l’ultimo perché poi lasceremo il Lodge. Alle 5 e 30 siamo già in marcia. Ormai abbiamo memorizzato i percorsi e trovato qualche punto di riferimento: il fiume che guadiamo, un grosso albero sulla nostra sinistra dove possiamo scorgere l’alba. Una Cicogna è sopra un albero secco. Torniamo dai quattro Leoncini. Sono ancaora lì nello stesso punto dove li avevamo lasciati la mattina seguente, e ancor più affamati. Ci guardano con gli occhi dolci dei gattini, poi si sdraiano uno sull’altro. Uno di loro gioca con una radice, la morde come se fosse una preda, facciamo fatica a staccarci da quegli occhioni pieni dalla voglia di rivedere la madre con del pasto caldo. Forse non saranno sopravvissuti ad un’altra giornata senza cibo, o la madre arriverà per salvarli… ma anche questa è la dura realtà della Savana di cui l’uomo fa bene a non interessarsi e non interagire con essa. Un’altra dura lezione sulla relatività delle cose che l’Africa ti mette spesso in condizione di riflettere e pensare. Riprendiamo il Safari e delle Zebre sono sulla strada, non delle strisce pedonali ma tre magnifici esemplari che pascolano indisturbati. Sulla cima di un albero una coppia di Red-billed hombill, dall’altra parte un Southem Yellow-billed hombill, più in la un Lilac-brasted roller dal piumaggio variopinto con il collo lillà. Ci imbattiamo in una mandria di Bufali. Alcuni sono sdraiati a terra, altri in piedi. Ci guardano mostrando le loro tipiche corna che sul capo formano una specie di parrucca stile settecento (avete presente il Re Sole?). Al paggiado dei Springbok e dei Dik Dik i Ranger non si fermano più. Ci fermiamo ad ammirare un Avvoltoio invece, poi ripassiamo per l’aeroporto, è abbandonato, sotto al piccolo hangar è cresciuta l’erba. Al fresco di un albero sta un Elefante, muove le orecchie, non è un buon segno. Si appoggia sull’albero con la proboscide tanto che lo scuote. Poi alza la coda e fa un bisognino. Quindi ci fa capire con le buone che è meglio tagliare la corda e lasciarla in pace. Vicino ad uno stagno, accanto a dei Termitai ci fermiamo per una breve sosta ristoratrice. Una buona tazza di Caffè e si riparte. Una Giraffa in controluce si mimetizza con un albero. Un Falco scruta l’orizzonte. Torniamo al Lodge, i Safari sono terminati ed è ora di ripartire. Salutiamo i nostri due Ranger ringraziandoli della proficua “caccia” anche loro si meravigliano di essere stati “fortunati” nel farci vedere tutti i Big Five in così poco tempo. Carichiamo le valigie sulla Jeep non prima di aver scattato qualche foto di gruppo. Sulla strada per riprendere la nostra automobile parcheggiata nella Savana le Antilopi sono numerose, si scorgono anche delle Zebre. La nostra Golf carta da zucchero è sempre lì parcheggiata. Passiamo il fiume dove scorgiamo due pescatori. Ci domandiamo se non fosse pericoloso stare lì. Prendiamo la strada asfaltata e un gruppo di Antilopi ci taglia la strada, più avanti una Scimmia. Abbiamo ancora tutta la giornata davanti a noi, dormiremo nella vicina Nelspruit per poi domani in serata imbarcarci per il ritorno. Alla prima stazione di servizio facciamo il pieno di benzina e acqua. Torniamo indietro a Hoedspruit per riprendere la strada dell’andata fino all’incrocio con la R532 che si inerpica su la montagna. Entriamo nella Riserva Naturale del  Motlatse Canyon e subito si notano le Montagne sedimentarie a forma di torrioni, in basso il Canyon. Su un punto paronimico si apre la vallata scavata dal Blyderiver che si allarga creando un lago (Blyderiverspoortdam). Il Canyon è uno dei più profondi e spettacolari del Globo. I colori della vegetazione in contrasto con quelli delle rocce crea dei giochi di colori mozzafiato. Nei punti panoramici si possono seguire le anse del fiume tra le alte cime. Dietro si apre la pianura. Entriamo per visitare le vasche del Potholes Blyde Canyon, ma prima ci fermiamo nel ristorante per pranzare (2.70 euro, 2.40 il biglietto d’entrata). Un percorso ci porta all’interno del sito, caratterizzato dalle rocce sedimentarie. Su di un ponte si possono ammirare le cascatelle e le erosioni dell’acqua nella roccia che ha formato delle vasche. Il fiume Treur confluisce nel Blyde creando forme geometriche e salti d’acqua spettacolari. Più avanti una gola con ponti naturali. Lo scenario è naturale, l’uomo è intervenuto con un impatto poco invasivo. Molto legno per costruire le strutture e poco cemento. La struttura pulitissima e ben organizzata mette a proprio agio i visitatori. Sulle rocce le Lucertole prendono il sole indisturbate. Più avanti un cartello “God’s Window” letteralmente la Finestra di Dio. Incuriositi andiamo a vedere. Una terrazza si affaccia su uno strapiombo di 700 metri, dove si apre la valle. Uno spettacolo incantevole. Nel parcheggio un casotto dove si vende la merce per i turisti, stesi al sole i lenzuoli colorati in balia del vento. Torniamo sulla strada principale e ci rimettiamo in direzione sud. Facciamo una deviazione verso Pilgrims Rest (letteralmente Il Riposo del Pellegrino), un piccolo paese creato dai cercatori d’oro nella metà dell’800. Dal 1970 la miniera è stata chiusa e si è pensato di restaurare il paese e tenerlo come museo vivente. Le strutture sono state riportate indietro di un secolo, anche la stazione di servizio con le sue caratteristiche pompe di benzine. Incontriamo anche due donne Mbobuto dal caratteristico abbigliamento a strisce colorate verticali. Il sole sta per calare e ci apprestiamo a raggiungere Nelspruit. Raggiungiamo il Town Lodge (31 euro) molto comodo per chi viaggia perché è proprio sulla strada principale che spacca in due la città. Poco distante, dall’altra parte dell’arteria, un centro commerciale, notiamo l’Arkansas Spur un ristorante molto colorato di stile moderno dove all’interno si può cenare nella sue sale di stile saloon (7 euro). Non abbiamo tanta voglia di girare in centro, mancano anche le forze. Quando ci si alza presto la mattina, è inevitabile che alla sera si crolla.

 

Lunedì 12 febbraio – 12° giorno

Abbiamo ancora un’intera giornata d’avanti. L’aereo è alle 20.15 e l’aeroporto dista 330 km. Ovviamente non vogliamo arrivare all’ultimo minuto, ma nemmeno passare la giornata nelle sale d’aspetto. Quindi ci mettiamo in marcia in direzione Jo’burg. Sfogliamo la Lonely Planet in cerca di qualche cosa da visitare. A circa metà strada c’è un villaggio tradizionale Mbobuto da poter visitare. La Guida dice a Middelburg. Usciamo dalla N4 in direzione della Città e chiediamo informazioni. Nessuno è a conoscenza di questo villaggio. Ci indicano un ufficio sul turismo, e li sono molto vaghi, ma ci indica la direzoine che è qualche chilometro fuori città. Prendiamo la N11 facendo molta attenzione ai cartelli. Un piccolo cartello marrone indica Botshabelo con sotto i disegni di una animale (quindi un parco), una doppia B (Bed and Breakfast), degli omini a piedi (tracking) e una roulotte (campeggio) ma nulla sul Villaggio. Ci siamo ed andiamo a vedere. Un cancello non ci permette di entrare. Chiediamo maggiori informazioni e ci assicurano della presenza del Villaggio, di un Museo e del popolo. Entriamo (1.60 euro), si passa all’interno di una riserva naturale piena di animali, Orici, Antilopi, Zebre, poi si arriva al parcheggio dove termina la strada. Da una parte una chiesa sul cui tetto ci sono delle Scimmie. Dall’altra un capannone con dentro delle vecchie macchine agricole, non capiamo bene a cosa servivano, sicuramente andavano a vapore. Ben curate le strutture che ospitano gli uffici. Chiediamo di visitare il Villaggio ce lo indicano al di sopra di una collinetta. Attraversiamo un ponticello dove ci sono dei cavalli al pascolo e arriviamo al Ndebele Museum che non è altro che il villaggio di cui sopra. È ricco di colori primari con dei disegni geometrici irregolari. Dietro le capanne che hanno ai muri gli stessi motivi ornamentali, ma il tetto di canne. È completamente disabitato. L’entrata è bassa, bisogna chinarsi per entrare dentro. A questo si somma il caldo, è da poco passato mezzogiorno. Una capanna più larga non ha le decorazioni delle altre, al contrario ha delle ampie finestre. Dall’altra parte un altro villaggio di stile completamente diverso con i tetti a cupola che scendono fino a toccare terra sempre di canne. Una sorta di igloo di canne con una strettissima entrata a cunicolo. Dopo aver scattato varie foto decidiamo di tornare indietro quando sul ponticello incontriamo delle donne con i costumi tradizionali che vanno a “popolare” le casette. Le seguiamo sapendo che le stesse si sono preparate per il nostro arrivo. Infatti si schierano all’interno davanti alle capanne per farsi fotografare. Indossano dei tessuti molto pesanti per la stagione, ma la loro caratteristica è il collare al collo e ai piedi. Il gioco di colori è indescrivibile, così come le collane e i monili che indossano. Torniamo indietro in cerca di qualche altra cosa da visitare. Nel frattempo si è fatta l’ora di pranzo e ci indicano un ristorante all’interno della struttura (3,20 euro). Tra Scimmie, Cavalli e Cavallette multicolori ordiniamo il pranzo. Ci accomodiamo nel giardino adornato di fiori. Sono curati in maniera maniacale. Si può mangiare sul prato sotto un ombrellone. Intanto le Scimmiette giocano con tutto quello che trovano. Percorriamo la via d’uscita attraversando il parco dove pascolano indisturbati Orici, Zebre, Gnu, Waterbuck ad altri tipi di Antilopi. Ci fermiamo per una breve sosta a  Middelburg per poi rimetterci sulla N4 per poi lasciarla dopo pochi chilometri per la N12. Arriviamo in aeroporto alle 17, consegniamo l’auto e svolgiamo le pratiche d’imbarco. La nostra vacanza è terminata ci aspettano nove ore di volo per Londra e altre due e mezzo per Roma dove arriveremo la mattina seguente alle 10.50.

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